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letture-sulla presenza di Dio

Dialoghi e lettere sulla presenza di Dio, frate Lorenzo, XVII secolo.




Capitolo 1: Presentazione


L'autore di queste Lettere è Nicolas Hermann de Lorena, il "Frate Laurento" dei Carmelitani Scalzi, a Parigi.


Il primo editore, non avendo ritrovato l'originale di queste Lettere, le tradusse da una versione inglese. Da qui il testo qui riprodotto.


I Colloqui sembrano essere stati conservati dal signor Beaufort, Gran Vicario del Vescovo di Châlons, su raccomandazione del quale furono pubblicati. (È il Cardinale de Noailles, divenuto arcivescovo di Parigi nel 1695). I Colloqui sono ristampati da un'edizione del 1694, che esiste alla Biblioteca Nazionale di Parigi.


(*) Questi testi sono riprodotti da un opuscolo (non datato) pubblicato da "Les VEILLEURS" (Le Sentinelle) Terzo Ordine Protestante.




Capitolo 2: Colloqui


2.1. Primo Colloquio


La prima volta che vidi il frate Laurento, mi disse che Dio gli aveva fatto, nella sua conversione, una grazia singolare, quando si trovava ancora nel mondo all'età di diciott'anni. Che un giorno, d'inverno, guardando un albero spoglio delle sue foglie, e considerando che poco dopo quelle foglie sarebbero apparse di nuovo, poi i fiori e i frutti, ricevette una alta visione della provvidenza e della potenza di Dio, che non si è mai cancellata dalla sua anima: che questa visione lo distaccò completamente dal mondo, e gli diede un tale amore per Dio che poteva dire se fosse aumentato, da più di quarant'anni che aveva ricevuto questa grazia.


Che era stato valletto del signor De Fieubert, il tesoriere del Risparmio, e era un goffo massiccio che rompeva tutto. Che aveva chiesto di entrare in religione, credendo che lo avrebbero scorticato per le goffaggini e le colpe che avrebbe fatto lì, e così sacrificare a Dio la sua vita e tutto il suo piacere, ma che Dio l'aveva ingannato, non avendovi incontrato che soddisfazione.


Che bisognava darsi interamente e in puro abbandono a Dio, per il temporale e lo spirituale, e prendere il proprio contentamento nell'esecuzione della sua volontà, sia che ci conduca attraverso le sofferenze o le consolazioni; che tutto doveva essere uguale per chi era veramente abbandonato. Che bisognava fedeltà nelle aridità e nelle freddezze dell'anima, attraverso le quali Dio metteva alla prova il nostro amore per Lui.


Che era lì che facevamo i buoni atti di rassegnazione e di abbandono, dei quali uno solo faceva spesso fare molta strada.


Che per arrivare ad abbandonarsi a Dio quanto Egli desiderava da noi, bisognava vigilare attentamente su tutti i movimenti dell'anima, che si mescolano tanto alle cose spirituali quanto alle più grossolane; che Dio dava luce per questo a coloro che avevano il vero desiderio di essere a Lui, che se avessi questo proposito, potevo chiederlo quando volevo, senza timore di importunarlo, che altrimenti non dovevo affatto venire a trovarLo.




2.2. Secondo Colloquio


Che si era sempre governato per amore, senza preoccupazione personale. Ma che, avendo preso come fine di tutte le sue azioni di farle tutte per l'amore di Dio, se n'era trovato molto bene. Che era contento quando poteva sollevare da terra una paglia per l'amore di Dio, cercando Lui solo puramente e non altro, nonanche i Suoi doni.


Che aveva avuto una grandissima pena di spirito, credendo certamente di essere dannato; che tutti gli uomini del mondo non gli avrebbero potuto togliere questa opinione, ma che su questo aveva ragionato in questo modo: "Sono venuto in religione solo per l'amore di Dio, ho cercato di agire solo per Lui: che io sia dannato o salvato, voglio sempre continuare ad agire puramente per l'amore di Dio. Almeno avrò questo di buono, che fino alla morte farò ciò che sarà in me per amarLo".


Che questa pena gli era durata quattro anni, durante i quali aveva molto sofferto. Ma che alla fine aveva visto che questa pena veniva da una mancanza di fede, e che da allora aveva vissuto in una perfetta libertà e una gioia continua; che metteva i suoi peccati tra Dio e lui, come per dirgli che non meritava le Sue grazie, ma che ciò non impediva a Dio di colmarlo di esse.


Che all'inizio bisognava formare l'abitudine di conversare continuamente con Dio, riferendogli tutto ciò che si faceva; ma che dopo un po' di cura ci si sentiva svegliati dal Suo amore senza alcuna fatica.


Che si aspettava bene che dopo il buon tempo che Dio gli dava, avrebbe avuto il suo turno e la sua parte di dolori e sofferenze; ma che non se ne preoccupava, sapendo bene che, non potendo nulla da solo, Dio non avrebbe mancato di dargli la forza di sopportarli.


Che si rivolgeva sempre a Dio quando si presentava qualche virtù da praticare, dicendogli: "Mio Dio, non saprei fare questo se non me lo fate fare", e che Egli gli dava subito la forza e oltre.


Che quando aveva sbagliato non faceva altro che confessare la sua colpa, e dire a Dio: "Non farò mai altro, se mi lasciate fare; poiché sono assolutamente deciso a seguirvi, tocca a Voi impedirmi di cadere e correggere ciò che non è bene". Che dopo di ciò non si preoccupava più della sua colpa, essendo assicurato del perdono di Dio.


Che bisognava agire molto semplicemente con Dio e parlargli bonariamente, chiedendogli aiuto nelle cose man mano che arrivavano, che Dio non mancava di darlo, e che l'aveva spesso sperimentato.


Che gli era stato detto pochi giorni prima di andare a fare la provvista di vino di Borgogna, cosa che gli era molto penosa, perché oltre al fatto che non aveva abilità per gli affari, era storpio di una gamba e non poteva camminare sulla barca che rotolandosi sulle botti, ma che non se ne preoccupava, né di tutto il suo acquisto di vino; che diceva a Dio che era affar Suo, dopo di che trovava che tutto si faceva e si faceva bene.


Che era stato inviato in Alvernia l'anno prima per la stessa cosa, che non può dire come la cosa sia avvenuta, che non è stato lui a farla e che si trovò molto ben fatta.


Allo stesso modo in cucina, che era la sua più grande avversione naturale; avendosi abituato a farvi tutto per l'amore di Dio, e chiedendogli in ogni occasione la Sua grazia per fare il suo lavoro, vi aveva trovato una grandissima facilità nei quindici anni che vi era stato occupato.


Che allora era alla calzoleria: dove erano le sue delizie, ma che era pronto a lasciare questo impiego come gli altri, non facendo che rallegrarsi ovunque facendo piccole cose per l'amore di Dio.


Che il tempo dell'orazione non era per lui diverso da un altro: che faceva i suoi ritiri quando il Padre priore gli diceva di farli, ma non li desiderava e non li chiedeva. Il suo più grande lavoro non lo distoglieva da Dio. Sapendo che bisognava amare Dio in tutte le cose e lavorando per assolversi di questo dovere; che non aveva bisogno di direttore, ma sì di un confessore per ricevere l'assoluzione delle sue colpe che faceva. Che era molto sensibile alle sue colpe, ma non si lasciava scoraggiare da esse, che le confessava a Dio e non discuteva contro di Lui per scusarle, ma che dopo, rientrava in pace nel suo esercizio ordinario d'amore e di adorazione.


Che nelle sue pene non aveva consultato nessuno; ma che con le luci della fede, sapendo solo che Dio era presente, si contentava di agire per Lui, accada quel che possa, con il solo desiderio di piacergli.


Che i pensieri futili rovinavano tutto: che il male iniziava da lì; ma che bisognava essere attenti a respingerli non appena ci si accorgeva che non erano necessari per la nostra occupazione presente o per la nostra salvezza, per ricominciare il nostro colloquio con Dio dove stavamo bene.


Che spesso aveva passato tutta la sua orazione, all'inizio, a respingere i pensieri vani e a ricadervi: Che non aveva mai potuto fare l'orazione per regola come gli altri; che tutte le penitenze e altri esercizi erano utili solo nella misura in cui servivano a portare all'unione con Dio per amore: che dopo averci pensato bene, aveva trovato che era ancora più breve andarci direttamente con un esercizio continuo d'amore, facendo tutto per l'amore di Dio.


Che bisognava fare una grande differenza tra le azioni dell'intelletto e quelle della volontà, che le prime erano poca cosa, e le altre tanto che non c'era che amare e rallegrarsi con Dio; che quando avessimo fatto tutte le penitenze possibili, se erano separate dall'amore, non servirebbero a cancellare un solo peccato. Che bisognava attenderne la remissione dal sangue di Gesù Cristo, senza inquietarsi, lavorando solo ad amarLo con tutto il cuore: che Dio sembrava scegliere quelli che erano stati i più grandi peccatori per fare loro le più grandi grazie, piuttosto che a quelli che erano rimasti nell'innocenza, perché ciò mostrava maggiormente la Sua bontà.




2.3. Terzo Colloquio


Mi ha detto che il fondamento della vita spirituale in lui, era stata un'alta idea e stima di Dio in sé, la quale, una volta ben concepita, non aveva avuto altra cura che respingere fedelmente all'inizio ogni altro pensiero, per fare tutte le sue azioni per l'amore di Dio. Che, anche se a volte passava molto tempo senza pensarci, non se ne turbava. Ma che dopo aver confessato a Dio la sua miseria, tornava a Lui con ancora più fiducia, trovandosi misero a dimenticarlo.


Che la fiducia che avevamo in Dio Lo onorava molto, e ci attirava grandi grazie.


Che era impossibile, non solo che Dio ingannasse, ma nemmeno che Lasciasse a lungo soffrire un'anima tutta abbandonata a Lui, e risoluta di sopportare tutto per Lui. Che era arrivato a non avere più pensiero che di Dio. Che aveva così spesso fatto l'esperienza del pronto soccorso di Dio in ogni occasione, che quando aveva qualche affare esteriore, non ci pensava in anticipo, ma che nel tempo necessario all'azione, trovava in Dio come in uno specchio chiaro ciò che era necessario che facesse per il presente. Che da qualche tempo, aveva agito così senza alcuna cura anticipata; che prima di questa esperienza del pronto soccorso di Dio nei suoi affari, ci impiegava la sua previdenza. Che era molto più unito a Dio nelle sue occupazioni ordinarie, che quando lo lasciava per fare gli esercizi del ritiro.


Che si aspettava di avere in seguito qualche grande pena di corpo o di spirito e che il suo peggiore era perdere sensibilmente Dio che possedeva da così tanto tempo, ma che la bontà di Dio gli assicurava che non l'avrebbe lasciato assolutamente e che Gli avrebbe dato la forza di sopportare il male che avrebbe permesso di accadergli; con ciò non temeva nulla e non aveva bisogno di comunicare della sua anima con nessuno. Che quando l'aveva voluto fare, ne era sempre uscito più imbarazzato, e che, sapendosi pronto a perdere la vita per l'amore di Dio, non temeva il pericolo; che l'abbandono intero a Dio era la via sicura e in cui si aveva sempre luce per condursi.


Che bisognava essere fedeli ad agire e a rinunciare a sé all'inizio, ma che dopo non c'era più che contenti indicibili. Che nelle difficoltà non c'era che ricorrere a Gesù Cristo e chiedergli la Sua grazia, con la quale tutto diventava facile.


Che ci si fermava alle penitenze ed esercizi particolari, lasciando l'amore che è la fine; che ciò si riconosceva bene dalle opere ed era la causa per cui si vedeva così poca virtù solida.


Che non bisognava né finezza né scienza per andare a Dio, ma solo un cuore risoluto a non applicarsi che a Lui o per Lui e ad amare solo Lui.




Capitolo 3: Lettere


3.1. Quarta Lettera


Ho ricevuto oggi due libri e una lettera della Suora*** che si sta preparando per la sua professione e che desidera in questa occasione le preghiere del vostro Ordine e in particolare le vostre. Vedo che conta molto su queste preghiere; vi prego che non sia delusa. Chiedete a Dio che possa fare questo sacrificio alla vista del Suo solo amore e con la ferma risoluzione di essere a Lui interamente consacrata. Vi manderò uno di questi libri che trattano della presenza di Dio, un soggetto che, a mio avviso, racchiude tutta la vita spirituale e mi sembra che chiunque pratichi assiduamente questa presenza di Dio diventerà presto spirituale.


So che per praticarla bene, il cuore deve essere vuoto di ogni altra cosa, perché Dio vuole possedere il nostro cuore da solo. Come non può possederlo da solo se non lo svuotiamo di tutto ciò che non è Lui, così anche non può agire e fare ciò che vorrebbe se non si lascia il posto vacante per Lui.


Non c'è al mondo una vita più dolce e deliziosa di una vita di conversazione continua con Dio: solo coloro che la praticano e ne fanno l'esperienza la comprendono. Tuttavia, non vi consiglio di sceglierla per questo motivo.


Non è il piacere che dobbiamo cercare in questo esercizio; dobbiamo farlo per un principio d'amore e perché Dio desidera averci.


Se fossi predicatore, predicherei, sopra ogni cosa, la pratica della presenza di Dio; e se fossi direttore, la consiglierei a tutti, tanto la credo necessaria e allo stesso tempo facile.


Ah! Se sapessimo quanto abbiamo bisogno della grazia e dell'assistenza di Dio, non Lo perderemmo mai di vista, nemmeno per un istante. Credetemi, prendete immediatamente una santa e ferma risoluzione di non dimenticare mai Dio volontariamente, e di passare il resto dei vostri giorni nella Sua santa presenza, spogliati, per amor Suo, se Lo ritiene buono, di ogni consolazione.


Mettetevi all'opera con tutto il vostro cuore, e se lo fate come dovete, siate assicurati che ne riceverete presto gli effetti. Vi assisterò con le mie preghiere, per quanto misere siano. Mi raccomando alle vostre e a quelle del vostro Ordine, restando loro e, più particolarmente,
Vostro, etc.




3.2. Quinta Lettera


Ho ricevuto dalla signora*** gli oggetti che mi avete consegnato per lei. Mi sorprende che non mi diate i vostri pensieri sul piccolo libro che vi ho mandato e che dovete aver ricevuto. Vi prego, applicatevi a metterlo in pratica con tutto il vostro cuore nei vostri vecchi giorni, è meglio tardi che mai.


Non posso rappresentarmi come persone religiose possano vivere soddisfatte, senza la pratica della presenza di Dio. Per quanto mi riguarda, vivo ritirato con Lui nel fondo e nel centro della mia anima quanto più posso; e mentre sono così con Lui, non temo nulla; ma il minimo allontanamento da Lui mi è insopportabile.


Questo esercizio non affatica molto il corpo. È tuttavia bene privarlo a volte, anche spesso, di tanti piccoli piaceri, innocenti e legittimi in sé stessi, perché Dio non permetterà che un'anima che vuole essere a Lui interamente consacrata trovi altri piaceri che in Lui; ciò è più che ragionevole.


Non voglio dire con questo che dobbiamo imporci una violente costrizione. No, dobbiamo servire Dio in una santa libertà, dobbiamo fare il nostro lavoro fedelmente, senza turbamento né inquietudine, riportando dolcemente e tranquillamente il nostro spirito a Dio, quando lo sorprendiamo errare lontano da Lui.
È tuttavia necessario mettere la nostra intera fiducia in Dio e liberarci di tutte le preoccupazioni, anche di molte forme particolari di devozione, buone in sé stesse, ma di cui ci si carica spesso a sproposito poiché infine queste devozioni non sono che mezzi per arrivare alla fine. Se quindi, con questo esercizio della presenza di Dio, siamo con Colui che è la nostra fine, ci è inutile tornare ai mezzi; ma possiamo continuare con Lui il nostro commercio d'amore, dimorando nella Sua santa presenza a volte con un atto di sottomissione e in tutti i modi che il nostro spirito potrà inventare.


Non siate scoraggiati dalla ripugnanza che potete incontrare nella carne; dovete farvi violenza a voi stessi. All'inizio si pensa spesso che sia tempo perso; ma dovete continuare e essere ben risoluti a perseverare in queste cose fino alla morte, nonostante tutte le difficoltà che possono sorgere.


Mi raccomando alle preghiere del vostro Ordine e in particolare alle vostre. Sono, nel nostro Signore,
Vostro, etc.




3.3. Sesta Lettera


Mi fate molta compassione. Sarebbe una grande cosa, se poteste lasciare la cura dei vostri affari a *** e passare il resto della vostra vita nell'adorazione di Dio. Egli non chiede grandi cose da noi, solo che vi ricordiate di Lui, che Lo adorate, che Gli rivolgete una preghiera per ottenere la Sua grazia; altre volte che Gli offrite le vostre sofferenze, o Gli rendiate grazie per i favori che vi ha fatto e che vi fa ancora in mezzo ai vostri guai, che finalmente vi consoliate presso di Lui il più spesso che potete.


Elevate il vostro cuore verso di Lui, anche durante i vostri pasti e quando siete in compagnia. Non avete bisogno di gridare molto forte; Egli è più vicino di quanto pensiamo, non è necessario essere sempre in chiesa per essere con Dio; Possiamo fare del nostro cuore un oratorio nel quale ci ritiriamo per conversare con Lui nella sottomissione, l'umiltà e l'amore. Tutti possono avere questi colloqui familiari con Dio, gli uni più, gli altri meno; Egli sa di cosa siamo capaci. Iniziamo quindi. Forse Egli non aspetta che una buona risoluzione da parte nostra. Prendiamo coraggio. Abbiamo ancora poco tempo da vivere, voi avete quasi sessantaquattro anni e io ne ho quasi ottanta. Viviamo e moriamo con Dio. Le sofferenze ci saranno dolci e gradite se siamo con Lui, mentre i più grandi piaceri senza di Lui sarebbero per noi un crudele castigo. Sia Lodato per tutto! Amen.


Abituatevi così poco a poco ad adorarLo, a chiedergli la Sua grazia, a offrirGli il vostro cuore di tanto in tanto in mezzo alle vostre occupazioni e anche in ogni momento, se potete.


Non attenetevi sempre scrupolosamente a certe regole o a forme particolari devozione; ma vivete nella fiducia in Dio e agite con amore e umiltà. Potete contare sulle mie povere preghiere, e essere assicurati che sono vostro servitore nel nostro Signore.




3.4. Settima Lettera


Sulle distrazioni nella preghiera.
Non mi dite nulla di nuovo; non siete il solo a essere distratto nelle vostre preghiere dai vostri pensieri. Il nostro spirito è estremamente vagabondo; ma come la volontà è la padrona di tutte le nostre facoltà, essa deve richiamarle e riportarle a Dio come loro fine ultimo. Quando il nostro spirito, per non essere stato sufficientemente disciplinato dal raccoglimento nei primi tempi della nostra devozione, ha contratto certe cattive abitudini di distrazione e di dissolazione, è molto difficile vincerle, e ordinariamente ci trascinano, anche contro la nostra volontà, verso le cose della terra.


Credo che un rimedio a questo sia confessare le nostre colpe e umiliarci davanti a Dio. Non vi consiglio di usare una grande molteplicità di parole nelle vostre preghiere, molte parole e lunghi discorsi essendo spesso occasione di distrazione. Tenetevi in preghiera davanti a Dio, come un mendicante muto e paralitico davanti alla porta di un ricco. Che la vostra prima cura sia di mantenere il vostro spirito nella presenza del Signore. Se a volte erra e si allontana da Lui, non ve ne fate troppo grande cura, il turbamento e l'inquietudine servono solo a distrarre lo spirito piuttosto che a raccoglierlo; la volontà deve semplicemente riportarlo a Dio, e se perseverate così, Dio avrà pietà di voi.


Un mezzo sicuro per avere, al tempo della preghiera, uno spirito tranquillo e raccolto, è non lasciarlo errare a caso in ogni tempo, dovreste tenerlo sempre strettamente nella presenza di Dio; allora, abituato a pensare a Lui spesso, troverete facile mantenere il vostro spirito calmo al momento della preghiera, o almeno di richiamarlo, se si dissolve.


Vi ho già detto, a lungo, nelle mie lettere precedenti, i vantaggi che possiamo trarre da questa pratica della presenza di Dio; mettiamoci a questo seriamente e preghiamo l'uno per l'altro;
Vostro, etc.




3.5. Ottava Lettera


L'allegata è una risposta alla lettera che ho ricevuto da ***; abbiate la bontà di consegnargliela. Mi sembra piena di buona volontà, ma vorrebbe andare più veloce della grazia. Non si diventa santi in un giorno. Ve la raccomando. Dobbiamo aiutarci a vicenda con i nostri consigli e il nostro buon esempio. Mi obbligherete a darmi sue notizie di tanto in tanto e a dirmi se è molto fervente e obbediente.


Ricordiamoci così che il nostro unico dovere in questa vita è piacere a Dio, e che fuori di questo tutto è follia e vanità. Voi e io abbiamo vissuto circa quarant'anni in religione (nella vita monastica).


Abbiamo impiegato questi anni ad amare e servire Dio, che ci ha chiamato a questo stato e per questa fine? Sono pieno di vergogna e confusione, quando rifletto da un lato ai grandi favori che Dio mi ha fatto e continua a farmi, dall'altro al cattivo uso che ne ho fatto e al mio poco avanzamento nella perfezione.


Poiché nella Sua misericordia Egli ci dà ancora un po' di tempo, mettiamoci sinceramente all'opera, riscattiamo il tempo perduto, torniamo con piena fiducia a questo Padre delle misericordie che è sempre pronto a riceverci con affetto. Rinunciamo, rinunciamo generosamente, per amore di Lui, a tutto ciò che non è Lui; Egli è degno di infinitamente di più. Pensiamo a Lui costantemente. Mettiamo tutta la nostra fiducia in Lui. Non dubito che ne avremo presto gli effetti ricevendo l'abbondanza della Sua grazia, con la quale possiamo tutto e senza la quale non possiamo fare altro che peccare.


Non possiamo sfuggire ai pericoli che abbondano nella vita, senza l'aiuto attuale e costante di Dio; chiediamolo quindi costantemente. Come possiamo pregareLo senza essere con Lui? E come possiamo essere con Lui senza pensare a Lui spesso. E come possiamo pensare a Lui spesso se non formando una santa abitudine?


Mi direte che ripeto sempre la stessa cosa. È vero, perché è il metodo migliore e più facile che conosca; e, come non ne impiego altri, lo consiglio a tutti. Dobbiamo conoscere prima di poter amare. Per conoscere Dio, dobbiamo spesso pensare a Lui e quando Lo ameremo, penseremo anche a Lui spesso, perché il nostro cuore sarà dov'è il nostro tesoro. Questo è un argomento che merita bene la nostra considerazione.
Sono vostro, etc.




3.6. Nona Lettera


Ho avuto molta difficoltà a decidermi a scrivere e ora lo faccio puramente perché voi e la signora *** lo desiderate. Vi prego di mettere l'indirizzo sulla lettera e di spedirgliela. Sono molto felice della fiducia che avete in Dio; desidero che Egli la aumenti in voi sempre di più; non possiamo averne troppa in un amico così buono e così fedele che non ci abbandonerà né in questo mondo né nell'altro.


Se il signor *** trae profitto dalla perdita che ha subito e mette tutta la sua fiducia in Dio, Dio gli darà presto un altro amico ancora migliore. Egli dispone dei cuori come Gli piace.


Forse il signor *** era troppo attaccato a quello che ha perso. Dobbiamo amare i nostri amici, ma senza invadere l'amore per Dio, che deve occupare il primo posto.


Ricordate, vi prego, ciò che vi ho raccomandato, cioè di pensare spesso a Dio, di giorno, di notte, nelle vostre occupazioni e anche nei vostri momenti di riposo, Egli è sempre vicino a voi e con voi. Non Lasciatelo solo. Non osereste lasciare solo un amico che venisse a trovarvi: allora, perché Dio dovrebbe essere trascurato? Non dimenticateLo quindi, ma pensate a Lui spesso, adorateLo continuamente, vivete e morite per Lui; questa è la gloriosa occupazione di un cristiano. Del resto, questo è il nostro possesso; se non lo sappiamo, dobbiamo impararlo. Mi sforzerò di aiutarvi con le mie preghiere. Sono nel nostro Signore, Vostro, etc.




3.7. Decima Lettera


Sulla malattia
Non prego perché siate liberato dalle vostre sofferenze; ma prego Dio sinceramente che Egli vi dia la forza e la pazienza per sopportarle finché Gli piacerà. Fortificatevi in Colui che vi tiene legato alla Croce. Egli vi scioglierà quando Lo riterrà giusto. Beati quelli che soffrono con Lui! Abituatevi a soffrire in questo modo, e cercate in Lui la forza di sopportare tanto e finché Lo riterrà necessario per voi.


La gente del mondo non comprende queste verità e non se ne può stupire, perché soffrono come dei mondani e non come dei cristiani. Considerano la malattia come una sofferenza per la carne e non come un favore di Dio; e non vedendola che sotto questa luce, non vi trovano altro che tristezza e angoscia. Ma coloro che ricevono la malattia dalla mano di Dio e la considerano come l'effetto della Sua misericordia e il mezzo che Egli impiega per la loro salvezza, questi vi trovano ordinariamente una grande dolcezza e una reale consolazione.


Vorrei che poteste convincervi che Dio è spesso (in un certo senso) più vicino a noi, e più realmente presente con noi, nella malattia che nella salute. Non contate su nessun altro medico, perché, a mio avviso, Egli si riserva di guarirvi Lui stesso. Mettete quindi tutta la vostra fiducia in Lui e riceverete presto gli effetti nella vostra guarigione, guarigione che ritardiamo spesso, mettendo più fiducia nei rimedi che in Dio.


Qualsiasi rimedio prendiate, agirà solo nella misura in cui Egli lo permetterà. Quando la sofferenza viene da Dio, solo Lui può guarirla. Egli invia spesso le malattie del corpo per salvarci da quelle dell'anima. Consolatevi nel medico supremo dell'anima e del corpo. Siate contenti della condizione in cui Dio vi pone. Per quanto mi crediate felici, vi invidio. I dolori e le sofferenze sarebbero un paradiso per me, se soffrissi con il mio Dio; e i più grandi piaceri sarebbero un inferno, se potessi gustarmeli senza di Lui; tutta la mia consolazione sarebbe di soffrire qualcosa per Lui.


Devo andare verso Dio tra poco tempo. Ciò che mi rallegra in questa vita è che Lo vedo per la fede; e Lo vedo in modo tale che potrei a volte dire: "Non credo più, ma vedo". Sento ciò che la fede ci insegna e, in questa assicurazione e pratica della fede, voglio vivere e morire con Lui.


Perseverate quindi sempre con Dio: questo è l'unico aiuto e l'unica consolazione per la vostra afflizione, Lo pregherò di essere con voi. Vi porgo i miei saluti.
Vostro, etc.




3.8. Undicesima Lettera


A un malato
Se fossimo meglio abituati a praticare la presenza di Dio, ogni malattia corporea sarebbe di molto addolcita. Dio spesso permette che soffriamo un po' per purificare le nostre anime e obbligarci a perseverare con Lui.


Prendete coraggio, offriteGli costantemente i vostri dolori, chiedeteGli la forza di sopportarli. Soprattutto, prendete l'abitudine di conversare spesso con Dio e di dimenticarlo il meno possibile. AdorateLo nelle vostre infermità, offritevi voi stessi a Lui di tanto in tanto; e, nel vivo delle vostre sofferenze, supplicateLo umilmente e affettuosamente (come un figlio a suo padre) di rendervi conforme alla Sua Santa volontà. Cercherò di aiutarvi con le mie povere preghiere.


Dio ha molti modi di attirarci a Lui. A volte, Si nasconde da noi; ma la fede sola, che non ci mancherà al momento del bisogno, deve essere il nostro sostegno e il fondamento della nostra fiducia, la quale deve essere tutta in Dio. Non so come Dio disporrà di me: sono sempre felice. Il mondo intero soffre; e io, che merito la più severa disciplina, provo una gioia così continua e così grande che a malapena la contengo.


Chiederei volentieri a Dio una parte delle vostre sofferenze, se non conoscessi la mia debolezza, la quale è così grande che, se mi lasciasse un istante a me stesso, sarei l'uomo più misero. E tuttavia, non vedo come Dio potrebbe lasciarmi, perché la fede mi dà la convinzione che Egli non ci abbandona mai, finché non abbiamo abbandonato noi per primi. Temiamo di lasciare Lui. Siamo sempre con Lui. Viviamo e moriamo nella Sua presenza. Pregate per me come io prego per voi?
Sono vostro, etc.




3.9. Dodicesima Lettera


Allo stesso,
Siamo in pena a vedervi soffrire così a lungo; ciò che mi solleva e addolcisce i sentimenti che provo riguardo ai vostri dolori, è che essi sono una prova dell'amore di Dio per voi. Considerateli sotto questo aspetto e li sopporterete più facilmente. La mia opinione è che, nel vostro caso, dovreste lasciare da parte i rimedi umani e sottomettervi interamente alla provvidenza di Dio. Forse Egli non aspetta che questa rassegnazione e una fiducia perfetta in Lui per guarirvi. Poiché, nonostante tutte le vostre cure, la medicina si è mostrata impotente e la vostra malattia peggiora ancora, non sarà tentare Dio il mettersi nelle Sue mani e attendere tutto da Lui.


Vi ho detto, nella mia ultima, che Egli permette a volte le malattie del corpo per guarire quelle dell'anima. Abbiate quindi buon coraggio. Fate di necessità virtù. Chiedete a Dio, non la liberazione dai vostri dolori, ma la forza per sopportare risolutamente per amore Suo tutto ciò che Gli piacerà.


Tali preghiere sono, è vero, dure per la carne ma tanto più gradite a Dio e dolci per chi Lo ama. L'amore addolcisce la pena; e quando si ama Dio, si soffre per amore Suo con gioia e coraggio. Che sia così per voi, ve ne supplico. Consolatevi presso di Lui, che è il medico di tutte le nostre malattie. Egli è il Padre degli afflitti, sempre pronto a soccorrere. Egli ci ama infinitamente più di quanto pensiamo: amiamolo quindi, e non cercate consolazione altrove. Spero che la riceverete presto.


Addio. Vi aiuterò con le mie preghiere, per quanto povere siano, e sarò sempre nel nostro Signore.
Vostro, etc.




3.10. Tredicesima Lettera


Allo Stesso
Rendo grazie al Signore perché vi ha un po' sollevato secondo il vostro desiderio. Sono stato spesso vicino alla morte, ma non sono mai stato così felice come allora. Anche non ho pregato per sollievo, ma per avere la forza di soffrire con coraggio, umiltà e amore. Ah! Quanto è dolce soffrire con Dio! Per quanto grandi possano essere le vostre sofferenze, ricevetele con amore. È il paradiso soffrire con Lui, in modo che in questa vita, se vogliamo godere la pace del paradiso, dobbiamo abituarci a una conversazione familiare, umile e affettuosa con Lui. Dobbiamo trattenere i nostri spiriti dall'errare lontano da Lui in ogni occasione, fare dei nostri cuori un tempio spirituale dove Lo adoriamo continuamente, vegliare costantemente su noi stessi, per non fare o dire o pensare nulla che possa dispiacergli. Quando i nostri spiriti sono così occupati di Dio, la sofferenza diventa piena di unzione e di consolazione.


So che per arrivare a questo stato, l'inizio è molto difficile; perché dobbiamo agire puramente per la fede. Ma sappiamo anche che possiamo tutte le cose per grazia di Dio, che Dio non rifiuta mai a coloro che la chiedono sinceramente. Bussate, perseverate a bussare. Mi faccio garante che Egli aprirà al tempo opportuno e vi concederà in una volta ciò che ha differito darvi per anni. Addio. Pregatelo per me come Lo prego per voi. Spero di vederLo presto.
Sono vostro, etc.




3.11. Quattordicesima Lettera


Allo Stesso
Dio sa meglio di noi ciò che ci è buono, e tutto ciò che fa è per il nostro bene. Se sapessimo quanto ci ama, saremmo sempre pronti a ricevere da Lui ugualmente il dolce e l'amaro, tutto ciò che viene da Lui ci piacerebbe. Le più dolorose afflizioni ci sembrano intollerabili solo quando le vediamo sotto una falsa luce. Quando le vedremo nella mano di Dio che le dispensa, quando sapremo che è il nostro Padre che ci ama, che ci umilia e ci mette nella distretta, le nostre sofferenze perderanno la loro amarezza e si cambieranno in consolazione.
Che tutti i nostri sforzi tendano a conoscere Dio: più Lo conosceremo, più desidereremo conoscerLo. Come l'amore è ordinariamente proporzionale alla conoscenza, più la nostra conoscenza sarà grande e profonda, più grande sarà anche il nostro amore, e se il nostro amore per Dio è grande, Lo ameremo egualmente nei dolori come nei piaceri.
Non ci dilettiamoci a cercare o amare Dio per i favori sensibili che ci ha fatto o può farci. Tali favori, per quanto magnifici ed elevati possano essere, non possono mai avvicinarci tanto a Dio quanto un semplice atto di fede. Cerchiamolo spesso per la fede. Egli è dentro di noi; non cerchiamolo altrove. Non saremmo colpevoli e degni di biasimo se Lo amassimo solo per occuparci di bagattelle che non Gli piacciono e forse Lo offendono? Si teme che queste bagattelle ci costino caro un giorno.
Consacriamoci a Lui con tutto il nostro cuore fin da ora. Togliamo dai nostri cuori tutto ciò che non è Lui; Egli vuole possederli da soli. ChiedeteGli questo favore. Se facciamo tutto ciò che possiamo da parte nostra, vedremo presto operarsi in noi questo cambiamento dopo cui sospiriamo. Non posso ringraziarlo abbastanza per il sollievo che vi ha concesso. Aspetto dalla Sua misericordia il favore di vederLo tra pochi giorni (1). Preghiamo l'uno per l'altro. Sono nel Signore
Vostro, etc.




(1) Si coricò due giorni dopo e morì nella stessa settimana.


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