Data: Mon, 16 Mar 2026 12:00:00 +0100 leggi alla fonte
Buongiorno a tutti e benvenuti!
Saluto i Consiglieri di amministrazione, il Direttore e la Redazione del TG2, formulando le mie felicitazioni perché questo Telegiornale ha raggiunto il traguardo dei 50 anni.
Questo “compleanno” invita a riflettere sul cammino che avete percorso, come paradigma delle sfide che il giornalismo televisivo ha attraversato e su quelle che ha ancora davanti.
Penso al passaggio dal sistema analogico a quello digitale, che vi ha visto protagonisti nel coglierne le opportunità e nel comprendere che non c’è novità tecnologica che possa sostituire la creatività, il discernimento critico, la libertà di pensiero.
E se la sfida del nostro tempo è quella dell’intelligenza artificiale, penso alla necessità di regolare la comunicazione secondo il paradigma umano e non secondo quello tecnologico.
Che vuol dire, in ultima istanza, saper distinguere tra i mezzi e i fini.
I tratti distintivi che fin dall’inizio vi hanno caratterizzato sono la laicità e il pluralismo delle fonti informative, anche nella televisione di Stato.
Laicità intesa come rifiuto degli apriori ideologici e come sguardo aperto sulla realtà.
Sappiamo tutti quanto sia difficile lasciarsi sorprendere dai fatti, dagli incontri, dagli sguardi e dalle voci degli altri; quanto sia forte la tentazione di cercare, vedere e ascoltare solo ciò che conferma le proprie opinioni.
Ma non ci può essere buona comunicazione, né vera libertà e sano pluralismo senza questa apertura.
Nella storia del Tg2 hanno convissuto posizioni culturali diverse.
Questa diversità, specie quando è stata animata da spirito di amicizia, è stata un valore aggiunto della vostra identità, una ricchezza, un esempio di dialogo, che può dirci molto ancora oggi, in un tempo dominato dalle polarizzazioni, dalle chiusure ideologiche, dagli slogan, che impediscono di vedere e di comprendere la complessità della realtà.
Sempre, ma in modo speciale nelle circostanze drammatiche di guerra, come quelle che stiamo vivendo, l’informazione deve guardarsi dal rischio di trasformarsi in propaganda.
E il compito dei giornalisti, nel verificare le notizie, per non diventare megafono del potere, si fa ancora più urgente e delicato, direi essenziale.
Tocca a voi mostrare le sofferenze che la guerra porta sempre alle popolazioni; mostrare il volto della guerra e raccontarla con gli occhi delle vittime per non trasformarla in un videogame.
Non è facile nei pochi minuti di un telegiornale e dei suoi spazi di approfondimento.
Ma qui la sfida.
Vi ringrazio per la vostra visita, vi porgo i migliori auguri e benedico tutti voi e il vostro lavoro.
Data: Mon, 16 Mar 2026 11:30:00 +0100 leggi alla fonte
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.
Cari fratelli e sorelle, benvenuti!
sono lieto di salutare tutti voi, riuniti oggi per l’Assemblea Plenaria.
In modo particolare, ringrazio il nuovo Presidente, l’Arcivescovo Thibault Verny, Presidente della Commissione, per la sua guida e la sua dedizione.
Ringrazio il Segretario, il Vescovo Luis Manuel Alí Herrera, per il generoso servizio, nonché la Segretaria Aggiunta, Dott.
ssa Teresa Morris Kettelkamp, per i preziosi contributi al lavoro della Commissione.
Esprimo ugualmente gratitudine a tutti, membri e collaboratori, per il servizio alla Chiesa attraverso la tutela dei bambini, degli adolescenti e delle persone in situazioni di vulnerabilità.
È un’opera impegnativa, a volte silenziosa, spesso gravosa, ma essenziale per la vita della Chiesa e per la costruzione di un’autentica cultura della cura.
Il mio venerato predecessore, Papa Francesco, ha voluto inserire in modo permanente il vostro servizio all’interno della Curia Romana, per ricordare a tutta la Chiesa che la prevenzione degli abusi non è un compito facoltativo, ma una dimensione costitutiva della missione della Chiesa.
Fin dalla mia elezione, sono stato molto incoraggiato dal dialogo che avete instaurato con la Sezione Disciplinare del Dicastero per la Dottrina della Fede.
State raggiungendo così l’obiettivo auspicato che la prevenzione – una delle vostre responsabilità – e la vigile disciplina, esercitata da quel Dicastero, procedano insieme in maniera sinergica ed efficace.
La vostra missione è quella di aiutare a garantire la prevenzione degli abusi.
Tuttavia, essa non è mai solo un insieme di protocolli o procedure.
Si tratta piuttosto di contribuire a formare, in tutta la Chiesa, una cultura della cura, in cui la tutela dei minori e delle persone in situazioni di vulnerabilità non sia vista come un obbligo imposto dall’esterno, ma come una naturale espressione di fede.
Ciò richiede quindi un processo di conversione in cui le sofferenze degli altri siano ascoltate e ci spingano ad agire.
A questo proposito, le esperienze delle vittime e dei sopravvissuti sono punti di riferimento essenziali.
Sebbene siano certamente dolorose e difficili da ascoltare, portano alla luce con forza la verità e ci insegnano l’umiltà mentre ci sforziamo di assistere le vittime e i sopravvissuti.
Allo stesso tempo, è proprio attraverso il riconoscimento del dolore provato che si apre un percorso credibile di speranza e rinnovamento.
Un altro elemento importante della vostra opera è l’integrazione di un approccio multidisciplinare e articolato.
Come parte della Curia Romana, all’interno del Dicastero per la Dottrina della Fede, avete un ruolo chiaro che vi pone in dialogo con i Dicasteri e le altre istituzioni che esercitano la propria responsabilità nei vari ambiti legati alla tutela.
Spero che continuiate a raggiungere una cooperazione ancora maggiore con essi, affinché possano arricchire il vostro lavoro con le proprie conoscenze.
Allo stesso tempo, anch’essi possono arricchirsi dell’esperienza che la Commissione ha acquisito in questi undici anni di servizio, in particolare attraverso l’ascolto attento e sincero che offrite alle vittime, ai sopravvissuti e alle loro famiglie.
A tal proposito, la Relazione annuale della Commissione è uno strumento di grande importanza.
Rappresenta un esercizio di verità e responsabilità, ma anche di speranza e prudenza, che devono andare di pari passo per il bene della Chiesa.
La speranza ci impedisce di cedere allo scoraggiamento; la prudenza ci preserva dall’improvvisazione e dalla superficialità nell’affrontare la prevenzione degli abusi.
Anche gli Ordinari e i Superiori Maggiori hanno una propria responsabilità che non può essere delegata.
L’ascolto delle vittime e l’accompagnamento delle stesse devono trovare espressione concreta in ogni comunità e istituzione ecclesiale.
Vi incoraggio a continuare ad essere per loro una risorsa, affinché nessuna comunità all’interno della Chiesa si senta sola in questo compito.
L’aiuto che offrite attraverso l’iniziativa Memorare è davvero preziosa.
Sostenere le Chiese locali, specialmente dove mancano risorse o competenze, significa dare espressione concreta alla solidarietà ecclesiale.
Attendo con interesse di ricevere ulteriori informazioni nella vostra terza relazione annuale sui progressi incoraggianti già compiuti, nonché sulle aree in cui è ancora necessario un ulteriore sviluppo.
L’impegno della Commissione con la Chiesa a tutti i livelli, con le vittime, i sopravvissuti e le loro famiglie, nonché con i partner della società civile, vi ha spinto ad approfondire lo studio in due aree in rapida evoluzione della tutela: il concetto di vulnerabilità in relazione agli abusi e la prevenzione degli abusi sui minori facilitati dalla tecnologia nello spazio digitale.
Leggendo questi “segni dei tempi”, aiutate la Chiesa ad affrontare con coraggio le sfide della salvaguardia e a rispondere con chiarezza pastorale e rinnovamento strutturale.
Ciò sta già prendendo forma concreta nello sviluppo di un quadro di linee guida universali.
Attendo con interesse di ricevere la proposta definitiva affinché, dopo un adeguato studio e discernimento, possa essere pubblicata.
Cari amici, tutto il vostro impegno dimostra che la vostra missione non è semplicemente l’istituzione di un processo formale, ma un segno di comunione e di responsabilità condivisa.
Prima di concludere, vorrei ribadire che la tutela dei minori e delle persone in situazioni di vulnerabilità non è un ambito isolato della vita ecclesiale, ma una dimensione che permea la cura pastorale, la formazione, il governo e la disciplina.
Ogni passo avanti in questo cammino è un passo verso Cristo e verso una Chiesa più evangelica e autentica.
Affido il vostro servizio all’amorevole intercessione di Maria, Madre della Chiesa, e vi imparto di cuore la benedizione apostolica come pegno di sapienza e pace nel nostro Signore Gesù Cristo.
Grazie.
Grazie di cuore per il vostro servizio.
Vi auguro di vivere un’esperienza davvero benedetta a Roma in questi giorni.
E grazie per tutto ciò che state facendo per aiutare la Chiesa nella nostra missione.
Grazie.
Data: Sun, 15 Mar 2026 17:00:00 +0100 leggi alla fonte
Carissimi fratelli e sorelle,
la nostra Celebrazione eucaristica, oggi, è più che mai intonata alla gioia.
Infatti, la bellezza di questo nostro incontro si inserisce nel contesto della domenica detta “laetare”, cioè “rallegrati”, dalle parole di Isaia: «Rallegrati, Gerusalemme» (Ingresso, cfr Is 66,10).
Questo ci fa riflettere.
Attualmente nel mondo molti nostri fratelli e sorelle soffrono a causa di conflitti violenti, provocati dall’assurda pretesa di risolvere i problemi e le divergenze con la guerra, mentre bisogna dialogare senza tregua per la pace.
Qualcuno, poi, pretende addirittura di coinvolgere il nome di Dio in queste scelte di morte, ma Dio non può essere arruolato dalle tenebre.
Egli viene piuttosto, sempre, a donare luce, speranza e pace all’umanità, ed è la pace che devono cercare quelli che lo invocano.
È il messaggio di questa domenica: al di là di qualsiasi abisso in cui l’uomo possa cadere, a causa dei suoi peccati, Cristo viene a portare un chiarore più forte, capace di liberarlo dalla cecità del male, perché inizi una vita nuova.
L’incontro tra Gesù e il cieco nato (cfr Gv 9,1-41), in effetti, può essere paragonato alla scena di un parto, grazie al quale questi, come un bambino che viene alla luce, scopre un mondo nuovo, vedendo sé stesso, gli altri e la vita con gli occhi di Dio (cfr 1Sam 16,9).
Chiediamoci allora: in che consiste questo sguardo? Cosa rivela? Che cosa vuol dire “guardare con gli occhi di Dio”?
Secondo quanto racconta l’evangelista Giovanni, significa prima di tutto superare i pregiudizi di chi, di fronte a un uomo che soffre, vede solo un reietto da disprezzare, oppure un problema da evitare, richiudendosi nella torre blindata di un individualismo egoista.
Tante volte si sentono dire frasi del tipo: “Finché le cose andavano bene, erano tanti gli amici; nel momento della prova, però, molti se ne sono andati, sono spariti!”.
Gesù non fa così: guarda il cieco con amore, non come un essere inferiore o una presenza fastidiosa, ma come una persona cara e bisognosa di aiuto.
Così il loro incontro diventa un’occasione perché in tutti si manifesti l’opera di Dio.
Nel “segno”, nel miracolo, Gesù rivela la sua potenza divina e l’uomo, quasi ripercorrendo i gesti della creazione – il fango, la saliva – torna a mostrare pienamente la sua bellezza e dignità di creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio.
Così, recuperando la vista, diventa testimone di luce.
Certo, questo implica una fatica: deve abituarsi a tante cose prima sconosciute, imparare a distinguere i colori e le forme, reimpostare le sue relazioni, e non è facile.
Anzi, l’ostilità che lo circonda cresce, lo provoca, e nemmeno i suoi genitori hanno il coraggio di difenderlo (cfr Gv 9,18-23).
Sembra quasi, assurdamente, che chi gli sta vicino voglia annullare quanto è accaduto.
Non solo: nell’interrogatorio a cui è sottoposto il cieco che ora ci vede, chi viene processato è soprattutto Gesù, accusato d’aver violato, per guarirlo, il giorno di sabato.
Si rivela, così, negli astanti, un’altra cecità, diversa e ancora più grave: quella di non vedere, proprio davanti a sé, il volto Dio, per cui barattano la possibilità di un incontro salvifico con la sterile sicurezza che dà loro l’osservanza legalistica di una disciplina formale.
Di fronte a tale ottusità Gesù non si ferma, mostrando che non c’è “sabato” che possa ostacolare un atto d’amore.
Del resto il senso del riposo sabbatico, per il popolo d’Israele – e per noi della domenica, giorno del Signore – è proprio quello di celebrare il mistero della vita come un dono, di fronte al quale nessuno può ignorare il grido di aiuto del fratello e della sorella che soffrono.
Forse, a volte, in tal senso, ciechi possiamo esserlo anche noi, quando non ci accorgiamo degli altri e dei loro problemi.
Gesù, invece, ci chiede di vivere in modo diverso, come ben aveva compreso la prima comunità cristiana, in cui i fratelli e le sorelle, costanti nella preghiera, condividevano tutto con gioia e semplicità di cuore (cfr At 2,42-47).
Non che mancassero, nemmeno a quei tempi, tribolazioni e ostacoli.
Ma loro non si arrendevano: forti del dono del Battesimo, si sforzavano lo stesso di vivere come nuove creature, vivendo in comunione e in pace con tutti e trovando nella comunità una famiglia che li accompagnava e sosteneva.
Carissimi, sono questi i frutti che siamo chiamati a portare come figli della luce (cfr 1Ts 5,4-5); e la vostra Parrocchia da circa novant’anni vive con fedeltà questa missione, con speciale cura delle situazioni di povertà, di emarginazione e di emergenza, con attenzione alla presenza, nel suo territorio, della Casa di reclusione di Rebibbia, e con tanti altri segni di sensibilità e di solidarietà.
So che aiutate tanti fratelli e sorelle, provenienti da altri Paesi, a inserirsi qui: a imparare la lingua, a trovare una casa dignitosa e a esercitare un lavoro onesto e sicuro.
Non mancano le difficoltà, purtroppo talvolta accentuate da chi, senza scrupoli, approfitta della condizione di indigenza dei più deboli per fare i propri interessi.
Sono però al corrente di quanto tutti voi vi impegnate a far fronte a queste sfide, attraverso i servizi della Caritas, le Case-famiglia per l’accoglienza di donne e mamme in difficoltà e molte altre iniziative.
Così come mi è nota la vitalità e la generosità con cui vi spendete per l’educazione dei giovani e dei ragazzi, con l’oratorio e con altre proposte formative.
Sant’Agostino, parlando del volto di Dio, di cui siamo chiamati ad essere specchio nel mondo, diceva ai cristiani del suo tempo: «Quale volto ha l’amore? Quale forma, quale statura, quali piedi, quali mani? […] Ha i piedi, che conducono alla Chiesa; ha le mani, che donano ai poveri; ha gli occhi, coi quali si viene a conoscere colui che è nel bisogno» (In Epistolam Joannis ad Parthos, 7, 10) e aggiungeva, riferendosi alla carità: «Tenetela, abbracciatela: niente è più dolce di essa» (ibid.
).
Carissimi fratelli e sorelle, ecco il dono di luce che vi è affidato, perché lo facciate crescere in voi e tra voi in tutta la sua dolcezza e lo diffondiate nel mondo, con la preghiera, la frequenza ai Sacramenti e la carità.
Continuate ad impegnarvi così nel vostro cammino.
Il Sacro Cuore di Gesù, a cui la vostra Parrocchia è dedicata, plasmi e custodisca sempre più questa bella comunità, perché, con gli stessi sentimenti di Cristo (cfr Fil 2,5), viva e testimoni con gioia e dedizione il tesoro di grazia che avete ricevuto.
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Saluto finale del Santo Padre al termine della Messa
Tante grazie per questo bel dono: da questa parte sta la foto della parrocchia, per ricordare sempre, ma qui si vede la vita della parrocchia, che è tanto importante! Grazie a tutti voi!
E presentiamo come piccolo dono alla parrocchia questo calice, che rappresenta quello che celebriamo nell’Eucaristia: il corpo e il sangue di Cristo, la comunione tra tutti voi.
Tanti auguri a voi e grazie!
Data: Sun, 15 Mar 2026 16:00:00 +0100 leggi alla fonte
Buon pomeriggio a tutti! E bentrovati!
Grazie per questa accoglienza.
Buenas tardes! C’è una comunità molto grande di peruviani qui.
Bene, bene.
E tanti altri.
Buon pomeriggio.
Grazie.
Interventi bambini
Buongiorno a tutti!
Voi rappresentate la parrocchia che ha come patrono il Sacro Cuore di Gesù.
Il cuore, che cosa rappresenta? L'amore, la carità, l'espressione così grande di Dio infinito; e di Dio, quello che è infinito è il suo amore, la sua grazia, la sua misericordia.
E questa è una cosa che in questa parrocchia, in una maniera molto speciale, si fa presente a tante persone.
E voglio ringraziare tutti voi, tutti coloro che fanno parte di questa parrocchia: la Caritas, nell'espressione di aiuto per gli immigrati; quelli che accompagnano gli ammalati; quelli che tante volte soffrono perché non trovano lavoro, non hanno casa, non sanno dove andare.
E voi, come parrocchia, avete creato una comunità che veramente sa accogliere.
E per questo vi ringrazio davvero, perché è un segno di speranza in un mondo dove tante volte il dolore, la sofferenza, le difficoltà, sono troppo grandi.
Ho sentito pochi minuti prima di partire da casa una signora che parlava; diceva che nel mondo non ci sono più segni di speranza; stava soffrendo a causa della guerra e lei chiedeva: “Adesso dove vado?”.
Aveva perso tutto.
Ma noi che crediamo in Gesù Cristo e che viviamo come fratelli e sorelle uniti, possiamo essere quel segno di speranza anche in un mondo dove non si trovano più questi segni.
E perché? Perché crediamo e conosciamo Gesù Cristo, il suo cuore, il suo amore che è sempre con noi.
E voi rappresentate questo amore infinito.
Grazie per essere qui e grazie per questo gesto, questa vita di compromiso nella fede, cioè di impegno per la fede, per vivere così l'amore di Dio.
Ora voglio fare anche un saluto speciale.
Ci sono tante persone che ci accompagnano; non sono potuti entrare qui dentro, però dai balconi, dal tetto delle case … A tutti un saluto molto grande e grazie anche a voi! Tutti sono invitati, tutti sono chiamati.
E così anche noi possiamo rappresentare questa famiglia che non conosce limiti, che vuole invitare tutti a dire: “Venite tutti!”.
Anche se non è possibile entrare per il numero di persone, c'è un segno molto importante qui, proprio in questa zona dove tante volte vediamo, sentiamo le difficoltà, tanti problemi: c'è una parrocchia viva, una comunità di fede, una comunità che dice: “Venite tutti”, perché in Gesù Cristo c'è salvezza e noi vogliamo vivere, ricevere e condividere questo grande amore che il Signore ci offre.
Grazie di nuovo per essere qui.
Sarà un piacere celebrare con voi la nostra fede, ascoltare la parola di Dio, celebrare l'Eucaristia, rendere grazie al Signore.
Allora continuiamo questo bell’incontro, sapendo che in questi incontri Gesù Cristo si fa vicino a noi.
Viviamo la nostra fede e così siamo tutti segno di speranza.
Grazie.
Bene.
Siccome tutti non possono entrare in chiesa, daremo anche qui un momento di preghiera e la benedizione a tutti voi.
Preghiamo insieme: Padre nostro…
Benedizione.
Auguri a tutti voi.
E viviamo questo incontro con la gioia, perché conosciamo Gesù che è qui con noi.
Grazie.
_____________________________________________
Parole del Santo Padre durante l'incontro con anziani e ammalati
Buonasera a tutti.
È un piacere incontrarvi, avere questa occasione di passare insieme il pomeriggio con la gioia di essere figli e figlie di Dio, fratelli e sorelle tutti, che durante questo tempo della Quaresima, tempo di conversione, tempo per avvicinarci di più al Signore, possiamo trovare veramente una casa, una famiglia, un’esperienza di comunità, dove le porte sono aperte e accolgono tutti.
È una bellezza che tante volte nel mondo è difficile trovare.
Allora, grazie per essere venuti.
So che qualcuno di voi ha sofferenza, malattia, le difficoltà dell’età che qualche volta si presentano … eppure siete venuti.
E vi ringrazio.
È un’occasione molto bella anche per me.
Sono molto contento di essere qui con voi.
E grazie per questa accoglienza.
Il card.
Baldo Reina mi stava dicendo un momento fa, che ci sono un centinaio di parrocchie a Roma dove c’è questa accoglienza, anche dopo scuola, cioè la possibilità per le famiglie dei migranti che possono trovare un luogo, un posto, forse cominciando con lo studio dell’italiano, ma anche con altri aiuti, per integrarsi nella società.
Vorrei sottolineare il grande valore di questo gesto, perché sappiamo – e non solo in Italia, ma in tante parti del mondo oggi, - un nuovo atteggiamento si sta presentando dove vogliono chiudere porte, dove vogliono dire: “Basta! Che non vengano altri!”.
E invece noi come discepoli di Gesù Cristo sappiamo che il Vangelo ci chiama a vivere uno spirito diverso.
Il Vangelo ci dice che quando Gesù si presenta e dice: “Sono straniero.
Voi mi avete accolto”.
E questo è un gesto che facciamo a tutte le persone che rappresentano veramente Gesù Cristo in mezzo a noi.
E allora vi ringrazio per questo bellissimo servizio.
Vorrei incoraggiare quelli che vengono, che sicuramente trovano delle difficoltà, ci sono persone che non hanno casa, che grazie a Dio possono trovare qui un posto anche per – non so - la doccia, per qualcosa da mangiare, per un po’ - diciamo - di comunità, persone che ricevono qualcosa.
Oggi c’è anche questo, tante volte: la solitudine.
Molte persone soffrono, si trovano sole, non trovano con chi parlare, chi può aiutare, chi può accompagnare nel cammino della vita.
E allora una parrocchia che si chiama Sacro Cuore, è una parrocchia che rappresenta questo cuore di Gesù, è veramente un luogo benedetto da Dio, che è chiamata ad essere questa casa di accoglienza, questa casa di fraternità, di carità, di amore, dove le persone che hanno bisogno possono trovare veramente una famiglia.
Una famiglia che prega, una famiglia che vive la fede, una famiglia che vive l’autentico amore nella carità fraterna.
Grazie a tutti voi, grazie di nuovo per essere qui.
È veramente un piacere poter salutare.
Vorrei ringraziare anche il vostro parroco; diamo anche a lui un forte applauso per dire: “Grazie don Francis per tutto quello che fa”.
Il parroco non è la parrocchia, ma senza parroco tante volte ci sono delle difficoltà.
Allora, lo ringraziamo sinceramente per tutto il servizio e attraverso di lui anche tutti i parroci, tutti i sacerdoti che servono la comunità a Roma.
Poi salutiamo anche Sua Eminenza, il vicario e futuro vescovo, qui accanto a me, don Marco.
Una comunità che rappresenta l’amore di Dio è davvero un regalo molto grande.
Grazie, grazie a tutti voi.
Benedizione
Grazie, grazie a tutti voi.
____________________________________
Parole del Santo Padre durante l'incontro con il Consiglio pastorale parrocchiale al termine della Messa
[introduzione di don Francis Refalo]
Bene, allora, abbiamo celebrato insieme l’Eucaristia, e come abbiamo visto tutti, alla fine questo bel dono che mi avete presentato sarà la firma di tutti voi… Diciamo, quella breve battuta che ho detto lì non era una battuta, è vero: l’importanza della partecipazione di persone come voi, che siete disposti a vivere la vostra fede cattolica, facendo a volte dei grandi sacrifici, offrendo il vostro tempo, le vostre energie, il vostro amore per tante persone, diciamo a tutte le “classi”, categorie: italiani, non italiani, giovani, non tanto giovani, però camminando insieme e dando vita e presenza a questa parrocchia.
Durante la celebrazione stavo pensando che in un certo senso le letture che abbiamo ascoltato erano proprio per questo giorno e questa parrocchia.
È la vostra esperienza e quanto era bello! Cominciando dall’idea dell’acqua che purifica e che lava: voi avete anche qui nella parrocchia le docce! Le persone che vengono precisamente a trovare vita: quanto è importante l’acqua, in più sensi.
E poi davanti all’altare - non so quando è stato fatto, diciamo, un po’ per rinnovare la chiesa - però c’è il fonte battesimale proprio davanti.
È un bel segno, specialmente durante la Quaresima, perché, voi sapete, che il tempo di Quaresima, nella lunga tradizione della Chiesa, è stato sempre la preparazione per il Battesimo.
E allora è bello questo cammino quaresimale, questo desiderio di tante persone che vogliono avvicinarsi a Cristo.
Però bisogna purificarsi, allora, per venire a Cristo nella pienezza, diciamo, della comunione: proprio quello stesso cammino della caritas, della carità, dell’amore di Dio.
Quindi ci sono tanti elementi; dalle persone che pensano che possono vedere, ma sono cieche e le persone tante volte che forse pensano diversamente sono cieche, però con la grazia di Dio sono riuscite a vedere e a capire che la vita è molto più grande di quello che vediamo nella superficialità.
Ma tante volte bisogna trovare chi aiuta, chi accompagna, chi dà una mano per vivere questa esperienza di Gesù.
E in questo senso, siete voi e sicuramente sono tante altre le persone, che in qualche maniera partecipano in questa vita attiva di una parrocchia chiamata ad essere cuore, Sacro Cuore, a essere questa presenza, testimonianza, dell’amore di Dio nel mondo, a Roma, in questo quartiere, che non è sempre facile.
Non abbiamo parlato, ma il cappellano che era qui, certo è a Rebibbia, che è qui dietro.
In un certo senso anche quella vicinanza lì, quella presenza, dovrebbe farci pensare un po’.
Le persone che cercano la libertà sicuramente hanno sbagliato, qualche problema esiste, ma anche per loro c’è l’invito a vivere la conversione, a cambiare la loro vita, in situazioni che sono veramente molto, molto, complesse.
Lo sappiamo.
Però anche questa presenza con la parrocchia, il cappellano, la presenza della Chiesa, l’aiuto sicuramente di altre persone, è una missione molto importante.
Allora io vi ringrazio.
Come sempre dico in questi momenti, invito il Vicario se vuole dire una parola, perché penso che sia importante anche approfittare di questi momenti di incontro con tutta la Chiesa, con il Vicario che rappresenta il Vescovo di Roma nella diocesi.
Ringrazio la Sua presenza e ascoltiamo un po’ anche una parola in questa occasione.
Grazie.
[parla il Card.
Baldo Reina]
Grazie anche perché pregate per le intenzioni del Santo Padre, per la missione non solo mia, di tutti noi, di tutta la Chiesa.
Allora, un Padre Nostro ancora non fa male.
Preghiamo insieme: Padre Nostro …
Benedizione.
Tanti auguri e grazie e anticipando, come detto, buona Pasqua a tutti!
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Saluto finale ai fedeli prima del rientro in Vaticano
Buonasera a tutti! Buonasera, grazie!
Un saluto grande a tutti voi, buonasera!
Grazie, grazie per essere qui.
È un piacere celebrare con voi, l’Eucarestia, la nostra fede, la nostra comunione.
Essere membri di questa parrocchia del Sacro Cuore di Gesù è un'autentica testimonianza dell'amore di Dio nel mondo e qui a Roma.
Grazie per tutto quello che voi fate.
Grazie per essere questa testimonianza viva.
Grazie, sono molto contento di essere qui con voi.
Speriamo che non passino altri 40 anni fino alla prossima visita!
Grazie, grazie al nostro parroco, a tutti coloro che collaborano nella parrocchia, a tutti anche che vivono qui vicino, che riconoscano sempre dove trovare l'amore di Dio nella famiglia cristiana, la famiglia cattolica qui in questa parrocchia.
Possiamo concludere con la benedizione e con questa gioia che viene in questa domenica Laetare.
Rallegrati, che viviamo sempre come segno di speranza.
Il Signore sia con voi.
Benedizione
Buona serata a tutti.
Tanti auguri.
Data: Sat, 14 Mar 2026 11:30:00 +0100 leggi alla fonte
Eminenze ed Eccellenze,
Distinte Autorità civili e militari,
Illustri membri dell’Autorità giudiziaria dello Stato della Città del Vaticano,
cari fratelli e sorelle,
sono lieto di incontrarvi oggi, per la prima volta, in occasione dell’apertura dell’Anno giudiziario del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano.
A ciascuno di voi rivolgo il mio cordiale saluto, accompagnato dalla gratitudine per il servizio che rendete nel delicato e prezioso compito dell’amministrazione della giustizia.
Il vostro lavoro, discreto e silenzioso, contribuisce in modo significativo al corretto funzionamento dell’assetto istituzionale dello Stato e, più profondamente, alla credibilità dell’ordinamento giuridico che lo regge.
La giustizia autentica, tuttavia, non può essere compresa soltanto nelle categorie tecniche del diritto positivo.
Alla luce della missione che orienta l’azione della Chiesa, essa appare anche come esercizio di una forma ordinata di carità, capace di custodire e promuovere la comunione.
In questo nostro primo incontro desidero pertanto condividere con voi alcune riflessioni sul rapporto che intercorre tra l’amministrazione della giustizia e il valore dell’unità.
La tradizione cristiana ha sempre riconosciuto nella giustizia una virtù fondamentale per l’ordine della vita personale e comunitaria.
A questo proposito, Sant’Agostino ricordava che l’ordine della società nasce dall’ordine dell’amore, affermando che « ordinata dilectio est iustitia».
[1] Quando l’amore è rettamente ordinato, quando Dio è posto al centro e il prossimo è riconosciuto nella sua dignità, allora l’intera vita personale e sociale ritrova il suo giusto orientamento.
Da questo ordine dell’amore nasce anche l’ordine della giustizia.
L’amore autentico, infatti, non è mai arbitrario o disordinato, ma riconosce la verità delle relazioni e la dignità di ogni persona.
Per questo la giustizia non è soltanto un principio giuridico, ma una virtù che contribuisce a edificare la comunione e a rendere stabile la vita della comunità.
La riflessione teologica e giuridica della tradizione cristiana ha approfondito ulteriormente questa prospettiva.
In particolare, San Tommaso, basandosi sul diritto romano, definisce la giustizia come « constans et perpetua voluntas ius suum unicuique tribuendi», vale a dire la volontà costante e perpetua di dare a ciascuno ciò che gli è dovuto.
[2] Con questa definizione il Dottore Angelico mette in luce il carattere stabile e oggettivo della giustizia, che non dipende da interessi contingenti, ma si radica nella verità di ciascuna persona e nella ricerca del bene comune.
Non a caso egli afferma anche che « iustitia ad bonum commune ordinatur».
[3]
Alla luce di questa tradizione si comprende anche il legame profondo tra giustizia e carità.
La sapienza teologica ha espresso tale relazione con l’affermazione secondo cui « caritas perfecta, perfecta iustitia est», [4] perché nella pienezza della carità la giustizia trova il suo compimento più autentico.
Ne consegue che, laddove non vi sia una vera giustizia, non può sussistere neppure un autentico diritto, poiché il diritto stesso nasce dal riconoscimento della verità dell’essere e della dignità di ogni persona.
La giustizia, così concepita, è la virtù cardinale che ci chiama «a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune».
[5] In questo riconoscimento si apre la via alla carità, perché soltanto quando le relazioni sono ordinate secondo verità diventa possibile quella comunione che è il frutto più alto dell’amore.
La restaurazione della giustizia diventa dunque condizione dell’avvento della carità, che è dono dello Spirito e il principio di unità nella Chiesa.
In questa prospettiva si comprende anche come l’amore e la verità non possano essere separati: solo amando si conosce la verità, e l’amore della verità conduce a scoprire la carità come suo compimento.
Per questa ragione la giustizia, quando è esercitata con equilibrio e fedeltà alla verità, diventa uno dei più solidi fattori di unità nella comunità.
Essa non divide, ma rafforza i legami che uniscono le persone e contribuisce a edificare quella fiducia reciproca che rende possibile la convivenza ordinata.
Nel contesto dello Stato della Città del Vaticano, il compito di amministrare la giustizia assume un significato particolarmente rilevante.
L’amministrazione della giustizia non si limita infatti alla risoluzione delle controversie, ma contribuisce alla tutela dell’ordine giuridico e alla credibilità delle istituzioni.
L’osservanza delle garanzie procedurali, l’imparzialità del giudice, l’effettività del diritto di difesa e la ragionevole durata dei processi non rappresentano soltanto strumenti tecnici del procedimento giudiziario.
Essi costituiscono le condizioni attraverso le quali l’esercizio della funzione giurisdizionale acquista particolare autorevolezza e contribuisce alla stabilità istituzionale.
In un ordinamento come quello dello Stato della Città del Vaticano, strumentale alla missione del Successore di Pietro in quanto sorregge l’indipendenza alla Santa Sede anche nel campo internazionale (cfr Trattato del Laterano, Preambolo), tale funzione assume una valenza ancora più significativa.
L’amministrazione della giustizia, infatti, contribuisce anche alla tutela di quel valore di unità che costituisce un elemento essenziale della vita ecclesiale.
Il processo, in questa prospettiva, non rappresenta semplicemente il luogo del conflitto tra pretese contrapposte, ma diventa uno spazio ordinato nel quale, mediante il confronto regolato tra le parti e l’intervento imparziale del giudice, il dissenso viene ricondotto entro un orizzonte di verità e di giustizia.
In questa prospettiva, è utile ricordare ancora una volta l’insegnamento di Sant’Agostino: «Senza la giustizia non si può amministrare lo Stato; è impossibile che si abbia il diritto in uno Stato in cui non si ha vera giustizia.
L’atto che si compie secondo diritto si compie certamente secondo giustizia ed è impossibile che si compia secondo il diritto l'atto che si compie contro la giustizia.
[…] Lo Stato in cui non si ha la giustizia non è uno Stato.
La giustizia infatti è la virtù che distribuisce a ciascuno il suo.
Dunque non è giustizia dell’uomo quella che sottrae l’uomo stesso al Dio vero».
[6]
Cari fratelli e sorelle, il vostro servizio assume dunque un valore, oltre che istituzionale, profondamente ecclesiale.
Attraverso il discernimento attento dei fatti, l’ascolto rispettoso delle persone coinvolte e l’applicazione corretta delle norme per rappresentare fedelmente i principi dell’ordinamento, voi partecipate a una missione che è insieme giuridica e spirituale.
La giustizia nella Chiesa non è mero esercizio tecnico della norma, ma ministero al servizio del Popolo di Dio.
Essa richiede, oltre che competenza giuridica, anche sapienza, equilibrio e una costante ricerca della verità nella carità.
Ogni decisione, ogni processo e ogni giudizio sono chiamati a riflettere quella ricerca della verità che sta al cuore della vita della Chiesa.
Quando la giustizia è esercitata con integrità e fedeltà alla verità, essa diventa un fattore di stabilità e di fiducia all’interno della società, generando come naturale conseguenza l’unità.
Continuate dunque a svolgere questo servizio con integrità, prudenza e spirito evangelico.
La giustizia sia sempre illuminata dalla verità e accompagnata dalla misericordia, poiché entrambe trovano la loro pienezza in Cristo.
Così il diritto, applicato con rettitudine e spirito ecclesiale, diventa uno strumento prezioso per edificare la comunione e rafforzare l’unità del Popolo di Dio.
Affido il vostro lavoro all’intercessione della Vergine Maria, Madre della Chiesa, affinché vi accompagni con la sua protezione.
E di cuore vi imparto la benedizione apostolica, pegno di comunione e di pace per voi e per il vostro servizio alla giustizia, alla verità e all’unità.
Grazie.
______________________
[1] Cfr S.
Agostino, De civitate Dei, XV, 22.
[2] Cfr Dig.
1.
1.
10; S.
Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q.
58, a.
1
[3] S.
Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q.
58, a.
5
[4] S.
Agostino, De natura et gratia, 70, 84.
[5] Catechismo della Chiesa Cattolica, n.
1807.
[6] S.
Agostino, De civitate Dei, XIX, 21 , 1.
Data: Fri, 13 Mar 2026 14:00:00 +0100 leggi alla fonte
Data: Fri, 13 Mar 2026 12:15:00 +0100 leggi alla fonte
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Eminenza, Eccellenza, cari sacerdoti, diaconi e altri che ci accompagnano, buongiorno e benvenuti!
Sono molto lieto di incontrare coloro che, nei primi passi del ministero sacerdotale, o in attesa di essere ordinati, perfezionano la propria formazione come confessori, attraverso il Corso sul Foro Interno, offerto annualmente dalla Penitenzieria Apostolica.
Rivolgo un cordiale saluto a Sua Eminenza, il Cardinale Angelo De Donatis, Penitenziere Maggiore, al Reggente Mons.
Nykiel e a tutti i membri della Penitenzieria, ai Penitenzieri ordinari e straordinari delle Basiliche Papali e a tutti voi, partecipanti a questo Corso.
Esso fu fortemente voluto da San Giovanni Paolo II, che lo sostenne con la sua passione pastorale, fu confermato da Papa Benedetto XVI con la sua sapienza teologica, come pure da Papa Francesco, che sempre ha avuto grande cura del volto misericordioso della Chiesa.
Anch’io vi esorto a proseguire in questo servizio, approfondendo e ampliando l’offerta formativa, affinché il quarto Sacramento sia sempre più profondamente conosciuto, adeguatamente celebrato e perciò serenamente ed efficacemente vissuto da tutto il popolo santo di Dio.
Il Sacramento della riconciliazione – lo sappiamo – ha avuto nella storia un notevole sviluppo, sia nella comprensione teologica, sia nella forma celebrativa.
La Chiesa, madre e maestra, ne ha progressivamente riconosciuto il senso e la funzione, dilatando la possibilità della sua celebrazione.
Eppure, alla reiterabilità del Sacramento non corrisponde sempre, da parte dei battezzati, una sollecitudine nel farvi ricorso: è come se l’infinito tesoro della misericordia della Chiesa restasse “inutilizzato”, per una diffusa distrazione dei cristiani che, non di rado, rimangono per lungo tempo in stato di peccato, piuttosto che accostarsi al confessionale, con semplicità di fede e di cuore, per accogliere il dono del Signore Risorto.
Fu il Concilio Lateranense IV, nel 1215, a stabilire che ogni cristiano è tenuto alla confessione sacramentale almeno una volta all’anno; e il Catechismo della Chiesa Cattolica, dopo il Concilio Vaticano II, ha confermato questa norma (cfr CCC, n.
1457), che è anche legge della Chiesa: «Ogni fedele, raggiunta l’età della discrezione, è tenuto all’obbligo di confessare fedelmente i propri peccati gravi, almeno una volta nell’anno» (CIC 989).
Afferma Sant’Agostino: «Chi riconosce i propri peccati e li condanna, è già d’accordo con Dio.
Dio condanna i tuoi peccati; e se anche tu li condanni, ti unisci a Dio» (In Iohannis evangelium tractatus 12, 13: CCL 36, 128).
Riconoscere i nostri peccati, soprattutto in questo tempo di Quaresima, significa dunque “accordarci” con Dio, unirci a Lui.
Il Sacramento della riconciliazione è allora un “laboratorio di unità”: esso ristabilisce l’unità con Dio, attraverso il perdono dei peccati e l’infusione della grazia santificante.
Questo genera l’unità interiore della persona e l’unità con la Chiesa; perciò favorisce anche la pace e l’unità nella famiglia umana.
Verrebbe da chiedersi: quei cristiani che hanno responsabilità gravi nei conflitti armati, hanno l’umiltà e il coraggio di fare un serio esame di coscienza e di confessarsi?
Ma – di nuovo ci domandiamo – può davvero l’uomo, piccola e semplice creatura, “rompere l’unità” con il Creatore? Questa immagine non è forse parziale e, in definitiva, mortificante della Rivelazione che Gesù ci ha fatto di Dio?
A ben vedere, il peccato non rompe l’unità, intesa come dipendenza ontologica della creatura dal Creatore: anche il peccatore rimane totalmente dipendente da Dio Creatore, e tale dipendenza, quando viene riconosciuta, può aprire la strada della conversione.
Il peccato rompe, piuttosto, l’unità spirituale con Dio: è un voltargli le spalle, e questa drammatica possibilità è tanto reale quanto lo è il dono della libertà, che Dio stesso ha fatto agli esseri umani.
Negare la possibilità che il peccato rompa davvero l’unità con Dio è, in realtà, un misconoscimento della dignità dell’uomo, che è – e rimane – libero e quindi responsabile dei propri atti.
Carissimi giovani sacerdoti e ordinandi, abbiate sempre viva consapevolezza dell’altissimo compito che Cristo stesso, attraverso la Chiesa, vi affida: ricostruire l’unità delle persone con Dio attraverso la celebrazione del Sacramento della riconciliazione.
La vita intera di un sacerdote può essere pienamente realizzata, celebrando assiduamente e fedelmente questo Sacramento.
E infatti quanti sacerdoti sono diventati santi nel Confessionale! Pensiamo solo a San Giovanni Maria Vianney, San Leopoldo Mandić e, più recentemente, a San Pio da Pietrelcina e al Beato Michał Sopoćko.
L’unità ristabilita con Dio è anche unità con la Chiesa, che è il corpo mistico di Cristo: noi siamo membra del “Cristo totale”.
Il tema del vostro Corso di quest’anno: “La Chiesa chiamata ad essere casa di Misericordia”, sarebbe incomprensibile se non si partisse dalla radice che è Gesù Cristo risorto.
La Chiesa accoglie le persone, come “casa di Misericordia”, perché innanzitutto accoglie continuamente il suo Signore, nella Parola ascoltata e proclamata, e nella grazia dei Sacramenti.
Per questa ragione, nella celebrazione della Confessione sacramentale, mentre i penitenti sono riconciliati con Dio e con la Chiesa, si edifica la Chiesa stessa, che viene arricchita della santità rinnovata dei suoi figli pentiti e perdonati.
Nel confessionale, cari fratelli, collaboriamo alla continua edificazione della Chiesa: una, santa, cattolica e apostolica; e così facendo diamo anche energie nuove alla società e al mondo.
L’unità con Dio e con la Chiesa, infine, è il presupposto dell’unità interiore delle persone, oggi così necessaria, nel tempo della frammentazione che ci è dato di vivere.
Unità interiore che si riscontra come desiderio reale soprattutto nelle nuove generazioni.
Le promesse non mantenute di un consumismo sfrenato e l’esperienza frustrante di una libertà svincolata dalla verità si possono trasformare, per divina misericordia, in occasioni di evangelizzazione: facendo emergere il senso di incompiutezza, permettono di destare quelle domande esistenziali alle quali solo Cristo risponde pienamente.
Dio si è fatto uomo per salvarci, e lo fa anche educando il nostro senso religioso, la nostra insopprimibile domanda di verità e d’amore, perché possiamo accogliere il Mistero in cui «viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28).
Questo dinamismo di unità con Dio, con la Chiesa e in noi stessi è un presupposto della pace tra gli uomini e i popoli: solo una persona riconciliata è capace di vivere in modo disarmato e disarmante! Chi depone le armi dell’orgoglio e si lascia continuamente rinnovare dal perdono di Dio, diventa un operatore di riconciliazione nella vita di ogni giorno.
In lui o in lei si realizzano le parole attribuite a San Francesco d’Assisi: «Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace».
Carissimi, non tralasciate mai di accostarvi voi stessi, con fedele costanza, al Sacramento del perdono, per essere sempre i primi beneficiari della divina Misericordia, di cui siete divenuti – o diverrete – ministri.
Maria, Madre della Misericordia, accompagni sempre il vostro cammino e illumini i vostri passi.
Su di voi e sul vostro quotidiano impegno imparto di cuore la benedizione apostolica.
Grazie.
Data: Fri, 13 Mar 2026 11:45:00 +0100 leggi alla fonte
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Signore e Signori,
sono lieto di incontrarvi, anzitutto perché questo mi dà modo di esprimere gratitudine alla Fondazione Cattolica e alla Società Cattolica di Assicurazione per il costante impegno in favore di una presenza attiva dei cattolici nella società italiana.
La vostra visita, inoltre, mi offre l’occasione di sottolineare quanto sia importante, nel nostro tempo, studiare e valorizzare la storia del movimento cattolico in Italia, per trarne ispirazione e tradurre nell’oggi le intuizioni e le esperienze di uomini e donne che nella loro vita hanno unito fede e impegno per la giustizia.
Centinaia di cooperative, casse rurali e società di mutuo soccorso furono la risposta concreta all’invito rivolto da Papa Leone XIII con l’Enciclica Rerum novarum, ad organizzarsi anche a livello economico per affrontare la questione sociale.
Tra questi pionieri ci furono anche i fondatori della Società Cattolica di Assicurazione, un gruppo di sacerdoti e laici che, nel 1896, a Verona, diedero vita a una società cooperativa, a larga partecipazione popolare, che si è poi sviluppata insieme al Paese, aiutando le comunità a superare i traumi delle due guerre mondiali.
Vent’anni fa, in un contesto molto mutato ma a partire da quelle stesse radici, è nata la Fondazione Cattolica, riconoscendo il ruolo fondamentale del Terzo Settore nel sostegno alle comunità, alle persone e alle famiglie che vivono condizioni di maggiore fragilità e di emarginazione sociale.
In questo modo, favorendo le iniziative di tante associazioni e imprese sociali, fondazioni ed enti religiosi, avete dato un contributo importante alla coesione sociale e alla tutela delle persone più vulnerabili.
Vi incoraggio pertanto a proseguire in questo impegno, anche adoperandovi, come già fate, per promuovere la formazione dei giovani attraverso percorsi educativi, culturali e di partecipazione.
In questo campo l’ultima nata è l’Academy per il Terzo Settore, in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che volete estendere anche alla LUMSA a Roma.
Infine, vi ringrazio per il sostegno che avete dato in questi anni al Festival della Dottrina Sociale, iniziativa che stava molto a cuore a Papa Francesco, a cui si è aggiunta recentemente, nello stesso spirito, la Rassegna sui Poeti Sociali.
Cari amici, mentre vi lodo per la vostra intraprendenza, vi raccomando di coltivare sempre lo spirito che la anima e lo stile evangelico, perché vi sia coerenza tra i fini che vi proponete e i mezzi e gli strumenti con cui li perseguite.
Vi illumini e vi ispiri sempre l’insegnamento del Beato Giuseppe Toniolo, e vi sostenga anche la mia benedizione, che imparto di cuore a voi e ai vostri cari.
Grazie!
Data: Thu, 12 Mar 2026 11:30:00 +0100 leggi alla fonte
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Eccellenze, cari fratelli e sorelle!
Sono lieto di incontrarvi e di condividere con voi qualche riflessione sul tema che state affrontando come “Cattedra dell’Accoglienza”, nata dall’esperienza spirituale dell’Associazione Fraterna Domus con il sostegno fattivo di altre realtà ecclesiali e sociali.
Queste vostre giornate sono animate dalla consapevolezza che la vocazione cristiana è orientata a generare comunione tra le persone, e la comunione nasce dalla capacità di accogliere gli altri, offrendo ascolto, ospitalità e assistenza.
Una possibile etimologia della parola “accogliere” – centro di ogni vostra attività – risale al latino accipere che significa “ricevere”, “prendere con sé”.
Al centro di ogni autentica accoglienza vi è, infatti, una relazione che nasce dalla grazia di un incontro.
Facciamo esperienza di tanti tipi di incontro e quindi di accoglienza: l’incontro con le persone che ci amano, con i familiari, con i colleghi, e anche con persone estranee, a volte ostili.
Quando un incontro è vero, da esperienza personale può trasformarsi e, progressivamente, diventare capace di coinvolgere gli altri dando vita a un’esperienza comunitaria.
Proprio in questa dinamica di incontro s’innesta la vostra scelta di dedicare la quarta edizione della “Cattedra” ai giovani.
In un tempo attraversato da profonde trasformazioni culturali e sociali, i giovani, che sono naturalmente il futuro della società e della Chiesa, in realtà ne costituiscono già il presente vivo e generativo.
Le loro domande e le loro inquietudini, infatti, invitano a rinnovare lo stile dei nostri rapporti.
Accogliere persone giovani significa, anzitutto, mettersi in ascolto delle loro voci, incrociare i loro sguardi e riconoscere che, nelle loro esistenze e nei loro linguaggi, lo Spirito continua a operare e a suggerirci percorsi rinnovati di presenza e custodia.
Vorrei soffermarmi proprio su queste due parole – presenza e custodia –, che concorrono a illuminare il senso cristiano dell’accoglienza.
Ognuno di noi, fin dal primo istante di vita, cresce in una realtà sociale.
La famiglia, la parrocchia, la scuola, l’università, il lavoro rappresentano modelli di società dove si intrecciano diverse dimensioni: psicologica, giuridica, morale, pedagogica, culturale.
Sono spazi di elezione identitaria il cui compito primario è delineato proprio dalla presenza.
Essere presenti nella vita degli altri significa condividere tempo, esperienze, significati, offrendo punti di riferimento stabili nei quali gli altri possano riconoscersi e crescere.
Guardando alla Santa Famiglia di Nazaret – al cui modello di ispira la Fraterna Domus –, ogni comunità accogliente può riscoprire la propria chiamata e imparare a orientarsi nel cammino del servizio.
L’episodio evangelico di Maria e Giuseppe che smarriscono Gesù e, angosciati, lo ritrovano dopo tre giorni nel Tempio (cfr Lc 2,39-52) ci insegna che la presenza dell’altro non è un automatismo, ma l’esito di una ricerca costante.
È accaduto a ciascuno di noi di smarrire qualcuno o qualcosa a cui eravamo molto legati.
In quel momento ci siamo accorti di quanto quella presenza fosse preziosa.
Così succede anche nella vita di fede: diamo per scontata la presenza di Gesù nella nostra esistenza, finché all’improvviso sembra che Egli non sia più dove lo abbiamo lasciato.
Avvertiamo un senso di smarrimento.
In realtà, non è Lui che si è perso, ma noi che ci siamo allontanati.
Quando avviene questo, siamo chiamati a cercarlo con fiducia, con il coraggio di percorrere strade inesplorate, guardando il mondo con occhi nuovi, carichi di speranza.
In questo modo si smetterà di cercare un Dio a propria misura per incontrarlo dove Egli abita.
Cercare Gesù significa, dunque, passare dalla sicurezza delle nostre convinzioni alla responsabilità dell’incontro, imparando a vedere e ad accogliere la presenza di Dio che è sempre “oltre”.
È proprio quello che ha fatto San Giuseppe custodendo la famiglia affidatagli dal Signore.
In lui riconosciamo che accogliere, oltre che presenza, è anche custodia.
Custodire significa stare accanto all’altro con attenzione, rispettarne le scelte e prendersene cura.
Questo atteggiamento appartiene anzitutto a Dio, che la Bibbia mostra come il custode del suo popolo.
Ricordiamo il salmo che dice: «Non si addormenterà, non prenderà sonno / il custode d’Israele.
/ Il Signore è il tuo custode» (Sal 121,4-5).
Da questa prospettiva comprendiamo che anche la famiglia umana è chiamata a preservare ciò che le è stato affidato: le relazioni, il creato, la vita delle sorelle e dei fratelli, soprattutto di coloro che soffrono e che sono più fragili.
Così Giuseppe ci dimostra che presenza e custodia sono dimensioni inseparabili: non si custodisce senza esserci, e non si è presenti senza assumersi la responsabilità dell’altro.
Queste due parole possono rappresentare due lampade nel vostro percorso verso un’accoglienza capace di aprire sentieri di santità, in una prospettiva mai autoreferenziale, sempre relazionale e fraterna, così come ci ricorda l’Enciclica Fratelli tutti, là dove afferma: «Solo una cultura sociale e politica che comprenda l’accoglienza gratuita potrà avere futuro» (n.
141) per le nuove generazioni.
Carissimi, vi ringrazio per il vostro impegno silenzioso e discreto.
Vi incoraggio a essere educatrici ed educatori dell’accoglienza.
Coltivate il carisma dell’accoglienza nell’ascolto dello Spirito Santo, il cui frutto, ci dice San Paolo, «è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22).
Così potrete continuare a generare insieme ambienti capaci di promuovere il bene e la fraternità nella comunità cristiana e nella società.
Maria Santissima e San Giuseppe vi custodiscano e intercedano per voi.
Vi benedico di cuore.
Grazie!
Data: Wed, 11 Mar 2026 10:00:00 +0100 leggi alla fonte
I Documenti del Concilio Vaticano II.
II.
Costituzione dogmatica Lumen gentium.
3.
La Chiesa popolo di Dio
Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
Proseguendo nella riflessione sulla Costituzione dogmatica Lumen gentium (LG) oggi ci soffermiamo sul secondo capitolo, dedicato al Popolo di Dio.
Dio, che ha creato il mondo e l’umanità e che desidera salvare ogni uomo, compie la sua opera di salvezza nella storia scegliendo un popolo concreto e abitando in esso.
Per questo, Egli chiama Abramo e gli promette una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia del mare (cfr Gen 22,17-18).
Con i figli di Abramo, dopo averli liberati dalla condizione di schiavitù, Dio stringe un’alleanza, li accompagna, se ne prende cura, li raccoglie ogni volta che si smarriscono.
Perciò, l’identità di questo popolo è data dall’azione di Dio e dalla fede in Lui.
Esso è chiamato a diventare luce per le altre nazioni, come un faro che attirerà a sé tutti i popoli, l’intera umanità (cfr Is 2,1-5).
Il Concilio afferma che «tutto questo però avvenne in preparazione e in figura di quella nuova e perfetta alleanza che doveva concludersi con Cristo, e di quella più piena rivelazione che doveva essere trasmessa dal Verbo stesso di Dio fattosi uomo» ( LG, 9).
È infatti Cristo che, nel dono del suo Corpo e del suo Sangue, raccoglie in sé stesso e in modo definitivo questo popolo.
Esso è fatto ormai di gente proveniente da qualunque nazione; è unificato dalla fede in Lui, dall’adesione a Lui, dal vivere della sua stessa vita animati dallo Spirito del Risorto.
Questa è la Chiesa: il popolo di Dio che trae la propria esistenza dal corpo di Cristo [1] e che è esso stesso corpo di Cristo; [2] non un popolo come gli altri, ma il popolo di Dio, convocato da Lui e fatto di donne e uomini provenienti da tutti i popoli della Terra.
Suo principio unificatore non è una lingua, una cultura, un’etnia, ma la fede in Cristo: la Chiesa è pertanto – secondo una splendida espressione del Concilio – «l’assemblea di coloro che guardano nella fede a Gesù» ( LG, 9).
Si tratta di un popolo messianico, proprio perché ha per capo Cristo, il Messia.
Quanti ne fanno parte non vantano meriti o titoli, ma solo il dono di essere, in Cristo e per mezzo di Lui, figlie e figli di Dio.
Prima di qualunque compito o funzione, dunque, ciò che conta davvero nella Chiesa è l’essere innestati in Cristo, essere per grazia figli di Dio.
Questo è anche l’unico titolo onorifico che dovremmo ricercare come cristiani.
Siamo nella Chiesa per ricevere incessantemente la vita dal Padre e per vivere come suoi figli e fratelli tra di noi.
Di conseguenza, la legge che anima le relazioni nella Chiesa è l’amore, così come lo riceviamo e lo sperimentiamo in Gesù; e sua meta è il Regno di Dio, verso il quale essa cammina insieme a tutta l’umanità.
Unificata in Cristo, Signore e Salvatore di ogni uomo e donna, la Chiesa non può mai essere ripiegata in sé stessa, ma è aperta a tutti ed è per tutti.
Se vi appartengono i credenti in Cristo, il Concilio ci ricorda che «tutti gli uomini sono chiamati a formare il nuovo popolo di Dio.
Perciò questo popolo, restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia l’intenzione della volontà di Dio, il quale in principio ha creato la natura umana una, e vuole radunare insieme i suoi figli, che si erano dispersi» (LG, 13).
Anche chi non ha ancora ricevuto il Vangelo è perciò, in qualche modo, orientato al popolo di Dio e la Chiesa, cooperando alla missione di Cristo, è chiamata a diffondere il Vangelo ovunque e a tutti (cfr LG, 17), perché ciascuno possa entrare in contatto con Cristo.
Questo significa che nella Chiesa c’è e deve esserci posto per tutti, e che ogni cristiano è chiamato ad annunciare il Vangelo e a dare testimonianza in ogni ambiente in cui vive e opera.
È così che questo popolo mostra la sua cattolicità, accogliendo le ricchezze e le risorse delle diverse culture e, al tempo stesso, offrendo loro la novità del Vangelo per purificarle ed elevarle (cfr LG, 13).
In questo senso, la Chiesa è una ma include tutti.
Così l’ha descritta un grande teologo: «Arca unica della Salvezza, deve accogliere nella sua vasta navata tutte le diversità umane.
Unica sala del Banchetto, le vivande che distribuisce sono attinte da tutta la creazione.
Veste senza cuciture di Cristo, essa è anche – ed è la stessa cosa – la veste di Giuseppe, dai molti colori».
[3]
È un grande segno di speranza – soprattutto ai nostri giorni, attraversati da tanti conflitti e guerre – sapere che la Chiesa è un popolo in cui convivono, in forza della fede, donne e uomini diversi per nazionalità, lingua o cultura: è un segno posto nel cuore stesso dell’umanità, richiamo e profezia di quell’unità e di quella pace a cui Dio Padre chiama tutti i suoi figli.
[1] Cfr J.
Ratzinger, Il nuovo popolo di Dio, Brescia 1992, 97.
[2] Cfr Y.
M.
-J.
Congar, Un popolo messianico, Brescia 1976, 75.
[3] Cfr H.
de Lubac, Cattolicismo.
Aspetti sociali del dogma, Milano 1992, 222.
____________________
Saluti
Je salue cordialement les pèlerins de langue française, en particulier, venus de France : le groupe de prêtres du Diocèse de Saint-Flour, avec leur évêque et les élèves de plusieurs écoles catholiques ; enfin les pèlerins venus de Belgique : spécialement le groupe d’étudiants des Écoles Européennes.
Soyez des missionnaires de l’unité et de la paix témoignant de l’Amour de Dieu pour l’humanité.
Que Dieu vous bénisse !
[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese, in particolare quelli provenienti dalla Francia: il gruppo di sacerdoti della diocesi di Saint-Flour, con il loro Vescovo e gli alunni di diverse scuole cattoliche; infine i pellegrini provenienti dal Belgio, in particolare il gruppo di studenti delle Scuole Europee.
Siate missionari dell’unità e della pace, testimoniando l’amore di Dio per l’umanità.
Dio vi benedica!]
I greet all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly the groups from Denmark, Australia and the United States of America.
With prayerful good wishes that this Lent will be a time of grace and spiritual renewal for you and your families, I invoke upon all of you joy and peace in our Lord Jesus Christ.
Liebe Brüder und Schwestern deutscher Sprache, nutzen wir die Fastenzeit, um aufmerksamer auf die Stimme des Herrn zu hören und ihr zu folgen.
So wachsen wir im Glauben an Christus, der uns in seinem mystischen Leib, der Kirche, vereint und zum Heil führt.
[Cari fratelli e sorelle di lingua tedesca, cogliamo l’occasione della Quaresima per ascoltare e seguire con maggiore attenzione la voce del Signore.
Così cresciamo nella fede in Cristo che ci riunisce nel suo Corpo mistico che è la Chiesa e ci conduce alla salvezza.
]
Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española.
Pidamos a la Santísima Virgen María que no nos cansemos de orar, esperar y trabajar, dispuestos a la purificación y a la renovación interior, a fin de que la luz de Cristo resplandezca siempre en el Pueblo de Dios.
Que el Señor los bendiga.
Muchas gracias.
我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,愿四旬期使你们能在祈祷中合一,在关怀他人需求时能够团结一心,并且使你们成为耶稣的真门徒。我衷心的降福你们!
[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese.
Cari fratelli e sorelle, il tempo di Quaresima vi trovi uniti nella preghiera e nella solidarietà verso i bisogni altrui, e vi faccia diventare veri discepoli del Maestro divino.
Vi benedico di cuore.
]
Dou as boas-vindas aos peregrinos de língua portuguesa presentes na Audiência de hoje, de modo especial aos grupos provenientes do Brasil.
Obrigado por estardes aqui, entre tantos outros fiéis vindos de todo o mundo.
Quando regressardes aos vossos países, guardai esta experiência de unidade e, movidos pela Caridade de Cristo, sede sempre homens e mulheres que buscam a comunhão e a paz.
Deus vos abençoe!
[Do il benvenuto ai pellegrini di lingua portoghese presenti all’odierna Udienza, in modo speciale ai gruppi provenienti dal Brasile.
Grazie per essere qui in mezzo a tanti altri fedeli venuti da tutto il mondo.
Una volta rientrati nei vostri paesi, custodite quest’esperienza d’unità e, mossi dalla Carità di Cristo, siate sempre uomini e donne che inseguono la comunione e la pace.
Dio vi benedica!]
أُحيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ باللُغَةِ العَرَبِيَّة.
الكَنِيسَةُ مَدعُوَّةٌ إلى أَنْ تَكونَ نورًا لِلعالَمِ وشاهِدَةً على الرَّحمَةِ لِكَي يَعِمَّ السَّلامُ بَينَ جَمِيعِ النَّاس.
بارَكَكُم الرَّبُّ جَميعًا وَحَماكُم دائِمًا مِن كلِّ شَرّ!
[Saluto i fedeli di lingua araba.
La Chiesa è chiamata ad essere luce del mondo e testimone della misericordia, affinché la pace possa regnare tra tutti gli uomini.
Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!]
Serdecznie pozdrawiam Polaków.
Od ponad trzystu lat w Wielkim Poście, śpiewając „Gorzkie żale”, rozważacie Mękę Jezusa i boleści Jego Matki.
Zachęcam do udziału w tych nabożeństwach.
Niech modlitwie towarzyszą konkretne czyny miłości: pomoc, pojednanie i budowanie pokoju, szczególnie w waszych rodzinach i we wspólnocie Kościoła.
Wszystkich was błogosławię!
[Saluto cordialmente i polacchi.
Da oltre trecento anni, in Quaresima, cantando “Lamentazioni amare”, meditate sulla Passione di Gesù e sui dolori di Sua Madre.
Vi incoraggio a partecipare a queste funzioni.
La preghiera sia accompagnata da atti concreti di carità: aiuto, riconciliazione e costruzione della pace, specialmente nelle vostre famiglie e nella comunità della Chiesa.
Vi benedico tutti!]
_________________________
APPELLO
Si celebrano oggi a Qlayaa, in Libano, i funerali di Padre Pierre El Raii, parroco maronita di uno dei villaggi cristiani nel sud del Libano, che in questi giorni stanno vivendo, ancora una volta, il dramma della guerra.
Sono vicino a tutto il popolo libanese, in questo momento di grave prova.
In arabo “El Raii” significa “il pastore”.
Padre Pierre è stato un vero pastore, che è rimasto sempre accanto al suo popolo, con l’amore e il sacrificio di Gesù Buon Pastore.
Non appena ha sentito che alcuni parrocchiani erano rimasti feriti da un bombardamento, senza esitazione è corso ad aiutarli.
Voglia il Signore che il suo sangue sparso sia seme di pace per l’amato Libano.
Cari fratelli e sorelle, continuiamo a pregare per la pace in Iran e in tutto il Medio Oriente, in particolare per le numerose vittime civili, tra cui molti bambini innocenti.
Possa la nostra preghiera essere conforto per chi soffre e seme di speranza per il futuro.
* * *
Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare saluto i Religiosi Fatebenefratelli che ringrazio per il prezioso servizio specialmente in favore delle persone più fragili.
Saluto la Delegazione della «Fiaccola Benedettina», guidata dai Sindaci di Norcia, Subiaco e Cassino e accompagnata dall’Arcivescovo Mons.
Renato Boccardo.
Sono lieto di benedire questo simbolo di fraternità.
Auspico che la sua luce possa ispirare i governanti e i cittadini a costruire una società basata sui valori della solidarietà e della concordia, seguendo l’esempio di San Benedetto, messaggero di pace.
Il mio pensiero va infine ai malati, agli sposi novelli e ai giovani, soprattutto agli studenti del Liceo Galilei di Siena, dell’Istituto San Leone IX di Sessa Aurunca e dell’Istituto Gadda di Quarto.
In questo tempo di Quaresima, proseguiamo con impegno il cammino verso la Pasqua, mistero centrale della nostra fede.
Data: Sun, 08 Mar 2026 17:00:00 +0100 leggi alla fonte
Carissimi fratelli e sorelle!
Sono lieto di vivere in mezzo a voi questa terza domenica di Quaresima.
È una tappa importante nella nostra sequela di Gesù, fino alla sua Pasqua di passione, morte e risurrezione.
In questo itinerario si intrecciano profondamente la vicinanza di Dio e la nostra vita di fede: rinnovando in ciascuno la grazia del Battesimo, il Signore ci chiama a convertirci, proprio mentre purifica il nostro cuore col suo amore e con le opere di carità che ci propone di compiere.
A questo proposito, l’incontro tra Gesù e la donna samaritana ci coinvolge con grande intensità.
Il Vangelo di oggi, infatti, oltre che parlare a noi, parla di noi e ci aiuta a rivedere il nostro rapporto con Dio.
La sete di vita e di amore della samaritana è la nostra sete: quella della Chiesa e dell’umanità intera, ferita dal peccato ma ancor più intimamente abitata dal desiderio di Dio.
Lo cerchiamo come l’acqua, anche quando non ce ne rendiamo conto, ogni volta che ci chiediamo il senso degli avvenimenti, ogni volta che avvertiamo quanto ci manca il bene che vogliamo per noi e per chi ci sta accanto.
In questa ricerca, incontriamo Gesù.
Egli è già lì, al pozzo, dove la samaritana lo trova solo, sotto il sole di mezzogiorno, stanco del viaggio.
La donna va al pozzo a quell’ora insolita forse per evitare gli sguardi carichi di pregiudizi delle altre donne.
Gesù le legge nel cuore il motivo di questa emarginazione: i suoi matrimoni falliti e l’attuale convivenza la rendono indegna di accompagnarsi alle figlie, alle mogli e alle madri del villaggio.
Eppure, Gesù siede presso il pozzo come ad aspettarla.
Questo appuntamento sorprendente è uno dei modi con cui, come amava ripetere Papa Francesco, Cristo rivela il Dio delle sorprese: le più belle, quelle che cambiano la vita, dovunque la incontrino e comunque essa si presenti davanti al Signore.
Quest’uomo ama la samaritana come nessuno prima aveva fatto.
Mentre lei cercava l’acqua di ogni giorno, Lui vuole donarle quella nuova, viva, capace di saziare ogni sete e placare ogni inquietudine, perché quest’acqua sgorga dal cuore di Dio, pienezza inesauribile di ogni attesa.
L’iniziativa di Gesù inaugura così la ricerca di un bene più grande dell’acqua stessa: «Se tu conoscessi il dono di Dio», dice il Signore alla donna.
Non si tratta di un rimprovero, ma di una promessa: “Io sono qui per farti conoscere Dio, che si fa dono per te”.
Sì, proprio per te, che non lo conoscevi, che ti ritenevi lontana e condannata.
Questo dono ti trasformerà: diventerai tu stessa sorgente che zampilla per la vita eterna.
In cambio della sete di prima, colma di amarezza e di aridità spirituale, il Figlio di Dio offre in dono una vita rinnovata dall’acqua che sgorga dalla misericordia del Padre.
Tutto si trasforma nell’incontro con il Signore: la donna assetata diventa sorgente, l’esclusa diventa confidente.
La donna piena di vergogna ora è ricolmata di gioia; colei che stava muta nel villaggio diventa missionaria per tutti i suoi abitanti.
Mai avrebbe immaginato che proprio lei, così disorientata e sconfitta dalla vita, avrebbe potuto un giorno gustare l’acqua fresca, puro dono di Dio, diventando a sua volta dono per gli altri.
Come accade questo? Incontrando Gesù, dialogando con Lui, Verbo vivente di Dio fatto uomo per la nostra salvezza.
Il racconto evangelico mostra accuratamente il cammino di crescita della donna, che man mano riconosce le caratteristiche fondamentali dell’identità di Gesù: uomo, profeta, Messia e Salvatore.
Stando accanto a Lui e gustando la sua compagnia, la samaritana diventa a sua volta una sorgente di verità.
L’acqua nuova del dono di Dio ha iniziato a zampillarle nel cuore, e lei si sente subito spinta a tornare di corsa al suo villaggio, finalmente libera dalla vergogna e desiderosa di far conoscere a tutti il suo Liberatore, Gesù, Colui che ha permesso tutta quella meraviglia.
Corre proprio da chi prima la condannava, mentre Dio l’ha perdonata, e racconta, annuncia, testimonia.
L’esigenza dell’acqua, che l’aveva spinta a recarsi al pozzo, cede ora il passo al desiderio di comunicare la travolgente novità che l’ha trasformata.
Carissimi, col Battesimo tutti noi abbiamo ricevuto la grazia di un’acqua nuova, che lava ogni colpa e disseta ogni sete.
Come alla donna samaritana, così oggi nella Quaresima ci è dato un tempo per riscoprire il dono di questo Sacramento che, come una porta, ci ha introdotto alla fede e alla vita cristiana.
Come Pastore buono e premuroso, il Signore ci aspetta e ci accompagna sempre, lì dove viviamo e così come siamo.
Guarisce con misericordia le nostre ferite e si fa dono per noi, rendendoci capaci di diventare a nostra volta dono per i fratelli.
So bene che la vostra comunità parrocchiale abita un territorio con diverse sfide.
Non mancano situazioni di marginalità che preoccupano, povertà materiali e morali.
Anche gli adolescenti e i giovani rischiano di crescere ingannati da venditori di morte o disillusi sul futuro.
Tanti stanno aspettando una casa, un lavoro che assicuri una vita dignitosa, ambienti sicuri dove potersi incontrare, giocare, progettare insieme qualcosa di bello.
Come al pozzo del Vangelo, in questa parrocchia arrivano uomini e donne feriti nell’animo, offesi nella dignità e assetati di speranza.
A voi il compito, urgente e liberante, di mostrare la prossimità di Gesù, la sua volontà di riscattare la nostra esistenza dai mali che la minacciano con una proposta di vita giusta, vera, piena.
Partendo dall’Eucaristia, cuore pulsante di ogni comunità cristiana, vi incoraggio a fare in modo che le attività parrocchiali siano segno di una Chiesa che – come una madre – si prende cura dei propri figli, senza condannarli, anzi accogliendoli, ascoltandoli e sostenendoli di fronte al pericolo.
La parola del Vangelo, che zampilla in noi come fonte di verità, aiuti ciascuno ad aprire gli occhi, per saper valutare con saggezza ciò che è bene e ciò che è male, formando così coscienze libere e adulte.
Cari fratelli e sorelle, andate avanti con fiducia! In ogni situazione, il Signore cammina con noi e ci sostiene lungo la strada.
La Vergine Santissima accompagni sempre i vostri passi nella fede, e vi doni la gioia di essere umili e coraggiosi annunciatori del suo Vangelo.
Data: Sun, 08 Mar 2026 16:00:00 +0100 leggi alla fonte
Buonasera a tutti! E bentrovati!
Sono molto contento di trovarmi qui con voi, in questa parrocchia della Presentazione, e grazie per questa accoglienza!
L’ultima domanda che abbiamo sentito – come trovare Dio, Gesù, in mezzo a noi – riguarda qualcosa che dobbiamo vivere tutti, però sapendo cercare.
Un po’ per coincidenza, poco prima di uscire di casa, questo pomeriggio, ho preso un libro che ha come titolo “Qualcuno bussa al tuo cuore”: il tuo cuore è una porta, e c’è Gesù che ti sta cercando.
Qualche volta non siamo tanto noi che dobbiamo cercare Lui: Lui già ci sta cercando.
Ai bambini dico: voi avete parlato della Prima Comunione, è vero? Quanti siete della Prima Comunione? Vediamo.
.
.
Ecco, che bel gruppo! Benissimo! Sarà Gesù che arriva a casa tua, nel tuo cuore, nella tua vita.
Noi dobbiamo tutti essere pronti ad aprire la porta per trovare Gesù che ci aspetta.
Anche oggi, nella Messa, nel Vangelo, ascolteremo di questo bellissimo incontro tra Gesù e la donna, e Gesù è lì, al pozzo, lei viene a cercare acqua, ma Gesù offre l’acqua di vita.
È lo stesso dono che offre a tutti noi, specialmente nella Comunione, nell’Eucaristia, ma anche nella comunità.
E come siamo radunati noi qui questo pomeriggio, così Gesù vuole arrivare da noi, a casa nostra, in famiglia, tra gli amici, anche quando ci troviamo insieme in parrocchia, nei gruppi, nelle diverse attività - attività di carità - e soprattutto nella preghiera.
E quanto è importante che tutti impariamo a pregare.
Ad ascoltare Dio, ma anche a parlare con Dio, con le preghiere che abbiamo memorizzato e che diciamo sempre, ma anche con le nostre parole: parlare con Gesù, portare a Gesù le nostre preoccupazioni, le difficoltà, i dolori che viviamo tutti i giorni.
Gesù è vicino a noi.
Apriamo gli occhi.
Riconosciamo che anche nella persona accanto a noi, o nella persona che soffre, la persona che non ha dove vivere, dove dormire, che si trova per strada, la persona malata… Gesù si trova anche in quelle circostanze, e chiede a noi che portiamo quel che abbiamo ricevuto a queste persone che hanno bisogno, che hanno necessità.
Quindi c’è anche questo senso: trovare Gesù anche nella nostra generosità, nei nostri atti di carità, quando noi, nelle diverse attività della parrocchia, stiamo lavorando insieme come una comunità.
E anche nell’amicizia, con gli amici andiamo da Gesù, e portiamo gli altri da Gesù.
Una delle cose molto belle di questa parrocchia è proprio che qui c’è una specie di “giardino”, dove le persone possono venire e trovare Gesù Cristo, trovare una comunità di fede, trovare l’aiuto di cui hanno bisogno.
E quindi tutti noi, in questo senso, possiamo partecipare nelle diverse attività della parrocchia per essere una luce, una testimonianza nel mondo.
Infine, vorrei invitare tutti a riconoscere che noi possiamo essere costruttori di pace e promotori di riconciliazione.
Quanto è importante questo!
Anche ai bambini più piccoli: fate la pace con l’amico, con l’amica, con i compagni, quando ci sono delle volte delle difficoltà nel gruppo, delle differenze di opinioni.
Noi possiamo cercare, trovare un accordo in una maniera – diciamo – di pace, e non di guerra, non di violenza – mai – senza bullizzare, nelle tante forme che esistono anche tra i piccoli, tra i giovani, i ragazzi… Rifiutate tutte quelle forme di violenza, di odio, cose che causano divisione, e cercate di essere, tutti, promotori di pace, promotori della riconciliazione nel mondo di oggi.
Così, sin da piccoli, tutti possiamo imparare ad essere costruttori di pace, qualcosa veramente necessaria nel nostro mondo oggi.
Allora grazie a tutti voi! Grazie per questa accoglienza! Continueremo a celebrare insieme questa presenza di Cristo tra noi! Grazie!
Allora…poi andremo, continueremo a salutare anche voi che siete da questa parte.
Però possiamo pregare per un momento e ricevere la benedizione di Dio.
Diciamo insieme:
“Padre Nostro…”
Benedizione.
Auguri a tutti!
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Un saluto, buon pomeriggio, buonasera a tutti! Sono contento di essere qui con voi!
Oggi facciamo un piccolo “conclave”: ci sono due cardinali accanto a me, che mi accompagnano.
Sua Eminenza Montenegro, che viene sempre, e il Vicario, cardinale Baldo.
Poi il futuro, quasi già vescovo ausiliare di Roma, monsignor Stefano Sparapani, che è qui con noi.
Li salutiamo.
Dico del Conclave perché una signora mi ha fatto ricordare che oggi sono 10 mesi da quando sono stato chiamato, eletto a servire come Vescovo di Roma.
E allora ringrazio Dio, ringrazio tutti voi per questa bellissima accoglienza, davvero! Grazie!
Una parola di ringraziamento a tutti coloro che lavorano nella Caritas diocesana, Caritas della parrocchia: è veramente importante avere questi segni, che sono segni dell’amore di Dio alle persone tante volte più vulnerabili: quelle che soffrono, per età, per malattia, per situazioni sociali, perché sono emigrati, perché non hanno il necessario per vivere.
Allo stesso tempo, però, vorrei sottolineare una cosa: ognuno di voi, anche la persona più anziana, la persona più malata, la persona più debole, ognuno di voi ha tantissimo valore, perché tutti siamo creati a immagine di Dio, tutti condividiamo questa dignità di essere figli e figlie di Dio.
E tante volte il mondo di oggi vorrebbe farci dimenticare questo fatto, ma non è così.
E quindi la vostra presenza anche qui, questo pomeriggio, parla tantissimo: è una testimonianza bellissima del fatto che tutti noi, uniti come in una famiglia, abbiamo un grandissimo valore, perché siamo figli di Dio, creati a Sua immagine, amati da Dio, e allora chiamati, anche noi, a condividere questo amore con gli altri.
E quindi la vostra voce, la vostra presenza, le vostre preghiere, anche la vostra sofferenza: tutto questo ha un valore grandissimo nel mondo di oggi.
Grazie a tutti voi perché parlate con un messaggio così bello di ciò che significa essere figli di Dio, discepoli di Gesù Cristo, uomini e donne che vogliono vivere in famiglia, e vivere questi grandi valori che troviamo nel Vangelo.
Allora sono molto contento di potervi salutare questo pomeriggio, e vi incoraggio a continuare.
Avanti, anche forse con il dolore, l’età, la malattia, tante sofferenze, sapendo che siete amati da Dio, e che questi gesti che vediamo, tanto importanti, attraverso la Caritas, la parrocchia, ci aiutano ad essere davvero la grande famiglia di Dio, presenza del suo amore, la sua vicinanza con tutti.
Tante grazie!
Chiediamo anche l’intercessione di Maria nostra Madre.
Siamo nella Parrocchia della Presentazione, preghiamo dicendo: “Ave, o Maria…”
Benedizione
Tanti auguri.
Dio vi accompagni sempre.
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Parole del Santo Padre durante l'incontro con il Consiglio pastorale al termine della Messa
Bene, di nuovo buonasera a tutti.
Sinceramente sono molto contento di trovarmi qui con voi stasera.
Questa è la quarta parrocchia che visitiamo in questo tempo, nel primo anno della mia nuova presenza a Roma, in qualità di Vescovo di Roma.
Ho notato che l’ultima volta in cui è venuto un Papa è stato nel 1982, con Giovanni Paolo II.
È lo stesso anno in cui sono stato ordinato prete, qui a Roma poi.
E quindi c’è tutta una storia, che insieme, in un certo senso, abbiamo potuto vivere e costruire.
E questa è una parola che forse ci aiuta a comprendere anche il nostro cammino di fede, perché, se da una parte questa parrocchia – nel senso di territorio – è rimasta a Roma, un altro nello stesso anno, nel 1982, è andato negli Stati Uniti, è andato in Perù, poi è tornato a Roma.
E la storia continua a viversi, ad essere un segnale della presenza, della vicinanza del Signore.
In questo la parrocchia è veramente importante: è una famiglia, che è sempre presente, speriamo con le porte aperte, per accogliere tutti coloro che hanno bisogno di sentire, di trovare questo amore, questa misericordia di Dio, manifestata in tante maniere.
E voi, durante tutto questo periodo, cominciato – come dicevate – celebrando la Santa Messa in un garage, poi, pian piano, avete visto tutta l’esperienza del crescere e accompagnare insieme ciò che è la chiesa.
Oggi possiamo veramente ringraziare il Signore per la sua grazia, per tanti doni.
Ma evidentemente non si tratta soltanto di guardare indietro, anzi.
È importante vivere il momento di oggi come grazia e dire: allora dove andiamo? E dove andiamo insieme come comunità? È un momento veramente bello questo anche perché, anche il vostro parroco è nuovo… Saluto don Paolo e lo ringrazio per la sua disponibilità, e spero che voi già lo abbiate conosciuto un po’: sicuramente l’ho fatto lavorare tanto.
Però anche questo è grazia.
Tutto è grazia.
Perché il Signore in ogni momento, con ogni circostanza, con le difficoltà e anche con le gioie, vuole dire a una comunità che voi potete ancora essere questo segno della presenza di Dio in un mondo che tante volte è lontano, ha perso un po’ forse questa sensibilità, la coscienza di questa necessità di vivere con il Signore.
E allora, avendo ascoltato un po’ i diversi gruppi che si trovano qui, io vorrei – diciamo – lasciare un compito, un lavoro, una cosa che tutti dobbiamo fare: ed è precisamente essere una parrocchia che rappresenta questa Chiesa in uscita, quello che diceva tante volte Papa Francesco.
Oggi noi facilmente possiamo preoccuparci della dimensione materiale della parrocchia, però molto più importante è la parte spirituale della parrocchia e soprattutto questa dimensione missionaria.
Oggi ci sono tante famiglie che non vengono più in Chiesa, ci sono tanti bambini, ragazzi, che non ricevono il Battesimo, che crescono e non conoscono il dono della fede, il Signore, perché abbiamo perso qualcosa in ciò che chiamiamo la “trasmissione della fede”.
Prima era la mamma, erano i nonni, che molto facilmente, sempre, davano questo regalo ai bambini.
Oggi c’è tanta mobilità, e ci sono tanti cambiamenti nella società, e molte volte troviamo famiglie che, non per essere cattivi, per aver fatto qualcosa di male, però perché semplicemente la vita è andata avanti – non hanno preso più il tempo per conoscere Gesù, per conoscere la parola di Dio, per conoscere la bellezza di ciò che è vivere in fraternità, in comunità, ma anche vivere uniti a Gesù Cristo.
E quindi lì c’è un lavoro molto grande per le nostre parrocchie, per voi come consiglio parrocchiale che rappresentate le diverse realtà della parrocchia.
A dire: come possiamo noi fare il nostro lavoro in maniera tale che sia veramente un invito, che non aspetti che vengano da noi, ma che trovi la strada per uscire, andare un po’ più in là, per chiamare, per accompagnare quelli che forse non hanno mai conosciuto il dono della fede, il dono della comunità cristiana.
Allora, celebrando questo bell’incontro stasera, chiedo al Signore per tutti voi, che siate la Chiesa viva – questa Chiesa, questo quartiere: parlavamo di periferia oggi, siete il centro di Roma qui! – , e che siate veramente dove il Signore ha voluto essere presente e ci ha convocati, ci ha chiamati ad essere questa presenza.
Allora, come Consiglio, con il nuovo parroco, con rinnovato entusiasmo, cerchiamo tutti di essere veramente questa presenza del Signore in questa zona.
Tante grazie per tutto quello che fate.
Tante grazie per la vostra fedeltà, e grazie per fare parte di questa grande famiglia della Chiesa.
Grazie.
Parla poi un membro del Consiglio pastorale
Papa Leone
Di nuovo la benedizione soprattutto sopra voi come Consiglio, e che abbiate sempre questa fedeltà, questo senso, questa capacità di poter essere un segno vivo, in questa zona, della presenza di Dio, della Sua misericordia.
Benedizione.
Tanti, tanti auguri a voi e tante grazie!
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Mille grazie a tutti! Allora, un’ultima parola, soprattutto per ringraziare il Signore e anche ringraziare tutti voi e questa bellissima parrocchia.
Un incontro così, tutte le domeniche lo dovremmo vivere! E vorrei invitare voi - come siete venuti in tanti oggi! -: che tutte le domeniche siano un incontro con il Signore, con questo stesso entusiasmo, con la felicità, con la gioia di sapere che Dio ci ama, Dio è con noi, Dio vuole che siamo tutti operatori di pace nel mondo.
Allora, con la benedizione del Signore vi lascio, incoraggiandovi a vivere sempre la fede, che siate sempre questa testimonianza della vicinanza di Dio nella nostra vita.
Benedizione
Buona serata a tutti! Tante grazie!
Data: Sun, 08 Mar 2026 12:00:00 +0100 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle, buona domenica!
Il dialogo fra Gesù e la donna samaritana, la guarigione del cieco nato e la risurrezione di Lazzaro, fin dai primi secoli della storia della Chiesa, illuminano il cammino di chi, a Pasqua, riceverà il Battesimo e inizierà una vita nuova.
Queste grandi pagine evangeliche, che leggiamo a partire da questa domenica, sono donate ai catecumeni, ma nello stesso tempo vengono riascoltate da tutta la comunità, perché aiutano a diventare cristiani oppure, se lo si è già, a esserlo con più autenticità e più gioia.
Gesù, infatti, è la risposta di Dio alla nostra sete.
Come suggerisce alla Samaritana, l’incontro con Lui attiva nel profondo di ciascuno «una sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna» ( Gv 4,14).
Quante persone, in tutto il mondo, cercano anche oggi questa sorgente spirituale! «A volte riesco a raggiungerla – scriveva la giovane Etty Hillesum nel suo diario –, più sovente essa è coperta da pietre e sabbia: allora Dio è sepolto.
Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo».
[1] Carissimi, non c’è energia spesa meglio di quella che dedichiamo a liberare il cuore.
Per questo, la Quaresima è un dono: entriamo nella terza settimana e possiamo ormai intensificare il cammino!
Nel Vangelo è scritto anche che «giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che [Gesù] parlasse con una donna» (Gv 4,27).
Fanno così fatica a sentire come propria la sua missione, che il Maestro li deve provocare: «Voi non dite forse: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura» (Gv 4,35).
Il Signore dice ancora alla sua Chiesa: “Alza gli occhi e riconosci le sorprese di Dio!”.
Nei campi, quattro mesi prima della mietitura, non si vede quasi nulla.
Ma là dove noi non vediamo nulla, la Grazia è già in azione e i frutti sono pronti da raccogliere.
La messe è molta: forse gli operai sono pochi, perché distratti da altre attività.
Gesù, invece, è attento.
Quella donna samaritana, stando alle consuetudini, avrebbe dovuto semplicemente ignorarla; invece Gesù le parla, la ascolta, le dà credito senza secondi fini e senza disprezzo.
Quante persone cercano nella Chiesa questa stessa delicatezza, questa disponibilità! E come è bello quando perdiamo il senso del tempo per dare attenzione a chi incontriamo, così com’è.
Gesù dimenticava persino di mangiare, tanto lo nutriva la volontà di Dio di raggiungere tutti nel profondo (cfr Gv 4,34).
Così la Samaritana diventa la prima di tante evangelizzatrici.
Dal suo villaggio di disprezzati e reietti, molti, per la sua testimonianza, vengono incontro a Gesù, e anche in loro la fede sgorga come acqua pura.
Sorelle e fratelli, a Maria, Madre della Chiesa, chiediamo oggi di poter servire, con Gesù e come Gesù, l’umanità assetata di verità e di giustizia.
Non è il tempo delle contrapposizioni tra un tempio e l’altro, tra “noi” e gli “altri”: gli adoratori che Dio cerca sono uomini e donne di pace, che lo adorano in Spirito e verità (cfr Gv 4,23-24).
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Dopo l'Angelus
Cari fratelli e sorelle,
dall’Iran e da tutto il Medio Oriente continuano a giungere notizie che destano profonda costernazione.
Agli episodi di violenza e devastazione, e al diffuso clima di odio e paura, si aggiunge il timore che il conflitto si allarghi, e altri Paesi della regione, tra cui il caro Libano, possano sprofondare nuovamente nell’instabilità.
Eleviamo la nostra umile preghiera al Signore, perché cessi il fragore delle bombe, tacciano le armi, e si apra uno spazio di dialogo, nel quale si possa sentire la voce dei popoli.
Affido questa supplica a Maria, Regina della Pace: interceda per coloro che soffrono a causa della guerra e accompagni i cuori lungo sentieri di riconciliazione e di speranza.
Oggi, 8 marzo, ricorre la Giornata della donna.
Rinnoviamo l’impegno, che per noi cristiani è fondato sul Vangelo, per il riconoscimento della pari dignità dell’uomo e della donna.
Purtroppo molte donne, fin dall’infanzia, sono ancora discriminate e subiscono varie forme di violenza: a loro in modo speciale va la mia solidarietà e la mia preghiera.
Do il benvenuto agli studenti provenienti da College Station, Texas, da Kansas City, Missouri, da Fort Wayne, Indiana, negli Stati Uniti d’America, e da Jerez e Cádiz in Spagna; come pure al gruppo di pellegrini da Perù, Panama, Honduras, México e Cile.
Saluto i fedeli di Brescia, Castrolibero, Gravina di Puglia, Perugia, e delle parrocchie San Clemente Papa e San Pio da Pietrelcina in Roma.
Saluto la comunità “Casa di Maria” di Roma, il gruppo di cresimandi della Diocesi di Orvieto-Todi, i ragazzi di Mantova e la squadra di rugby di Rovigo.
Auguro a tutti una buona domenica.
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[1] Etty Hillesum, Diario, Milano 2012, 153.
Data: Sat, 07 Mar 2026 11:30:00 +0100 leggi alla fonte
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Cari Fratelli nell’episcopato,
Signori Ministri,
Distinte Autorità Militari,
Reverendi Cappellani e Officiali dell’Ordinariato Militare,
cari fratelli e sorelle,
a tutti voi rivolgo un caloroso benvenuto! In particolare, nel salutare gli Ordinari Militari provenienti da altri Paesi oltre l’Italia, incoraggio a continuare e approfondire il dialogo e la collaborazione tra i vari Ordinariati sparsi nel mondo.
Inter Arma Caritas: «per portare Cristo nelle vene dell’umanità, rinnovando e condividendo la missione apostolica, guardando al domani con serenità, compiendo scelte coraggiose» (cfr Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana, 17 giugno 2025).
Queste sono le parole che stanno orientando il cammino del Centenario dell’Ordinariato Militare per l’Italia, un evento che custodisce memoria, attualità e profezia.
Viviamo in una società che rischia di smarrire il senso della memoria.
La nostra epoca possiede una capacità straordinaria di trasmettere informazioni, ma una sempre più debole capacità di interiorizzarle.
La memoria è spesso “esternalizzata” e disponibile, ma non sempre fatta propria e attivata.
Per la Chiesa, invece, essa è coscienza viva: non accumulo di dati, ma costante appello alla responsabilità; non nostalgia, ma radice che genera profezia.
Per i cristiani la memoria ha un carattere unico: è celebrazione di Dio che entra nella storia, perché la fede cristiana si fonda su un fatto storico e la salvezza non è un’idea, ma la persona vivente del Signore Gesù Cristo.
Anche il Centenario dell’Ordinariato Militare per l’Italia si inserisce in questa logica, come memoria incarnata di una storia concreta, fatta di uomini e donne in divisa che, in cammino nella Chiesa, sostenuti e accompagnati dai loro Pastori, nei giorni luminosi della pace e in quelli drammatici della guerra, con sacrificio, coraggio e dedizione hanno contribuito alla crescita di questa società, a volte a costo della vita.
In tale orizzonte, risuona attuale l’insegnamento del Papa San Paolo VI, il quale affermava che la storia non è una realtà da subire, ma un luogo di grazia in cui costruire la civiltà dell’amore.
Il Centenario che celebrate desidera far riecheggiare proprio questo messaggio, alla luce del comandamento del Signore: «Che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12).
Il vostro servizio è un atto d’amore – verso il Paese, verso i territori, soprattutto verso le persone –, che si traduce in prossimità concreta, specialmente nei luoghi e nelle circostanze in cui maggiori sono le fragilità.
In voi, cari Cappellani Militari, riecheggi perciò l’esortazione di Sant’Agostino a vivere il ministero come amoris officium, un servizio d’amore.
Commentando il dialogo tra Gesù Risorto e Pietro, Agostino scrive: «Se mi ami, non pensare a pascere te stesso, ma pasci le mie pecore, come mie, non come tue; cerca in esse la mia gloria, non la tua; il mio dominio, non il tuo […].
Nel pascere le sue pecore, non cerchiamo i nostri interessi, ma i suoi» (In Joannis Evangelium, 123, 5).
Tanti Cappellani Militari hanno incarnato queste parole e hanno reso visibile la carità pastorale fino all’eroismo delle virtù, talvolta fino al martirio.
L’azione del Cappellano Militare si svolge spesso nel silenzio, nei luoghi di pace e in quelli di conflitto, nei sedimi militari e nei contesti operativi, nelle cappelle e nelle tende da campo.
È lì che la cura del gregge del Signore si manifesta attraverso la testimonianza della vita, l’annuncio del Vangelo, la celebrazione dell’Eucaristia e dei Sacramenti, l’ascolto paziente e l’accompagnamento spirituale.
In tal senso, un particolare rilievo assumono i contesti formativi, le Accademie, le Scuole, gli Istituti di formazione, i luoghi in cui si plasmano le coscienze.
In una società segnata dalla mobilità umana e dalla pluralità culturale, il Cappellano si pone anche al servizio del dialogo tra i popoli, le culture e le religioni, testimoniando una Chiesa che si fa strumento di unità.
La sua azione spirituale contribuisce così alla promozione del bene comune e della pace sociale, frutto – come ricordava Papa Francesco – di un paziente lavoro artigianale, che richiede formazione, giustizia e carità (cfr Esort.
ap.
Evangelii gaudium, 217-221).
Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione pastorale Gaudium et spes, afferma: «Gli uomini, in quanto peccatori, sono e saranno sempre sotto la minaccia della guerra fino alla venuta di Cristo; ma in quanto riescono, uniti nell’amore, a vincere il peccato, essi vincono anche la violenza» (n.
78).
In questo orizzonte si colloca la missione del militare cristiano.
Difendere i deboli, tutelare la convivenza pacifica, intervenire nelle calamità, operare nelle missioni internazionali per custodire la pace e ristabilire l’ordine.
Tutto questo non può ridursi a mera professione: è una vocazione, risposta a una chiamata che interpella la coscienza.
L’identità del militare è forgiata da generosità, spirito di servizio, alte aspirazioni e profondi sentimenti.
Ma tali valori esigono un fondamento, un dono di Grazia capace di alimentare la carità fino alla dedizione totale di sé.
Occorre, pertanto, ispirare con la linfa del Vangelo i codici, le norme e le missioni della vita militare perché, nel servizio alla sicurezza e alla pace, il bene comune dei popoli sia sempre al primo posto.
Quarant’anni fa, con la Costituzione apostolica Spirituali militum curae, San Giovanni Paolo II ha configurato gli Ordinariati Militari come Chiese particolari, dotate di propria identità teologica e organizzativa.
Rivolgendosi ai partecipanti al primo Sinodo degli Ordinariati Militari (6 maggio 1999), egli sottolineava la specificità di questa Chiesa che accompagna i militari, le loro famiglie e quanti sono collegati al servizio delle Forze Armate e di Polizia.
E, nel Giubileo del 2000, lo stesso Santo Pontefice diceva ai militari: «[Voi] siete […] chiamati a difendere i deboli, a tutelare gli onesti, a favorire la pacifica convivenza dei popoli.
A ciascuno di voi si addice il ruolo di sentinella, che guarda lontano per scongiurare il pericolo e promuovere dappertutto la giustizia e la pace» (Omelia nella Messa per il Giubileo dei Militari e delle Forze di Polizia, 19 novembre 2000, 2).
La Chiesa, nel solco del magistero del Concilio Vaticano II, e delle Esortazioni apostoliche Evangelii nuntiandi ed Evangelii gaudium, proclama il Vangelo della pace, pronta a collaborare con tutti per custodire questo bene universale (cfr Francesco, Esort.
ap.
Evangelii gaudium, 239).
In essa, l’Ordinariato Militare per l’Italia, attraverso la cura spirituale, vuol essere un laboratorio efficace dell’agire di Dio in favore dell’uomo, uno spazio di formazione per il passaggio dall’amor sui all’amor Dei, fondamento di quella Civitas Dei in cui la legge fondamentale è la carità (cfr S.
Agostino, De civitate Dei, 14, 28) e dove la pace non è soltanto assenza di conflitto, ma pienezza di giustizia, di verità e di amore.
In questa prospettiva vi incoraggio a proseguire nella realizzazione dei progetti che avete in animo: il Centro Pastorale, le attività formative per i Cappellani e gli Allievi Cappellani e, in particolare, il Centro Alti Studi per l’Assistenza Spirituale, volto a promuovere una riflessione interdisciplinare sulle sfide del mondo odierno, sull’inculturazione della fede, sul rapporto tra Vangelo, cultura, scienze e nuove tecnologie.
Carissimi, grazie per tutto ciò che fate! Invoco su tutti voi, sulle vostre famiglie e sul vostro servizio l’intercessione di Maria, Regina della Pace, e dei vostri Santi protettori, e di cuore vi benedico.
Grazie.
Data: Thu, 05 Mar 2026 15:00:00 +0100 leggi alla fonte
MARZO: Per il disarmo e la pace
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Amen.
Signore della Vita,
che hai plasmato ogni essere umano a tua immagine e somiglianza,
crediamo che tu ci abbia creati per la comunione, non per la guerra,
per la fraternità, non per la distruzione.
Tu che hai salutato i tuoi discepoli dicendo: “La pace sia con voi”,
donaci la tua pace
e la forza per renderla reale nella storia.
Oggi eleviamo la nostra supplica per la pace nel mondo,
chiedendo che le nazioni rinuncino alle armi
e scelgano la via del dialogo e della diplomazia.
Disarma i nostri cuori dall’odio, dal rancore e dall’indifferenza,
perché possiamo diventare strumenti di riconciliazione.
Aiutaci a comprendere che la vera sicurezza
non nasce dal controllo alimentato dalla paura,
ma dalla fiducia, dalla giustizia e dalla solidarietà tra i popoli.
Signore, illumina i leader delle nazioni,
affinché abbiano il coraggio di abbandonare i progetti di morte,
fermare la corsa agli armamenti
e mettere al centro la vita dei più vulnerabili.
Fa’ che la minaccia nucleare non condizioni mai più il futuro dell’umanità.
Spirito Santo,
rendici costruttori fedeli e creativi di pace quotidiana:
nei nostri cuori, nelle nostre famiglie,
nelle nostre comunità e nelle nostre città.
Che ogni parola gentile, ogni gesto di riconciliazione
e ogni scelta di dialogo siano semi di un mondo nuovo.
Amen.
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Data: Wed, 04 Mar 2026 10:00:00 +0100 leggi alla fonte
I Documenti del Concilio Vaticano II.
II.
Costituzione dogmatica Lumen gentium.
2.
La Chiesa, realtà visibile e spirituale
Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
Oggi proseguiamo il nostro approfondimento sulla Costituzione conciliare Lumen gentium, Costituzione dogmatica sulla Chiesa.
Nel primo capitolo, là dove si intende soprattutto rispondere alla domanda su cosa sia la Chiesa, essa viene descritta come «una realtà complessa» (n.
8).
Ora ci domandiamo: in che consiste tale complessità? Qualcuno potrebbe rispondere che la Chiesa è complessa in quanto “complicata”, e dunque difficile da spiegare; qualcun altro potrebbe pensare che la sua complessità derivi dal fatto di essere un’istituzione carica di duemila anni di storia, con caratteristiche diverse rispetto a ogni altra aggregazione sociale o religiosa.
Nella lingua latina, però, la parola “complessa” indica piuttosto l’unione ordinata di aspetti o dimensioni diverse all’interno di una medesima realtà.
Per questo la Lumen gentium può affermare che la Chiesa è un organismo ben compaginato, nel quale convivono la dimensione umana e quella divina, senza separazione e senza confusione.
La prima dimensione è subito percepibile, in quanto la Chiesa è una comunità di uomini e donne che condividono la gioia e la fatica di essere cristiani, con i loro pregi e difetti, annunciando il Vangelo e facendosi segno della presenza di Cristo che ci accompagna nel cammino della vita.
Eppure, tale aspetto – che si manifesta anche nell’organizzazione istituzionale – non è sufficiente a descrivere la vera natura della Chiesa, perché essa possiede anche una dimensione divina.
Quest’ultima non consiste in una perfezione ideale o in una superiorità spirituale dei suoi membri, ma nel fatto che la Chiesa è generata dal disegno d’amore di Dio sull’umanità, realizzato in Cristo.
La Chiesa, perciò, è allo stesso tempo comunità terrena e corpo mistico di Cristo, assemblea visibile e mistero spirituale, realtà presente nella storia e popolo pellegrinante verso il cielo (LG, 8; CCC, 771).
La dimensione umana e quella divina si integrano armoniosamente, senza che l’una si sovrapponga all’altra; così la Chiesa vive in questo paradosso: è una realtà insieme umana e divina, che accoglie l’uomo peccatore e lo conduce a Dio.
Per illuminare tale condizione ecclesiale, la Lumen gentium rimanda alla vita di Cristo.
Infatti, chi incontrava Gesù lungo le strade della Palestina, faceva esperienza della sua umanità, dei suoi occhi, delle sue mani, del suono della sua voce.
Chi decideva di seguirlo era spinto proprio dall’esperienza del suo sguardo ospitale, dal tocco delle sue mani benedicenti, dalle sue parole di liberazione e di guarigione.
Allo stesso tempo, però, andando dietro a quell’Uomo, i discepoli si aprivano all’incontro con Dio.
La carne di Cristo, infatti, il suo volto, i suoi gesti e le sue parole manifestano in modo visibile il Dio invisibile.
Alla luce della realtà di Gesù, possiamo adesso tornare alla Chiesa: quando la guardiamo da vicino, vi scopriamo una dimensione umana fatta di persone concrete, che a volte manifestano la bellezza del Vangelo e altre volte faticano e sbagliano come tutti.
Tuttavia, proprio attraverso i suoi membri e i suoi limitati aspetti terreni, si manifestano la presenza di Cristo e la sua azione di salvezza.
Come diceva Benedetto XVI, non c’è opposizione tra Vangelo e istituzione, anzi, le strutture della Chiesa servono proprio alla «realizzazione e concretizzazione del Vangelo nel nostro tempo» (Discorso ai Vescovi della Svizzera, 9 novembre 2006).
Non esiste una Chiesa ideale e pura, separata dalla terra, ma solo l’unica Chiesa di Cristo, incarnata nella storia.
In questo consiste la santità della Chiesa: nel fatto che Cristo la abita e continua a donarsi attraverso la piccolezza e fragilità dei suoi membri.
Contemplando questo perenne miracolo che avviene in lei, comprendiamo il “metodo di Dio”: Egli si rende visibile attraverso la debolezza delle creature, continuando a manifestarsi e ad agire.
Per questo Papa Francesco, in Evangelii gaudium, esorta tutti a imparare «a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro (cfr Es 3,5)» (n.
169).
Questo ci rende capaci ancora oggi di edificare la Chiesa: non soltanto organizzando le sue forme visibili, ma costruendo quell’edificio spirituale che è il corpo di Cristo, attraverso la comunione e la carità tra di noi.
La carità, infatti, genera costantemente la presenza del Risorto.
«Voglia il cielo – affermava Sant’Agostino – che tutti pongano mente solo alla carità: essa solo, infatti, vince tutte le cose, e senza di essa tutte le cose non valgono niente; ovunque essa si trovi, tutto attira a sé» (Serm.
354,6,6).
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Saluti
Je salue cordialement les personnes de langue française, en particulier les pèlerins venus des paroisses et des établissements scolaires de France.
Frères et soeurs, fidèles à notre engagement baptismal, efforçons-nous de construire l’Église chaque jour, en organisant non seulement ses formes visibles, mais aussi en renforçant l’unité entre nous par la communion, la charité et le pardon réciproque.
Que Dieu vous bénisse !
[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua francese, in particolare ai pellegrini provenienti dalle parrocchie e dagli Istituti scolastici di Francia.
Fratelli e sorelle, fedeli al nostro impegno battesimale, sforziamoci di costruire ogni giorno la Chiesa, organizzandone non solo le forme visibili, ma rafforzando l’unità tra di noi, attraverso la comunione, la carità e il perdono reciproco.
Dio vi benedica!]
I greet all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly the groups from England, India, the Philippines, Singapore, Vietnam and the United States of America.
With prayerful good wishes that this Lent will be a time of grace and spiritual renewal for you and your families, I invoke upon all of you joy and peace in our Lord Jesus Christ.
Mit Freude heiße ich die Pilger deutscher Sprache willkommen.
Wir wollen diese Fastenzeit im Geist der Buße und der Umkehr fortsetzen und Gottes Barmherzigkeit und Frieden für uns und für die ganze Welt erflehen.
[Sono lieto di accogliere i pellegrini di lingua tedesca.
Continuiamo il nostro cammino quaresimale in spirito di penitenza e di conversione, implorando la misericordia e la pace di Dio per noi e per il mondo intero.
]
Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española.
En este tiempo de Cuaresma, pidamos al Señor que nos ayude a seguir edificando la Iglesia en la vivencia ordinaria de nuestra fe, expresada de manera particular a través de la oración, el ayuno y la caridad.
Que Dios los bendiga.
Muchas gracias.
我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,愿你们向慈善与仁爱的天主敞开心扉,使祂的恩宠更新你们,让你们能成为祂喜乐的见证人。我衷心的降福你们!
[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese.
Cari fratelli e sorelle, aprite i vostri cuori al Signore buono e misericordioso, affinché la sua grazia vi rinnovi e possiate essere suoi gioiosi testimoni.
Vi benedico di cuore.
]
Uma cordial saudação aos fiéis de língua portuguesa, de modo especial ao grupo de jovens de Meixomil, em Portugal! Feita de homens e mulheres, a Igreja é divina: mesmo com a nossa pequenez e limitação, podemos sempre ser instrumentos nas mãos de Deus para a edificação da Sua Igreja.
Deus vos abençoe!
[Un cordiale saluto ai fedeli di lingua portoghese, in modo speciale al gruppo giovanile di Meixomil], nel Portogallo! Fatta di uomini e donne, la Chiesa è divina: pure con la nostra piccolezza e limitazione, possiamo sempre essere strumenti nelle mani di Dio per l’edificazione della Sua Chiesa.
Dio vi benedica!]
أُحيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ باللُغَةِ العَرَبِيَّة.
الكَنِيسَةُ مَدعُوَّةٌ إلى أنْ تَكونَ مُرسَلَةً بَينَ جَمِيعِ الأُمَمِ لِكَي تُعلِنَ البُشرَى السَّارَّةَ بأنَّ يسوعَ المَسِيحَ هو سَلامُنا.
بارَكَكُم الرَّبُّ جَميعًا وَحَماكُم دائِمًا مِن كلِّ شَرّ!
[Saluto i fedeli di lingua araba.
La Chiesa è chiamata ad essere missionaria tra tutte le genti per portare il lieto annuncio che Gesù Cristo è la nostra pace.
Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!]
Serdecznie pozdrawiam Polaków.
Dziś w liturgii wspominamy św.
królewicza Kazimierza, znamienitego patrona Polski i Litwy oraz wielu diecezji i parafii.
Codziennie modlił się słowami: Omni die dic Mariae, ucząc synowskiej miłości do Maryi, Matki i Królowej.
Niech jego wstawiennictwo pomaga odkrywać, że w Maryi Pannie podziwiamy prawdziwą godność każdej kobiety i jej powołania.
Wszystkich was błogosławię!
[Saluto cordialmente i polacchi.
Oggi nella liturgia ricordiamo il Santo Principe Casimiro, celebre Patrono della Polonia e della Lituania, nonché di numerose Diocesi e Parrocchie.
Egli ogni giorno pregava con le parole: Omni die dic Mariae, insegnando l’amore filiale verso Maria, Madre e Regina.
La sua intercessione ci aiuti a scoprire che nella Vergine Santa ammiriamo la vera dignità di ogni donna e della sua vocazione.
Vi benedico tutti!]
* * *
Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare saluto due Istituti religiosi che celebrano significativi anniversari di fondazione: le Sorelle Francescane del Vangelo e le Suore Francescane Missionarie Volontarie dei Poveri, e auguro ogni bene per le rispettive comunità.
Saluto poi i Membri della Comunità Magnificat; la Consociazione Nazionale delle Associazioni Infermieri; i fedeli delle varie parrocchie, specialmente quelli di Isola Capo Rizzuto, Siliqua e Vallermosa, invocando per tutti pace e cristiana prosperità.
Il mio pensiero va infine ai malati, agli sposi novelli e ai giovani.
La Quaresima ci esorta a riconoscere Cristo come suprema speranza dell’uomo.
Invito voi, cari giovani, ad essere testimoni coraggiosi del Vangelo, per incidere positivamente nei vari ambienti di vita.
A voi, cari ammalati, raccomando la virtù della pazienza, perché la vostra sofferenza, unita a quella di Cristo, sia offerta gradita al Padre.
E incoraggio voi, cari sposi novelli, a scoprire il valore della preghiera nella «chiesa domestica» che avete formato.
A tutti la mia benedizione!
Data: Mon, 02 Mar 2026 16:30:00 +0100 leggi alla fonte
Invio cordiali saluti a tutti i partecipanti all’Incontro internazionale per la pace e la riconciliazione che si sta svolgendo presso la Loyola University di Chicago.
Sono lieto che stiate proseguendo il lavoro della Building Bridges Initiative avviato nel 2022 con Papa Francesco, riunendo studenti universitari, studiosi e leader che stanno promovendo la pace in tutto il mondo.
In un tempo sempre più segnato dalle ferite della guerra e della violenza, i vostri sforzi sono molto necessari.
A questo riguardo, ci sono diversi principi da tenere presente mentre proseguite con questa nobile iniziativa.
Anzitutto, la vera pace non è semplicemente l’assenza di conflitto, ma è piuttosto un dono di Dio.
Questa pace non è come quella che ci offre il mondo (cfr.
Gv 14, 27), che purtroppo viene spesso imposta con la violenza e l’inganno.
Gesù ci dice, come ha detto ai suoi apostoli, di non essere turbati e di non temere (cfr.
Ibidem), perché lui è con noi sempre, fino alla fine dei tempi (cfr.
Mt 28, 20).
I cristiani oggi sono chiamati a essere cooperatori di pace con Cristo, che anche nel nostro tempo desidera condividere quel dono con l’umanità.
Il Signore cammina con noi mentre ci adoperiamo per promuovere armonia nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità locali, nei nostri rispettivi Paesi e in tutto il mondo.
In secondo luogo, se desideriamo promuovere la concordia a livello globale, è necessario cercare l’impegno e la dedizione della comunità internazionale a favore del bene comune, che trascende confini, tradizioni di fede e culture.
Richiede inoltre una collaborazione interdisciplinare sistematica, che riunisca istituzioni, organizzazioni, scienziati e leader in diversi campi per raggiungere tale obiettivo.
I vostri sforzi in questo incontro sono un esempio concreto di come ciò sia possibile e, spero, daranno buoni frutti.
In terzo luogo, l’armonia è radicata nella riconciliazione che Dio ci ha portato attraverso il suo Figlio unigenito Gesù Cristo, con la sua morte e risurrezione.
La pace è un cammino di riconciliazione costante con Dio, con noi stessi, con gli altri e con il creato (cfr.
Discorso alla presenza dei leader religiosi, 28 ottobre 2025).
In questo spirito, siamo chiamati a promuovere una cultura di riconciliazione capace di vincere la globalizzazione dell’impotenza, che ci tenta a credere che un’era libera da conflitti sia irraggiungibile (cfr.
Ibidem).
Inoltre, dobbiamo ricordare che la preghiera è anche una forza potente per la riconciliazione.
Quando persone di tradizioni religiose differenti si riuniscono nella preghiera, ha il potere di cambiare il corso della storia.
Con questi sentimenti, vi incoraggio nei vostri sforzi e invoco volentieri le benedizioni di Dio Onnipotente su tutti voi come pegno di pace e di gioia nel Signore.
Dal Vaticano, 2 marzo 2026
Leone PP.
XIV
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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
56, lunedì 9 marzo 2026, p.
4.
Data: Mon, 02 Mar 2026 10:45:00 +0100 leggi alla fonte
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Cari fratelli, benvenuti!
Sono lieto di incontrarvi questa mattina e di condividere con voi qualche riflessione riguardante il cammino di formazione offerto dalle vostre rispettive Istituzioni, la Facoltà Teologica Pugliese e l’Istituto Teologico Calabro.
Pensando alle due Regioni da cui provenite, bagnate dalla bellezza e dalla vastità del mare, mi ritornano in mente le parole che Papa Francesco rivolse alla comunità degli scrittori de La Civiltà Cattolica, che possono essere utili anche per voi: «Restate in mare aperto.
Il cattolico non deve aver paura del mare aperto, non deve cercare il riparo di porti sicuri» (Incontro con gli scrittori de “La Civiltà Cattolica”, 9 febbraio 2017).
C’è molto bisogno di questo atteggiamento, specialmente nei contesti in cui oggi la fede dev’essere annunciata e inculturata.
Non si tratta di acquisire nozioni per adempiere obblighi accademici, ma di avviare una navigazione coraggiosa, una traversata in alto mare.
Questo viaggio si muove in una duplice direzione: da una parte è un percorso per scendere in profondità, scrutando gli abissi del mistero di Dio e le diverse dimensioni della fede cristiana; dall’altra, è un prendere il largo per andare oltre, per scrutare altri orizzonti e trovare, così, nuove forme e nuovi linguaggi in cui annunciare il Vangelo nelle diverse situazioni della storia.
Questo è un punto importante che mi preme ribadire: la teologia serve per l’annuncio del Vangelo, perciò è parte integrante e fondamentale della missione della Chiesa.
La formazione teologica non è un destino per pochi specialisti, ma una chiamata rivolta a tutti, perché ciascuno possa approfondire il mistero della fede e ricevere gli strumenti utili a portare avanti con passione il «perseverante impegno di mediazione culturale e sociale del Vangelo» (Cost.
ap.
Veritatis gaudium, Proemio, 3).
In questa prospettiva, desidero richiamare il prezioso cammino di unità che avete avviato nelle vostre Regioni, anche unificando realtà, istituti e percorsi formativi che prima procedevano in autonomia.
È una sinergia davvero importante: un vero e proprio passaggio storico di cui vi state rendendo protagonisti, che promuove la comunione tra le diocesi, favorisce il superamento di antichi campanilismi e, soprattutto, incoraggia un cammino ecclesiale all’insegna dell’unità e della fraternità.
Su questa strada è possibile costruire un comune orizzonte di pensiero e una convergenza sulle sfide pastorali e sulle esigenze dell’evangelizzazione.
Ecco allora l’invito: fare teologia insieme! Una formazione che serve all’annuncio del Vangelo è possibile solo insieme, navigando “in mare aperto” ma non come navigatori solitari.
E farlo, come dicevamo, lasciando il proprio porto sicuro, andando oltre i propri confini territoriali ed ecclesiali, nell’incontro e nel confronto, nell’ascolto reciproco e nel dialogo, in quella comunione tra le Chiese che mette in connessione le risorse, le competenze e i carismi.
Facendo teologia insieme, gli orizzonti intellettuali, spirituali e pastorali si allargano e si mescolano, generando prospettive comuni e un impegno ecclesiale più incarnato nel territorio, offrendovi la possibilità di rinnovare gli stili e i linguaggi della fede nel contesto reale in cui vi trovate.
Facendo teologia insieme, scoprirete di essere un laboratorio che prepara i futuri presbiteri e operatori pastorali a vivere relazioni ecclesiali nello stile sinodale, in cui i diversi soggetti, ministeri e carismi ecclesiali si completano a vicenda superando ogni chiusura.
Facendo teologia insieme, infine, sarete più capaci di accogliere le domande e le sfide del contesto sociale e culturale.
Infatti, la ricchezza della storia da cui provenite e la diffusa religiosità del vostro popolo non cancellano le numerose problematiche sociali, la crisi del lavoro, il fenomeno dell’emigrazione e tutte quelle forme di oppressione, di schiavitù e di ingiustizia che invocano una coscienza nuova e un impegno audace da parte di tutti.
La formazione teologica contribuisce a generare un pensiero critico e profetico, rappresentando un investimento culturale per il futuro in grado di disinnescare le logiche della rassegnazione e dell’indifferenza.
Vi incoraggio a portare avanti questo progetto con entusiasmo, con determinazione e senza lasciarvi sedurre dalla tentazione di tornare indietro.
Vi invito a sognare una comunità accademica in cui i candidati al ministero ordinato, i consacrati e le consacrate, i laici e le laiche si formano insieme e aiutano le Comunità cristiane a diventare segno del Vangelo e cantieri di speranza.
Grazie, carissimi, per il vostro impegno, per il vostro servizio generoso, per la pazienza e la laboriosità con cui state costruendo questo mosaico di unità e di comunione: questo ci aiuta ad abitare il mondo tra fedeltà e creatività, tradizione e novità, unità e diversità, sempre in ascolto di quanto, anche oggi, lo Spirito del Signore vuole dire alla Chiesa.
San Francesco di Paola e Maria Santissima Regina Apuliae vi custodiscano e intercedano per voi.
Grazie!
Data: Sun, 01 Mar 2026 16:00:00 +0100 leggi alla fonte
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Parole del Santo Padre durante l'incontro con i bambini nel Campo sportivo
Innanzitutto buonasera a tutti e bentrovati.
Grazie per questa accoglienza! Grazie davvero! Prima di rispondere alle vostre domande che mi hanno dato qui, voglio dire che sinceramente sono molto contento di trovarmi con voi stasera.
Grazie per essere qui, grazie per aver reso possibile questo incontro.
Al vostro parroco, ai padri dehoniani, a tutti coloro che collaborano nella parrocchia rivolgo un saluto molto grande, molto sincero e fraterno.
Il nome della vostra parrocchia, “Ascensione”, dice tanto perché è quando Gesù ascende al cielo.
La parte migliore della nostra umanità, Gesù la porta a Dio Padre, in cielo.
In un certo senso, è la missione di questa parrocchia e risponde a una delle domande: perché esiste il male? Nel mondo, sappiamo che esiste il male, ma più importante è che esiste il bene, esiste l’amore e questa parrocchia è la luce dell’amore qui, in questo quartiere! Siete voi!
E allora questa visita stasera rappresenta almeno un momento, di tanti momenti che voi vivete, per sperimentare quanto è bella la fraternità, l’amore, la carità, quando tutti facciamo non il male ma il bene gli uni per gli altri.
Allora questo davvero è causa di una bellissima celebrazione, bisogna festeggiare.
Perché esiste il male, purtroppo? L’uomo che è libero può scegliere, come dice la Scrittura: la Bibbia dice che può scegliere la vita o la morte, il bene o il male.
Abbiamo questa libertà, che è un dono molto grande.
Noi siamo qui per dare l’esempio e cominciando con voi bambini.
Dovete scegliere sempre il bene e mai il male, perché così possiamo pian piano trasformare il nostro mondo, possiamo fare una differenza!
Poi come i giovani, sono veramente contento di vedere tanti giovani nel movimento Magis: un applauso anche per voi, perché abbiamo bisogno di voi, la parrocchia, la diocesi, l’Italia, il mondo ha bisogno di queste testimonianze perché è così che possiamo davvero cambiare il mondo.
Vi dico, da questo momento che io sono molto preoccupato per ciò che succede nel mondo: specialmente ieri, oggi e non sappiamo per quanti giorni, nel Medio Oriente.
La guerra, di nuovo! Anche noi dobbiamo essere annunciatori del messaggio di pace, la pace di Gesù, la pace che Dio vuole per tutti.
Allora bisogna pregare molto per la pace e cercare come vivere l’unità e come rifiutare sempre quella tentazione di far male all’altro.
La violenza non è mai la scelta giusta.
E dobbiamo scegliere sempre il bene.
E allora anche da voi bambini, con le parole, con l’ubbidienza a mamma e papà in casa, col gesto di fare una cosa buona… tutte le cose che fate voi e che facciamo noi grandi devono essere sempre una scelta per il bene, per la pace, per la riconciliazione, per la comunione, per l’amicizia e cercare così con Gesù, come cattolici, come discepoli di Gesù, di costruire la pace nel nostro mondo.
L’altra domanda che mi avete fatto - e che so che è una preoccupazione per molti - è proprio perché in questo mondo tanti bambini non hanno famiglia, casa, da mangiare e da bere, un letto dove dormire.
Questa davvero è una tragedia che esiste in mezzo a noi.
Abbiamo visto tutti in questi ultimi anni la tragedia per esempio a Gaza, dove tanti bambini sono morti, dove tanti bambini sono rimasti senza i genitori, senza la scuola, senza un posto dove vivere.
E allora noi tutti dobbiamo cercare anche lì la stessa risposta secondo quello che ci dice Gesù: come essere promotori noi di pace, di riconciliazione, cercando soluzioni non con la violenza, ma con il dialogo.
Ci sono differenze, bisogna imparare a rispettarci gli uni gli altri, a dire no alle cose che fanno male, e scegliere sempre il bene, rifiutando quel che danneggia la salute.
Per esempio, il problema della droga che esiste anche in tanti luoghi, anche qui in questa zona.
Rifiutare sempre quello che fa male e cercare di dire “sì” alla salute, “sì” a quello che fa bene.
Sempre “no” alla droga, però sempre “sì” a quello che fa bene.
E anche voi, giovani, avete una responsabilità: essere maestri in questo senso, con la testimonianza che può aiutare tanto i ragazzi, i bambini, i giovani, cercando anche di eliminare dalle strade questi problemi, che sono tanto gravi.
Bene, io vorrei salutare qui accanto a me da questa parte, il cardinale Baldo Reina, vicario della diocesi di Roma: siamo contenti per la sua presenza.
È qui mons.
Alessandro Zenobbi, che è stato nominato vescovo ausiliare di Roma.
E allora auguri e grazie, benvenuti.
Bene! Così, in rappresentanza di tutta la famiglia, ci sono anche suore di diverse Congregazioni: grazie per il vostro lavoro, per il vostro servizio.
Grazie alle tante persone che collaborano nel bene, qui nella parrocchia: è molto bello trovarci insieme.
Che questa parrocchia sia una luce, che questa parrocchia sia la testimonianza che è importante vivere la fede, portare nel cuore questa presenza di Dio, imparare e poi insegnare l’amore agli altri e avere sempre il coraggio di dire “sì” a Gesù Cristo e “no” al male, “no” al peccato, però “sì” all’amore di Dio.
Grazie, grazie: continueremo questa celebrazione.
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Parole del Santo Padre durante l'incontro gli ammalati e gli anziani
Che bello avere questo incontro e regalare a me la possibilità di salutarvi, di ascoltare qualche testimonianza, di salutare anche uno per uno, ognuno di voi che in un certo senso rappresentate tutta la parrocchia.
C’è un tesoro molto grande scritto qui in una parola, da questa parte, che dice “facciamo comunità”.
Una comunità dove possiamo trovarci tutti insieme con le debolezze, con i problemi di salute, con la questione della disabilità, con i figli che si trovano male, i detenuti che hanno tanti problemi, anche psicologici, personali e di salute spirituale.
Ma quando ci troviamo insieme in comunità, c’è una forza molto più grande di ognuno di noi: è la forza che viene dall’amore di Dio, che ci fa davvero una famiglia dove gli uni con gli altri facciamo famiglia, dove anche quando uno sta male, uno è detenuto, uno ha perso la salute, soffre, se siamo tutti insieme, lì ci sosteniamo e possiamo continuare a camminare e questo davvero è molto bello.
Ho parlato prima della necessità di pregare per la pace nel mondo – per i problemi nel Medio Oriente e in Ucraina e in tanti altri posti - ma davvero è importante pregare per la pace qui, in casa.
Ed è anche importante che la voce della parrocchia “svegli” un po’ le risposte delle autorità - la Polizia, lo Stato - che molte volte potrebbero fare di più per aiutare a superare i problemi che esistono qui.
Allora anche questa voce che viene da una comunità di fedeli di una parrocchia può alzarsi e si può cercare di fare cambiamenti importanti per il bene di tutti.
Lavoriamo insieme.
Cerchiamo di vivere la fede insieme e cerchiamo di essere sempre questa testimonianza.
Forse in questo momento, anche se dopo c’è la Messa, chiediamo al Signore la sua benedizione per ognuno di voi, per i vostri figli, i vostri parenti, tutti i vostri cari, con questa fiducia: che la grazia di Dio ci accompagna e sempre ci aiuta.
Viviamo davvero con una fiducia molto grande nella grazia di Dio, ma anche nella forza dell’amore che troviamo quando siamo davvero uniti in comunità.
Preghiamo insieme.
[recita del Padre Nostro e benedizione]
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Parole del Santo Padre durante l'incontro con il Consiglio pastorale parrocchiale
Grazie per queste parole, come si chiama il segretario? Ah Daniele Daniele! Così! Uno pensa di vedere doppio.
Bene! Grazie per aver spiegato un po’ la realtà che vivete e quel che fate come consiglio.
Una delle cose che lei ha detto, sperando che mi trovi come a casa, è proprio vera: mi sento a casa e vi ringrazio per questo, per l’accoglienza.
Poi vedo che avete messo la Madonna del Buon Consiglio, non so se è sempre lì o è per me! Però grazie perché la mamma ci accompagna sempre, questa devozione è davvero cara.
Abbiamo condiviso già alcune parole, sia nell’omelia, sia qualche parola prima della Messa, poi adesso ascoltando: ho l’impressione che qui davvero ci sia una comunità di fede che è forte, “tosta” - mi piace quest’espressione! – che ha la forza che viene soprattutto dalla fede e da una convinzione che nonostante tutte le difficoltà, vive in un quartiere che evidentemente ha problemi seri e allo stesso tempo c’è questa comunità che è testimonianza viva, testimonianza che è possibile trovare vita, amore, carità e questa fraternità.
Quest’espressione, anche per me tanto bella: “facciamo comunità”, voi la state vivendo.
E davvero questo è grande, questo è grande.
Qualche volta nella Chiesa troviamo piccoli gruppi, diciamo così, o tendenze che un po’ promuovono una spiritualità molto individualista: “Dio e io… non sono importanti le altre persone, le altre situazioni…”.
Clima molto chiuso, in questo senso.
E questo non è quello che Gesù ha voluto lasciarci quando ha chiamato un gruppo di amici e ha detto: “Fate questo in memoria di me”, cominciando con l’Eucaristia e anche arrivando alla sua pienezza che è la comunione.
Comunione proprio in questo senso, dell’amore fraterno, del nostro stare insieme, del nostro incontro.
Nessuno dovrebbe dunque sentirsi solo.
Con le visite agli anziani, ai malati, nonostante tutte le difficoltà, lì stiamo davvero vivendo quello che Gesù ha voluto.
In questa diocesi di Roma sono nuovo come vostro vescovo: davvero mi sento felice di trovare voi, questa comunità, e sentire anche questo spirito vivo nella celebrazione eucaristica, che è espressione della vita che voi avete e condividete e che spero che oggi, domani nel futuro, ancora potrete sempre offrire.
Grazie davvero per questa testimonianza! Bene, allora ci mettiamo in piedi, chiediamo la benedizione del Signore.
Il giorno del Signore è vivere così in questa maniera tanto speciale, è dono per tutti noi.
[benedizione]
Grazie a tutti, spero di ritrovarci alla prossima opportunità, sempre avanti! Grazie.
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Saluto del Santo Padre Leone XIV all’uscita dalla Parrocchia
Bene! Grazie, grazie! Ancora una volta un saluto molto grande a tutti voi! Grazie per essere qui, grazie per l'accoglienza! Dicono che le persone che escono di notte lo possono fare perché portano la luce dentro e in ognuno di noi Cristo, nella fede, ci ha regalato la luce: la luce che ci accompagna giorno e notte e che ci aiuta a essere anche testimonianza.
Grazie a voi per la testimonianza che date in questo quartiere.
Continuate con questo coraggio, con questa convinzione a essere “luce del mondo, sale della terra”.
Dio vi benedica sempre! Grazie, grazie a tutti voi!
Data: Sun, 01 Mar 2026 12:00:00 +0100 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle, buona domenica!
Oggi il Vangelo della liturgia compone per tutti noi un’icona piena di luce, narrando la Trasfigurazione del Signore (cfr Mt 17,1-9).
Per rappresentarla, l’Evangelista intinge il suo stilo nella memoria degli Apostoli, dipingendo il Cristo tra Mosè ed Elia.
Il Verbo fatto uomo sta tra la Legge e la Profezia: egli è la Sapienza vivente, che porta a compimento ogni parola divina.
Tutto ciò che Dio ha comandato e ispirato agli uomini trova in Gesù manifestazione piena e definitiva.
Come nel giorno del battesimo al Giordano, così anche oggi sul monte sentiamo la voce del Padre, che proclama: «Questi è il Figlio mio, l’amato», mentre lo Spirito Santo avvolge Gesù di una «nube luminosa» (Mt 17,5).
Con tale espressione, davvero singolare, il Vangelo descrive lo stile della rivelazione di Dio.
Quando si fa vedere, il Signore mostra la sua eccedenza al nostro sguardo: davanti a Gesù, il cui volto brilla «come il sole» e le cui vesti diventano «candide come la luce» (cfr v.
2), i discepoli ammirano lo splendore umano di Dio.
Pietro, Giacomo e Giovanni contemplano una gloria umile, che non si esibisce come uno spettacolo per le folle, ma come una solenne confidenza.
La Trasfigurazione anticipa la luce della Pasqua, evento di morte e di risurrezione, di tenebra e di luce nuova che Cristo irradia su tutti i corpi flagellati dalla violenza, sui corpi crocifissi dal dolore, sui corpi abbandonati nella miseria.
Infatti, mentre il male riduce la nostra carne a merce di scambio o a massa anonima, proprio questa stessa carne risplende della gloria di Dio.
Il Redentore trasfigura così le piaghe della storia, illuminando la nostra mente e il nostro cuore: la sua rivelazione è una sorpresa di salvezza! Ne restiamo affascinati? Il vero volto di Dio trova in noi uno sguardo di meraviglia e di amore?
Alla disperazione dell’ateismo il Padre risponde con il dono del Figlio Salvatore; dalla solitudine agnostica lo Spirito Santo ci riscatta offrendo una comunione eterna di vita e di grazia; davanti alla nostra debole fede, sta l’annuncio della risurrezione futura: ecco quel che i discepoli hanno visto nel fulgore di Cristo, ma per capirlo occorre tempo (cfr Mt 17,9).
Tempo di silenzio per ascoltare la Parola, tempo di conversione per gustare la compagnia del Signore.
Mentre sperimentiamo tutto questo durante la Quaresima, chiediamo a Maria, Maestra di preghiera e Stella mattutina, di custodire nella fede i nostri passi.
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Dopo l'Angelus
Cari fratelli e sorelle!
Seguo con profonda preoccupazione quanto sta accadendo in Medio Oriente e in Iran, in queste ore drammatiche.
La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile.
Dinanzi alla possibilità di una tragedia di proporzioni enormi, rivolgo alle parti coinvolte l’accorato appello ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile! Che la diplomazia ritrovi il suo ruolo e sia promosso il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia.
E continuiamo a pregare per la pace.
In questi giorni arrivano, inoltre, notizie preoccupanti di scontri tra Pakistan e Afghanistan.
Elevo la mia supplica per un ritorno urgente al dialogo.
Preghiamo insieme, affinché prevalga la concordia in tutti i conflitti nel mondo.
Solo la pace, dono di Dio, può sanare le ferite tra i popoli.
Sono vicino alle popolazioni dello Stato brasiliano di Minas Gerais, colpite da violente inondazioni.
Prego per le vittime, per le famiglie che hanno perso la casa e per quanti sono impegnati nelle operazioni di soccorso.
Saluto con affetto tutti voi, romani e pellegrini di vari Paesi, in particolare il gruppo di Camerunesi che vivono a Roma, accompagnati dal Presidente della Conferenza Episcopale di quel Paese, che, a Dio piacendo, avrò la gioia di visitare nel mese di aprile.
Do il benvenuto ai fedeli della Diocesi di Iaşi in Romania, a quelli di Budimir presso Košice in Slovacchia, del Massachusetts negli Stati Uniti e alla Confraternita del Santísimo Cristo de la Buena Muerte di Jaén, in Spagna.
Saluto i fedeli di Napoli, Torre del Greco e Afragola, di Caraglio e Valle Grana, di Comitini, Crotone, Silvi Marina e della parrocchia San Luigi Gonzaga in Roma; come pure i capi scout del gruppo “Val d’Illasi”, presso Verona, e i ragazzi di Faenza che hanno ricevuto la Cresima.
A tutti auguro una buona domenica!
Data: Sun, 01 Mar 2026 09:00:00 +0100 leggi alla fonte
Carissimi fratelli e sorelle,
sono lieto di essere tra voi e di poter ascoltare, insieme con voi, la Parola di Dio con tutta la vostra comunità parrocchiale.
Questa domenica ci pone di fronte al viaggio di Abramo (cfr Gen 12,1-4) e all’evento della Trasfigurazione di Gesù (cfr Mt 17,1-9).
Con Abramo ognuno di noi può riconoscersi in viaggio.
La vita è un viaggio che chiede fiducia, chiede affidamento alla Parola di Dio che ci chiama e che ci domanda talvolta di lasciare tutto.
Allora si può essere tentati di fuggire la precarietà come vertigine che sconvolge, mentre è proprio dal suo interno che si può apprezzare una promessa di grandezza inattesa.
Accade ogni giorno – perché il mondo ragiona così – che prendiamo le misure di ogni cosa, ci affanniamo ad avere tutto sotto controllo.
Ma in questo modo perdiamo l’occasione di scoprire il vero tesoro, la perla preziosa, come ci insegna il Vangelo, che a sorpresa Dio ha nascosto nel nostro campo (cfr Mt 13,44).
Il viaggio di Abramo comincia con una perdita: la terra e la casa che custodiscono le memorie del suo passato.
Si compirà, però, in una nuova terra e in una immensa discendenza, in cui tutto diventa benedizione.
Anche noi, se dalla fede ci lasciamo chiamare al cammino, a rischiare nuove decisioni di vita e di amore, smetteremo di temere di perdere qualcosa, perché sentiremo di crescere in una ricchezza che nessuno può rubare.
Accadde anche ai discepoli di Gesù di misurarsi con un viaggio, quello che li avrebbe portati a Gerusalemme (cfr Lc 9,51).
Là, nella Città santa, il Maestro avrebbe compiuto la sua missione, donando la vita sulla croce e diventando per tutti e per sempre benedizione.
Sappiamo quanta resistenza fecero Pietro e tutti gli altri a seguirlo.
Ma dovevano capire che si può essere benedizione solo superando l’istinto di difendere sé stessi e accogliendo quanto Gesù affida al gesto eucaristico: la volontà di offrire il proprio corpo come pane da mangiare, di vivere e morire per dare vita.
Ecco la domenica, cari fratelli e sorelle: è la sosta nel cammino che ci raduna attorno a Gesù.
Gesù ci incoraggia, per non fermarci e per non cambiare direzione.
Non c’è promessa più grande, non c’è tesoro più prezioso che vivere per dare la vita!
Poco prima del giorno della Trasfigurazione, Gesù aveva confidato ai suoi discepoli quale sarebbe stato il punto di arrivo del viaggio che stavano facendo, e cioè la sua passione, morte e risurrezione.
Ricorderete l’opposizione di Pietro e la reazione di Gesù che gli dice: «Tu mi sei di scandalo perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (Mt 16,23).
Ed ecco che, sei giorni dopo, Gesù chiede a Pietro, Giacomo e Giovanni di accompagnarlo sulla montagna.
Hanno ancora negli orecchi quelle parole difficili da sentire; hanno ancora in mente l’immagine per loro inaccettabile del Messia condannato a morte.
È questa oscurità interiore dei discepoli che Gesù infrange quando, sulla cima del monte, si mostra ai loro occhi trasfigurato in una luce abbagliante, inimmaginabile.
E in questa visione gloriosa appaiono accanto a Lui anche Mosè ed Elia, testimoni del fatto che in Gesù si compiono tutte le Scritture (cfr Mt 17,2-3).
Ancora una volta Pietro diventa il portavoce del nostro vecchio mondo e della sua disperata necessità di fermare le cose, di controllarle.
Un po’ come quando non vorremmo finisse un sogno in cui ci rifugiamo.
Qui però non si tratta di un sogno, ma di un mondo nuovo in cui entrare: la meta del nostro viaggio, una meta piena di luce e che ha i contorni umani e divini di Gesù.
Piantando delle tende, Pietro vorrebbe fermare questo viaggio, che invece deve continuare fino a Gerusalemme (cfr v.
4).
La voce che esce dalla nube è quella del Padre e sembra un’implorazione: «Questi è il Figlio mio, l’amato, ascoltatelo» (v.
5).
Quella voce risuona oggi per noi: “Ascoltate Gesù!”.
E io, carissimi, in mezzo a voi, voglio farmi eco di quell’appello e dirvi: Vi prego, sorelle e fratelli, ascoltiamolo! Lui viaggia con noi, ancora oggi, per insegnarci in questa città la logica dell’amore incondizionato, dell’abbandono di ogni difesa che diventa offesa.
Ascoltiamolo, entriamo nella sua luce per diventare luce del mondo, a cominciare dal quartiere che abitiamo.
Tutta la vita della parrocchia e dei suoi gruppi esiste per questo: è un servizio alla luce, un servizio alla gioia.
Dopo la Trasfigurazione sul monte, il viaggio di Gesù non si ferma (cfr v.
9).
E anche la Chiesa, anche la vostra parrocchia riceve da questo Vangelo una missione.
A fronte dei numerosi e complessi problemi di questo territorio, che incombono sui giorni del vostro abitare qui, a voi è affidata la pedagogia dello sguardo di fede, che trasfigura di speranza ogni cosa, mettendo in circolo passione, condivisione, creatività come cura delle tante ferite di questo quartiere.
Sono molto contento di aver appreso che questa comunità parrocchiale è una comunità viva e vivace e che, nonostante i gravi problemi del contesto territoriale, testimonia il Vangelo con coraggio.
Sotto il motto programmatico “Facciamo Comunità”, questa Parrocchia ha intrapreso un cammino per rafforzare il senso di appartenenza e l’accoglienza, con le braccia aperte, di tutti, davvero di tutti! Sono contento e vi incoraggio: andate avanti in questo cammino di apertura al territorio e di cura delle sue ferite.
E spero che altri si uniscano a voi per essere qui al Quarticciolo lievito di bene e di giustizia.
Anche l’impegno di voi giovani merita di essere incoraggiato.
Nel percorso “Magis”, che voi mi avete presentato qualche minuto fa e che è proposto qui da alcuni anni, si fa riferimento al “di più”, di cui parla Sant’Ignazio di Loyola negli Esercizi Spirituali.
È uno stimolo per gli adolescenti a superare la mediocrità scegliendo una vita coraggiosa, autentica e buona, che trova in Gesù Cristo il suo “Magis” per eccellenza.
Cari fratelli e sorelle, voi siete segno di speranza.
La luce della Trasfigurazione è già presente in questa comunità, perché qui opera il Signore e perché in tanti credete nella sua dolce potenza che tutto trasforma.
Quando ci accorgiamo che tante cose attorno a noi non vanno, a volte viene da chiedersi: ma avrà un senso quello che stiamo facendo? Si insinua la tentazione dello scoraggiamento, con la perdita di motivazioni e di slancio.
Invece è proprio di fronte al mistero del male che dobbiamo testimoniare la nostra identità di cristiani, di persone che vogliono rendere percepibile il Regno di Dio nei luoghi e nei tempi in cui vivono.
È il mio augurio per tutti voi, per questa comunità parrocchiale e per i tanti fratelli e le tante sorelle che ancora non hanno riconosciuto in Gesù la vera luce e la vera gioia.
Di fronte a tutto ciò che sfigura l’uomo e la vita, noi continuiamo ad annunciare e testimoniare il Vangelo, che trasfigura e dona vita.
La Vergine Santissima, Madre della Chiesa, ci accompagni sempre e interceda per noi.
Data: Sat, 28 Feb 2026 10:30:00 +0100 leggi alla fonte
Cari fratelli nell’episcopato,
Eminenza, sacerdoti,
seminaristi e familiari,
Il seminario è sempre un segno di speranza per la Chiesa; perciò riunirmi con voi — sia con quanti state percorrendo questa tappa sia con quanti avete la responsabilità di accompagnarla — è per me motivo di vera gioia.
Potrei parlare di molti aspetti importanti per la vostra formazione, sui quali ho già avuto modo di scrivere nella lettera che ho inviato al Seminario di San Carlos e San Marcelo a Trujillo, in Perú — istituzione di cui ho fatto parte per diversi anni — e che vi incoraggio a leggere quando ne avrete l’occasione.
Ma oggi vorrei concentrarmi su una cosa che sostiene silenziosamente tutto il resto e che, proprio per questo, corre il rischio di essere data per scontata senza essere coltivata: l’avere uno sguardo soprannaturale della realtà.
C’è una frase dell’autore Chesterton che può servire da chiave di lettura di tutto quello che vorrei condividere con voi: “Togliete il soprannaturale e non troverete il naturale, ma l’innaturale” (cfr.
Heretics , VI).
L’uomo non è fatto per vivere rinchiuso in sé stesso, ma in rapporto vivo con Dio.
Quando questo rapporto si oscura o si indebolisce, la vita inizia a disordinarsi dal di dentro.
L’innaturale non è solo ciò che è scandaloso, basta vivere prescindendo da Dio nel quotidiano, lasciandolo al margine dei criteri e delle decisioni con cui si affronta l’esistenza.
E, se questo è vero per ogni cristiano, lo è in modo particolarmente serio nel cammino di formazione verso il sacerdozio.
Che cosa ci potrebbe essere di più innaturale di un seminarista o di un sacerdote che parla di Dio con familiarità, ma vive interiormente come se la sua presenza esistesse solo sul piano delle parole, e non nello spessore della vita? Nulla sarebbe più pericoloso di abituarsi alle cose di Dio senza vivere di Dio.
Perciò, in definitiva, tutto inizia — e torna sempre — al rapporto vivo e concreto con Colui che ci ha scelti senza alcun merito nostro.
Avere una visione soprannaturale non significa sfuggire dalla realtà, ma imparare a riconoscere l’azione di Dio negli eventi concreti di ogni giorno; uno sguardo che non si improvvisa né si delega, ma che si apprende e si esercita nelle circostanze ordinarie della vita.
Proprio per questo, se la visione soprannaturale è così decisiva per la vita cristiana, a maggior ragione lo è per chi agirà in persona Christi , e merita di essere custodita con particolare attenzione già dalla fase formativa, perché è il principio che dà unità a tutto il resto.
Questo sguardo credente della realtà deve tradursi ogni giorno in opzioni concrete di vita; altrimenti, anche le pratiche intrinsecamente buone — come lo studio, la preghiera, la vita comunitaria — possono svuotarsi interiormente e snaturarsi, diventando mero compimento.
Un modo semplice e comprovato per custodire questo sguardo è esercitarsi nella pratica della presenza di Dio , che mantiene il cuore sveglio e la vita costantemente riferita a Lui.
La Sacra Scrittura esprime questa verità con un’immagine semplice nel Salmo 1, quando descrive il giusto come un “albero piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai” (v.
3).
Non è fecondo per l’assenza di difficoltà, ma per il luogo in cui ha messo radici.
Il vento, l’inverno, la siccità o la potatura fanno parte della sua crescita, ma né la tempesta né l’aridità lo distruggono quando le sue radici sono profonde e stanno vicino alla fonte.
La stessa Scrittura, tuttavia, conosce il paradosso del fico che non dà frutto nonostante le cure ricevute (cfr.
Lc 13, 6-9).
Si dice che gli alberi “muoiono in piedi”: rimangono eretti, conservano l’apparenza, ma dentro sono già secchi.
Qualcosa di simile può avvenire nella vita del seminario o di un seminarista — e più tardi nella vita di un sacerdote — quando si confonde la fecondità con l’intensità delle attività o con la cura meramente esteriore delle forme.
La vita spirituale non dà frutto per ciò che si vede, ma per ciò che è profondamente radicato in Dio.
Quando questa radice viene trascurata, tutto finisce col seccarsi dal di dentro, finché, silenziosamente, “muore in piedi”.
In definitiva, lo sguardo soprannaturale nasce dall’aspetto più semplice e decisivo della vocazione: stare con il Maestro.
Gesù ha chiamato coloro che ha scelto affinché “stessero con Lui” (Mc 3, 14).
È questo il fondamento di ogni formazione sacerdotale, rimanere con Lui e lasciarsi formare dal di dentro; vedere Dio agire e riconoscere come Lui opera nella propria vita e in quella del suo popolo.
Perciò, sebbene i mezzi umani, la psicologia e gli strumenti formativi siano preziosi e necessari, non possono sostituire tale rapporto.
Il vero protagonista di questo cammino è lo Spirito Santo, che configura il cuore, insegna a corrispondere alla grazia e prepara una vita feconda al servizio della Chiesa.
Tutto inizia ora, nelle cose ordinarie di ogni giorno, dove ognuno decide se rimanere con il Signore o cerca di sostenersi da solo con le proprie forze.
Cari figli, vi ringrazio, a nome della Chiesa, per la generosità di aver deciso di seguire il Signore.
Fatelo sempre con la certezza che non camminate soli: Cristo vi precede, Maria Santissima vi accompagna e l’intera Chiesa vi sostiene con la sua preghiera.
Desidero infine ringraziare in modo speciale tutte le famiglie qui presenti.
Confidando allora in questa certezza, procedete con pace e con fedeltà.
Che il Signore vi benedica.
Molte grazie.
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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
49, sabato 28 febbraio 2026, p.
3.
Data: Fri, 27 Feb 2026 17:00:00 +0100 leggi alla fonte
Prima di concludere questa settimana di esercizi spirituali e di ritiro – un momento di benedizione –, ho il piacere di poter dire grazie soprattutto al nostro predicatore che ci ha accompagnato, aiutato, durante questi giorni a vivere un’esperienza profonda, spirituale, molto importante nel nostro cammino quaresimale, cominciando domenica con “Le tentazioni”, e riflettendo sull’esempio, la testimonianza di San Bernardo, la vita monastica e tanti altri elementi nella vita della Chiesa.
Devo riconoscere che personalmente mi sono trovato in alcuni momenti particolarmente invitato a riflettere.
Per esempio questa mattina, quando parlava dell’elezione di Papa Eugenio III e San Bernardo ha detto: “Cosa avete fatto? Dio abbia pietà di voi”.
Poi questa cappella – vi racconto – il giorno 8 di maggio, quando eravamo qui riuniti per la celebrazione eucaristica.
Qui sopra sta l’iscrizione della Lettera di San Paolo ai Filippesi che dice queste parole: “Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno”.
Allora, in questo contesto e con questo spirito di comunione, noi tutti radunati lavoriamo insieme, però molto separati a volte, e trovarci in preghiera è anche – penso – un momento molto importante della nostra vita, riflettendo su tante questioni che sono importanti per la nostra vita e per la Chiesa.
E non penso di fare un ripasso di tutta la settimana, ma di alcuni elementi che condivido.
Per esempio, il riferimento al Dottore della Chiesa John Henry Newman e alla poesia “Il sogno di Geronzio”, dove Newman usa la morte e il giudizio di Geronzio come un prisma attraverso cui il lettore è condotto a contemplare la propria paura della morte e il proprio senso di indegnità davanti a Dio.
Ci sono altri elementi come la libertà, la verità, tanto importanti nella nostra vita.
E in tutto ciò, questa sera con la riflessione sulla speranza e sulla vera fonte della speranza che è Cristo, io sono tornato a rileggere la Lettera ai Filippesi.
Nella continuazione del testo, qui sopra scritto, dove Paolo dice: “Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero cosa scegliere.
Sono stretto infatti tra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio, ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo.
Persuaso da questo, so che rimarrò e continuerò a rimanere in mezzo a tutti voi per il progresso e per la gioia della vostra fede”.
E poi dice: “Comportatevi dunque in modo degno del Vangelo di Cristo”.
Ecco: questo è l’invito alla fine di questi giorni di preghiera e di riflessione, che la stessa Parola di Dio rivolge verso tutti noi: “Comportatevi dunque in modo degno del Vangelo di Cristo”.
A nome di tutti i presenti, allora, La ringrazio, monsignor Varden, per tutto ciò che ci ha offerto in questi giorni.
La saggezza, questa testimonianza Sua e della vita monastica di San Bernardo, la ricchezza delle Sue riflessioni, saranno ancora per molto tempo fonte di benedizione per noi, di grazia, di incontro con Gesù Cristo.
Vorrei anche, in questo momento, ringraziare i collaboratori dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche che hanno preparato tutto il materiale per la nostra preghiera, come anche il coro che credo sia ancora presente.
Grazie per aiutarci con la musica, che è tanto importante anche nella nostra preghiera.
La musica – credo monsignor Varden lo abbia detto in qualche momento – ci aiuta in una maniera che le parole non possono fare, elevando il nostro spirito verso il Signore.
Allora grazie, tante grazie a tutti voi per la vostra presenza e partecipazione in questi giorni.
Possiamo concludere con la benedizione.
Benedizione
Buona serata e grazie a tutti
Data: Fri, 27 Feb 2026 08:00:00 +0100 leggi alla fonte
Invio cordiali auguri a Lei e a tutti coloro che stanno celebrando il 50° anniversario del FADICA-Catholic Philanthropy Network.
Mentre commemorate cinque decenni di lavoro insieme, esprimo la mia gratitudine per il vostro generoso sostegno a diversi Dicasteri della Curia Romana, come anche a iniziative cattoliche negli Stati Uniti d’America e in tutto il mondo.
Il vostro incontro si svolge durante il tempo santo di Quaresima, quando, oltre alla preghiera e al digiuno, la Chiesa invita tutti i cattolici a compiere opere di misericordia con maggior fervore.
Gesù ci ha insegnato che nel discernere come aiutare il nostro prossimo dobbiamo imitare l’esempio del Buon Samaritano, che ha altruisticamente donato il proprio tempo e le proprie risorse a qualcuno che non aveva mai incontrato prima (cfr.
Lc 10, 25-37).
Questa parabola ci mostra, come ha spesso detto Papa Francesco, lo stile di Dio di vicinanza, compassione e tenero amore.
Quando aiutiamo chi è nel bisogno, specialmente chi non può ripagarci, diventiamo strumenti del Signore, poiché «ogni atto di amore verso il prossimo è in qualche modo un riflesso della carità divina» (Dilexi te, n.
26).
A tale riguardo, i vostri contributi per sostenere programmi che promuovono la giustizia sociale, rafforzano l’educazione cattolica, difendono la dignità umana e si prendono cura dei più vulnerabili sono davvero una manifestazione della carità divina.
È mia speranza che il vostro lavoro ispiri anche altri a un rinnovato incontro con Cristo attraverso il servizio ai più piccoli dei suoi fratelli e delle sue sorelle e a una partecipazione sempre più consapevole alla missione della Chiesa.
Con questi sentimenti, vi incoraggio a continuare nella vostra lodevole missione, fiduciosi nella consapevolezza che «l’Altissimo non si lascia vincere in generosità nei confronti di coloro che lo servono nei più bisognosi» (Ibidem, n.
45).
Mentre vi assicuro delle mie preghiere, affido tutti i membri del FADICA-Catholic Philanthropy Network all’amorevole intercessione della Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa, e imparto volentieri la mia Benedizione Apostolica come pegno di pace e di gioia nel Signore.
Dal Vaticano, 27 febbraio 2026
Leone PP.
XIV
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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
60, venerdì 13 marzo 2026, p.
3.
Data: Sun, 22 Feb 2026 12:00:00 +0100 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle, buona domenica!
Oggi, Prima Domenica di Quaresima, il Vangelo ci parla di Gesù che, condotto dallo Spirito, va nel deserto e viene tentato dal diavolo (cfr Mt 4,1-11).
Dopo aver digiunato per quaranta giorni, sente il peso della sua umanità: a livello fisico la fame e a livello morale le tentazioni del diavolo.
Prova la stessa fatica che tutti sperimentiamo nel nostro cammino e, resistendo al demonio, mostra a noi come vincerne gli inganni e le insidie.
La liturgia, con questa Parola di vita, ci invita a guardare alla Quaresima come a un itinerario luminoso in cui, con la preghiera, il digiuno e l’elemosina, possiamo rinnovare la nostra cooperazione con il Signore nel realizzare il capolavoro unico della nostra vita.
Si tratta di permettere a Lui di rimuovere le macchie e di guarire le ferite che il peccato può aver prodotto in essa, e di impegnarci a farla fiorire in tutta la sua bellezza fino alla pienezza dell’amore, unica fonte della felicità vera.
Certo, si tratta di un cammino esigente, e il rischio è di scoraggiarci, o di lasciarci affascinare da vie di appagamento meno faticose, come la ricchezza, la fama e il potere (cfr Mt 4,3-8).
Queste, che sono state anche le tentazioni di Gesù, sono però solo miseri surrogati della gioia per cui siamo fatti e, alla fine, ci lasciano inevitabilmente ed eternamente insoddisfatti, inquieti e vuoti.
Per questo San Paolo VI insegnava che la penitenza, lungi dall’impoverire la nostra umanità, la arricchisce, purificandola e rafforzandola nel suo procedere verso un orizzonte che ha «come termine l’amore e l’abbandono nel Signore» (Cost.
ap.
Paenitemini, 17 febbraio 1966, I).
La penitenza, infatti, mentre ci rende consapevoli dei nostri limiti, ci dà la forza per superarli e per vivere, con l’aiuto di Dio, una comunione sempre più intensa con Lui e tra noi.
In questo tempo di grazia, pratichiamola generosamente, assieme all’orazione e alle opere di misericordia: diamo spazio al silenzio; facciamo tacere un po’ i televisori, le radio, gli smartphone.
Meditiamo la Parola di Dio, accostiamoci ai Sacramenti; ascoltiamo la voce dello Spirito Santo, che ci parla nel cuore, e ascoltiamoci a vicenda, nelle famiglie, negli ambienti di lavoro, nelle comunità.
Dedichiamo tempo a chi è solo, specialmente agli anziani, ai poveri, ai malati.
Rinunciamo al superfluo e condividiamo ciò che risparmiamo con chi manca del necessario.
Allora, come dice Sant’Agostino, «la nostra preghiera, fatta in umiltà e carità, nel digiuno e nell’elemosina, nella temperanza e nel perdono, dando cose buone e non restituendo quelle cattive, allontanandosi dal male e facendo il bene» (Sermo 206, 3), raggiungerà il Cielo e ci darà pace.
Alla Vergine Maria, Madre che sempre assiste i suoi figli nella prova, affidiamo il nostro cammino quaresimale.
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Dopo l'Angelus
Cari fratelli e sorelle,
Sono passati ormai quattro anni dall’inizio della guerra contro l’Ucraina.
Il mio cuore va ancora alla drammatica situazione che sta sotto gli occhi di tutti: quante vittime, quante vite e famiglie spezzate, quanta distruzione, quante sofferenze indicibili! Davvero ogni guerra è una ferita inferta all’intera famiglia umana: lascia dietro di sé morte, devastazione e una scia di dolore che segna generazioni.
La pace non può essere rimandata: è un’esigenza urgente, che deve trovare spazio nei cuori e tradursi in decisioni responsabili.
Per questo rinnovo con forza il mio appello: tacciano le armi, cessino i bombardamenti, si giunga senza indugio a un cessate-il-fuoco e si rafforzi il dialogo per aprire la strada alla pace.
Invito tutti a unirsi nella preghiera per il martoriato popolo ucraino e per tutti coloro che soffrono a causa di questa guerra e di ogni conflitto nel mondo, perché possa risplendere sui nostri giorni il dono tanto atteso della pace.
Ed ora rivolgo il mio saluto a tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini italiani e di vari Paesi.
Benedico di cuore le Suore Operaie di Gesù, nel centenario di fondazione del loro Istituto.
Saluto la Scuola di San Giuseppe Calasanzio di Prievidza in Slovacchia; e rivolgo il mio incoraggiamento alle Associazioni che si impegnano ad affrontare insieme le malattie rare.
Saluto il gruppo dell’Apostolato della Preghiera di Biella, i fedeli di Nicosia, di Castelfranco Veneto e del Decanato di Melegnano; i cresimandi di Boltiere, i ragazzi della Comunità pastorale Santa Maria Maddalena di Milano e gli scout di Tarquinia.
Auguro a tutti una buona domenica e un buon cammino di Quaresima.
Data: Sun, 22 Feb 2026 09:00:00 +0100 leggi alla fonte
Carissimi fratelli e sorelle,
qualche giorno fa, con il rito delle Ceneri, abbiamo dato inizio al cammino quaresimale.
La Quaresima è un tempo liturgico intenso, che ci offre l’occasione di riscoprire la ricchezza del nostro Battesimo, per vivere da creature pienamente rinnovate grazie all’incarnazione, alla morte e alla risurrezione di Gesù.
La prima Lettura e il Vangelo, che abbiamo ascoltato, in dialogo tra loro ci aiutano a riscoprire proprio il dono del Battesimo come grazia che incontra la nostra libertà.
Il racconto della Genesi ci riporta alla nostra condizione di creature, messe alla prova non tanto da un divieto, come spesso si crede, quanto da una possibilità: la possibilità di una relazione.
L’essere umano è cioè libero di riconoscere e accogliere l’alterità del Creatore, il quale riconosce e accoglie l’alterità delle creature.
Per impedire tale possibilità, il serpente insinua la presunzione di poter azzerare ogni differenza tra le creature e il Creatore, seducendo l’uomo e la donna con l’illusione di diventare come Dio.
Satana li spinge a impossessarsi di qualcosa che – così dice – Dio vorrebbe negare loro per mantenerli sempre in uno stato di inferiorità.
Questo affresco della Genesi è un capolavoro insuperato che rappresenta il dramma della libertà.
Il Vangelo sembra rispondere all’antico dilemma: posso realizzare la mia vita in pienezza dicendo “sì” a Dio? Oppure, per essere libero e felice, devo liberarmi di Lui?
La scena delle tentazioni di Cristo, in fondo, affronta questo drammatico interrogativo.
Essa ci conduce a scoprire la vera umanità di Gesù che, come insegna la Costituzione conciliare Gaudium et spes, rivela l’uomo a sé stesso: «Nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo» (GS, 22).
Infatti vediamo il Figlio di Dio che, opponendosi alle insidie dell’antico Avversario, ci mostra l’uomo nuovo, l’uomo libero, epifania della libertà che si realizza dicendo “sì” a Dio.
Questa nuova umanità nasce dal fonte battesimale.
E allora – specialmente in questo Tempo di Quaresima – siamo chiamati a riscoprire la grazia del Battesimo, come sorgente di vita che abita in noi e che, in modo dinamico, ci accompagna nel più assoluto rispetto della nostra libertà.
Anzitutto è il Sacramento stesso ad essere dinamico, perché ciò che offre non si esaurisce all’interno dello spazio e del tempo del rito, ma è una grazia che accompagna costantemente la vita intera, sostenendo la nostra sequela di Cristo.
Ma il Battesimo è dinamico anche perché ci mette sempre di nuovo in cammino, dal momento che la grazia è una voce interiore che ci sollecita a conformarci a Gesù, liberando la nostra libertà perché essa trovi compimento nell’amore di Dio e del prossimo.
Comprendiamo così la natura relazionale del Battesimo, che chiama a vivere l’amicizia con Gesù e, così, ad entrare nella sua comunione con il Padre.
Questa relazione piena di grazia ci rende capaci di vivere anche un’autentica prossimità con gli altri, una libertà che – a differenza di quanto il diavolo propone a Gesù – non è ricerca del proprio potere, ma amore che si dona e che ci rende tutti fratelli e sorelle.
Afferma infatti San Paolo: «Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28).
Fratelli e sorelle, il Papa Leone XIII chiese a San Giovanni Bosco di costruire proprio qui la chiesa dove noi oggi ci troviamo.
Egli aveva intuito la centralità di questo luogo, accanto alla Stazione Termini e in un crocevia unico della città, destinato a diventare nel tempo ancora più importante.
Per questo, carissimi, incontrandovi oggi vedo in voi uno speciale presidio di prossimità, di vicinanza dentro le sfide di questo territorio.
In esso infatti sono numerosi i giovani universitari, i pendolari che vanno e vengono per motivi di lavoro, gli immigrati in cerca di occupazione, i giovani rifugiati che hanno trovato nella sede qui a fianco, per iniziativa dei Salesiani, la possibilità di incontrare coetanei italiani e realizzare progetti di integrazione; e poi ci sono i nostri fratelli che non hanno una casa e che trovano accoglienza negli spazi della Caritas di via Marsala.
In pochi metri si possono toccare le contraddizioni di questo tempo: la spensieratezza di chi parte e arriva con tutte le comodità e coloro che non hanno un tetto; le tante potenzialità di bene e una violenza dilagante; la voglia di lavorare onestamente e i commerci illeciti delle droghe e della prostituzione.
La vostra parrocchia è chiamata a farsi carico di queste realtà, ad essere lievito di Vangelo nella pasta del territorio, a farsi segno di vicinanza e di carità.
Ringrazio i Salesiani per l’opera instancabile che portano avanti ogni giorno, e incoraggio tutti a continuare ad essere proprio qui una piccola fiammella di luce e di speranza.
Maria Ausiliatrice sostenga sempre il nostro cammino, ci renda forti nel momento della tentazione e della prova, per vivere pienamente la libertà e la fraternità dei figli di Dio.
Data: Sun, 22 Feb 2026 08:30:00 +0100 leggi alla fonte
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Saluto del Santo Padre prima della Santa Messa
Buongiorno e buona domenica a tutti! Buongiorno! Che bello!
E grazie per l’accoglienza e questa gioia, che, essendo il giorno del Signore, domenica, ricorda il giorno della Risurrezione, gioia della nostra speranza.
E anche se la prima domenica di Quaresima è un tempo di preparazione, di conversione, anche questo è tempo di gioia, perché sappiamo tutti che il Signore vuole riceverci, vuole accoglierci, come questa parrocchia!
Quanto è bello trovarci in un posto dove tutti e tutte sono benvenuti! Grazie a voi, grazie a questa parrocchia! Il nome stesso – “Cuore di Gesù”, “Sacro Cuore” – fa pensare a ciò che significa per noi il simbolo del cuore: simbolo di amore, di carità, di questa generosità dell’amore del Signore che non conosce limiti.
E proprio questa mattina vediamo persone di tanti Paesi del mondo, tutti radunati qui, che rappresentano questa unità, comunione, e fratellanza, questo vivere insieme, che solo Gesù può fare possibile.
È l’amore di Gesù, è la sua misericordia che ci ha convocato questa mattina.
E allora anche io dico: “Grazie Signore, grazie a voi, e benvenuti a questa celebrazione!”
Saluto anche la comunità dei Salesiani e delle Salesiane che sono qui presenti.
Pensiamo alla storia di questa parrocchia, cominciando con don Bosco, con i Salesiani, e il mio predecessore che si chiamava anche lui Leone, Leone XIII.
Viviamo una storia che non è solo del passato.
Oggi facciamo storia perché ancora oggi vogliamo vivere questa bellissima tradizione di servizio, di carità, di lavoro con i giovani.
Che bello vedere tutti questi bambini qui davanti! Un applauso per loro! Viviamo la gioia della vita: quanto è bello essere vivi, avere questo dono di vita che il Signore ci dà.
Tanti, tanti auguri! Buona domenica, buona celebrazione!
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Saluto del Santo Padre rivolto al Consiglio Pastorale parrocchiale
Ringrazio molto sinceramente per tutto quello che avete fatto per organizzare questa visita, il Parroco – forse è troppo umile… – suppongo che abbia fatto qualcosa pure lui… E facciamo un applauso anche al Parroco questa mattina! E a tutta la famiglia salesiana: questa è casa loro! Però una cosa molto bella è che non è solo casa loro, come loro stessi fanno capire: è la casa di tutta la parrocchia, di tutti i fedeli, di questo fiume di pellegrini che passano ogni giorno per Termini, per questo punto della città – praticamente il centro città, il cuore della città, e cuore di Gesù.
È veramente bellissimo vivere questo spirito non solo del cuore di una città, ma del cuore di Gesù, che è pieno sempre di amore e di misericordia.
Una misericordia che si manifesta in tanti servizi, tante forme di carità, di accoglienza, accompagnamento, di vicinanza di Cristo, vicinanza della Chiesa a tutte queste persone.
Purtroppo non abbiamo tanto tempo questa mattina, mi piacerebbe anche ascoltare dai diversi gruppi quello che fate, che state facendo, le sfide che avete… però è un primo incontro, speriamo che ci siano opportunità nel futuro, ma come abbiamo visto anche in questi anni il Consiglio educativo – come lo chiamate voi? – “La Comunità educativa pastorale”, in spirito salesiano, o “Consiglio Pastorale” è una espressione tanto importante della vita della Chiesa, che è sempre sinodale.
“Sinodo” significa camminare insieme con gli altri, camminare tutti insieme.
E allora voi, che rappresentate tanti settori, tante comunità, tante realtà di questa parrocchia, riuniti qui insieme, lavorando insieme, rappresentate anche questa bellissima dimensione della vita ecclesiale, della vita della Chiesa.
Grazie per tutto quello che fate.
Vi auguro veramente non solo la benedizione del Signore, ma questa grazia del Signore, che è l’amore e la carità, che è per tutti.
Quindi avanti sempre e grazie per tutto quello che fate! Grazie!
Una foto con tutti, vediamo se riesce… il fotografo ci dirà.
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Con piacere!
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Saluto del Santo Padre durante l'incontro con la Comunità dei Salesiani
Grazie per questo bellissimo saluto, e per tutto l’affetto e fedeltà che lei ha comunicato con queste parole.
Vorrei fare questo saluto cominciando con le parole che leggo scritte qui sul leggio, l’ambone della Parola di Dio.
La frase del capitolo 20 del Vangelo di san Giovanni dice: “Gesù in presenza dei suoi discepoli fece molti altri segni, altri segni che non sono stati scritti in questo Libro, questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché credendo abbiate la vita nel Suo nome”.
Fra tanti segni che non sono stati scritti, c’è la vita consacrata, e sinceramente vorrei dire a voi, c’è la comunità salesiana.
Voi fate parte, siete espressione di uno di questi segni non scritti nel libro, però sì, scritti nel cuore di Gesù: ancora oggi continuate questo servizio così importante in tante parti del mondo, anche dove c’è la guerra, dove c’è conflitto, dove c’è povertà, dove Gesù vuole essere presente.
E lo fa per mezzo della vostra comunità e il vostro servizio anche qui a Roma, anche qui in questa parrocchia, anche qui con la Casa generalizia della vostra Congregazione.
Ho già raccontato, quando ho visitato la parrocchia a Castel Gandolfo, alla comunità – lo dico anche qui… questa volta è pubblico, lo stanno filmando, registrando (risate): da ragazzo, prima di entrare negli agostiniani, feci anche una visita alla comunità salesiana.
Siete arrivati al secondo posto, mi dispiace! (risate) Però forse c’è qualcosa che è rimasto nel mio cuore, anche unito a voi, nella comunità salesiana.
E infatti ho visitato più comunità salesiane che agostiniane in questi primi dieci mesi di Pontificato.
E quindi vi sono davvero vicino.
E la provvidenza di Dio, che ci accompagna sempre, mi aiuta a riconoscere questi grandi doni che avete ricevuto nel vostro carisma: questo servizio ai giovani, questo amore per la pastorale educativa, tante espressioni che vivete in molti Paesi del mondo.
E non dimentico qui che il presidente dell’Apsa è salesiano, accompagnandoci anche nei bisogni materiali, diciamo in questo senso.
È veramente grande poter celebrare insieme la nostra fede, e sentire nel cuore questa vicinanza ai più piccoli del Regno, a queste comunità che sono presenti qui a Roma, qui in questa zona di Termini, e dove voi state servendo veramente con molta generosità i giovani, non solo italiani, ma anche stranieri, creando queste opportunità di servizio, come lo studio dell’italiano – prima ho detto al professore che farei parte anche io delle sue classi di italiano, che sempre può aiutare!
Vivete questo spirito d’amore di Gesù seguendo la testimonianza di Don Bosco.
Tanti auguri a voi, grazie per il vostro servizio.
Camminiamo insieme uniti nella Chiesa, uniti nel Sacro Cuore di Gesù.
Grazie!
Facciamo la Benedizione e poi preghiamo insieme.
“Padre Nostro,….
”
Data: Sat, 21 Feb 2026 11:45:00 +0100 leggi alla fonte
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Cari fratelli Vescovi,
cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
Il Progetto Policoro ha raggiunto il traguardo dei trent’anni: un’occasione che ci deve aiutare a guardare avanti con gratitudine e fiducia.
Voi giovani siete il volto bello dell’Italia che non si arrende, non si rassegna, si rimbocca le maniche e si rialza.
In trent’anni avete seminato un’immensa quantità di bene che vale la pena raccontare: giovani che si sono impegnati nel sociale e nella politica; vite che si sono rimotivate grazie al Vangelo e alla dottrina sociale della Chiesa.
Sono stati detti tanti “no” a scorciatoie di corruzione, sfruttamento del lavoro e ingiustizie; alcuni beni confiscati alle mafie sono diventati investimenti nel sociale; sono nate cooperative che hanno fatto fiorire città e territori; molti giovani sono stati accompagnati nel creare attività imprenditoriali.
In più, avete speso ore nelle scuole e nelle parrocchie per educare al senso del lavoro e della giustizia, per formare alla pace, per sensibilizzare al bene comune.
Avete medicato le ferite di giovani tenuti ai margini, delusi e disimpegnati.
Grazie per tutto questo bene seminato! Grazie perché avete ben chiaro che nessun giovane nella vita può essere lasciato “in panchina”, ma va sostenuto nel realizzare i suoi sogni e nel migliorare il mondo.
Era il 1995 quando il Progetto Policoro ha mosso i primi passi, grazie alla creatività pastorale dei Direttori nazionali di pastorale sociale, Caritas e pastorale giovanile della Conferenza Episcopale Italiana.
Il Convegno Ecclesiale di Palermo aveva chiesto un’attenzione specifica al Sud del Paese.
Il Progetto è stata una proposta, e con il passare del tempo è cresciuto cercando di rispondere alle nuove esigenze e, soprattutto, di evangelizzare il mondo del lavoro.
Si sono succedute diverse persone nelle responsabilità di formazione e di accompagnamento, in una staffetta che ancora continua.
Ognuno di loro ha contribuito a far crescere il Progetto nei territori.
Il lavoro coordinato di molti ha moltiplicato le energie e i risultati.
È un’immagine viva e giovane di ciò che la Chiesa può e deve essere a servizio del Paese.
Di tutto rendiamo grazie al Signore, che con la forza dello Spirito Santo vi ha reso vivi e generativi nel sociale, capaci di amare la vita.
C’è ancora bisogno del vostro impegno, soprattutto in una stagione di inverno demografico, di spopolamento delle aree più fragili del Paese, di giovani che rischiano di essere demotivati e di chiudersi.
Nessuno dev’essere trascurato.
Nessuno deve sentirsi abbandonato.
Il Progetto Policoro è nato come esperienza ecclesiale ed è il frutto della fantasia di una Chiesa che non solo vuole fare qualcosa per i giovani, ma li rende protagonisti del suo cammino e del futuro di ogni territorio.
Con voi siamo Chiesa al servizio del mondo, come lievito nella pasta.
Uno degli atteggiamenti più belli che vivete quotidianamente è quello dell’accompagnamento: le Diocesi vi scelgono e vi prendono per mano, e voi affiancate giovani alla ricerca di una strada nel lavoro, nell’economia e nella società.
In questo modo, il vostro impegno per rispondere alla crisi lavorativa e sociale del Mezzogiorno si è trasformato in rinnovato coinvolgimento anche di altri territori.
È sempre il momento di contagiare col vostro entusiasmo e con la vostra sensibilità anche i luoghi più refrattari e le persone più rassegnate.
Guardando avanti, non perdete di vista i riferimenti che vi hanno condotto fino a qui e che vi permetteranno di camminare ancora a lungo.
In questo momento, vorrei idealmente riconsegnarli di nuovo a tutti voi.
La bussola del vostro impegno è il Vangelo: in esso sta la vera forza che trasforma i cuori e il mondo.
Don Mario Operti, tra gli ideatori del Progetto insieme a mons.
Giuseppe Pasini, così scriveva: «Se fossimo così poveri da non poter dare niente agli altri, forse riusciremmo ad avere più coscienza della ricchezza del Vangelo, che può veramente cambiare la vita della gente e aiutare le persone a camminare».
[1]
Un secondo riferimento è l’insegnamento sociale della Chiesa.
Lo studio della dottrina sociale vi permette di amare questo tempo e vi offre gli strumenti per interpretare la realtà.
Non lasciatevi ammaliare da profeti di sventura che vedono tutto negativo; ma non siate così ingenui da pensare che tutto va bene.
Come ci insegna San Paolo: «Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie.
Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono» (1Ts 5,19-21).
La centralità della persona umana, il bene comune, la solidarietà, la sussidiarietà, la destinazione comune dei beni, la partecipazione, l’ecologia integrale e la pace ci guidano nel costruire una società conforme al disegno d’amore di Dio sull’umanità.
La terza risorsa è la comunità come incubatore di futuro.
La cultura attuale tende a pensarci isolati e in competizione.
Invece il lavoro, l’economia, la politica, la comunicazione non si sostengono sul genio di leader solitari, ma su esperti di relazioni sociali.
Quando cresce la vita comunitaria, nella società come nella Chiesa, allora abbiamo creato la condizione perché possa germogliare la vita.
Sarete generativi ogni volta che avrete cura delle reti comunitarie.
L’intelligenza, il talento, la conoscenza, l’organizzazione sociale, la laboriosità si sviluppano grazie a relazioni buone.
Se sognerete insieme, se dedicherete tempo a far crescere percorsi condivisi, se amerete le vostre città, diventerete come il sale che dà sapore a tutto (cfr Mt 5,13).
Infine, ricordatevi che avete tanti padri e madri nello Spirito, che sono stati punti di riferimento per città e territori e per l’intero Paese: sono i santi e i testimoni il cui impegno sociale è stato fonte di rinnovamento civico e caritativo.
Come non ricordare figure quali Francesco d’Assisi, nell’ottavo centenario dalla sua morte, Caterina da Siena, Giovanni Bosco, Bartolo Longo, Francesca Cabrini, Armida Barelli, Luigi Sturzo, Piergiorgio Frassati, Alberto Marvelli, Giorgio La Pira, Lorenzo Milani, Primo Mazzolari, Maria di Campello, Aldo Moro, Tina Anselmi, Pino Puglisi, Tonino Bello, Annalena Tonelli? L’elenco potrebbe continuare e questo è bellissimo.
È un esercizio che vi invito a fare: conoscere biografie segnate dalla presenza dello Spirito nei luoghi in cui abitate.
Conoscerle e narrarle.
C’è un fiume di santità che ha reso fertili le nostre comunità.
È il segno concreto che Dio non ci lascia mai soli.
Egli ci ha amato, continua ad amarci e non si stanca di rendersi presente con persone in carne e ossa capaci di trasformare la vita sociale e di evangelizzare il mondo del lavoro.
Da loro imparate il coraggio e l’apertura quotidiana alla Grazia.
Carissimi, andate avanti insieme con fiducia.
L’Italia e l’Europa hanno bisogno di voi e del vostro entusiasmo.
Non smettete di sognare e di stringere legami con altri giovani europei e di altri Continenti che come voi amano la Chiesa e lavorano in suo nome nella società.
Vi seguo con speranza, vi ricordo nella preghiera e di cuore imparto a voi e alle vostre famiglie la benedizione apostolica.
Grazie!
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[1] M.
Operti, In cammino ogni giorno.
Vangelo, giovani, lavoro, Teramo 2020, 178.
Data: Sat, 21 Feb 2026 10:15:00 +0100 leggi alla fonte
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.
Mi dicono che posso parlare in inglese, faremo del nostro meglio!
Buongiorno e benvenuti!
Sono molto lieto di salutare il Superiore e la Superiora Generale presenti e tutti voi.
Mi è cosa molto gradita incontrarvi in due momenti speciali della vita delle vostre Congregazioni: i duecento anni dall’approvazione papale delle Regole e Costituzioni per i Missionari Oblati di Maria Immacolata e i centocinquant’anni di fondazione per le Suore di Nostra Signora degli Apostoli.
Pur con storie diverse, sono molti i tratti che accomunano i vostri Istituti Religiosi: il periodo di fondazione, la terra di origine, ma soprattutto la vocazione missionaria.
“Mi ha mandato ad evangelizzare i poveri” (cfr Is 61,1; Lc 4,18) è il motto che Sant’Eugenio de Mazenod ha scelto per gli Oblati, da lui fondati con grande coraggio in un momento in cui l’Europa era scossa da vicende complesse e drammatiche, che acuivano l’impellenza dell’annuncio del Vangelo agli ultimi.
Sono forti le parole da lui spese e le azioni intraprese in difesa della dignità di poveri, operai e contadini, sfruttati come risorse produttive e ignorati nelle esigenze più profonde della loro umanità.
Ed è forte e provocatoria l’audacia con cui non ha esitato, già Vescovo di Marsiglia, a rispondere alla richiesta di aiuto del Confratello nell’Episcopato Monsignor Bourget, Arcivescovo di Montréal, inviando religiosi prima in Canada e poi in altre parti del mondo: in Europa, Africa e Asia.
Generosità che fu premiata, di fatto, da un’impressionante fioritura missionaria e vocazionale; il che testimonia come la docilità alle ispirazioni dello Spirito Santo e l’attenzione alle urgenze della carità sono, per ogni fondazione, fonte di fecondità e fermento di crescita.
Ancora oggi, con più di tremila religiosi sparsi in settanta paesi del mondo, voi continuate a svolgere il vostro ministero con la stessa apertura preferenziale agli ultimi, arricchiti dal dono prezioso di una estesa famiglia carismatica e di una crescente interculturalità.
Accogliete questa vitalità come un dono e come un segno, che vi sproni a mantenere vivo e a rendere attuale lo spirito delle vostre origini.
Come già vi ha indicato Papa Francesco non molti anni orsono, «a questa Chiesa, che il Fondatore vi ha insegnato ad amare come una madre, offrite il vostro slancio missionario e la vostra vita, partecipando al suo esodo verso le periferie del mondo amato da Dio, e vivendo un carisma che vi porta verso i più lontani, i più poveri, coloro che nessuno raggiunge» (Discorso ai partecipanti al Capitolo generale dei Missionari Oblati di Maria Immacolata, 3 ottobre 2022), sotto la protezione di Maria e con il suo materno sostegno.
E in questo, provvidenzialmente, oggi tutti riceviamo un richiamo dalle sorelle con cui condividiamo questo incontro: le Suore di Nostra Signora degli Apostoli, il cui motto si ispira alle parole di San Luca, negli Atti: “Con Maria Madre di Gesù” (cfr At 1,14).
È una frase che si riferisce alla presenza della Vergine Santissima in mezzo agli Apostoli, nel Cenacolo e nella prima Comunità cristiana.
Ve le ha affidate Padre Agostino Planque che, un secolo e mezzo fa, ha fondato la vostra Congregazione per assicurare l’indispensabile presenza femminile alle Opere della Società delle Missioni Africane.
Tante donne hanno risposto al suo appello, dalla Francia e da molti altri Paesi, accettando la sfida di stare con Maria, per essere come Lei testimoni di Cristo tra gli apostoli e nel mondo.
A molte di loro quel “sì” è costato la vita, per la durezza del lavoro missionario, per l’esposizione alle malattie, per il martirio, in tempi recenti.
E ancora adesso voi siete presenti in contesti difficili, dove offrite il vostro servizio con fede e nel rispetto di tutti.
Vi incoraggio, care sorelle, a continuate questa missione, facendovi sempre più, là dove prestate la vostra opera, testimoni di fraternità e di pace (cfr S.
Giovanni Paolo II, Omelia della S.
Messa nella Festa della Presentazione del Signore, 2 febbraio 2002, 4).
Vorrei concludere ricordando un ultimo aspetto carismatico che accomuna l’ispirazione dei vostri Fondatori: la “familiarità”.
Entrambi, infatti, hanno raccomandato ai loro figli e figlie spirituali di conservare nelle comunità un sincero e generoso spirito di famiglia.
Per dei consacrati, per delle consacrate, e per dei laici cristiani veramente impegnati, esso nasce prima di tutto dall’incontro con Dio, dall’Eucaristia, dalla preghiera e dall’Adorazione, dall’ascolto della Parola e dalla celebrazione dei Sacramenti.
Da lì, dall’Altare e dal Tabernacolo, cresce nei cuori riempiendoli di quei sentimenti di condivisione e di affetto, di cura e di paziente vicinanza, che devono sempre caratterizzarci, e che ci rendono specchio dell’amore di Dio nel mondo.
Carissimi, carissime, grazie per il tanto bene che fate.
Vi assicuro il mio sostegno nella preghiera e di cuore imparto su voi e sulle vostre Congregazioni la benedizione apostolica.
Data: Thu, 19 Feb 2026 10:30:00 +0100 leggi alla fonte
Dialogo del Santo Padre con i preti di Roma
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Nel nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo,
La pace sia con Voi,
[Indirizzo di saluto del Cardinale Vicario]
Cari fratelli,
vi saluto con grande gioia e vi ringrazio di essere qui stamattina.
Ringrazio il Cardinale Vicario per le parole che mi ha rivolto, e saluto cordialmente tutti voi: i membri del Consiglio episcopale, i parroci, tutti i presbiteri presenti.
E dico, se è vero che siamo all’inizio di questo cammino quaresimale, questo non è un atto di penitenza: è, almeno per me, una grande gioia! E lo dico sinceramente!
All’inizio dell’anno pastorale ci siamo lasciati ispirare da ciò che Gesù dice alla donna samaritana presso il pozzo di Giacobbe: «Se tu conoscessi il dono di Dio» (Gv 4,10).
Il dono, come sappiamo, è anche un invito a vivere una responsabilità creativa.
Non siamo soltanto inseriti dentro il fiume della tradizione come esecutori passivi di una pastorale già definita ma, al contrario, con la nostra creatività e i nostri carismi, siamo chiamati a collaborare con l’opera di Dio.
A questo proposito, sono illuminanti le parole che l’Apostolo Paolo rivolge a Timoteo: «Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te» (2Tm 1,6).
Queste parole sono rivolte, oltre che al singolo, anche alla comunità, e oggi possiamo sentirle rivolte a noi: Chiesa di Roma, ricordati di ravvivare il dono di Dio!
Che cosa significa ravvivare? Paolo rivolge questa esortazione a una comunità che in qualche modo ha perso la freschezza delle origini e lo slancio pastorale; con il contesto che cambia e il tempo che passa, si ravvisa una certa stanchezza, qualche delusione o frustrazione, un certo decadimento spirituale e morale.
E allora l’Apostolo dice a Timoteo e a quella comunità: ricordati di ravvivare il dono che hai ricevuto.
Questo verbo usato da Paolo – ravvivare – evoca l’immagine della brace sotto la cenere e, come disse Papa Francesco, «suggerisce l’immagine di chi soffia sul fuoco per ravvivarne la fiamma» (Catechesi, 30 ottobre 2024).
Anche per il cammino pastorale della nostra Diocesi possiamo dire: il fuoco è acceso, ma sempre di nuovo bisogna ravvivarlo.
Il fuoco acceso è il dono irrevocabile che il Signore ci ha fatto, è lo Spirito che ha tracciato il cammino della nostra Chiesa, la storia e la tradizione che abbiamo ricevuto e quanto, in modo ordinario, portiamo avanti nelle nostre comunità.
Allo stesso tempo, dobbiamo ammettere con umiltà che la fiamma di questo fuoco non conserva sempre la stessa vitalità e ha bisogno di essere riattizzata.
Incalzati dai repentini cambiamenti culturali e dagli scenari in cui si svolge la nostra missione, talvolta assaliti dalla stanchezza e dal peso della routine, oppure scoraggiati per la crescente disaffezione nei confronti della fede e della pratica religiosa, avvertiamo il bisogno che questo fuoco sia alimentato e ravvivato.
Ciò vale in particolare per alcuni ambiti della vita pastorale, cui vorrei brevemente accennare.
Il primo riguarda certamente la pastorale ordinaria delle parrocchie.
E qui, anzitutto vorrei condividervi un pensiero di gratitudine, richiamando le parole che Papa Francesco vi aveva rivolto in una delle ultime Messe Crismali: «Grazie per il vostro servizio; grazie per tanto bene nascosto che fate […]; grazie per il vostro ministero, che spesso si svolge tra tante fatiche, incomprensioni e pochi riconoscimenti» (Omelia nella Messa del Crisma, 6 aprile 2023).
Le fatiche e le incomprensioni, però, possono anche essere occasione di riflessione sulle sfide pastorali da affrontare.
In particolare, circa la relazione tra iniziazione cristiana ed evangelizzazione, abbiamo bisogno di una chiara inversione di marcia; infatti, la pastorale ordinaria è strutturata secondo un modello classico che si preoccupa anzitutto di garantire l’amministrazione dei Sacramenti, ma un tale modello presuppone che la fede venga in qualche modo trasmessa anche dall’ambiente circostante, dalla società come dall’ambiente familiare.
In realtà, i cambiamenti culturali e antropologici che sono avvenuti negli ultimi decenni ci dicono che non è più così, anzi, assistiamo a una crescente erosione della pratica religiosa.
È urgente perciò ritornare ad annunciare il Vangelo: questa è la priorità.
Con umiltà, ma anche senza lasciarci scoraggiare, dobbiamo riconoscere che «parte della nostra gente battezzata non sperimenta la propria appartenenza alla Chiesa», e ciò invita a vigilare anche su una «sacramentalizzazione senza altre forme di evangelizzazione» (Evangelii gaudium, 63).
Ricordiamo le domande dell’Apostolo Paolo: «Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci?» (Rm 10,14).
Come tutti i grandi agglomerati urbani, la città di Roma è segnata dalla permanente mobilità, da un nuovo modo di abitare il territorio e di vivere il tempo, da tessuti relazionali e familiari sempre più plurali e talvolta sfilacciati.
Perciò, è necessario che la pastorale parrocchiale rimetta al centro l’annuncio, per cercare vie e modi che aiutino le persone a entrare nuovamente in contatto con la promessa di Gesù.
In questo contesto, l’iniziazione cristiana, spesso modulata su ritmi scolastici, ha bisogno di essere rivista: occorre sperimentare altre modalità di trasmissione della fede anche al di fuori dei cammini classici, per cercare di coinvolgere in modo nuovo i ragazzi, i giovani e le famiglie.
Un secondo aspetto è questo: imparare a lavorare insieme, in comunione.
Per dare il primato all’evangelizzazione in tutte le sue molteplici forme non possiamo pensare e agire in modo solitario.
In passato, la parrocchia era legata più stabilmente al territorio e ad essa appartenevano tutti coloro che vi abitavano; oggi, però, i modelli e gli stili di vita sono passati dalla stabilità alla mobilità e tante persone, oltre che per motivi lavorativi, si muovono per esperienze di vario genere, vivendo anche le relazioni al di là dei confini territoriali e culturali di appartenenza.
La sola parrocchia non è sufficiente per avviare qualche percorso di evangelizzazione capace di intercettare chi non può vivere un’adeguata partecipazione.
In un territorio di grandi dimensioni come quello romano, occorre vincere la tentazione dell’autoreferenzialità, che genera sovraffaticamento e dispersione, per lavorare sempre più insieme, specialmente tra parrocchie limitrofe, mettendo in comune i carismi e le potenzialità, programmando insieme ed evitando di sovrapporre le iniziative.
Serve un coordinamento maggiore che, lungi dall’essere un espediente pastorale, intende esprimere la nostra comunione presbiterale.
Un ultimo aspetto vorrei sottolineare: la vicinanza ai giovani.
Molti di loro – lo sappiamo – «vivono senza più alcun riferimento a Dio e alla Chiesa» (Discorso ai partecipanti della sessione Plenaria del Dicastero per la Dottrina della fede, 29 gennaio 2026).
Si tratta perciò di cogliere e leggere il profondo disagio esistenziale che li abita, il loro smarrimento, le loro molteplici difficoltà, come pure i fenomeni che li coinvolgono nel mondo virtuale e i sintomi di una preoccupante aggressività, che sfocia a volte nella violenza.
So che conoscete questa realtà e vi impegnate per affrontarla.
Non abbiamo soluzioni facili che ci assicurino risultati immediati ma, per quanto possibile, possiamo restare in ascolto dei giovani, renderci presenti, accoglierli, condividere un po’ della loro vita.
Allo stesso tempo, poiché le problematiche interessano varie dimensioni della vita, cerchiamo anche, come parrocchie, di dialogare e interagire con le istituzioni presenti sul territorio, con la scuola, con gli specialisti nel campo educativo e delle scienze umane e con quanti hanno a cuore il destino e il futuro dei nostri ragazzi.
E a proposito di età giovanile, vorrei rivolgere una parola di incoraggiamento ai preti più giovani – ci siete quasi tutti, vero? – che spesso sperimentano sulla loro pelle le potenzialità e le fatiche della loro generazione e di questa epoca.
In un contesto sociale ed ecclesiale più difficile e meno gratificante, si può correre il rischio di esaurire in fretta le proprie energie, di accumulare frustrazione e di cadere nella solitudine.
Vi esorto alla fedeltà quotidiana nella relazione col Signore e a lavorare con entusiasmo anche se ora non vedete i frutti dell’apostolato.
Soprattutto vi invito a non chiudervi mai in voi stessi: non abbiate paura di confrontarvi, anche sulle vostre stanchezze e sulle vostre crisi, specialmente con i confratelli che ritenete possano aiutarvi.
A tutti noi, ovviamente, è richiesto un atteggiamento di ascolto e di attenzione, attraverso cui vivere concretamente la fraternità presbiterale.
Accompagniamoci e sosteniamoci a vicenda.
Carissimi, sono contento di aver vissuto con voi questo momento di condivisione.
Come ho ricordato di recente, il nostro primo impegno è quello di «custodire e far crescere la vocazione in un costante cammino di conversione e di rinnovata fedeltà, che non è mai un percorso solo individuale ma ci impegna a prenderci cura gli uni degli altri» (Lett.
ap.
Una fedeltà che genera futuro, 13).
In questo modo, saremo pastori secondo il cuore di Dio e potremo servire al meglio la nostra diocesi di Roma.
Grazie!
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Dialogo del Santo Padre con i preti di Roma
Card.
Baldo Reina
Grazie, Santo Padre, per quanto ci ha detto, certamente sarà motivo di un ulteriore approfondimento.
La ringraziamo anche per il tempo che adesso ci dedicherà: ci diceva della disponibilità di un confronto con i sacerdoti.
In tanti avrebbero voluto farLe tante domande.
Le abbiamo raggruppate in quattro per quattro fasce di età.
Il primo sarà don Francesco Melone, che è uno dei sacerdoti che ha ordinato Lei lo scorso 31 maggio, e Le farà proprio una domanda su quanto Lei diceva alla fine del Suo intervento, cioè sulle fatiche del giovane clero.
Dopo di lui, don Giacomo Pavanello, che è parroco a San Gregorio Magno alla Magliana, una parrocchia di circa 40 mila abitanti, una domanda sulle sfide pastorali di questo tempo.
Poi don Romano De Angelis, che è stato parroco in diverse parrocchie della città, da qualche mese è uno dei cappellani dell’ospedale pediatrico “Bambin Gesù”, e affronterà il tema della fraternità sacerdotale, che è stato anche quello un tema da Lei affrontato.
Alla fine, don Tonino Panfili, che si occupa della vita consacrata da tanti anni in Vicariato, attualmente amministratore della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, e Le porrà le domande che riguardano i sacerdoti anziani.
A questo proposito, ricordiamo in questo momento i nostri confratelli ammalati anziani che sono presso la Casa di riposo “San Gaetano” al Divino Amore.
Quindi loro quattro in qualche modo parleranno a nome di tutti.
Grazie.
Prima domanda
Buongiorno Santo Padre, Le rivolgo queste parole a nome dei giovani preti della nostra diocesi, anche se già ha risposto a tante domande che abbiamo nel cuore, grazie! Nella maggior parte dei casi, viviamo il servizio pastorale accanto alle realtà giovanili delle nostre comunità.
Nei ragazzi si respira un grande desiderio di profondità e di intimità con Dio, nonché il bisogno di ascolto e di comunione.
Ma allo stesso tempo emergono in loro numerose ferite relazionali e affettive, spesso accompagnate da ansie e paure, tristezza e solitudine.
A volte quindi sembra essere più facile, e forse per noi preti anche più gratificante e conveniente, prendersi cura principalmente del livello emotivo, anestetizzando il dolore attraverso eventi sensazionali ed emozioni forti, piuttosto che aiutarli ad entrare in dialogo con Dio.
Una relazione, questa, che invece non è appariscente, rumorosa, affollata di grandi numeri o mediata da leader carismatici, ma che si alimenta nel nascondimento della preghiera, facendo di noi non dei protagonisti ma dei ministri della confidenza con il Signore.
Solo l’amicizia con Gesù riempie la nostra solitudine, come Lei stesso Santità ha ricordato il 10 gennaio scorso accogliendo proprio qui i ragazzi romani e i loro educatori.
Le chiedo quindi, Santo Padre, cosa consiglierebbe a noi giovani preti per poter incarnare il Vangelo nel mondo di oggi, in particolare in mezzo ai nostri giovani, proponendoci loro come adulti credibili, senza tuttavia trasformare l’evangelizzazione in animazione e il discernimento in intrattenimento? Grazie.
Risposta Papa Leone XIV
Bene.
La prima cosa che vorrei dire è che è una condizione, una realtà della società oggi, che in un certo senso non possiamo cambiare, però dobbiamo avere gli occhi aperti.
È la realtà delle famiglie e le sfide che abbiamo anche con i giovani ragazzi di oggi precisamente, perché vengono tante volte da famiglie che hanno vissuto crisi molto forti, assenza del papà, genitori divorziati, risposati, molti che hanno vissuto anche esperienze di abbandono, le difficoltà che i giovani devono assumere in questa vita che viviamo oggi.
Quindi per il sacerdote accompagnare questi giovani significa anche conoscere la loro realtà, essere vicini in questo senso, accompagnarli, ma non essere solo uno tra i giovani.
Anche questo è importante: la testimonianza del sacerdote.
Il sacerdote giovane può offrire ai ragazzi un modello di vita, che essere amico di Gesù potrà realmente riempire la loro vita.
Ma questo significa che il sacerdote stesso, giovane o meno giovane, vive una vita di amicizia con Gesù, per offrire a questi ragazzi non solo un esempio ma un’esperienza di vita che potrebbe cambiare la vita dei giovani.
Poi anche qui penso che lo spirito di evangelizzazione, di cui ho parlato qualche minuto fa, si deve applicare anche ai giovani.
Prima tutti i ragazzi venivano in parrocchia.
Sicuramente molte delle vostre parrocchie hanno l’oratorio, in questo stile, cioè un luogo dove i giovani si radunano, giocano… Ancora vengono alcuni, ma non possiamo essere soddisfatti solo con quelli che arrivano lì alla parrocchia; e quindi, anche forse con gli stessi ragazzi, bisogna organizzare, pensare, cercare iniziative che potranno essere una forma di uscita.
Papa Francesco parlava tanto della Chiesa in uscita.
Dobbiamo andare noi, dobbiamo invitare altri giovani, andare con loro alla strada; offrire forse diversi modi, attività… Lo sport può essere anche un cammino per invitare i giovani.
Altre attività, arte, cultura… Invitare i ragazzi a venire, a cominciare a conoscere.
Forse conoscere è anzitutto un’esperienza umana di amicizia, che può pian piano aiutare ad arrivare a un’esperienza di comunione.
Molti giovani vivono un isolamento, una solitudine incredibile, dopo la pandemia, ma non è cominciato lì.
Con il famoso smartphone, che probabilmente tutti portano in tasca oggi, vivono soli anche se dicono: “No, il mio amico è qui,” ma non c’è un contatto umano.
Vivono una specie di distanza dagli altri, una freddezza, senza conoscere la ricchezza, il valore dei rapporti veramente umani.
Quindi anche lì bisogna cercare come offrire ai giovani un altro tipo di esperienza di amicizia, di condivisione e, pian piano, di comunione, e da quella esperienza invitarli anche a conoscere Gesù, che ci invita a essere non i suoi servi ma i suoi amici.
Per fare tutto questo ci vuole molto tempo, sacrificio, anche riflessione, vedere come arrivare a questi giovani che oggi sono portati via a una vita terribile tante volte, la dipendenza dalla droga, la delinquenza, la violenza, difficoltà, questo isolamento… Un giovane non molto tempo fa mi ha fatto la domanda così: “Ma Lei parla molto di comunione e di unità, perché? Qual è il valore?”.
Cioè non capiva neanche, in questa esperienza che vive, che c’è un valore grande nell’uscire dalla solitudine e cercare amici e comunione.
Quindi io penso che per quella strada lì anche i giovani sacerdoti, che sono più vicini ai giovani per età, per cultura, per formazione, potranno fare un grande servizio per annunciare questo messaggio che, in fondo, è sempre il Vangelo.
Seconda domanda
Santità, buongiorno e grazie di cuore per questo momento.
Desidero farLe una domanda relativamente ai tempi che stiamo vivendo, che sono segnati da una progressiva marginalizzazione del religioso dal panorama sociale contemporaneo, soprattutto nelle grandi città come Roma.
Come possiamo essere incisivi per questa cultura postmoderna dentro cui tutti viviamo, respiriamo, senza però tornare a schemi del passato che risulterebbero un po’ anacronistici? Quale priorità nella nostra pastorale per poter rispondere evangelicamente alle sfide del nostro tempo? Lo dico in un altro modo, il Vangelo si è sempre inculturato, oggi siamo probabilmente davanti a una nuova inculturazione, come possiamo far sì che questa inculturazione sia favorita, accompagnata e non ostacolata dalle nostre iniziative? Grazie.
Risposta Papa Leone XIV
Una cosa, che io stesso sto cercando, è come rispondere a questa sfida, che comincia con la necessità di conoscere veramente la comunità dove sono chiamato a servire.
Parlo personalmente.
Io ho vissuto a Roma per quattro anni negli anni ’80, poi per dodici anni dal 2000 al 2012-13, poi adesso da tre anni, e ogni volta che torno a Roma, in un certo senso, trovo un’altra Roma.
Sono tante cose… La “città eterna”, diciamo, le strade sono le stesse, le buche sono uguali, però la vita è tanto cambiata.
Allora, per servire anche come Vescovo di Roma avevo pensato molto, quando siamo andati a Ostia domenica scorsa, per parlare con questa gente, con queste persone, bisogna cominciare con il conoscere a fondo per quanto possibile la loro realtà.
Non posso portare neanche una continuità: se mi cambiano da una parrocchia a un’altra parrocchia, pensare: “Questo ha funzionato là, continuiamo le stesse cose”.
Se vuoi amare qualcuno devi prima conoscere.
Se vuoi amare e servire una comunità è molto importante conoscere.
E ci sono tante realtà in questo mondo di mobilità, di cui ho parlato un po’, che cambia continuamente.
E allora ci vuole uno sforzo da parte dei parroci, dei sacerdoti, di tutti coloro che collaborano anche nel consiglio parrocchiale, di vedere realmente quali sono le sfide di questo momento in questo posto, in questa parrocchia che dobbiamo un po’ vedere e conoscere.
Poi, circa la realtà del mondo di oggi, non ho parlato finora di una realtà che arriva a noi anche se noi non vogliamo: l’intelligenza artificiale, l’uso dell’internet, che anche nella vita del sacerdote è presente.
Tra parentesi, faccio l’invito a resistere alla tentazione di preparare le omelie con l’intelligenza artificiale! Come tutti i muscoli nel corpo se non li utilizziamo, se non li muoviamo muoiono, il cervello ha bisogno di essere utilizzato, allora anche la nostra intelligenza, la vostra intelligenza bisogna esercitarla un po’ per non perdere questa capacità.
Ma ci vuole molto di più, perché per fare una vera omelia che è condividere la fede, I.
A.
mai arriverà a poter condividere la fede! Questa è la parte più importante: se possiamo offrire un servizio, diciamo inculturato, nel posto, nella parrocchia dove stiamo lavorando, la gente vuole vedere la tua fede, la tua esperienza di aver conosciuto e amato Gesù Cristo e il suo Vangelo.
E questo è qualcosa che dobbiamo coltivare continuamente.
E lì allora dico molto sinceramente, a tutte le domande, che parte della risposta è l’importanza di una vita di preghiera.
Non solo la routine di recitare più veloce possibile il breviario, che porto anche nel cellulare, ma il tempo di stare con il Signore, di ascoltare con la Parola di Dio, con la preghiera dei Salmi, questa lode al Signore.
Ma anche la capacità di entrare in dialogo, di ascoltare davvero e di esprimere le difficoltà che porto nel cuore: “Perché Signore, cosa vuoi da me? Che posso fare?”.
Allora, con questa esperienza di una vita autenticamente radicata nel Signore, possiamo offrire qualcosa che non è nostro.
Non è perché io sono offro quello che sono io, questo è un inganno tante volte in internet, tiktok, e vogliamo essere noi: “Io ho tanti follower, tanti like, perché vedono che io sto dicendo…”.
Non sei tu: se non stiamo trasmettendo il messaggio di Gesù Cristo, forse ci stiamo sbagliando, e bisogna anche lì riflettere molto bene con molta umiltà a vedere chi siamo e quello che stiamo facendo.
Ma con questo atteggiamento di amore, di servizio, di umiltà, di ascolto, possiamo scoprire veramente che cosa possiamo fare per rispondere a questa comunità dove siamo chiamati a servire.
Terza domanda
Santo Padre, in questi 39 anni di ordinazione presbiterale ho potuto sperimentare che la fraternità sacerdotale è possibile, ed è bella.
Anche perché nei nostri presbitéri, a Roma, abbiamo la possibilità di accogliere anche sacerdoti di altre diocesi che sono una ricchezza, non solo per l’aiuto che danno ma anche proprio per alimentare la fraternità sacerdotale.
Ed è vero che poi nello stare insieme si sperimenta quello che diceva san Giovanni Berchmans: “La vita comune è grande penitenza, ma ho sperimentato che è anche fonte di immensa gioia”.
Tre semplici episodi: dopo il malore di un pomeriggio, mi sono accorto al mattino dopo che i miei confratelli, senza dir nulla, si erano organizzati durante la notte a turni di un’ora per venire riservatamente a vedere come andavano le cose, come stavo.
Altro episodio che mi colpì, quando morì mia madre – io sono figlio unico, papà era già morto – un giovane confratello, vedendomi un po’ turbato, mi disse: “Romano, ricordati che, finché io sarò vivo, tu nella vita non sarai mai solo”.
Ho fatto anche l’esperienza di un momento doloroso, un’incomprensione dolorosa, e lì mi ha illuminato il Vangelo: pregare per quella persona, per quel confratello, e chiedere che il Signore lo benedicesse.
E, dopo pochi mesi, la gioia del messaggio della riconciliazione.
Allora, di fronte a questo, dico, però ci sono dei pericoli, Santo Padre, che Le propongo, per chiedere da Lei un consiglio e qualche suggerimento.
Il primo è la difficoltà di essere sé stessi per la paura del pettegolezzo, di essere venduti per trenta denari, così che qualcuno possa farsi bello raccontando delle cose.
Poi, le diverse sensibilità che possiamo avere sono certamente una ricchezza, però c’è la tentazione, invece di trasformarle in opportunità, di fare squadre contrapposte che si combattono.
E poi, quello che mi sembra il pericolo più grande, che è quello della gelosia: cioè quello di essere incapaci di gioire per le capacità di un confratello, che rischia di diventare un nemico semplicemente perché è apprezzato e ha successo pastorale.
A volte, mi vengono in mente le parole un po’ amare di un confratello, ma che c’entrano un po’: “Se vuoi far del male a qualcuno parlane bene”, perché allora lo esponi ad essere colpito.
Ma certamente Lei potrà darci una indicazione preziosa per valorizzare tutto questo.
Grazie Santo Padre!
Risposta Papa Leone XIV
Grazie.
Potrei dire, come il professore: “Ma lei ha già risposto alla sua domanda, e quindi…”.
Comincio con una cosa veramente dolorosa – direi negativa – che è un po’ come una delle “pandemie” del clero a livello universale, a volte.
Si chiama l’“invidia clericalis”, che è quella in cui un sacerdote, che vede che un altro è stato chiamato ad essere parroco di una parrocchia più grande, più bella, chiamato ad essere vicario, chiamato non so… allora si rompono proprio i rapporti; e non solo questo, ma anche con i pettegolezzi, criticando, dicendo… Si distrugge invece di vedere come costruire vincoli, ponti di amicizia, di fraternità sacerdotale.
Quindi, dico questo subito per lasciarlo da parte, ma stiamo attenti, per favore, a questa realtà.
Siamo tutti umani, ci sono sentimenti, emozioni, tante cose, però, come sacerdoti – e spero già dal seminario – possiamo dare modelli di vita, dove i sacerdoti possano essere davvero amici, fratelli, e non nemici o indifferenti gli uni verso gli altri.
E non so cosa è peggio: se essere nemico o essere indifferente verso l’altro, c’è da pensare in tutti e due.
Ho visto esempi bellissimi di fraternità sacerdotale e ne dico qualcuno, perché può servire anche per tutti, i più giovani e i più grandi.
Un sacerdote di Chicago, che aveva i suoi compagni di seminario che avevano fatto, dal giorno dell’ordinazione sacerdotale, un patto, un accordo: che tutti i mesi – non so, hanno scelto il quarto giovedì, non so… – che tutti i mesi avrebbero fatto, una volta al mese, un incontro tra di loro.
Era una “classe” di un buon numero di sacerdoti, e io ne ho fatto la conoscenza quando uno di loro, che era già vescovo ausiliare a Chicago, aveva 93 anni, e ancora si radunavano quelli sopravvissuti fino a quell’età.
Hanno voluto, per tutta la vita, continuare questa bellissima amicizia che avevano formato già dal seminario.
Ma non era solo un riunirsi e basta, era un’esperienza di preghiera, in cui dedicavano un momento della giornata a pregare, poi a studiare.
E qui voglio dire un’altra cosa a tutti: che lo studio nella nostra vita dev’essere permanente, continuo.
Quando sento da qualcuno che mi dice – questo è storico, me lo ha detto un sacerdote –: “Io non ho più aperto un libro da quando sono uscito dal seminario”.
Mamma mia – ho pensato – che tristezza! E quanto è triste per i suoi fedeli, che devono ascoltare Dio sa che cosa.
Dobbiamo anche aggiornarci, e quel gruppo di sacerdoti, in questo raduno che facevano tutti i mesi, ad ognuno, ogni volta a turno, dicevano: “Tocca a te, scegli un articolo, una cosa”.
La persona poi lo mandava a tutti in anticipo, tutti lo leggevano, poi nel momento della condivisione parlavano di teologia, di pastorale, di nuove iniziative, della realtà della Chiesa, ecc.
Era una cosa bellissima.
E per loro propria iniziativa.
E lì, allora, un altro punto molto importante: se io resto qui seduto a dire: “Nessuno viene a trovarmi” – può succedere a qualcuno di voi –, non abbiamo paura di bussare alla porta dell’altro, di prendere l’iniziativa, di dire ai compagni o a un gruppo di amici, ad alcuni: “Perché non facciamo un incontro ogni tanto, per studiare insieme, riflettere insieme, un momento di preghiera e poi un buon pranzo?”.
Il parroco con la migliore cuoca può invitare gli altri, così si fa un buon pranzo insieme.
Questi di cui parlo, i sacerdoti a Chicago, lì i sacerdoti diocesani tutti giocano a golf.
Allora, in estate, andavano anche a fare un po’ di sport insieme.
La cosa è che qualcuno deve prendere l’iniziativa.
Forse non può essere con tutti – sono anche molto realista qui –, Dio ci ha fatti tutti diversi, grazie a Dio! Non sono due della stessa taglia, per dire, però mi trovo meglio con quello o questo.
Quell’altro è una buona persona però non avrò la fiducia – che è quello che Lei diceva nella domanda –, non si può dire tutta la storia della tua vita a chiunque passa di lì.
Bisogna trovare alcune persone con cui vivere un’esperienza, per avere forse la possibilità di avere un’amicizia, un rapporto fraterno con un po’ più di profondità, e di condividere la vita, di non trovarti solo.
Come questo giovane sacerdote che Le ha detto: “Finché ci sarò io tu non sarai mai solo”.
Dovremmo cercare di costruire rapporti fraterni sacerdotali anche in questo senso.
Non sarà sempre il parroco con i suoi vicari, forse è meglio un gruppo di parroci, non so, bisogna vedere la realtà.
Però creare situazioni per rompere questa tendenza che ci porta alla solitudine, all’isolamento gli uni dagli altri.
E cercare veramente di prendere un po’ di tempo – non può essere tutti i giorni evidentemente –, però con una certa periodicità, di fare un raduno, e non via schermo.
Quello è importante, può anche avere un suo valore, ma in presenza, trovarsi insieme, fare un incontro, per condividere le gioie e anche le difficoltà della vita.
Condividere esperienze.
Può esserci un momento in cui uno si trova in crisi, sia per la salute sia per qualche difficoltà, se si trova da solo, la crisi molte volte ci porta lontano da ciò che è la nostra vita.
Se ho un gruppo di fiducia dove ho vissuto un’esperienza, posso continuare a camminare insieme a loro, se c’è qualcuno con cui condividere le difficoltà, i momenti delle prove ecc.
Quindi questo sarebbe molto concretamente un tipo di esperienza che ancora oggi si possa sognare; questo tipo di vita sacerdotale, per promuovere un’autentica fraternità sacerdotale.
Quarta domanda
Il giorno della Sua elezione, Santità, ho capito che ero ormai tra i sacerdoti più anziani.
Anche il Papa è più giovane di me di un anno! E quando faccio le riunioni in Vicariato, tutti sono più giovani di me – il Cardinale, il Vicegerente, il Vescovo, i Direttori –, e quindi è un’esperienza continua di questa età, ormai la maturità.
In parrocchia c’è un Vescovo emerito, che è più grande di me, ma ci sono tre sacerdoti proveniente da varie diocesi, e lì facciamo una bella esperienza di fraternità, per continuare questo discorso così importante.
E questi giovani sono una ricchezza.
Rappresento quindi la generazione dei preti anziani, oggi qui sono la voce di tutti i presbiteri avanti negli anni.
Molti sentono la solitudine dopo una vita totalmente dedicata al Vangelo e alla Chiesa: dopo tanta gente, tanta solitudine.
Molti, purtroppo, segnati dalla malattia, si sono necessariamente messi da parte prima ancora della pensione.
La domanda è duplice: cosa suggerisce a chi di noi è solo e malato, e che ormai offre la sua fragilità e il suo limite, insieme al Pane eucaristico, a Gesù vittima.
Ma Le chiedo anche questo, Santità: come possiamo, noi sacerdoti anziani, nei nostri presbitéri, aiutare i più giovani a rimanere giovani spiritualmente, entusiasti nell’annunciare la Parola, appassionati nel costruire la Chiesa sposa di Cristo?
Risposta Papa Leone XIV
Una cosa che dico è che, anche se non si può fare tutto perfettamente, bisogna prepararsi nella vita, in un certo senso, a poter accettare, quando arriva il momento, l’età, l’anzianità, la malattia, e anche la solitudine.
Però, se uno ha vissuto tutta una vita con un certo spirito di dialogo, di amicizia, comunione e fraternità, in effetti si possono trovare risposte molto concrete a questa esperienza di essere solo e malato, per esempio.
Ci sono persone – lo diciamo con una certa franchezza – che già come giovani vanno per le strade della vita con una certa amarezza, non hanno mai saputo vivere esperienze di amicizia, di fraternità o di comunione.
E quindi già da giovani, o dalla mezza età, vivono già con questa amarezza, mai contenti di niente e sempre con questo spirito un po’ negativo.
Se uno vive tutta la vita come un cammino che ci porta avanti, anche con il peso degli anni, tante volte anche – o da giovane o da anziano – con malattie, con queste difficoltà, avrà la capacità, con la grazia di Dio, di accettare la croce, la sofferenza che viene, perché lo fa con lo stesso spirito di preghiera e sacrificio che ha voluto avere il giorno dell’ordinazione sacerdotale, quando ha detto al Signore: “Sì, Signore, ti voglio seguire in tutto e accetterò ciò che mi dà la vita come parte della tua volontà”.
Allora lì ci vuole tutta una spiritualità, che bisogna coltivare, anche dal Seminario e in avanti.
Non posso dire a un ragazzo di 22 anni: “Preparati per quando arriverai a 80”, però è tutto un cammino, è tutto un modo di entrare nella vita con un certo spirito di gratitudine.
Non ho parlato di questo ancora, ma cominciando con la gratitudine per essere stati chiamati ad essere sacerdoti.
Tante volte dimentichiamo quanto è grande la nostra vocazione, e quanto è importante per la vita della Chiesa.
Non per un senso di clericalismo – “Ecco qui ci sono io” –, ma perché il Signore ci ha chiamati ad essere suoi amici, discepoli, servitori di tutto il suo popolo, e questo è bellissimo! Allora, vivere con uno spirito di gratitudine dal primo giorno del mio sacerdozio mi potrà aiutare a vivere, anche come anziano, come persona con la croce di una malattia, a dire: “Grazie Signore per la vita, per il dono che mi dai”.
Sapete molto bene che in molti Paesi – in Europa, in Italia… In Canada è già legale –, se ne parla in molti posti, dell’eutanasia: la questione del fine vita, persone che non hanno più un senso di vita e stanno lì con la croce di una malattia e dicono: “Questa non voglio portarla più, preferisco togliermi la vita”.
Se noi siamo così negativi sulla nostra vita, e a volte con meno sofferenza di quella che portano tante persone, come possiamo dire loro: “No, tu non puoi toglierti la vita, devi accettare…”.
Però poi noi ci comportiamo così, molto negativi in tutto.
Cioè, dobbiamo essere noi i primi testimoni del fatto che la vita ha un grandissimo valore.
E la gratitudine durante tutta la vita è molto importante.
Anche l’umiltà.
L’umiltà: l’atteggiamento di voler riconoscere che non sono io, è il Signore che mi ha dato la vita, è il Signore che mi accompagna e che mi porta nelle sue braccia, anche in quei momenti in cui sono più debole.
Il Signore è lì con noi.
E vivere con questo spirito dà vita, speranza.
Oltre a questo, la vicinanza.
E qui vorrei invitare tutti i presenti a pensare: sicuramente tutti conosciamo qualche anziano, qualche malato, sacerdote, laico, religiosa… che vivono momenti di grande difficoltà.
Chiamiamo, andiamo a visitarli.
Facciamo uno sforzo anche noi ad aiutare queste persone che soffrono.
Istituzionalmente, in passato, era più frequente che il sacerdote nella parrocchia – non so, per dire, tutti i giovedì – portava la Comunione e l’Olio (degli infermi), andava a visitare tutti i malati nella parrocchia.
Oggi, con meno sacerdoti, più anziani, è diventato: “Vabbè, mandiamoci i laici, lo fanno loro”.
È un bel servizio che i laici fanno, portando la Comunione per esempio nelle case.
Ma questo non significa che il sacerdote può restare in casa a vedere internet, mentre gli altri stanno visitando.
Cioè, anche per noi, è un servizio, un apostolato, una forma di pastorale molto importante vivere questa vicinanza con quelli che soffrono.
I sacerdoti anziani hanno anch’essi un servizio.
Anche se sono malati a letto, se hanno vissuto una vita veramente di servizio e sacrificio, sanno molto bene che la loro preghiera può essere anche un grande servizio, un grande dono.
La loro vita ancora ha un senso grande.
E che possono ricordare e accompagnare ancora tante persone, situazioni, comunità, che hanno bisogno della loro preghiera.
Per vivere quello spirito – certo, se uno non ha pregato per quarant’anni e poi dice qui sono a letto, non so cosa fare, è difficile –: anche lì, bisogna vivere una formazione continua della nostra vita spirituale.
Parte dalla preparazione, prima di diventare diciamo anziani e malati.
E qui posso inserire ancora una cosa in più, per tutti, e che può prendere forme diverse: non abbiamo paura di continuare la bella prassi dell’accompagnamento spirituale, di avere qualcuno nella tua vita che ti conosce.
Un amico, bene.
Però tante volte un buon confessore, può essere un sacerdote, una persona di molta saggezza spirituale, che potrà accompagnarti e aiutarti nei momenti di grande difficoltà.
Siamo tutti umani, tutti passiamo momenti difficili, di dolore di tutti i tipi, però avere qualcuno di fiducia che veramente ci può accompagnare da molto vicino, nel cuore, nello spirito, è anche un dono grande che possiamo riconoscere come aiuto alla nostra vita.
E alcuni, spero che molti di voi abbiate questo dono – non tutti ce l’hanno – che abbiate il dono anche di saper accompagnare gli altri quando vivono questo tipo di difficoltà.
Quindi, non è solo un periodo di anzianità, è tutta una vita che dobbiamo vivere in questo camminare insieme, camminare con Gesù e crescere in questo spirito di fede, speranza e autentica carità.
Era l'ultima domanda.
Se mi domandate altre cose, forse non ci sono più risposte oggi! Però voglio dire di nuovo e molto sinceramente che sono molto contento di questo incontro con voi.
Purtroppo non si può realizzare più spesso.
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Come Vescovo diocesano, tutti i mesi avevo un incontro con i sacerdoti, e questo lo dico per i Vescovi.
Ho saputo di una diocesi dove il Vescovo arrivava per i primi dieci minuti per l'incontro con il clero, poi andava via.
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Spero che non sia Lei… ma era un altro Paese! Bisogna saper vivere e accompagnare e camminare insieme, Cardinali, Arcivescovi, Vescovi, Vicari episcopali, parroco con i suoi vicari, vivere questo spirito.
Non solo quello che dice nella carta un programma, ma un autentico spirito di fraternità in questo senso, e di un impegno di fare insieme quello che è la nostra missione di servire nella Chiesa.
Allora vi auguro sinceramente un buon cammino quaresimale, che è tempo di conversione e di gioia per tutti.
E che abbiamo anche opportunità nel futuro di vivere in questo spirito.
Possiamo concludere con la benedizione.
Data: Thu, 19 Feb 2026 10:00:00 +0100 leggi alla fonte
Nel nome del Padre, del Figlio
e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.
Eminenza, Eccellenza, cari fratelli,
Sono lieto di ricevervi nella fase finale del vostro Capitolo Generale.
Come nella vita di ogni istituto religioso, questo è un tempo di grazia, poiché costituisce un momento privilegiato di discernimento comunitario e di ascolto dello Spirito Santo, che continua a guidare la vostra storia e a sostenere la missione affidata alla vostra congregazione, nella fedeltà al carisma ricevuto come un dono di Dio per tutta la Chiesa.
È, inoltre, l’occasione per voi di riconoscervi eredi di un carisma che, attraverso diversi cammini ed espressioni storiche — a volte dolorose e non esenti da crisi — ha dato origine alla congregazione dei Legionari di Cristo, unita da una stessa radice spirituale e da una passione apostolica comune.
Questa memoria condivisa non guarda solo al passato, ma spinge anche a un rinnovamento costante nel presente, fedeli al Vangelo.
Il carisma è un dono dello Spirito Santo.
Ogni istituto e ognuno dei suoi membri sono chiamati a incarnarlo personalmente e in comunità, in un continuo processo di approfondimento della propria identità che li colloca e li definisce all’interno della Chiesa e della società.
Questo cammino costituisce, a sua volta, un contributo prezioso per la Chiesa nel suo insieme e, in modo particolare, per la famiglia spirituale del Regnum Christi.
La diversità di forme, stili e accenti nel vivere il carisma ricevuto non indebolisce l’unità, ma la arricchisce, come nel «poliedro che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità» (Esortazione apostolica Evangelii gaudium, n.
236).
Per questo motivo, non si deve temere la pluralità, bensì accoglierla e discernerla, e permettere che si esprima per rispondere con maggiore trasparenza e fedeltà alla chiamata di Dio.
Come in una famiglia ogni membro possiede la propria identità e missione, così anche tra voi la pluralità di doni manifesta la fecondità dello Spirito e rafforza la missione comune.
Come è stato ricordato, il carisma è un dono dello Spirito Santo; è Lui che distribuisce i suoi doni (cfr.
1 Cor 12, 11), e lo fa per il rinnovamento e l’edificazione della Chiesa.
Come dice san Paolo: «a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune» (1 Cor 12, 7).
Per questo il carisma va accolto con gratitudine e consolazione (cfr.
Costituzione dogmatica Lumen gentium, 12).
Ricordate, pertanto, che non siete padroni del carisma, ma suoi custodi e servitori.
Siete chiamati a donare la vostra vita affinché questo dono continui a essere fecondo nella Chiesa e nel mondo.
Perciò, questo Capitolo vi invita a continuare a chiedervi come vivere oggi, con fedeltà creativa, l’intuizione carismatica che ha dato origine alla vostra famiglia religiosa.
Un Capitolo generale è anche il momento per valutare il cammino percorso e discernere, con l’aiuto dello Spirito Santo, il cammino da percorrere.
Per questo avete considerato l’esercizio del governo e dell’autorità nell’istituto come uno dei temi centrali.
L’autorità, nella vita religiosa, non si intende come dominio, ma come servizio spirituale e fraterno a quanti condividono la stessa vocazione.
Il suo esercizio deve manifestarsi nell’«“arte dell’accompagnamento”, perché tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro (cfr.
Es 3, 5).
Dobbiamo dare al nostro cammino il ritmo salutare della prossimità, con uno sguardo rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana» (Esortazione apostolica Evangelii gaudium, n.
169).
L’autorità nella vita religiosa è anche al servizio dell’animazione della vita comune, incentrandola su Cristo e orientandola verso la pienezza della vita in Lui, evitando ogni forma di controllo che non rispetti la dignità e la libertà delle persone.
Tra i compiti fondamentali del governo religioso c’è, allo stesso modo, quello di promuovere la fedeltà al carisma.
Perciò è necessario rafforzare uno stile di governo caratterizzato dall’ascolto reciproco, dalla corresponsabilità, dalla trasparenza, dalla vicinanza fraterna e dal discernimento comunitario.
Un buon governo, invece di concentrare tutto su sé stesso, promuove la sussidiarietà e la partecipazione responsabile di tutti i membri della comunità.
La vita consacrata, chiamata a essere esperta di comunione, crea spazi dove il Vangelo si traduce in fraternità concreta.
In questi giorni, senza dubbio, avete vissuto un’esperienza concreta di comunione tra fratelli di diverse culture e realtà, di generazioni differenti, e tra quanti esercitano responsabilità di governo e quanti servono quotidianamente in comunità e missioni.
La vostra missione consiste nell’offrire questa testimonianza visibile di ascolto reciproco e di ricerca comune della volontà di Dio, sia per le vostre comunità sia per coloro che incontrate nel cammino mentre compite la vostra missione.
«L’unità missionaria, ovviamente, non va intesa come uniformità» (Messaggio per la 100ª Giornata Missionaria Mondiale, 8 gennaio 2026).
Non si tratta di eliminare le differenze, ma di avere la capacità di armonizzare la diversità a beneficio di tutti, accettando le divergenze come una ricchezza e discernendo insieme i cammini che il Signore ci propone.
Questo processo richiede umiltà per ascoltare, libertà interiore per esprimersi con sincerità e apertura per accettare il discernimento comune.
Si tratta di un’esigenza inerente a ogni vocazione che si vive in comunità.
La Chiesa vive oggi un’intensa chiamata alla sinodalità, ossia a camminare, ascoltare e discernere insieme.
Il Capitolo generale è, per sua stessa natura, un esercizio sinodale nel quale tutti sono chiamati a offrire la propria esperienza e la propria sensibilità per costruire insieme il futuro dell’istituto.
Cari fratelli, vi esorto a continuare a vivere in atteggiamento di preghiera, umiltà e libertà interiore.
Non seguite interessi particolari o regionali, né cercate mere soluzioni organizzative, ma anzitutto la volontà di Dio per la vostra famiglia religiosa e per la missione che la Chiesa vi ha affidato.
Che questo Capitolo vi apra a un tempo di speranza.
Il Signore continua a chiamare e a inviare, a guarire e a purificare; perciò il vostro compito consiste nel discernere come rispondere con fedeltà al presente che Dio pone nelle vostre mani.
Affidando questa nuova tappa della vostra congregazione alla protezione materna di Nostra Signora di Guadalupe, vi imparto di cuore la Benedizione Apostolica.
Grazie.
__________________________________
L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
41, giovedì 19 febbraio 2026, p.
4.
Data: Wed, 18 Feb 2026 17:00:00 +0100 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle,
all’inizio di ogni Tempo liturgico, riscopriamo con gioia sempre nuova la grazia di essere Chiesa, comunità convocata per ascoltare la Parola di Dio.
Il profeta Gioele ci ha raggiunti con la sua voce che porta ciascuno fuori dal proprio isolamento e fa della conversione un’urgenza inseparabilmente personale e pubblica: «Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti» (Gl 2,16).
Menziona le persone di cui non sarebbe difficile giustificare l’assenza: le più fragili e meno adatte ai grandi assembramenti.
Poi il profeta nomina lo sposo e la sposa: sembra chiamarli fuori dalla loro intimità, perché si sentano parte di una comunità più grande.
Quindi tocca ai sacerdoti, che già si trovano – quasi per dovere – «tra il vestibolo e l’altare» (v.
17); sono invitati a piangere e a trovare le parole giuste per tutti: «Perdona, Signore, al tuo popolo!» (v.
17).
La Quaresima, anche oggi, è un tempo forte di comunità: «Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne» (Gl 2,16).
Sappiamo come sia sempre più difficile radunare le persone e sentirsi popolo, non in modo nazionalistico e aggressivo, ma nella comunione in cui ognuno trova il proprio posto.
Addirittura, qui prende forma un popolo che riconosce i propri peccati, cioè che il male non viene da presunti nemici, ma ha toccato i cuori, è dentro la propria vita e va affrontato in una coraggiosa assunzione di responsabilità.
Dobbiamo ammettere che si tratta di un atteggiamento controcorrente, ma che, quando è così naturale dichiararsi impotenti davanti a un mondo che brucia, costituisce una vera e propria alternativa, onesta e attraente.
Sì, la Chiesa esiste anche come profezia di comunità che riconoscono i propri peccati.
Certo, il peccato è personale, ma prende forma negli ambienti reali e virtuali che frequentiamo, negli atteggiamenti con cui reciprocamente ci condizioniamo, non di rado all’interno di vere e proprie “strutture di peccato” di ordine economico, culturale, politico e persino religioso.
Opporre all’idolatria il Dio vivente – ci insegna la Scrittura – significa osare la libertà e ritrovarla attraverso un esodo, un cammino.
Non più paralizzati, rigidi, sicuri nelle proprie posizioni, ma radunati per muoversi e cambiare.
Come è raro trovare adulti che si ravvedono, persone, imprese e istituzioni che ammettono di avere sbagliato!
Oggi, fra noi, si tratta proprio di questa possibilità.
E non è un caso che numerosi giovani, anche in contesti secolarizzati, avvertano più che in passato il richiamo di questo giorno, il Mercoledì delle Ceneri.
Sono loro, infatti, i giovani, a cogliere distintamente che un modo di vivere più giusto è possibile e che esistono delle responsabilità per ciò che nella Chiesa e nel mondo non va.
Occorre, dunque, cominciare da dove si può e con chi ci sta.
«Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2Cor 6,2).
Sentiamo, quindi, la portata missionaria della Quaresima, non certo per distrarci dal lavoro su noi stessi, quanto per aprirlo a tante persone inquiete e di buona volontà, che cercano le vie per un autentico rinnovamento di vita, nell’orizzonte del Regno di Dio e della sua giustizia.
«Perché si dovrebbe dire fra i popoli: “Dov’è il loro Dio?”» (Gl 2,17).
La domanda del profeta è come un pungolo.
Ricorda anche a noi quei pensieri che ci riguardano e sorgono fra chi osserva come da fuori il popolo di Dio.
La Quaresima ci sollecita infatti a quelle inversioni di marcia – conversioni – che rendono più credibile il nostro annuncio.
Sessant’anni fa, poche settimane dopo la conclusione del Concilio Vaticano II, San Paolo VI volle celebrare pubblicamente il Rito delle ceneri, rendendo visibile a tutti, nel corso di un’Udienza generale nella Basilica di San Pietro, il gesto che anche oggi stiamo per compiere.
Ne parlò come di una «severa e impressionante cerimonia penitenziale» (Paolo VI, Udienza generale, 23 febbraio 1966), che urta il senso comune e allo stesso tempo intercetta le domande della cultura.
Diceva: «Ci si può chiedere, noi moderni, se questa pedagogia sia ancora comprensibile.
Rispondiamo affermativamente.
Perché è pedagogia realista.
È un severo richiamo alla verità.
Ci riporta alla visione giusta della nostra esistenza e del nostro destino».
Questa “pedagogia penitenziale” – diceva Paolo VI – «sorprende l’uomo moderno sotto due aspetti»: il primo è «quello della sua immensa capacità di illusione, di auto-suggestione, di inganno sistematico di sé stesso sopra la realtà della vita e dei suoi valori».
Il secondo aspetto è «il fondamentale pessimismo» che Papa Montini riscontrava ovunque: «La maggior parte della documentazione umana offertaci oggi dalla filosofia, dalla letteratura, dallo spettacolo – diceva – conclude per proclamare l’ineluttabile vanità di ogni cosa, l’immensa tristezza della vita, la metafisica dell’assurdo e del nulla.
Questa documentazione è un’apologia della cenere».
Noi oggi possiamo riconoscere la profezia che queste parole contenevano, e sentire nelle ceneri che ci sono imposte il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra: le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura.
«Dov’è il loro Dio?», si chiedono i popoli.
Sì, carissimi, ce lo chiede la storia, e prima ancora la coscienza: chiamare per nome la morte, portarne su di noi i segni, ma testimoniare la risurrezione.
Riconoscere i nostri peccati per convertirci è già presagio e testimonianza di risurrezione: significa infatti non fermarci fra le ceneri, ma rialzarci e ricostruire.
Allora il Triduo pasquale, che celebreremo al culmine del cammino quaresimale, sprigionerà tutta la sua bellezza e il suo significato.
Lo farà avendoci coinvolto, attraverso la penitenza, nel passaggio dalla morte alla vita, dall’impotenza alle possibilità di Dio.
I martiri antichi e contemporanei brillano, per questo, come pionieri del nostro cammino verso la Pasqua.
L’antica tradizione romana delle stationes quaresimali – di cui questa di oggi è la prima – è educativa: rinvia tanto al muoversi, come pellegrini, quanto alla sosta – statio – presso le “memorie” dei Martiri, su cui sorgono le basiliche di Roma.
Non è forse una sollecitazione a metterci sulle tracce delle testimonianze mirabili di cui ormai il mondo intero è disseminato? Riconoscere luoghi, storie e nomi di chi ha scelto la via delle Beatitudini e ne ha portato fino in fondo le conseguenze.
Una miriade di semi che, anche quando sembravano andare dispersi, sepolti nella terra hanno preparato la messe abbondante che tocca a noi raccogliere.
La Quaresima, come ci ha suggerito il Vangelo, liberandoci dal voler essere visti a tutti i costi (cfr Mt 6, 2.
5.
16), ci insegna a vedere piuttosto ciò che nasce, ciò che cresce, e ci sospinge a servirlo.
È la sintonia profonda che nel segreto di chi digiuna, prega e ama si stabilisce col Dio della vita, il Padre nostro e di tutti.
A Lui riorientiamo, con sobrietà e con gioia, tutto il nostro essere, tutto il nostro cuore.
Data: Wed, 18 Feb 2026 10:00:00 +0100 leggi alla fonte
I Documenti del Concilio Vaticano II.
II.
Costituzione dogmatica Lumen gentium.
1.
Il mistero della Chiesa, sacramento dell’unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano
Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
Il Concilio Vaticano II, ai cui documenti stiamo dedicando le catechesi, quando ha voluto descrivere la Chiesa si è anzitutto preoccupato di spiegare da dove essa tragga la sua origine.
Per farlo, nella Costituzione dogmatica Lumen gentium, approvata il 21 novembre 1964, ha attinto dalle Lettere di San Paolo il termine “mistero”.
Scegliendo tale vocabolo non ha voluto dire che la Chiesa è qualcosa di oscuro o di incomprensibile, come a volte comunemente si pensa quando si sente pronunciare la parola “mistero”.
Esattamente il contrario: infatti, quando San Paolo utilizza, soprattutto nella Lettera agli Efesini, tale parola, egli vuole indicare una realtà che prima era nascosta e ora è stata rivelata.
Si tratta del disegno di Dio che ha uno scopo: unificare tutte le creature grazie all’azione riconciliatrice di Gesù Cristo, azione che si è attuata nella sua morte in croce.
Questo si sperimenta prima di tutto nell’assemblea riunita per la celebrazione liturgica: lì le diversità sono relativizzate, ciò che conta è trovarsi insieme perché attratti dall’Amore di Cristo, che ha abbattuto il muro di separazione tra persone e gruppi sociali (cfr Ef 2,14).
Per San Paolo il mistero è la manifestazione di quanto Dio ha voluto realizzare per l’umanità intera e si fa conoscere in esperienze locali, che gradualmente si dilatano fino a includere tutti gli esseri umani e perfino il cosmo.
La condizione dell’umanità è una frantumazione che gli esseri umani non sono in grado di riparare, benché la tensione verso l’unità abiti il loro cuore.
In questa condizione si inserisce l’azione di Gesù Cristo, il quale, mediante lo Spirito Santo, vince le forze della divisione e il Divisore stesso.
Trovarsi insieme a celebrare, avendo creduto all’annuncio del Vangelo, è vissuto come attrazione esercitata dalla croce di Cristo, che è la manifestazione suprema dell’amore di Dio; è sentirsi convocati insieme da Dio: per questo si usa il termine ekklesía, cioè assemblea di persone che riconoscono di essere convocate.
Sicché vi è una certa coincidenza tra questo mistero e la Chiesa: la Chiesa è il mistero reso percepibile.
Questa convocazione, proprio perché è attuata da Dio, non può tuttavia limitarsi a un gruppo di persone, ma è destinata a diventare esperienza di tutti gli esseri umani.
Perciò il Concilio Vaticano II, all’inizio della Costituzione Lumen gentium, afferma così: «La Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (n.
1).
Con l’impiego del termine “sacramento” e la conseguente spiegazione, si vuole indicare che la Chiesa è nella storia dell’umanità espressione di quanto Dio vuol realizzare; per cui, guardando ad essa, si coglie in qualche misura il disegno di Dio, il mistero: in questo senso la Chiesa è segno.
Inoltre, al termine “sacramento” si aggiunge anche quello di “strumento”, proprio per indicare che la Chiesa è un segno attivo.
Infatti, quando Dio opera nella storia coinvolge nella sua attività le persone che sono destinatarie della sua azione.
È mediante la Chiesa che Dio raggiunge l’obiettivo di unire a sé le persone e di riunirle tra di loro.
L’unione con Dio trova il suo riflesso nell’unione delle persone umane.
È questa l’esperienza di salvezza.
Non a caso nella Costituzione Lumen gentium al capitolo VII, dedicato all’indole escatologica della Chiesa pellegrinante, al n.
48, si utilizza di nuovo la descrizione della Chiesa come sacramento, con la specificazione “di salvezza”: «E invero il Cristo – dice il Concilio –, quando fu levato in alto da terra, attirò tutti a sé (cfr Gv 12,32 gr.
); risorgendo dai morti (cfr Rm 6,9) immise negli apostoli il suo Spirito vivificatore, e per mezzo di Lui costituì il suo corpo, che è la Chiesa, quale sacramento universale della salvezza; assiso alla destra del Padre, opera continuamente nel mondo per condurre gli uomini alla Chiesa e, attraverso di essa, congiungerli più strettamente a sé e renderli partecipi della sua vita gloriosa col nutrimento del proprio corpo e del proprio sangue».
Questo testo permette di capire il rapporto tra l’azione unificatrice della Pasqua di Gesù, che è mistero di passione, morte e risurrezione, e l’identità della Chiesa.
Nel contempo esso ci rende grati di appartenere alla Chiesa, corpo di Cristo risorto e unico popolo di Dio pellegrinante nella storia, che vive come presenza santificatrice in mezzo a un’umanità ancora frantumata, quale segno efficace di unità e riconciliazione tra i popoli.
_________________________
Saluti
Je salue cordialement les pèlerins de langue française, en particulier les élèves des diverses écoles de Paris et de toute la France, les groupes de jeunes et les pèlerins de Côte d’Ivoire.
Chers amis, appartenir à l’Église est une grâce qu’il vous appartient de faire fructifier car elle est une présence sanctifiante au milieu d’une humanité encore fragmentée, mais qui aspire à l’unité.
Je vous bénis et vous souhaite un bon carême !
[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese provenienti dalla Francia, in particolare gli alunni delle diverse scuole di Parigi e di tutta la Francia, i gruppi di giovani e i pellegrini della Costa d’Avorio.
Cari amici, appartenere alla Chiesa è una grazia che spetta a voi far fruttificare, perché è una presenza santificante in mezzo a un'umanità ancora frammentata, ma che aspira all'unità.
Vi benedico e vi auguro una buona Quaresima!]
I extend a warm welcome this morning to all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially those coming from England, Scotland, Ireland, Finland, the Netherlands, the Philippines and the United States of America.
I greet in particular the students of the Loyola University of Chicago Rome Center.
As we begin our Lenten journey today, let us ask the Lord to grant us the gift of true conversion of heart so that we may better respond to his love for us and share that love with those around us.
Upon all of you and your families, I invoke the joy and peace of our Lord Jesus Christ.
God bless you all!
Liebe Brüder und Schwestern deutscher Sprache, bitten wir am heutigen Aschermittwoch den Herrn, dass er uns hilft, die Gnaden, die er uns in dieser Fastenzeit schenken möchte, mit bereitem Herzen anzunehmen, auf dass sie reiche Frucht bringen und uns und unseren Brüdern und Schwestern zum Heil gereichen.
[Cari fratelli e sorelle di lingua tedesca, oggi, Mercoledì delle Ceneri, chiediamo al Signore che ci aiuti ad accogliere con cuore aperto le grazie che ci vuole donare in questo tempo di Quaresima, affinché possano portare frutti abbondanti di salvezza per noi e per i fratelli.
]
Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española.
Hoy, Miércoles de Ceniza, comenzamos la Cuaresma, tiempo de gracia y conversión.
Pidamos al Señor que disponga nuestros corazones para escuchar y hacer vida su Palabra, ayunando de gestos y comentarios que hieran a los demás y nos alejen de su Corazón misericordioso.
Que Dios los bendiga.
Muchas gracias.
我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,在今天开始的四旬期中,愿你们勤于祈祷和实践兄弟友爱。我衷心的降福你们!
[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese.
Cari fratelli e sorelle, il tempo di Quaresima che inizia oggi vi trovi impegnati nella preghiera e carità fraterna.
Vi benedico di cuore.
]
Uma cordial saudação aos fiéis de língua portuguesa! Com esta jornada de jejum e oração, começamos o nosso itinerário quaresmal.
Que o Senhor, com a sua graça, nos impulsione a uma verdadeira conversão! Deus vos abençoe!
[Un cordiale saluto ai fedeli di lingua portoghese! Con questa giornata di digiuno e preghiera, iniziamo il nostro cammino quaresimale.
Il Signore con la sua grazia ci conduca ad una vera conversione.
Dio vi benedica!]
أُحيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ باللُغَةِ العَرَبِيَّة.
المَسِيحِيُّ مَدعُوٌّ إلى أنْ يكونَ علامَةً فَعَّالَةً لِلوَحدَةِ والمُصالَحَةِ بَينَ الشُّعوب.
بارَكَكُم الرَّبُّ جَميعًا وَحَماكُم دائِمًا مِن كلِّ شَرّ!
[Saluto i fedeli di lingua araba.
Il cristiano è chiamato ad essere segno efficace di unità e riconciliazione tra i popoli.
Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!]
Serdecznie pozdrawiam Polaków.
22 lutego przypada 95.
rocznica pierwszego objawienia Jezusa Miłosiernego św.
Faustynie Kowalskiej.
Zapoczątkowało to nowy rozdział szerzenia kultu Bożego Miłosierdzia poprzez Koronkę i obraz „Jezu, ufam Tobie”.
Niech Wielki Post będzie czasem spotkania z Chrystusem przez sakrament pokuty i uczynki miłosierdzia.
Wszystkich was błogosławię!
[Saluto cordialmente i polacchi.
Il 22 febbraio ricorre il 95° anniversario della prima apparizione di Gesù Misericordioso a Santa Faustina Kowalska.
Da allora è iniziato un nuovo capitolo nella diffusione del culto della Divina Misericordia attraverso la Coroncina e il quadro «Gesù, confido in Te».
La Quaresima sia un tempo di incontro con Cristo attraverso il Sacramento della Penitenza e le opere di misericordia.
A tutti la mia benedizione!]
* * *
Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare saluto la Lega Mariana Francescana, la Scuola Militare Teuliè di Milano, i fedeli di Bassano del Grappa e di Novaledo.
Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati e agli sposi novelli.
All’inizio della Quaresima vi esorto a vivere con intenso spirito di preghiera questo tempo liturgico per giungere, interiormente rinnovati, alla celebrazione del grande mistero della Pasqua di Cristo, rivelazione suprema dell’amore misericordioso di Dio.
A tutti la mia benedizione!
Data: Wed, 18 Feb 2026 09:00:00 +0100 leggi alla fonte
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo!
La Pace sia con voi!
Fratelli e sorelle,
buongiorno e benvenuti!
Sono lieto di incontrarvi, cari membri dell’Associazione Pro Petri Sede in occasione del vostro pellegrinaggio a Roma.
So che venite regolarmente a incontrare il Successore di Pietro — ogni tre anni credo — al fine di manifestargli il vostro attaccamento e la vostra fedeltà, mostrando così pubblicamente e simbolicamente il senso del vostro carisma proprio: sostenere la Sede apostolica, come indica il nome stesso della vostra associazione.
Siete, in effetti, i lontani eredi degli Zuavi pontifici che si erano impegnati in modo incondizionato, fino a dare la propria vita, a difendere la libertà del Pontefice romano, allora minacciato.
Le condizioni socio-storiche sono ovviamente cambiate e oggi non si tratta più di battersi con le armi né di esercitare alcuna violenza.
Del resto, il mio beato predecessore Pio IX non aveva egli stesso rifiutato che il sangue scorresse davanti alle mura di Roma? gesto profetico che il vero combattimento è di altra natura….
Il vostro impegno incondizionato a favore del Papa si traduce oggi essenzialmente: nelle vostre preghiere; nei vostri sforzi per spiegare ai fedeli il ruolo e l’azione della Santa Sede; e nelle vostre offerte materiali, in particolare a favore dei più bisognosi.
Vi ringrazio molto sinceramente per questo! Mi ha commosso che quest’anno abbiate scelto di sostenere un’opera di carità della mia amata ex Diocesi di Chiclayo.
La realizzazione di un centro di formazione per i più bisognosi sarà di grande utilità e mi permetterà, sebbene lontano per la distanza, di restare vicino a tutte quelle persone con il pensiero e la carità.
Vi ringrazio ancora di tutto cuore, e vi ringrazio anche a nome del vescovo di Chiclayo, Sua Eccellenza monsignor Edinson Farfán.
Cari amici, vi chiedo di perseverare nella vostra importante missione di sostenere la Sede apostolica, e di estenderla anche — se possibile —, una missione che conserva oggi tutto il suo significato.
Il vescovo di Roma, in effetti, ha ricevuto da Cristo il compito di riunire nell’unità il popolo fedele, e di annunciare il Vangelo della Salvezza in tutta la terra; e il carisma dei suoi Successori implica la libertà sovrana di poterlo fare.
Ora, l’annuncio del Regno è ostacolato in molti luoghi nel mondo, e in molti modi.
Quanto è dunque importante, nei tempi turbolenti in cui viviamo, che “Pietro” conservi la sua totale libertà per dire la verità, denunciare l’ingiustizia, difendere i diritti dei più deboli, promuovere la pace, e soprattutto annunciare Gesù Cristo morto e risorto, unico orizzonte possibile di un’umanità riconciliata.
Vi ringrazio nuovamente per le vostre preghiere.
Sono di grande importanza per la Chiesa; sono anche di grande conforto per me nell’esercizio della mia funzione.
Affidando voi, come pure tutti i membri della vostra associazione, senza dimenticare le vostre famiglie, all’intercessione della Vergine Maria, Madre della Chiesa, e alla protezione dell’Apostolo Pietro, vi imparto volentieri la Benedizione apostolica.
Grazie.
__________________________________
L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.
40, mercoledì 18 febbraio 2026, p.
4.
Data: Mon, 16 Feb 2026 11:30:00 +0100 leggi alla fonte
Signor Ministro,
illustri Prefetti,
porgo un cordiale saluto a ciascuno di voi e vi ringrazio per questa visita, che conferma l’impegno a collaborare, secondo i rispettivi ruoli, per il bene della società italiana.
Proprio il vostro Patrono, Sant’Ambrogio di Milano, incarna un ottimo esempio della convergenza tra Stato e Chiesa: da prefetto di quella grande città, che fu capitale dell’impero, egli ne divenne vescovo a furor di popolo, come si usa dire.
In seguito a questo rapido passaggio, Ambrogio esercitò in modo nuovo le sue pubbliche funzioni, ponendo a servizio del popolo l’autorità spirituale della quale era stato investito.
In epoca tardo-antica, una certa comunanza tra ruolo prefettizio e ministero episcopale viene d’altronde significata dai nomi e dai titoli con i quali si indicava tanto la gestione della cosa pubblica quanto l’amministrazione della comunità cristiana.
Sia i cittadini di Roma che i discepoli di Gesù erano infatti organizzati in diocesi, ovvero in circoscrizioni al cui capo stavano ora i prefetti del pretorio, ora gli episkopoi, cioè i vescovi, coloro che osservano il popolo come buoni pastori.
Tale parentela storica contrassegna tutt’oggi la vostra missione, volta a servire lo Stato garantendo l’ordine pubblico e la sicurezza di tutti i cittadini.
Specialmente il nostro tempo, segnato da conflitti e tensioni internazionali, evidenzia l’importanza di tutelare il bene comune, che è irriducibile ad aspetti materiali, giacché riguarda anzitutto il patrimonio morale e spirituale della Repubblica italiana.
Questi valori trovano nella civile convivenza la migliore condizione per diffondersi e progredire.
Vigilando sulla concordia sociale, il Prefetto contribuisce a tutelare il presupposto irrinunciabile della libertà e dei diritti dei cittadini.
Tutta la popolazione beneficia di questo servizio, soprattutto le fasce più deboli.
Infatti, quando lo spazio civico è libero da disordini, i poveri trovano più agevolmente accoglienza, gli anziani sperimentano maggiore tranquillità, migliorano i servizi destinati alle famiglie, ai malati e ai giovani, favorendo uno sguardo più fiducioso sul futuro.
L’ordine pubblico non concerne, dunque, solo la doverosa lotta alla criminalità o la prevenzione di dannosi tumulti; chiede anche un impegno tenace contro quelle forme di violenza, falsità e volgarità che feriscono l’organismo sociale.
In positivo, i vostri compiti di vigilanza hanno come fine la cura dei rapporti sociali e la costruzione di intese sempre più efficienti tra istituzioni centrali dello Stato, enti locali e cittadini.
A tale proposito, giova ricordare un insegnamento di Sant’Agostino, che proprio da Sant’Ambrogio ricevette il Battesimo.
Scriveva il Vescovo di Ippona: «Coloro che comandano stanno a servizio di quanti ne sembrano comandati.
Non comandano infatti per bramosia di dominio, ma per dovere di cura; non con l’arroganza di prevalere, ma con la bontà di provvedere» (De civitate Dei, XIX, 14).
Questo basilare principio si accorda con quanto disposto dalla Costituzione Italiana, che all’articolo 98 afferma: «I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione».
Sancendo tale esclusività, il dettato costituzionale attesta il senso sorgivo del vostro nobile servizio, che risponde certamente alle leggi dello Stato, ma ancor prima alla coscienza, che le conosce, le comprende e le applica con fermezza ed equità.
Da un lato, infatti, le leggi sono espressione della volontà popolare, dall’altro la coscienza si fa interprete della vostra personale umanità: entrambe vanno custodite libere da pressioni, esercitando tanto il rigore quanto la magnanimità quali virtù ben temperate negli uomini retti.
Sapete bene quale disciplina interiore sia richiesta per governare e promuovere l’ordine del proprio pensiero, prima che quello della Repubblica; appunto per questo, servire la Nazione significa dedicarsi con mente limpida e coscienza integra alla collettività, cioè al bene comune del popolo italiano.
In tal senso, l’alta carica che ricoprite esige una duplice testimonianza.
La prima si realizza nella collaborazione tra i diversi organi e livelli amministrativi dello Stato; la seconda si attua connettendo responsabilità professionale e condotta di vita, come esempio di dedizione dato ai vostri concittadini, specialmente alle nuove generazioni.
In proposito, auspico che la vostra autorevolezza contribuisca a migliorare il volto della burocrazia, cooperando a rendere sempre più virtuosa la cura della società.
Specialmente in situazioni d’emergenza, davanti a calamità o pericoli, il vostro ruolo permette di esprimere al meglio i valori di solidarietà, coraggio e giustizia che onorano la Repubblica italiana.
Lo spessore etico del vostro servizio contraddistingue inoltre le sfide portate dalle nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale, oggi applicate anche nella pubblica amministrazione.
Questi strumenti vanno attentamente governati non solo a tutela dei dati personali, ma a beneficio di tutti, senza requisizioni elitarie.
Coltivando uno stile di cittadinanza consapevole, onesta e attiva, sappiate di poter sempre contare sulla collaborazione e sul rispetto della Chiesa.
I costruttivi rapporti che intrattenete con i Vescovi diocesani favoriscono in particolare l’accoglienza dei migranti e le molte forme di sostegno ai bisognosi che ci vedono lavorare insieme in prima linea, nonché la gestione di altre questioni pratiche quali ad esempio le fabbricerie.
La fede della comunità cristiana e i valori religiosi che incarna concorrono così alla crescita culturale e sociale dell’Italia.
Illustri Signori e Signore, mentre auguro ad ognuno le migliori soddisfazioni, benedico di cuore voi, il vostro servizio e i vostri familiari.
Data: Mon, 16 Feb 2026 10:00:00 +0100 leggi alla fonte
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.
Buongiorno a tutti e benvenuti!
Eminenze,
Eccellenze,
Distinti Accademici,
cari fratelli e sorelle,
sono lieto di incontrarvi, per la prima volta, insieme al nuovo Presidente, Mons.
Renzo Pegoraro.
Vi ringrazio per la vostra ricerca scientifica a servizio della vita umana e per il lavoro che svolgete in questa Accademia Pontificia.
Apprezzo molto l’argomento che avete scelto per il vostro incontro di quest’anno: Healthcare for All.
Sustainability and Equity.
Esso è di grande importanza, sia per l’attualità, sia dal punto di vista simbolico.
Infatti, in un mondo lacerato da conflitti, che assorbono enormi risorse economiche, tecnologiche e organizzative per produrre armi e altri dispositivi bellici, è quanto mai significativo dedicare tempo, forze e competenze per tutelare la vita e la salute.
Quest’ultima, come affermava Papa Francesco, «non è un bene di consumo, ma un diritto universale, per cui l’accesso ai servizi sanitari non può essere un privilegio» (Discorso ai Medici con l’Africa – CUAMM, 7 maggio 2016).
Vi ringrazio perciò di questa scelta.
Un primo aspetto che desidero sottolineare è il legame tra la salute di tutti e la salute di ciascuno.
La pandemia del Covid-19 ce l’ha dimostrato in modo talvolta brutale.
È apparso evidente quanto la reciprocità e l’interdipendenza stiano alla base della nostra salute e della vita stessa.
Lo studio di tale interdipendenza richiede il dialogo tra diversi saperi: la medicina, la politica, l’etica, il management e altri; come in un mosaico, la cui riuscita dipende sia dalla scelta delle tessere sia dalla loro combinazione.
Infatti, a proposito dei sistemi sanitari e della salute pubblica, si tratta da una parte di comprendere i fenomeni e dall’altra di individuare azioni politiche, sociali e tecnologiche che riguardano la famiglia, il lavoro, l’ambiente e l’intera società.
La nostra responsabilità quindi risiede, oltre che nel prendere provvedimenti per trattare le malattie e garantire equità nell’accesso alle cure, anche nel riconoscere come la salute sia influenzata e promossa da un insieme di fattori, e ciò chiede di essere esaminato e affrontato nella sua complessità.
In questo senso, vorrei ribadire che occorre concentrarsi non «sul profitto immediato, ma su ciò che sarà meglio per tutti, sapendo essere pazienti, generosi e solidali, creando legami e costruendo ponti, per lavorare in rete, per ottimizzare le risorse, affinché tutti possano sentirsi protagonisti e beneficiari del lavoro comune» (Discorso ai partecipanti al Seminario di etica nella gestione delle imprese del settore sanitario, 17 novembre 2025).
Incontriamo qui il tema della prevenzione, che pure comporta una prospettiva ampia: le situazioni in cui le comunità vivono, che sono frutto di politiche sociali e ambientali, producono un impatto sulla salute e sulla vita delle persone.
Quando esaminiamo la speranza di vita – e di vita in salute – in diversi Paesi e in diversi gruppi sociali, scopriamo enormi disuguaglianze.
Esse dipendono da variabili come, ad esempio, il livello di retribuzione, il titolo di studio, il quartiere di residenza.
E purtroppo oggi non possiamo tralasciare le guerre, che coinvolgono strutture civili, inclusi gli ospedali, e costituiscono il più assurdo attentato che la mano stessa dell’uomo rivolge contro la vita e la salute pubblica.
Spesso si afferma che la vita e la salute sono valori ugualmente fondamentali per tutti, ma tale affermazione risulta ipocrita se al contempo ci si disinteressa delle cause strutturali e delle scelte operative che determinano le diseguaglianze.
Nonostante le dichiarazioni e i proclami, nei fatti non tutte le vite sono ugualmente rispettate e la salute non è tutelata né promossa per tutti nello stesso modo.
Ci può essere di aiuto la nozione di One health, come base per un approccio globale, multidisciplinare e integrato alle questioni sanitarie.
Essa sottolinea la dimensione ambientale e l’interdipendenza delle molteplici forme di vita e dei fattori ecologici che ne consentono lo sviluppo equilibrato.
È importante crescere nella consapevolezza che la vita umana è incomprensibile e insostenibile senza le altre creature.
Infatti, per dirlo con l’Enciclica Laudato si’, «noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge a un rispetto sacro, amorevole e umile» (n.
89).
Questa impostazione è molto in sintonia con la bioetica globale di cui la vostra Accademia si è ripetutamente interessata e che è bene continuare a coltivare.
Tradotto in termini di azione pubblica, One health richiede l’integrazione della dimensione sanitaria in tutte le politiche (trasporti, alloggi, agricoltura, occupazione, educazione, e così via), nella consapevolezza che la salute tocca tutte le dimensioni della vita.
Abbiamo dunque bisogno di rendere più solide la nostra comprensione e la nostra pratica del bene comune, perché non venga trascurato sotto la pressione di interessi particolari, individuali e nazionali.
Il bene comune – che costituisce uno dei principi fondamentali del pensiero sociale della Chiesa – rischia di rimanere una nozione astratta e irrilevante se non riconosciamo che esso affonda le sue radici nella pratica concreta delle relazioni di prossimità tra le persone e dei legami vissuti tra i cittadini.
È questo il terreno su cui può crescere una cultura democratica che favorisce la partecipazione ed è capace di coniugare efficienza, solidarietà e giustizia.
Occorre recuperare il collegamento con l’atteggiamento fondamentale della cura come sostegno e vicinanza all’altro, non solo perché si trova in situazione di bisogno o di malattia, ma perché condivide una condizione esistenziale di vulnerabilità, che accomuna tutti gli esseri umani.
Solo così saremo in grado di sviluppare sistemi sanitari più efficaci e più sostenibili, in grado di soddisfare i bisogni di salute in un mondo dalle risorse limitate e di ripristinare la fiducia nella medicina e negli operatori sanitari, malgrado la disinformazione e lo scetticismo nei confronti della scienza.
Considerata la portata globale della questione, ribadisco la necessità di trovare modi efficaci per rinsaldare rapporti internazionali e multilaterali, così che essi possano «riacquistare la forza necessaria per svolgere quel ruolo di incontro e di mediazione, necessario a prevenire i conflitti, e nessuno sia tentato di prevaricare l’altro con la logica della forza, sia essa verbale, fisica o militare» (Discorso al Corpo diplomatico, 9 gennaio 2026).
E questo orizzonte vale anche per la cooperazione e il coordinamento svolto dalle organizzazioni sovranazionali impegnate nella tutela e nella promozione della salute.
Ecco dunque, carissimi, il mio augurio finale: possa il vostro impegno dare efficace testimonianza a quell’atteggiamento di cura reciproca in cui si esprime lo stile di Dio verso di noi, perché Egli ha cura di tutti i suoi figli.
Di cuore benedico ciascuno di voi, i vostri cari e il vostro lavoro.
Grazie.
Preghiamo assieme
Padre nostro …
Il Signore sia con voi …
Data: Sun, 15 Feb 2026 17:00:00 +0100 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle,
è per me motivo di grande gioia essere qui e vivere con la vostra comunità il gesto da cui la “domenica” prende il proprio nome.
È “il giorno del Signore” perché Gesù Risorto viene in mezzo a noi, ci ascolta e ci parla, ci nutre e ci invia.
Così, nel Vangelo che oggi abbiamo ascoltato, Gesù ci annuncia la sua “legge nuova”: non soltanto un insegnamento, ma la forza per attuarlo.
È la grazia dello Spirito Santo che scrive nel nostro cuore in modo indelebile e porta a compimento i comandamenti dell’antica alleanza (cfr Mt 5,17-37).
Attraverso il Decalogo, dopo l’uscita dall’Egitto, Dio aveva sancito l’alleanza col suo popolo, offrendo un progetto di vita e una via di salvezza.
Le “Dieci parole” dunque si collocano e si comprendono all’interno del cammino di liberazione, grazie al quale un insieme di tribù divise e oppresse si trasforma in un popolo unito e libero.
Quei comandamenti appaiono così, nel lungo cammino attraverso il deserto, come la luce che mostra la strada; e la loro osservanza si comprende e si compie non tanto come un adempimento formale di precetti, quanto come un atto d’amore, di corrispondenza riconoscente e fiduciosa al Signore dell’alleanza.
Dunque, la legge donata da Dio al suo popolo non è in contrasto con la sua libertà, ma al contrario è la condizione per farla fiorire.
Così, la prima Lettura, tratta dal libro del Siracide (cfr 15,16-21), e il Salmo 118, con cui abbiamo cantato la nostra risposta, ci invitano a vedere nei comandamenti del Signore non una legge oppressiva, ma la sua pedagogia per l’umanità che va cercando pienezza di vita e di libertà.
In proposito, all’inizio della Costituzione pastorale Gaudium et spes, troviamo una delle espressioni più belle del Concilio Vaticano II, in cui si sente quasi palpitare il cuore di Dio attraverso il cuore della Chiesa.
Dice il Concilio: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Conc.
Ecum.
Vat.
II, Cost.
past.
Gaudium et spes, 1).
Questa profezia di salvezza si effonde in modo sovrabbondante nella predicazione di Gesù, che inizia sulle rive del lago di Galilea con l’annuncio delle Beatitudini (cfr Mt 5,1-12) e prosegue mostrando il senso autentico e pieno della legge di Dio.
Dice il Signore: «Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio.
Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio.
Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna» (Mt 5,21-22).
Indica, così, come via di pienezza dell’uomo, una fedeltà a Dio fondata sul rispetto e sulla cura dell’altro nella sua sacralità inviolabile, da coltivare, prima ancora che nei gesti e nelle parole, nel cuore.
È lì, infatti, che nascono i sentimenti più nobili, ma anche le profanazioni più dolorose: le chiusure, le invidie, le gelosie, per cui chi pensa male del proprio fratello, nutrendo sentimenti cattivi nei suoi confronti, è come se nel proprio intimo lo stesse già uccidendo.
Non a caso San Giovanni afferma: «Chiunque odia il proprio fratello è omicida» (1Gv 3,15).
Quanto sono vere queste parole! E quando anche a noi succedesse di giudicare gli altri e di disprezzarli, ricordiamoci che il male che vediamo nel mondo ha le sue radici proprio lì, dove il cuore diventa freddo, duro e povero di misericordia.
Lo si sperimenta anche qui, a Ostia, dove pure, purtroppo, la violenza esiste e ferisce, prendendo piede talvolta tra i giovani e gli adolescenti, magari alimentata dall’uso di sostanze; oppure ad opera di organizzazioni malavitose, che sfruttano le persone coinvolgendole nei loro crimini e che perseguono interessi iniqui con metodi illegali e immorali.
Di fronte a tali fenomeni invito tutti voi, come Comunità parrocchiale, uniti alle altre realtà virtuose che operano in questi quartieri, a continuare a spendervi con generosità e coraggio per spargere nelle vostre strade e nelle vostre case il buon seme del Vangelo.
Non rassegnatevi alla cultura del sopruso e dell’ingiustizia.
Al contrario diffondete rispetto e armonia, cominciando col disarmare i linguaggi e poi investendo energie e risorse nell’educazione, specialmente dei ragazzi e della gioventù.
Sì, che in parrocchia possano imparare l’onestà, l’accoglienza, l’amore che supera i confini; imparare ad aiutare non solo quelli che ricambiano e salutare non solo quelli che salutano, ma ad andare verso tutti in modo gratuito e libero; imparare la coerenza tra la fede e la vita, come ci insegna Gesù, quando dice: «Se presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24).
Sia questa, carissimi, la meta dei vostri sforzi e delle vostre attività, per il bene di chi è vicino e di chi è lontano, affinché anche chi è schiavo del male possa incontrare, attraverso di voi, il Dio dell’amore, il solo che libera il cuore e rende veramente felici.
Papa Benedetto XV, centodieci anni fa, volle questa Parrocchia intitolata a Santa Maria Regina Pacis.
Lo fece nel pieno del primo conflitto mondiale, pensando anche alla vostra comunità come a un raggio di luce nel cielo plumbeo della guerra.
A distanza di tempo, purtroppo, molte nubi oscurano ancora il mondo, con il diffondersi di logiche contrarie al Vangelo, che esaltano la supremazia del più forte, incoraggiano la prepotenza e alimentano la seduzione della vittoria ad ogni costo, sorde al grido di chi soffre e di chi è indifeso.
Opponiamo a questa deriva la forza disarmante della mitezza, continuando a chiedere pace, e ad accoglierne e coltivarne il dono, con tenacia e umiltà.
Sant’Agostino insegnava che «non è difficile possedere la pace […].
Se […] la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e possiamo possederla senza alcuna fatica» (Sermo 357, 1).
E questo perché la nostra pace è Cristo, che si conquista lasciandosi conquistare e trasformare da Lui, aprendogli il cuore, e aprendolo, con la sua grazia, a quanti Lui stesso pone sul nostro cammino.
Fatelo anche voi, care sorelle e cari fratelli, giorno per giorno.
Fatelo insieme, come comunità, con l’aiuto di Maria, Regina della Pace.
Sia Lei, Madre di Dio e Madre nostra, a custodirci e proteggerci sempre.
Amen.
Data: Sun, 15 Feb 2026 15:45:00 +0100 leggi alla fonte
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Parole del Santo Padre durante l'incontro con i giovani della Parrocchia Santa Maria Regina Pacis a Ostia Lido
Ecco, buonasera a tutti!
Sapete – credo – che questa è la prima visita ad una parrocchia della mia nuova diocesi.
Sono molto contento di cominciare qui, ad Ostia.
Poi in una parrocchia che porta il nome di Santa Maria Regina della pace, tanto importante in questo tempo che stiamo vivendo.
Il parroco dice di dare una parola di speranza: la speranza siete voi! E dovete riconoscere che nel vostro cuore, nella vostra vita, nella vostra gioventù c’è speranza, per oggi e domani.
La speranza comincia già qui, perché Gesù cammina con noi; sua madre Maria, Regina della pace, cammina sempre con noi.
Sono molto contento di essere qui con voi questa sera per incontrarvi, anche con altri gruppi della parrocchia, e per celebrare l’Eucaristia, dove tutti noi rinnoviamo la nostra fede in Cristo, che è sempre presente tra noi; che ci ha promesso che, quando due o tre sono radunati nel suo nome, Gesù è presente.
Gesù è vivo con noi e ci dà questa speranza di vivere nella pace, nell’amore e nell’amicizia.
Grazie a voi per essere qui questa sera, e speriamo che questi momenti che vivremo insieme siano veramente fonte di pace, di gioia, di felicità per tutti noi, per tutta la comunità di Ostia.
Tante grazie!
Chiediamo a Maria, nostra Madre, la Sua intercessione: che ci sia pace nei nostri cuori, che ci sia pace nelle nostre famiglie, che il Signore benedica tutte le nostre famiglie, tutte le famiglie di questa parrocchia e che la pace davvero regni in mezzo a tutti noi.
Diciamo insieme: Ave Maria .
.
.
Benedizione
Un saluto caro a tutti voi, al vicario, il cardinal Reina che ci accompagna questo pomeriggio – forse vuole dire una parola – e anche a mons.
Renato.
Tutta la Chiesa è qui con voi questa sera.
Auguri!
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Parole del Santo Padre durante l'incontro gli ammalati e gli anziani della Parrocchia Santa Maria Regina Pacis a Ostia Lido
Grazie, grazie!
Allora, entrando diversi di voi mi hanno detto una parola bellissima e voglio cominciare con questo: avete detto: “Benvenuto!” E devo dire mi sento davvero benvenuto fra voi! Grazie per questa accoglienza! Questo è uno dei tanti segni di un’autentica comunità cristiana, di una vera parrocchia, dove tutti noi impariamo a dire “Benvenuto”, non solo con la parola, ma con lo spirito di accoglienza, di aprire la porta e ricevere chiunque sia: cattolico, non cattolico, credente, non credente… Che siamo sempre una comunità accogliente! E grazie a voi per questo esempio.
Qui davanti a me e anche là dietro c’è tutta questa gioventù, questa presenza anche dello sport.
E come sapete stiamo vivendo in questi giorni a Milano e Cortina i Giochi Olimpici.
Lo sport ci insegna tanto! Allora a tutti voi auguri! Lo sport ci insegna ad essere fratelli e sorelle, a lasciare da parte le differenze e dire “tutti noi vogliamo lavorare in équipe”, “vogliamo essere parte di un gruppo che lascia le differenze e cerca sempre la meta”.
E allora a tutti voi: auguri per la vostra partecipazione e grazie anche per essere venuti qui!
Ma con la gioventù ci sono anche i nostri fratelli e sorelle maggiori, alcuni disabili che hanno delle difficoltà e certe forme di sofferenza.
Quanto è importante la vostra presenza.
Vogliamo dare anche a voi una parola speciale, una benedizione speciale, perché il Signore vi accompagna e per mezzo di voi, della vostra vita, del vostro esempio, a noi insegnate tanto! Ed è molto importante che voi siate qui.
Grazie, grazie per questa presenza! L’amato Papa Francesco tante volte diceva: i giovani hanno tanta energia e vogliono correre avanti a tutti.
Ma quelli forse più anziani, i nonni, le persone con difficoltà non corrono tanto, però loro hanno la saggezza e l’esperienza della vita.
Tutti fanno parte di questa famiglia parrocchiale e tutti avete qualcosa da dire, da dare, da condividere.
Per questo è molto importante che ci troviamo tutti insieme così.
Sappiate anche che non solo le mie preghiere, ma le preghiere di tutta la Chiesa e di tutta la comunità cristiana accompagnano voi.
Che abbiate il coraggio di dire sì al Signore! La vita di ciascuno ha grande valore: se sono giovane, se sono anziano, se ho difficoltà o no, la vita umana è un dono di Dio.
Grazie a voi per darci questa testimonianza.
Preghiamo il Signore che in questa visita, che in questi momenti che condividiamo, come tutti i giorni, ci aiuti con il suo Spirito, con la vita, con l’entusiasmo, con la fede e che siamo tutti sempre segni di speranza nel nostro mondo.
Diciamo insieme a nostra Madre Madre: Ave Maria…
Il Signore sia con voi.
Vi benedica Dio Onnipotente.
Padre e Figlio e Spirito Santo.
Amen
Prima di finire questo momento… Voi sapete che il Papa è il Vescovo di Roma, e allora sono molto contento di essere qui.
Sapete che questa parrocchia ad Ostia è la prima che visito dopo la mia elezione come Vescovo di Roma.
Grazie! Sono molto contento anche perché ad Ostia ci sono radici agostiniane.
La vostra parrocchia è vicina agli Agostiniani e anche io faccio parte di questa famiglia.
Ma il Papa ha cura non soltanto per la sua diocesi, ma per tutta la Chiesa e quindi abbiamo la benedizione, la grazia di un Vicario, il cardinale Baldo, che ci accompagna e voglio invitarlo a dire una parola, perché lui rappresenta questa vicinanza che il Papa vuole avere con tutti voi e con tutte le parrocchie di Roma.
Grazie a voi e do la parola al cardinale Baldo.
Grazie!
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Parole del Santo Padre durante l'incontro con il Consiglio pastorale parrocchiale della Parrocchia Santa Maria Regina Pacis a Ostia Lido
Bene.
Grazie Eminenza, grazie per la presentazione.
Già da un po’ di anni, quando ero vescovo in una diocesi in Perù, quando facevo le visite alle parrocchie, una delle cose che sempre consideravo molto importante, era proprio l’incontro – anche fosse breve – con il Consiglio pastorale della parrocchia e, se ho capito bene, c’è anche qui, almeno una parte del Consiglio economico della parrocchia.
Anche quello è molto importante.
Però come diceva il cardinale Baldo, non è tanto quello che facciamo - anche se, sì, è importante quello che facciamo - ma quello che siamo nella parrocchia e per la parrocchia.
E in questo senso vorrei cominciare con una semplice parola: preghiera o esperienza di fede.
Essere membri di un consiglio nella parrocchia … Il lavoro, c’è tanto da fare, ci preoccupiamo, viene il Papa: “Come ci organizziamo?”, o c’è il Mercoledì delle Ceneri, c’è un’attività o un’altra, c’è la festa parrocchiale … Benissimo.
Però, se non siamo noi una comunità di fede che vive e che dà testimonianza di quello che significa essere discepoli di Gesù, uomini e donne di fede, allora tutte le attività restano alla fine un po’ vuote, senza il vero senso di essere cattolici, cristiani, amici di Gesù.
E quindi innanzi tutto vorrei ringraziarvi per la vostra disponibilità.
Sarebbe molto più facile dire: “No, io ho un’altra riunione, un incontro, un consiglio, ho tanto da fare già in casa, qui e là …” Ma voi fate veramente un sacrificio importante dando il vostro tempo per la vita della parrocchia e della Chiesa.
E poi c’è la testimonianza, anche con queste priorità che sono state già menzionate, tanto importante poi in una zona della città che ha le sue difficoltà.
E allora, anche lì, che la parrocchia sia un luogo dove le persone possono venire, trovare anche l’ascolto.
Abbiamo appena benedetto questa nuova sala che sarà un po’ un luogo, un posto in tutta la prefettura che potrà servire per i giovani.
Avere la chiesa aperta, avere attività con i giovani, dare, fare tanti sforzi per la pastorale giovanile.
Tutte queste cose sono veramente preziose e molto importanti, ma perché sono attività costruite sopra un’esperienza di fede.
È questo che la Chiesa vuole essere.
Abbiamo parlato tanto di sinodalità in questi anni, di camminare insieme.
Voi lo sapete molto bene.
Questo è ciò che voi state facendo.
E questo è ciò che significa essere, far parte di questo Consiglio pastorale, essere voi stessi questa testimonianza, questo modello di vita cristiana.
Quindi io vi ringrazio, sono veramente contento di vedere persone come voi, che vi siete impegnati per aiutare non solo il parroco, ma la parrocchia, la comunità dei fedeli.
Vi incoraggio poi anche ad andare fuori, cercare altri.
Non restare dentro la chiesa e dire: “Va bene, quello che vengono sono sufficienti”.
Non è mai sufficiente.
Invitare, accogliere, accompagnare.
E in questo senso vi auguro veramente la benedizione del Signore.
Che questa esperienza anche per voi sia un tesoro e un’esperienza di fede, di comunione, nella Chiesa, nella Diocesi di Roma.
Tante grazie.
Dopo andiamo alla Messa.
Per adesso possiamo dire una preghiera insieme e chiedere la benedizione del Signore su di voi, sulle vostre famiglie e su tutti i vostri lavori.
Padre nostro …
Benedizione
Tante grazie a voi.
Tanti auguri.
Data: Sun, 15 Feb 2026 12:00:00 +0100 leggi alla fonte
Cari fratelli e sorelle, buona domenica!
Anche oggi ascoltiamo dal Vangelo una parte del “discorso della montagna” (cfr Mt 5,17-37).
Dopo aver proclamato le Beatitudini, Gesù ci invita a entrare nella novità del Regno di Dio e, per guidarci in questo cammino, rivela il vero significato dei precetti della Legge di Mosè: essi non servono a soddisfare un bisogno religioso esteriore per sentirsi a posto davanti a Dio, ma a farci entrare nella relazione d’amore con Dio e con i fratelli.
Per questo Gesù dice di non essere venuto ad abolire la Legge, «ma a dare il pieno compimento» (v.
17).
Il compimento della Legge è proprio l’amore, che ne realizza il significato profondo e lo scopo ultimo.
Si tratta di acquisire una “giustizia superiore” (cfr v.
20) a quella degli scribi e dei farisei, una giustizia che non si limita a osservare i comandamenti, ma ci apre all’amore e ci impegna nell’amore.
Gesù, infatti, prende in esame proprio alcuni precetti della Legge che si riferiscono a casi concreti della vita, e utilizza una formula linguistica – le antinomie – proprio per far vedere la differenza tra una formale giustizia religiosa e la giustizia del Regno di Dio: da una parte: «Avete inteso che fu detto agli antichi», e dall’altra Gesù che afferma: «Ma io vi dico» (cfr vv.
21-37).
Questa impostazione è molto importante.
Ci dice che la Legge è stata data a Mosè e ai profeti come una via per iniziare a conoscere Dio e il suo progetto su di noi e sulla storia o, per usare un’espressione di San Paolo, come un pedagogo che ci ha guidati a Lui (cfr Gal 3,23-25).
Ma ora Lui stesso, nella persona di Gesù, è venuto in mezzo a noi, il quale ha portato a compimento la Legge, facendoci diventare figli del Padre e donandoci la grazia di entrare in relazione con Lui come figli e come fratelli tra di noi.
Fratelli e sorelle, Gesù ci insegna che la vera giustizia è l’amore e che, dentro ogni precetto della Legge, dobbiamo cogliere un’esigenza d’amore.
Infatti, non basta non uccidere fisicamente una persona, se poi la uccido con le parole oppure non rispetto la sua dignità (cfr vv.
21-22).
Allo stesso modo, non basta essere formalmente fedele al coniuge e non commettere adulterio, se in questa relazione mancano la tenerezza reciproca, l’ascolto, il rispetto, il prendersi cura di lei o di lui e il camminare insieme in un progetto comune (cfr vv.
27-28.
31-32).
A questi esempi, che Gesù stesso ci offre, ne potremmo aggiungere altri ancora.
Il Vangelo ci offre questo prezioso insegnamento: non serve una giustizia minima, serve un amore grande, che è possibile grazie alla forza di Dio.
Invochiamo insieme la Vergine Maria, che ha donato al mondo il Cristo, Colui che porta a compimento la Legge e il progetto della salvezza: Ella interceda per noi, ci aiuti a entrare nella logica del Regno di Dio e a vivere la sua giustizia.
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Dopo l'Angelus
Cari fratelli e sorelle,
sono vicino alle popolazioni del Madagascar colpite, a poca distanza di tempo, da due cicloni, con inondazioni e frane.
Prego per le vittime e i loro familiari e per quanti hanno subito gravi danni.
Ricorre nei prossimi giorni il Capodanno lunare, celebrato da miliardi di persone in Asia orientale e in altre parti del mondo.
Questa gioiosa festa incoraggi a vivere con più intensità le relazioni familiari e l’amicizia; porti serenità nelle case e nella società; sia occasione per guardare insieme al futuro costruendo pace e prosperità per tutti i popoli.
Con gli auguri per il nuovo Anno, esprimo a tutti il mio affetto, mentre invoco su ciascuno la benedizione del Signore.
Sono lieto di salutare tutti voi, romani e pellegrini, in particolare i fedeli della parrocchia di San Lorenzo de Cadice, Spagna, e quelli venuti dalle Marche.
Do il benvenuto a studenti e professori della All Saints Catholic School di Sheffield e del Thornleigh Salesian College di Bolton, in Inghilterra, della Scuola di Vila Pouca di Aguiar in Portogallo, del Colegio Altasierra di Siviglia e della Scuola “Edith Stein” di Schillingfürst in Germania.
Saluto i partecipanti al Convegno nazionale del Movimento Studenti Cattolici – FIDAE; i cresimandi di Almenno San Salvatore e quelli di Lugo, Rosaro, Stallavena e Alcenago; i bambini della Scuola “San Giuseppe” di Bassano del Grappa e quelli dell’Istituto Salesiano “Sant’Ambrogio” di Milano; i ragazzi di Petosino e i giovani di Solbiate e Cagno.
A tutti auguro una buona domenica.
Data: Sat, 14 Feb 2026 12:15:00 +0100 leggi alla fonte
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Buongiorno a tutti e benvenuti!
Sono contento di incontrare tutti voi, così numerosi, provenienti da varie parti d’Italia.
Saluto Sua Eccellenza Mons.
Franco Agostinelli, Correttore generale, gli altri Vescovi presenti, il Dottor Domenico Giani, Presidente nazionale della Confederazione, i Correttori e i rappresentanti delle varie sedi in Italia e all’estero.
Le Misericordie hanno una storia secolare, che affonda le sue radici nell’età medievale e che incarna tre dimensioni importanti della vita laicale cristiana: la spiritualità, la carità e l’attenzione ai bisogni di oggi.
Prima di tutto consideriamo la spiritualità.
Fin dai suoi primordi, la vostra realtà associativa ha attinto forza e ispirazione primariamente dalla vita di fede e dalla pratica sacramentale dei suoi membri.
Così è stato quando, nella Firenze del XIII secolo, in un clima di guerre e di lotte intestine alle stesse comunità civili ed ecclesiali, grazie all’opera di figure luminose come San Pietro Martire e Piero di Luca Borsi, alcuni fedeli laici decisero di intraprendere un cammino diverso, di devozione e di servizio.
Il loro esempio, forse proprio per la sua genuina semplicità, rapidamente contagiò molti, nella Penisola prima e poi anche in altri Paesi, fino a giungere in Portogallo e di là nelle Americhe.
Il seme da cui è germogliato e cresciuto il grande albero di cui fate parte è dunque di natura sacramentale – si fonda sul Battesimo – e quindi morale e ascetica.
Questo implica per voi il compito, affinché la pianta continui a crescere, di coltivare prima di tutto con grande impegno la formazione cristiana degli associati, attraverso la preghiera, la catechesi, la fedeltà ai Sacramenti – specialmente alla Messa domenicale, alla Confessione –, la coerenza morale delle scelte e degli stili di vita, secondo i valori del Vangelo e della tradizione associativa testimoniata dai vostri Statuti.
Lo ricordava San Giovanni Paolo II ai membri della vostra Confederazione dicendo: «Con l’assidua frequenza ai Sacramenti diventerete testimoni gioiosi di autentica esistenza cristiana e sarete sostenuti nei passi che seguono il Signore della vita, il quale attraverso di voi vuole rivelare al mondo di oggi, agli uomini di questo tempo, stupefacente ed inquieto, il vero volto di Dio, “ricco di misericordia” (Ef 2,4)» (Discorso ai membri della Confederazione delle Misericordie d’Italia, 14 giugno 1986).
In quest’ottica è significativa l’introduzione tra voi della figura dei Custodi di Misericordia, laici che animano i laici; come pure il nome di “correttori”, con cui designate gli Assistenti spirituali, visti non come guide esterne alla comunità, ma come “con-rettori”, aiutanti, facilitatori e compagni di viaggio, il cui ministero è esercitato e accolto in un clima di corresponsabilità, di appartenenza affettiva, di comunione, nel quale tutti sono protagonisti di un comune sforzo di crescita nella perfezione cristiana.
E veniamo alla seconda dimensione: la carità.
La vostra storia testimonia che un’autentica vita di fede non può ridursi a uno spiritualismo disincarnato, ma sfocia necessariamente nella sensibilità ai bisogni degli altri e nel servizio generoso, senza risparmio.
Penso a tanti vostri confratelli e consorelle, che hanno pagato di persona, anche a caro prezzo, la fedeltà al compito loro assegnato: ad essi vanno il nostro grande grazie e la nostra preghiera.
Dove c’è bisogno, le Misericordie sono presenti, nelle situazioni straordinarie di emergenza, nei territori di guerra, come nei mille servizi nascosti di solidarietà quotidiana, «a testimoniare – lo disse Papa Francesco – il Vangelo della carità tra i malati, gli anziani, i disabili, i minori, gli immigrati e i poveri» (Discorso ai Gruppi delle Misericordie e Fratres d’Italia, 14 giugno 2014).
Attraverso le Case del Noi, gli Empori solidali, i Banchi alimentari, l’assistenza domiciliare, i servizi di ascolto e accompagnamento, voi stabilite con le persone relazioni di fiducia e percorsi di reintegrazione sociale, che si collocano ben oltre la semplice erogazione di servizi, pur qualificati.
Non vi limitate a “fare per”, ma vi impegnate a “camminare con”, riconoscendo negli altri dei fratelli e delle sorelle, ciascuno con la sua dignità e la sua storia, da incontrare nella gratitudine per il dono reciproco e con cui andare insieme sulla via della santità.
E c’è un ultimo aspetto su cui soffermarci: l’attenzione ai bisogni dell’oggi, che pure vi caratterizza.
Infatti, grazie a una solida base spirituale e comunitaria e allo zelo per il bene del prossimo, le Misericordie sono da secoli testimoni di capacità di adattamento e di aggiornamento, mostrando che fare “insieme” e fare “per amore” aiuta anche ad agire in modo libero e creativo (cfr Francesco, Discorso ai membri della Caritas Italiana nel 50° di fondazione, 26 giugno 2021).
Ne sono segno le tante e diversificate attività da voi abbracciate in centinaia di anni, a seconda dei bisogni del prossimo; come pure la presenza, in questa sala, oltre ai confratelli e alle consorelle, anche dei fratres, nati in tempi recenti per promuovere la cultura del dono attraverso la donazione del sangue, degli organi e dei tessuti; e anche della “Piccola misericordia”, in cui si impara a vivere la carità subito, da bambini.
Carissimi, carissime, vi incoraggio a continuare nel vostro impegno, come comunità nella quale si vive intensamente la fede e si pratica la carità.
Mirate a crescere nello spirito e a servire con gioia e semplicità, estranei ad ogni logica di potere, votati alla lode di Dio e al bene di quanti il Signore pone sul vostro cammino.
Siate sempre messaggeri di speranza, di carità e di pace, come simboleggia l’Icona Giubilare che, con un lungo cammino, ha visitato tante comunità e che ora è consegnata ai fratelli e alle sorelle dell’Ucraina.
Vi ringrazio per ciò che fate, vi ricordo nella preghiera e di cuore imparto a voi e alle vostre famiglie la benedizione apostolica.
Grazie!