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Messaggi

da Vatican.va
Angelus, 21 Lug 2024
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Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Il Vangelo della liturgia odierna (Mc 6,30-34) narra che gli apostoli, ritornati dalla missione, si radunano intorno a Gesù e gli raccontano quello che hanno fatto; allora Lui dice loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’» (v.

31).

La gente però capisce i loro movimenti e, quando scendono dalla barca, Gesù trova la folla che lo aspetta, ne sente compassione e si mette a insegnare (cfr v.

34).

Dunque, da una parte l’invito a riposare e, dall’altra, la compassione di Gesù per la folla – è molto bello fermarsi a riflettere sulla compassione di Gesù –.

Sembrano due cose inconciliabili, l’invito a riposare e la compassione, e invece vanno insieme: riposo e compassione.

Vediamo.

Gesù si preoccupa della stanchezza dei discepoli.

Forse sta cogliendo un pericolo che può riguardare anche la nostra vita e il nostro apostolato, quando ad esempio l’entusiasmo nel portare avanti la missione, o il lavoro, così come il ruolo e i compiti che ci sono affidati ci rendono vittime dell’attivismo, e questa è una cosa brutta: troppo preoccupati delle cose da fare, troppo preoccupati dei risultati.

E allora succede che ci agitiamo e perdiamo di vista l’essenziale, rischiando di esaurire le nostre energie e di cadere nella stanchezza del corpo e dello spirito.

È un monito importante per la nostra vita, per la nostra società spesso prigioniera della fretta, ma anche per la Chiesa e per il servizio pastorale: fratelli e sorelle, stiamo attenti alla dittatura del fare! E questo può succedere per necessità anche nelle famiglie, quando per esempio il papà per guadagnare il pane è costretto ad assentarsi per lavoro, dovendo così sacrificare il tempo da dedicare alla famiglia.

Spesso escono al mattino presto, quando i bambini stanno ancora dormendo, e tornano tardi la sera, quando sono già a letto.

E questa è un’ingiustizia sociale.

Nelle famiglie, papà e mamma dovrebbero avere il tempo per condividere con i figli, per far crescere questo amore famigliare e non cadere nella dittatura del fare.

Pensiamo a cosa possiamo fare per aiutare le persone che sono costrette a vivere così.

Nello stesso tempo, il riposo proposto da Gesù non è una fuga dal mondo, un ritirarsi nel benessere personale; al contrario, di fronte alla gente smarrita Egli prova compassione.

E allora dal Vangelo impariamo che queste due realtà – riposo e compassione – sono legate: solo se impariamo a riposare possiamo avere compassione.

Infatti, è possibile avere uno sguardo compassionevole, che sa cogliere i bisogni dell’altro, soltanto se il nostro cuore non è consumato dall’ansia del fare, se sappiamo fermarci e, nel silenzio dell’adorazione, ricevere la Grazia di Dio.

Perciò, cari fratelli e sorelle, possiamo chiederci: io mi so fermare durante le mie giornate? So prendermi un momento per stare con me stesso e con il Signore, oppure sono sempre preso dalla fretta, la fretta per le cose da fare? Sappiamo trovare un po’ di “deserto” interiore in mezzo ai rumori e alle attività di ogni giorno?

La Vergine Santa ci aiuti a “riposare nello Spirito” anche in mezzo a tutte le attività quotidiane, e ad essere disponibili e compassionevoli verso gli altri.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Questa settimana inizieranno i Giochi Olimpici di Parigi, che saranno seguiti dai Giochi Paralimpici.

Lo sport ha anche una grande forza sociale, capace di unire pacificamente persone di culture diverse.

Auspico che questo evento possa essere segno del mondo inclusivo che vogliamo costruire e che gli atleti, con la loro testimonianza sportiva, siano messaggeri di pace e validi modelli per i giovani.

In particolare, secondo l’antica tradizione, le Olimpiadi siano occasione per stabilire una tregua nelle guerre, dimostrando una sincera volontà di pace.

Saluto tutti voi, romani e pellegrini dall’Italia e da tanti Paesi.

In particolare saluto l’Équipe Notre Dame della diocesi di Quixadá in Brasile; l’Associazione “Assumpta Science Center Ofekata”, impegnata in progetti solidali formativi per l’Africa.

Saluto inoltre i Silenziosi Operai della Croce e il Centro Volontari della Sofferenza, riuniti nel ricordo del fondatore il Beato Luigi Novarese; le aspiranti e le giovani professe dell’Istituto delle Missionarie della Regalità di Cristo; i ragazzi del gruppo vocazionale del Seminario Minore di Roma, che hanno camminato sulla via di San Francesco da Assisi a Roma.

Preghiamo, fratelli e sorelle, per la pace.

Non dimentichiamo la martoriata Ucraina, la Palestina, Israele, il Myanmar e tanti altri Paesi che sono in guerra.

Non dimentichiamo, non dimentichiamo.

La guerra è una sconfitta!

Auguro a tutti una buona domenica.

E per favore non dimenticatevi di pregare per me.

Buon pranzo e arrivederci!

 

Ai Partecipanti ai Capitoli Generali delle seguenti Congregazioni Religiose: Ordine dei Minimi, Ordine dei Chierici Regolari Minori, Chierici di San Viatore, Missionarie di S. Antonio Maria Claret, Suore Riparatrici del Sacro Cuore, Suore Agostiniane del Divino Amore (15 Lug 2024)
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Grazie dell’incontro.

Ci sono i Minimi; i Chierici Regolari Minori, Suore Agostiniane del Divino Amore, i Chierici di San Viatore, Suore Riparatrici del Sacro Cuore e le Missionarie di Sant’Antonio Claret.

Io farò una domanda prima di incominciare.

Quanti novizie o novizi avete voi? Quanti? … Pregate, pregate.

Ma come fate? Da dove vengono? [Rispondono]: “Da Asia, Africa e America Latina”.

Eh, il futuro è lì.

È vero.

Voi? [Rispondono]: ”Otto”.

Va bene.

Voi? [Rispondono]: “17”.

Guarda, e come fate? E voi? [Rispondono]: “12”.

Ma, dobbiamo raddoppiare i numeri eh! Grazie della visita.

A me piace domandare questo, perché è domandare per il futuro della vostra congregazione.

 

Rappresentate istituti e ordini religiosi diversi e di varia fondazione, le cui origini vanno dal sedicesimo al ventesimo secolo: Minimi, Chierici Regolari Minori, Suore Agostiniane del Divino Amore, Chierici di San Viatore, Suore Riparatrici del Sacro Cuore e Missionarie di Sant’Antonio Maria Claret.

Nella vostra varietà, siete un’immagine viva del mistero della Chiesa, in cui: «a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito Santo per il bene comune di tutti» (1Cor 12,7), affinché nel mondo risplenda in tutta la sua luce la bellezza di Cristo.

Non a caso i Padri della Chiesa definivano il cammino spirituale dei consacrati e delle consacrate: «filocalia, ossia amore per la bellezza divina, che è irradiazione della divina bontà» (San Giovanni Paolo II, Esort.

Ap.

Vita consecrata, 19).

E questa strada, quanto lontana è dalle lotte interne, tante volte – no? –, da interessi che non siano quelli dell’amore.

Vorrei perciò fermarmi a riflettere con voi su due aspetti della vostra vita che molto hanno a che fare con tutto questo: la bellezza e la semplicità.

Primo: la bellezza.

Davvero le vostre storie, in circostanze, tempi e luoghi diversi, sono storie di bellezza, perché in esse traspare la grazia del volto di Dio: quella che nei Vangeli vediamo in Gesù, nelle sue mani raccolte in preghiera nei momenti di intimità col Padre (cfr Mt 14,23), nel suo cuore pieno di compassione (cfr Mc 6,34-44), nei suoi occhi accesi di zelo quando denuncia ingiustizie e soprusi (cfr Mt 23,13-33), nei suoi piedi callosi, segnati dalle lunghe marce con cui ha raggiunto anche le periferie più disagiate ed emarginate della sua terra (cfr Mt 9,35).

Le vostre fondatrici e i vostri fondatori, sotto l’impulso dello Spirito Santo, hanno saputo cogliere i tratti di questa bellezza, e corrispondervi in modi diversi, secondo i bisogni delle loro epoche, scrivendo pagine meravigliose di carità concreta, di coraggio, di creatività e di profezia, spendendosi nella cura dei deboli, dei malati, dei vecchi e dei bambini, nella formazione dei giovani, nell’annuncio missionario e nell’impegno sociale; pagine che oggi sono affidate a voi, perché continuiate l’opera da loro iniziata.

L’invito, allora, nei vostri lavori capitolari, è a “raccogliere il loro testimone” – tocca a voi prenderlo e andare avanti -, e a continuare come loro a ricercare e seminare la bellezza di Cristo nella concretezza delle pieghe della storia, mettendovi prima di tutto in ascolto dell’Amore che li ha animati, e lasciandovi poi interrogare dalle modalità con cui vi hanno corrisposto: da ciò che hanno scelto e da ciò a cui hanno rinunciato, magari con sofferenza, per essere per i loro contemporanei specchio terso del volto di Dio.

E questo ci porta al secondo punto: alla semplicità.

Ciascuno di loro, in circostanze diverse, ha scelto l’essenziale – ha scelto l’essenziale, eh! – e ha rinunciato al superfluo, lasciandosi forgiare giorno per giorno dalla semplicità dell’amore di Dio che risplende nel Vangelo.

Sì, perché l’amore di Dio è semplice e la sua bellezza è semplice, non è una bellezza sofisticata, no.

È semplice, è alla mano.

Preparandovi ai vostri incontri, perciò, chiedete anche voi al Signore di essere semplici, personalmente e anche semplici nelle dinamiche sinodali del cammino comune, spogliandovi di tutto ciò che non serve o che può ostacolare l’ascolto e la concordia nei vostri processi di discernimento; spogliandovi di calcoli, di ambizioni – ma l’ambizione, per favore, è una peste nella vita consacrata; state attenti a questo: è una peste –, invidie – è brutta l’invidia in una vita comunitaria; l’invidia a me piace vederla come la “malattia gialla”, una cosa brutta –, pretese, rigidità e qualsiasi altra brutta tentazione di autoreferenzialità.

Saprete così leggere insieme, con sapienza, il presente, per cogliere in esso i «segni dei tempi» (Cost.

past.

Gaudium et spes, 4) e prendere le decisioni migliori per il futuro.

Come religiose e religiosi, del resto, voi abbracciate la povertà proprio per svuotarvi di tutto ciò che non è amore di Cristo e per lasciarvi riempire dalla sua bellezza, fino a farla traboccare nel mondo (cfr Lett.

Enc.

Laudato si’Preghiera per la nostra terra), in qualunque luogo il Signore vi mandi e verso qualunque fratello o sorella Egli ponga sul vostro cammino, specialmente attraverso l’obbedienza.

E questa è una missione grande! È una missione grande.

E il Padre la affida a voi, membra fragili del corpo del suo Figlio, proprio perché attraverso il vostro “sì” umile appaia la potenza della sua tenerezza, che va oltre ogni possibilità, e che permea la storia di ciascuna delle vostre comunità.

E non lasciare la preghiera, una preghiera dal cuore; non lasciare i momenti davanti al tabernacolo parlando con il Signore, parlando al Signore e lasciando che il Signore parli a noi.

Ma la preghiera dal cuore: non quella dei pappagalli, no, no.

Quella che viene dal cuore e che ci fa andare avanti nella strada del Signore.

Care sorelle, cari fratelli, vi ringrazio per il bene grande che fate nella Chiesa, in tante parti del mondo, e vi incoraggio a continuare la vostra opera con fede e generosità! Pregate per le vocazioni.

È necessario che voi abbiate successori che portino avanti il carisma.

Pregate, pregate.

E state attenti nella formazione: che sia una buona formazione.

Vi benedico, prego per voi e vi chiedo, per favore, di pregare per me.

Grazie.

Angelus, 14 Lug 2024
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Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Oggi il Vangelo ci parla di Gesù che invia i suoi discepoli per la missione (cfr Mc 6,7-13).

Li invia “a due a due” e raccomanda una cosa importante: di portare con sé solo il necessario.

Fermiamoci un momento su questa immagine: i discepoli sono inviati insieme, e devono portare con sé solo il necessario.

Il Vangelo non si annuncia da soli, no: si annuncia insieme, come comunità, e per questo è importante saper custodire la sobrietà: saper essere sobri nell’uso delle cose, condividendo le risorse, le capacità e i doni, e facendo a meno del superfluo.

Perché? Per essere liberi: il superfluo ti fa schiavo.

E anche perché tutti abbiano ciò che serve a vivere in modo dignitoso e a contribuire attivamente alla missione; e poi essere sobri nei pensieri, essere sobri nei sentimenti, abbandonando i preconcetti, abbandonando le rigidità che, come bagagli inutili, appesantiscono e intralciano il cammino, favorendo invece il confronto e l’ascolto, e rendere così più efficace la testimonianza.

Pensiamo ad esempio: cosa succede nelle nostre famiglie o nelle nostre comunità, quando ci si accontenta del necessario, anche con poco, con l’aiuto di Dio, si riesce ad andare avanti e ad andare d’accordo, condividendo quello che c’è, rinunciando tutti a qualcosa e sostenendosi a vicenda (cfr At 4,32-35).

E questo è già un annuncio missionario, prima e più ancora delle parole, perché incarna la bellezza del messaggio di Gesù nella concretezza della vita.

Una famiglia o una comunità che vivono in questo modo, infatti, creano attorno a sé un ambiente ricco d’amore, in cui è più facile aprirsi alla fede e alla novità del Vangelo, e da cui si riparte migliori, si riparte più sereni.

Se al contrario ognuno va per conto suo, se ciò che conta sono solo le cose – che non bastano mai –, se non ci si ascolta, se prevalgono l’individualismo e l’invidia – l’invidia è una cosa mortale, un veleno! – l’aria si fa pesante, la vita difficile, e gli incontri diventano più occasione di inquietudine, di tristezza e di scoraggiamento che occasione di gioia (cfr Mt 19,22).

Cari fratelli e sorelle, comunione e sobrietà sono valori importanti per la nostra vita cristiana: comunione, armonia tra noi e sobrietà sono valori importanti, valori indispensabili per una Chiesa che sia missionaria, a tutti i livelli.

Possiamo chiederci, allora: io sento il gusto di annunciare il Vangelo, di portare, là dove vivo, la gioia e la luce che vengono dall’incontro con il Signore? E per farlo, mi impegno a camminare assieme agli altri, condividendo con loro idee e capacità, con mente aperta, con cuore generoso? E infine: so coltivare uno stile di vita sobrio, uno stile di vita attento ai bisogni dei fratelli? Sono domande che ci farà bene fare.

Maria, Regina degli Apostoli, ci aiuti ad essere veri discepoli missionari, nella comunione e nella sobrietà di vita.

Nella comunione, nell’armonia tra noi e nella sobrietà di vita.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Saluto voi, romani e pellegrini d’Italia e di tanti Paesi, in particolare saluto i partecipanti al Congresso Internazionale dei laici dell’Ordine di Sant’Agostino; saluto le Suore della Sacra Famiglia di Nazareth, che celebrano il Capitolo Generale; saluto i giovani della parrocchia di Luson (Alto Adige), che hanno percorso la via Francigena; il Consiglio dei Giovani del Mediterraneo, che si richiamano al messaggio del Venerabile Giorgio La Pira; i giovani  partecipanti al Corso internazionale per formatori del Regnum Christi.

Invio il mio saluto ai fedeli polacchi radunati al Santuario della Madonna Nera di Częstochowa, in occasione del pellegrinaggio annuale della famiglia di Radio Maria.

Nella Domenica del Mare preghiamo per coloro che lavorano nel settore marittimo e per chi si prende cura di loro.

La Madre di Dio, che dopodomani celebreremo come Beata Vergine del Monte Carmelo, doni conforto e ottenga la pace a tutte le popolazioni che sono oppresse dall’orrore della guerra.

Per favore, non dimentichiamo la martoriata Ucraina, la Palestina, Israele, Myanmar.

Saluto i ragazzi dell’Immacolata.

Auguro a tutti buona domenica.

E per favore non dimenticatevi di pregare per me.

Buon pranzo e arrivederci!

 

Messaggio del Santo Padre per l’incontro “AI Ethics for Peace” [Hiroshima, 9-10 Lug 2024] (10 Lug 2024)
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Cari amici, vi giunga questo saluto per il vostro incontro dal titolo “AI Ethics for Peace”.

Intelligenza artificiale e pace sono due temi di assoluta importanza, come ho avuto modo di sottolineare ai leader politici del G7: “Conviene sempre ricordare che la macchina può, in alcune forme e con questi nuovi mezzi, produrre delle scelte algoritmiche.

Ciò che la macchina fa è una scelta tecnica tra più possibilità e si basa o su criteri ben definiti o su inferenze statistiche.

L’essere umano, invece, non solo sceglie, ma in cuor suo è capace di decidere.

La decisione è un elemento che potremmo definire maggiormente strategico di una scelta e richiede una valutazione pratica.

A volte, spesso nel difficile compito del governare, siamo chiamati a decidere con conseguenze anche su molte persone.

Da sempre la riflessione umana parla a tale proposito di saggezza, la phronesis della filosofia greca e almeno in parte la sapienza della Sacra Scrittura.

Di fronte ai prodigi delle macchine, che sembrano saper scegliere in maniera indipendente, dobbiamo aver ben chiaro che all’essere umano deve sempre rimanere la decisione, anche con i toni drammatici e urgenti con cui a volte questa si presenta nella nostra vita.

Condanneremmo l’umanità a un futuro senza speranza, se sottraessimo alle persone la capacità di decidere su loro stesse e sulla loro vita condannandole a dipendere dalle scelte delle macchine.

Abbiamo bisogno di garantire e tutelare uno spazio di controllo significativo dell’essere umano sul processo di scelta dei programmi di intelligenza artificiale: ne va della stessa dignità umana” (Cfr.

Discorso al G7, 14 giugno 2024).

Nel lodare questa iniziativa vi chiedo di mostrare al mondo che uniti chiediamo un fattivo impegno per tutelare la dignità umana in questa nuova stagione di uso delle macchine.

Il fatto che vi ritroviate a Hiroshima per parlare di intelligenza artificiale e pace è di grande importanza simbolica.

Tra gli attuali conflitti che scuotono il mondo, sempre più spesso purtroppo oltre all’odio della guerra si sente parlare di questa tecnologia.

Per tale motivo ritengo di straordinaria importanza l’evento di Hiroshima.

È fondamentale che, uniti come fratelli, possiamo ricordare al mondo che: “in un dramma come quello dei conflitti armati è urgente ripensare lo sviluppo e l’utilizzo di dispositivi come le cosiddette “armi letali autonome” per bandirne l’uso, cominciando già da un impegno fattivo e concreto per introdurre un sempre maggiore e significativo controllo umano.

Nessuna macchina dovrebbe mai scegliere se togliere la vita ad un essere umano” (Cfr.

Discorso al G7, 14 giugno 2024)

Se guardiamo alla complessità delle questioni che abbiamo davanti, includere nel governo delle intelligenze artificiali le ricchezze culturali dei popoli e delle religioni è una chiave strategica per il successo del vostro impegno per una saggia gestione dell’innovazione tecnologica.

Mentre auguro che questo incontro porti frutti di fraternità e di collaborazione, prego affinché ognuno di noi possa farsi strumento di pace per il mondo.
 

FRANCESCO

Visita Pastorale a Trieste: Angelus, 7 Lug 2024
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Ho voluto ringraziare il Vescovo, per tante cose, ma soprattutto per una: che non ha “parlato” dei malati … Li ha nominati! Li conosce per nome! E questo è un esempio, perché la carità è concreta, l’amore è concreto.

Ringrazio tanto il Vescovo perché ha questa abitudine.

Ogni persona, sana o malata, grande o piccola, ogni persona ha una dignità.

La dignità si fa vedere con il nome e lui conosce il nome.

Molto bello.

Adesso mi auguro che vada avanti in questa conoscenza, perché una volta ho trovato un parroco di montagna – era parroco di tre villaggi –, e gli dissi: “Ma dimmi, tu sei capace di conoscere la gente per nome?”, e lui mi ha risposto: “Io conosco anche il nome dei cani delle famiglie!”.

Adesso mi auguro che lui vada avanti e conosca i nomi dei cani.

 

Cari fratelli e sorelle,

prima della benedizione finale desidero salutare tutti voi, radunati in questa Piazza tanto suggestiva.

Ringrazio il Vescovo per le sue parole e soprattutto per la preparazione della visita, e con lui quanti in molti hanno collaborato, specialmente per la liturgia – sono bravi questi della liturgia; un applauso al maestro e a tutti – e per i tanti servizi; come pure a tante persone che hanno partecipato con la preghiera.

Assicuro la mia vicinanza ai malati – ne ho salutati tanti –, ai carcerati, che hanno voluto essere presenti, ai migranti – Trieste è una porta aperta ai migranti – e a tutti coloro che fanno più fatica.

Trieste è una di quelle città che hanno la vocazione di far incontrare genti diverse: anzitutto perché è un porto, è un porto importante, e poi perché si trova all’incrocio tra l’Italia, l’Europa centrale e i Balcani.

In queste situazioni, la sfida per la comunità ecclesiale e per quella civile è di saper coniugare l’apertura e la stabilità, l’accoglienza e l’identità.

E allora mi viene da dire: avete le “carte in regola”.

Grazie! Avete le “carte in regola” per affrontare questa sfida! Come cristiani abbiamo il Vangelo, che dà senso e speranza alla nostra vita; e come cittadini avete la Costituzione, “bussola” affidabile per il cammino della democrazia.

E allora, avanti! Avanti.

Senza paura, aperti e saldi nei valori umani e cristiani, accoglienti ma senza compromessi sulla dignità umana.

Su questo non si gioca.

Da questa città rinnoviamo il nostro impegno a pregare e operare per la pace: per la martoriata Ucraina, per la Palestina e Israele, per il Sudan, il Myanmar e ogni popolo che soffre per la guerra.

Invochiamo l’intercessione della Vergine Maria, venerata sul Monte Grisa come Madre e Regina.

Visita Pastorale a Trieste: Concelebrazione eucaristica (7 Lug 2024)
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Per ridestare la speranza dei cuori affranti e sostenere le fatiche del cammino, Dio sempre ha suscitato profeti in mezzo al suo popolo.

Eppure, come racconta la Prima Lettura di oggi narrandoci le vicende di Ezechiele, essi hanno trovato spesso un popolo ribelle, «figli testardi e dal cuore indurito» (Ez 2,4), e sono stati rifiutati.

Anche Gesù fa la stessa esperienza dei profeti.

Ritorna a Nazaret, la sua patria, in mezzo alla gente con cui è cresciuto, eppure non viene riconosciuto, viene addirittura rifiutato: «venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,11).

Il Vangelo ci dice che Gesù «era per loro motivo di scandalo» (Mc 6,3), ma la parola “scandalo” non si riferisce a qualcosa di osceno o di indecente secondo l’uso che ne facciamo noi oggi; scandalo significa “una pietra di inciampo”, cioè un ostacolo, un impedimento, qualcosa che ti blocca e ti impedisce di andare oltre.

Chiediamoci: qual è l’ostacolo che impedisce di credere a Gesù?

Ascoltando i discorsi dei suoi compaesani, vediamo che si fermano solo alla sua storia terrena, alla sua provenienza familiare e, perciò, non riescono a spiegarsi come dal figlio di Giuseppe il falegname, cioè da una persona comune, possa uscire tanta sapienza e perfino la capacità di compiere prodigi.

Lo scandalo, allora, è l’umanità di Gesù.

L’ostacolo che impedisce a queste persone di riconoscere la presenza di Dio in Gesù è il fatto che Egli è umano, è semplicemente figlio di Giuseppe il carpentiere: come può Dio, onnipotente, rivelarsi nella fragilità della carne di un uomo? Come può un Dio onnipotente e forte, che ha creato la terra e ha liberato il suo popolo dalla schiavitù, come può farsi debole fino a venire nella carne e abbassarsi a lavare i piedi dei discepoli? È questo lo scandalo.

Fratelli e sorelle, una fede fondata su un Dio umano, che si abbassa verso l’umanità, che di essa si prende cura, che si commuove per le nostre ferite, che prende su di se le nostre stanchezze, che si spezza come pane per noi.

Un Dio forte e potente, che sta dalla mia parte e mi soddisfa in tutto è attraente; un Dio debole, un Dio che muore sulla croce per amore e chiede anche a me di vincere ogni egoismo e offrire la vita per la salvezza del mondo; e questo, fratelli e sorelle, è uno scandalo.

Eppure, mettendoci davanti al Signore Gesù e posando lo sguardo sulle sfide che ci interpellano, sulle tante problematiche sociali e politiche discusse anche in questa Settimana Sociale, sulla vita concreta della nostra gente e sulle sue fatiche, possiamo dire che oggi abbiamo bisogno proprio di questo scandalo. Abbiamo bisogno dello scandalo della fede.

Non abbiamo bisogno di una religiosità chiusa in se stessa, che alza lo sguardo fino al cielo senza preoccuparsi di quanto succede sulla terra e celebra liturgie nel tempio dimenticandosi però della polvere che scorre sulle nostre strade.

Ci serve, invece, lo scandalo della fede, - abbiamo bisogno dello scandalo della fede - una fede radicata nel Dio che si è fatto uomo e, perciò, una fede umana, una fede di carne, che entra nella storia, che accarezza la vita della gente, che risana i cuori spezzati, che diventa lievito di speranza e germe di un mondo nuovo.

È una fede che sveglia le coscienze dal torpore, che mette il dito nelle piaghe, nelle piaghe della società – ce ne sono tante –, una fede che suscita domande sul futuro dell’uomo e della storia; è una fede inquieta, e noi abbiamo bisogno di vivere una vita inquieta, una fede che si muova da cuore a cuore, una fede che riceva da fuori le problematiche della società, una fede inquieta che aiuta a vincere la mediocrità e l’accidia del cuore, che diventa una spina nella carne di una società spesso anestetizzata e stordita dal consumismo.

E su questo mi fermo un po'… Si dice che la società nostra è un po' anestetizzata e stordita dal consumismo: avete pensato, voi, se il consumismo è entrato nel vostro cuore? Quell’ansia di avere, di avere cose, di averne di più, quell’ansia di sprecare i soldi.

Il consumismo è una piaga, è un cancro: ti ammala il cuore, ti fa egoista, ti fa guardare solo te stesso.

Fratelli e sorelle, soprattutto, abbiamo bisogno di una fede che spiazza i calcoli dell’egoismo umano, che denuncia il male, che punta il dito contro le ingiustizie, che disturba le trame di chi, all’ombra del potere, gioca sulla pelle dei deboli.

E quanti, quanti – lo sappiamo – usano la fede per sfruttare la gente.

Quello non è la fede.

Un poeta di questa città, descrivendo in una lirica il suo abituale ritorno a casa di sera, afferma di attraversare una via un po' oscura, un luogo di degrado dove gli uomini e le merci del porto sono “detriti”, cioè scarti dell’umanità; eppure proprio qui – egli  scrive – così, cito: «io ritrovo, passando, l’infinito nell’umiltà», perché la prostituta e il marinaio, la donna che litiga e il soldato, «sono tutte creature della vita e del dolore; s’agita in esse, come in me, il Signore» (U.

Saba, «Città vecchia», inIl canzoniere (1900-1954) Edizione definitiva, Torino, Einaudi, 1961).

Questo, non dimentichiamolo: Dio si nasconde negli angoli scuri della vita della nostra città, avete pensato a questo? Agli angoli oscuri nella vita della nostra città? La sua presenza si svela proprio nei volti scavati dalla sofferenza e laddove sembra trionfare il degrado.

L’infinito di Dio si cela nella miseria umana, il Signore si agita e si rende presente, e si rende una presenza amica proprio nella carne ferita degli ultimi, dei dimenticati, degli scartati.

Lì si manifesta il Signore.

E noi, che talvolta ci scandalizziamo inutilmente di tante piccole cose, faremmo bene invece a chiederci: perché dinanzi al male che dilaga, alla vita che viene umiliata, alle problematiche del lavoro, alle sofferenze dei migranti, non ci scandalizziamo? Perché restiamo apatici e indifferenti alle ingiustizie del mondo? Perché non prendiamo a cuore la situazione dei carcerati, che anche da questa città di Trieste si leva come un grido di angoscia? Perché non contempliamo le miserie, il dolore, lo scarto di tanta gente nella città? Abbiamo paura, abbiamo paura di trovare Cristo, lì.

Carissimi, Gesù ha vissuto nella propria carne la profezia della ferialità, entrando nella vita e nelle storie quotidiane del popolo, manifestando la compassione dentro le vicende, e ha manifestato l’essere Dio, che è compassionevole.

E per questo, qualcuno si è scandalizzato di Lui, è diventato un ostacolo, è stato rifiutato fino ad essere processato e condannato; eppure, Egli è rimasto fedele alla sua missione, non si è nascosto dietro l’ambiguità, non è sceso a patti con le logiche del potere politico e religioso.

Della sua vita ha fatto un’offerta d’amore al Padre.

Così anche noi cristiani: siamo chiamati a essere profeti, testimoni del Regno di Dio, in tutte le situazioni che viviamo, in ogni luogo che abitiamo. 

Fratelli e sorelle, da questa città di Trieste, affacciata sull’Europa, crocevia di popoli e culture, terra di frontiera, alimentiamo il sogno di una nuova civiltà fondata sulla pace e sulla fraternità; per favore, non scandalizziamoci di Gesù ma, al contrario, indigniamoci per tutte quelle situazioni in cui la vita viene abbruttita, ferita, uccisa; portiamo la profezia del Vangelo nella nostra carne, con le nostre scelte prima ancora che con le parole.

Quella coerenza fra le scelte e le parole.

E a questa Chiesa triestina vorrei dire: avanti! Avanti! Continuate a impegnarvi in prima linea per diffondere il Vangelo della speranza, specialmente verso coloro che arrivano dalla rotta balcanica e verso tutti coloro che, nel corpo o nello spirito, hanno bisogno di essere incoraggiati e consolati.

Impegniamoci insieme: perché riscoprendoci amati dal Padre possiamo vivere come fratelli tutti.

Tutti fratelli, con quel sorriso dell’accoglienza e della pace dell’anima.

Grazie.

Visita Pastorale a Trieste: Discorso del Santo Padre (7 Lug 2024)
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Illustri Autorità,
cari fratelli Vescovi,
Signori Cardinali,
fratelli e sorelle, buongiorno!

Ringrazio il Cardinale Zuppi e Monsignor Baturi per avermi invitato a condividere con voi questa sessione conclusiva.

Saluto Monsignor Renna e il Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali.

A nome di tutti esprimo gratitudine a Monsignor Trevisi per l’accoglienza della Diocesi di Trieste.

La prima volta che ho sentito parlare di Trieste è stato da mio nonno che aveva fatto il ‛14 sul Piave.

Lui ci insegnava tante canzoni e una era su Trieste: “Il general Cadorna scrisse alla regina: ‘Se vuol guardare Trieste, che la guardi in cartolina’”.

E questa è la prima volta che ho sentito nominare la città.

Questa è stata la 50.ma Settimana Sociale.

La storia delle “Settimane” si intreccia con la storia dell’Italia, e questo dice già molto: dice di una Chiesa sensibile alle trasformazioni della società e protesa a contribuire al bene comune.

Forti di questa esperienza, avete voluto approfondire un tema di grande attualità: “Al cuore della democrazia.

Partecipare tra storia e futuro”.

Il Beato Giuseppe Toniolo, che ha dato avvio a questa iniziativa nel 1907, affermava che la democrazia si può definire «quell’ordinamento civile nel quale tutte le forze sociali, giuridiche ed economiche, nella pienezza del loro sviluppo gerarchico, cooperano proporzionalmente al bene comune, rifluendo nell’ultimo risultato a prevalente vantaggio delle classi inferiori» [1].

Così diceva Toniolo.

Alla luce di questa definizione, è evidente che nel mondo di oggi la democrazia, diciamo la verità, non gode di buona salute.

Questo ci interessa e ci preoccupa, perché è in gioco il bene dell’uomo, e niente di ciò che è umano può esserci estraneo [2].

In Italia è maturato l’ordinamento democratico dopo la seconda guerra mondiale, grazie anche al contributo determinante dei cattolici.

Si può essere fieri di questa storia, sulla quale ha inciso pure l’esperienza delle Settimane Sociali; e, senza mitizzare il passato, bisogna trarne insegnamento per assumere la responsabilità di costruire qualcosa di buono nel nostro tempo.

Questo atteggiamento si ritrova nella Nota pastorale con cui nel 1988 l’Episcopato italiano ha ripristinato le Settimane Sociali.

Cito le finalità: «Dare senso all’impegno di tutti per la trasformazione della società; dare attenzione alla gente che resta fuori o ai margini dei processi e dei meccanismi economici vincenti; dare spazio alla solidarietà sociale in tutte le sue forme; dare sostegno al ritorno di un’etica sollecita del bene comune […]; dare significato allo sviluppo del Paese, inteso […] come globale miglioramento della qualità della vita, della convivenza collettiva, della partecipazione democratica, dell’autentica libertà» [3].

Fine citazione.

Questa visione, radicata nella Dottrina Sociale della Chiesa, abbraccia alcune dimensioni dell’impegno cristiano e una lettura evangelica dei fenomeni sociali che non valgono soltanto per il contesto italiano, ma rappresentano un monito per l’intera società umana e per il cammino di tutti i popoli.

Infatti, così come la crisi della democrazia è trasversale a diverse realtà e Nazioni, allo stesso modo l’atteggiamento della responsabilità nei confronti delle trasformazioni sociali è una chiamata rivolta a tutti i cristiani, ovunque essi si trovino a vivere e ad operare, in ogni parte del mondo.

C’è un’immagine che riassume tutto ciò e che voi avete scelto come simbolo di questo appuntamento: il cuore.

A partire da questa immagine, vi propongo due riflessioni per alimentare il percorso futuro.

Nella prima possiamo immaginare la crisi della democrazia come un cuore ferito.

Ciò che limita la partecipazione è sotto i nostri occhi.

Se la corruzione e l’illegalità mostrano un cuore “infartuato”, devono preoccupare anche le diverse forme di esclusione sociale.

Ogni volta che qualcuno è emarginato, tutto il corpo sociale soffre.

La cultura dello scarto disegna una città dove non c’è posto per i poveri, i nascituri, le persone fragili, i malati, i bambini, le donne, i giovani, i vecchi.

Questo è la cultura dello scarto.

Il potere diventa autoreferenziale – è una malattia brutta questa –, incapace di ascolto e di servizio alle persone.

Aldo Moro ricordava che «uno Stato non è veramente democratico se non è al servizio dell’uomo, se non ha come fine supremo la dignità, la libertà, l’autonomia della persona umana, se non è rispettoso di quelle formazioni sociali nelle quali la persona umana liberamente si svolge e nelle quali essa integra la propria personalità» [4].

La parola stessa “democrazia” non coincide semplicemente con il voto del popolo; nel frattempo a me preoccupa il numero ridotto della gente che è andata a votare.

Cosa significa quello? Non è il voto del popolo solamente, ma esige che si creino le condizioni perché tutti si possano esprimere e possano partecipare.

E la partecipazione non si improvvisa: si impara da ragazzi, da giovani, e va “allenata”, anche al senso critico rispetto alle tentazioni ideologiche e populistiche.

In questa prospettiva, come ho avuto modo di ricordare anni fa visitando il Parlamento Europeo e il Consiglio d’Europa, è importante far emergere «l’apporto che il  cristianesimo può fornire oggi allo sviluppo culturale e sociale europeo nell’ambito di una corretta relazione fra religione e società» [5], promuovendo un dialogo fecondo con la comunità civile e con le istituzioni politiche perché, illuminandoci a vicenda e liberandoci dalle scorie dell’ideologia, possiamo avviare una riflessione comune in special modo sui temi legati alla vita umana e alla dignità della persona.

Le ideologie sono seduttrici.

Qualcuno le comparava a quello che a Hamelin suonava il flauto; seducono, ma ti portano a annegarti.

A tale scopo rimangono fecondi i principi di solidarietà e sussidiarietà.

Infatti un popolo si tiene insieme per i legami che lo costituiscono, e i legami si rafforzano quando ciascuno è valorizzato.

Ogni persona ha un valore; ogni persona è importante.

La democrazia richiede sempre il passaggio dal parteggiare al partecipare, dal “fare il tifo” al dialogare.

«Finché il nostro sistema economico-sociale produrrà ancora una vittima e ci sarà una sola persona scartata, non ci potrà essere la festa della fraternità universale.

Una società umana e fraterna è in grado di adoperarsi per assicurare in modo efficiente e stabile che tutti siano accompagnati nel percorso della loro vita, non solo per provvedere ai bisogni primari, ma perché possano dare il meglio di sé, anche se il loro rendimento non sarà il migliore, anche se andranno lentamente, anche se la loro efficienza sarà poco rilevante» [6].

Tutti devono sentirsi parte di un progetto di comunità; nessuno deve sentirsi inutile.

Certe forme di assistenzialismo che non riconoscono la dignità delle persone … Mi fermo alla parola assistenzialismo.

L’ assistenzialismo, soltanto così, è nemico della democrazia, è nemico dell’amore al prossimo.

E certe forme di assistenzialismo che non riconoscono la dignità delle persone sono ipocrisia sociale.

Non dimentichiamo questo.

E cosa c’è dietro questo prendere distanze dalla realtà sociale? C’è l’ indifferenza, e l’indifferenza è un cancro della democrazia, un non partecipare.

La seconda riflessione è un incoraggiamento a partecipare, affinché la democrazia assomigli a un cuore risanato.

È questo: a me piace pensare che nella vita sociale è necessario tanto risanare i cuori, risanare i cuori.

Un cuore risanato.

E per questo occorre esercitare la creatività.

Se ci guardiamo attorno, vediamo tanti segni dell’azione dello Spirito Santo nella vita delle famiglie e delle comunità.

Persino nei campi dell’economia, della ideologia, della politica, della società.

Pensiamo a chi ha fatto spazio all’interno di un’attività economica a persone con disabilità; ai lavoratori che hanno rinunciato a un loro diritto per impedire il licenziamento di altri; alle comunità energetiche rinnovabili che promuovono l’ecologia integrale, facendosi carico anche delle famiglie in povertà energetica; agli amministratori che favoriscono la natalità, il lavoro, la scuola, i servizi educativi, le case accessibili, la mobilità per tutti, l’integrazione dei migranti.

Tutte queste cose non entrano in una politica senza partecipazione.

Il cuore della politica è fare partecipe.

E queste sono le cose che fa la partecipazione, un prendersi cura del tutto; non solo la beneficenza, prendersi cura di questo …, no: del tutto!

La fraternità fa fiorire i rapporti sociali; e d’altra parte il prendersi cura gli uni degli altri richiede il coraggio di pensarsi come popolo.

Ci vuole coraggio per pensarsi come popolo e non come io o il mio clan, la mia famiglia, i miei amici.

Purtroppo questa categoria – “popolo” – spesso è male interpretata e, «potrebbe portare a eliminare la parola stessa “democrazia” (“governo del popolo”).

Ciò nonostante, per affermare che la società è di più della mera somma degli individui, è necessario il termine “popolo”» [7], che non è populismo.

No, è un’altra cosa: il popolo.

In effetti, «è molto difficile progettare qualcosa di grande a lungo termine se non si ottiene che diventi un sogno collettivo» [8].

Una democrazia dal cuore risanato continua a coltivare sogni per il futuro, mette in gioco, chiama al coinvolgimento personale e comunitario.

Sognare il futuro.

Non avere paura.

Non lasciamoci ingannare dalle soluzioni facili.

Appassioniamoci invece al bene comune.

Ci spetta il compito di non manipolare la parola democrazia né di deformarla con titoli vuoti di contenuto, capaci di giustificare qualsiasi azione.

La democrazia non è una scatola vuota, ma è legata ai valori della persona, della fraternità e anche dell’ecologia integrale.

Come cattolici, in questo orizzonte, non possiamo accontentarci di una fede marginale, o privata.

Ciò significa non tanto di essere ascoltati, ma soprattutto avere il coraggio di fare proposte di giustizia e di pace nel dibattito pubblico.

Abbiamo qualcosa da dire, ma non per difendere privilegi.

No.

Dobbiamo essere voce, voce che denuncia e che propone in una società spesso afona e dove troppi non hanno voce.

Tanti, tanti non hanno voce.

Tanti.

Questo è l’amore politico [9], che non si accontenta di curare gli effetti ma cerca di affrontare le cause.

Questo è l’amore politico.

È una forma di carità che permette alla politica di essere all’altezza delle sue responsabilità e di uscire dalle polarizzazioni, queste polarizzazioni che immiseriscono e non aiutano a capire e affrontare le sfide.

A questa carità politica è chiamata tutta la comunità cristiana, nella distinzione dei ministeri e dei carismi.

Formiamoci a questo amore, per metterlo in circolo in un mondo che è a corto di passione civile.

Dobbiamo riprendere la passione civile, questo, dei grandi politici che noi abbiamo conosciuto.

Impariamo sempre più e meglio a camminare insieme come popolo di Dio, per essere lievito di partecipazione in mezzo al popolo di cui facciamo parte.

E questa è una cosa importante nel nostro agire politico, anche dei pastori nostri: conoscere il popolo, avvicinarsi al popolo.

Un politico può essere come un pastore che va davanti al popolo, in mezzo al popolo e dietro al popolo.

Davanti al popolo per segnalare un po’ il cammino; in mezzo al popolo, per avere il fiuto del popolo; dietro al popolo per aiutare i ritardatari.

Un politico che non abbia il fiuto del popolo, è un teorico.

Gli manca il principale.

Giorgio La Pira aveva pensato al protagonismo delle città, che non hanno il potere di fare le guerre ma che ad esse pagano il prezzo più alto.

Così immaginava un sistema di “ponti” tra le città del mondo per creare occasioni di unità e di dialogo.

Sull’esempio di La Pira, non manchi al laicato cattolico italiano questa capacità “organizzare la speranza”.

Questo è un compito vostro, di organizzare.

Organizzare anche la pace e i progetti di buona politica che possono nascere dal basso.

Perché non rilanciare, sostenere e moltiplicare gli sforzi per una formazione sociale e politica che parta dai giovani? Perché non condividere la ricchezza dell’insegnamento sociale della Chiesa? Possiamo prevedere luoghi di confronto e di dialogo e favorire sinergie per il bene comune.

Se il processo sinodale ci ha allenati al discernimento comunitario, l’orizzonte del Giubileo ci veda attivi, pellegrini di speranza, per l’Italia di domani.

Da discepoli del Risorto, non smettiamo mai di alimentare la fiducia, certi che il tempo è superiore allo spazio.

Non dimentichiamo questo.

Tante volte pensiamo che il lavoro politico è prendere spazi: no! È scommettere sul tempo, avviare processi, non prendere luoghi.

Il tempo è superiore allo spazio e non dimentichiamo che avviare processi è più saggio di occupare spazi.

Io mi raccomando che voi, nella vostra vita sociale, abbiate il coraggio di avviare processi, sempre.

È la creatività e anche è la legge della vita.

Una donna, quando fa nascere un figlio, incomincia a avviare un processo e lo accompagna.

Anche noi nella politica dobbiamo fare lo stesso.

 Questo è il ruolo della Chiesa: coinvolgere nella speranza, perché senza di essa si amministra il presente ma non si costruisce il futuro.

Senza speranza, saremmo amministratori, equilibristi del presente e non profeti e costruttori del futuro.

Fratelli e sorelle, vi ringrazio per il vostro impegno.

Vi benedico e vi auguro di essere artigiani di democrazia e testimoni contagiosi di partecipazione.

E per favore vi chiedo di pregare per me, perché questo lavoro non è facile.

Grazie.

 

Adesso, preghiamo insieme e vi darò la benedizione.

Recita del Padre Nostro.

____________________________________________

[1] G.

Toniolo, Democrazia cristiana.

Concetti e indirizzi, I, Città del Vaticano 1949, 29.

[2] Cfr Conc.

Ecum.

Vat.

II, Cost.

past.

Gaudium et spes, 1.

[3] Conferenza Episcopale Italiana, Ripristino e rinnovamento delle Settimane Sociali dei cattolici italiani, 20 novembre 1988, n.

4.

[4] A.

Moro, Il fine è l’uomo, Edizioni di Comunità, Roma 2018, 25.

[5] Discorso al Consiglio d’Europa, Strasburgo, 25 novembre 2014.

[6] Lett.

enc.

Fratelli tutti, 110.

[7] Ivi, 157.

[8] Ibid.

[9] Ivi, 180-182.

Visita Pastorale del Santo Padre Francesco a Trieste in occasione della 50ª Settimana Sociale dei Cattolici in Italia [3-7 Lug 2024] (Da, 7 Lug 2024)
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  • Multimedia
  •  

    ore 6:30 Decollo dall’eliporto del Vaticano
    ore 8:00 Atterraggio al Centro Congressi “Generali Convention Center” di Trieste

    Il Santo Padre è accolto da:

    - Card.

    Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo di Bologna, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana
    - S.E.

    Mons.

    Luigi Renna, Arcivescovo di Catania, Presidente del Comitato Organizzatore delle Settimane Sociali
    - S.E.

    Mons.

    Enrico Trevisi, Vescovo di Trieste
    - L’On.

    Massimiliano Fedriga, Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia
    - S.E.

    il Signor Pietro Signoriello, Prefetto di Trieste
    - Il Signor Roberto Dipiazza, Sindaco di Trieste
    - Il Dottor Philippe Donnet, Amministratore Delegato di “Generali”

    ore 8:30 Centro Congressi: Incontro con i Congressisti

    - Saluto del Card.

    Matteo Maria Zuppi
    - Introduzione di S.E.

    Mons.

    Luigi Renna

    * Discorso del Santo Padre

    ore 9:15 Al termine del discorso, mentre i Congressisti si trasferiscono a Piazza Unità d’Italia, il Santo Padre incontra brevemente alcuni gruppi distinti:

    - Rappresentanti Ecumenici 
    - Mondo accademico
    - Migranti e Disabili 

    ore 10:00 Il Santo Padre parte dal Centro Congressi in auto scoperta
    ore 10:30 Piazza Unità d'Italia: Concelebrazione eucaristica

    * Omelia del Santo Padre

    * Angelus

    Prima della Benedizione conclusiva:

    - Ringraziamento di S.E.

    Mons.

    Enrico Trevisi

    ore 12:30 Decollo dal Molo Audace di Trieste
    ore 14:00 Atterraggio all’eliporto del Vaticano

     _________________________________________

    Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede, 6 giugno 2024

    Statuto della Fondazione Vaticana "Rete Mondiale di Preghiera del Papa" (1° Lug 2024)
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    STATUTO

     

    PREAMBOLO

    La Rete Mondiale di Preghiera del Papa (in seguito RMPP), si è sviluppata dall’iniziativa originale dell’Apostolato della Preghiera, il quale, nato in Francia nel 1844, da P.

    François-Xavier Gautrelet, S.J., e inizialmente indirizzato ai giovani Gesuiti durante la formazione iniziale, si espanse velocemente come apostolato di preghiera per la missione della Chiesa, raggiungendo allora circa 13 milioni di soci in molti Paesi.

    Successivamente, nel 1915, nascerà la sua sezione giovanile la Crociata Eucaristica, oggi Movimento Eucaristico Giovanile.

    Gli Statuti dell’Apostolato della Preghiera sono stati emendati nel corso degli anni (1866, 1879, 1896, 1968, 2018) diventando sempre più un servizio della Santa Sede vicino alla preghiera per le intenzioni del Santo Padre (come voluto specialmente da Leone XIII e Pio XI).

    In continuazione con i suoi predecessori, Papa Francesco ha voluto che questo servizio al Santo Padre, attraverso la preghiera, diventasse una Opera Pontificia.

    Con questo, se nel passato l’Apostolato della Preghiera era percepito come una missione della Santa Sede affidata alla Compagnia di Gesù, d’ora in poi, come Rete Mondiale di Preghiera del Papa, continua ad essere affidata alla Compagnia (Cfr.

    Norme Complementari della Compagnia di Gesù, 309 § 2), ma si apre a una dimensione universale, mettendosi al servizio di ogni Chiesa particolare nel mondo.

    La RMPP coordina e anima questo movimento spirituale in molti Paesi, sostenendo la missione evangelizzatrice del Santo Padre attraverso la preghiera per una missione di compassione per il mondo.

    Il Movimento Eucaristico Giovanile è la proposta della RMPP per i giovani.  

    TITOLO I
    DENOMINAZIONE, SEDE, NATURA E SCOPO DELLA FONDAZIONE

    Articolo 1

    1.

    Con il Rescriptum ex Audientia SS.mi, del 17 novembre 2020, è costituita la Fondazione Vaticana denominata “RETE MONDIALE DI PREGHIERA DEL PAPA”.

    2.

    La sede legale è nello Stato della Città del Vaticano, in Via del Pellegrino.

    Essa gode di personalità giuridica canonica pubblica e di personalità giuridica civile vaticana ed è iscritta nel Registro delle persone giuridiche dello Stato della Città del Vaticano.

    3.

    Dalla data odierna, lo Statuto dell’Ente “RMPP”, approvato il 17 novembre 2020, è abrogato.

     Articolo 2

    1.

    La RMPP è una Opera Pontificia al servizio ecclesiale della Santa Sede che il Sommo Pontefice affida alla cura della Compagnia di Gesù.

    Ha un compito di coordinamento e animazione a livello mondiale, laddove Paesi e diocesi assumono la preghiera come forma di apostolato e, in particolare, accolgono le intenzioni mensili di Preghiera proposte dal Santo Padre alla Chiesa, come tema o contenuto della preghiera personale, o di gruppo, collaborando in questo modo con la missione della Chiesa per mettersi al servizio delle sfide dell’umanità.

    2.

    La RMPP è aperta a tutti i cattolici che desiderano risvegliare, rinnovare e vivere il carattere missionario che procede dal loro battesimo.

    3.

    Il suo fondamento è la spiritualità del Cuore di Gesù ed è esplicitata nel documento di Ricreazione dell’Apostolato della Preghiera intitolato “Un cammino con Gesù in disponibilità apostolica” (Roma, 3 dicembre 2014), offrendo al discepolo di Gesù un cammino per far sì che il suo sentimento e la sua azione si identifichino con il cuore di Cristo, in una missione di compassione per il mondo.

    Articolo 3

    1.

    Il patrimonio della Fondazione è costituito della dotazione iniziale della somma di € 150.000,00 (EUR centocinquantamila) e $ 280.000,00 (USD duecentottantamila).

    2.

    Il patrimonio può essere incrementato:

    a) da acquisti, lasciti o donazioni di beni mobili e immobili pervenuti alla Fondazione e destinati sempre al conseguimento delle finalità istituzionali specificate nel presente Statuto;
    b) dai contributi di soggetti pubblici o privati;
    c) dal profitto delle royalties, come ad esempio i diritti di autore, dalle iniziative messe in corso con i fini istituzionali.

    Articolo 4

    La RMPP propone ai cattolici un percorso spirituale chiamato “Il Cammino del Cuore”, che integra due dimensioni:

    a) Compassione per il mondo e per gli esseri umani.

    Il Santo Padre affida alla Fondazione la missione di far conoscere, promuovere e stimolare la preghiera per le sue intenzioni, che esprimono sfide dell’umanità e della missione della Chiesa.

    Essa è responsabile della loro diffusione in tutto il mondo e si impegna a promuoverle.

    Le persone che accolgono e pregano per queste intenzioni aprono il loro sguardo e il loro cuore ai bisogni del mondo, facendo proprie le gioie e le speranze, i dolori e le sofferenze dell’umanità e della Chiesa, e vengono ispirate a compiere opere di misericordia spirituale e corporale.

    In questo modo, vivono un percorso spirituale che permette di uscire dalla “globalizzazione dell’indifferenza” e di aprirsi alla compassione per il mondo.

    b) La comunione con la missione del Figlio.

    Attraverso questo percorso spirituale, animato e coordinato dalla RMPP, si risveglia la vocazione missionaria del battezzato, permettendogli di collaborare nella sua vita quotidiana, con la missione che il Padre ha affidato al suo Figlio.

    In questo modo egli diventa interiormente disponibile alla chiamata di Dio, attraverso il suo Spirito Santo, che interpella e guida ogni cuore e ogni coscienza umana verso il bene.

    Articolo 5

    “Il Cammino del Cuore” è un processo spirituale strutturato pedagogicamente per identificarsi con il pensiero, il volere e i progetti di Gesù.

    In questo modo, la persona battezzata si propone di accogliere e servire il Regno di Dio, motivata dalla compassione nello stile del Figlio di Dio.

    Questo percorso lo rende disponibile alla missione della Chiesa.

    TITOLO II
    ORGANI DI GOVERNO

    Articolo 6

    Sono Organi della Fondazione:

    a) Consiglio di Amministrazione;
    b) Direttore Internazionale;
    c) Vice Direttori;
    d) Revisore dei Conti.

    Articolo 7

    La Fondazione è direttamente sottoposta all’autorità del Sommo Pontefice, che la governa mediante la Segreteria di Stato, tenendo conto dall’affidamento storico fin dall’inizio dell’Apostolato della Preghiera alla Compagnia di Gesù.

    Articolo 8

    1.

    La Fondazione è affidata ad un Consiglio di Amministrazione (di seguito Consiglio) costituito da cinque membri.

    2.

    Il Consiglio è presieduto dal Direttore Internazionale che, per quanto possibile, sarà appartenente alla Compagnia di Gesù, proposto dal Superiore Generale della medesima Compagnia di Gesù e nominato dal Santo Padre per cinque anni rinnovabili.

    Il medesimo Superiore Generale avanzerà l’eventuale proposta di conferma al Santo Padre, per un ulteriore periodo.

    3.

    Il Consiglio è composto, oltre che dal Direttore Internazionale, da un rappresentante della Segreteria di Stato e da tre membri proposti dal Superiore Generale della Compagnia di Gesù.

    4.

    I membri del Consiglio sono nominati dal Segretario di Stato per un quinquennio e possono essere confermati nell’incarico.

    La scadenza dell’incarico affidato al Consiglio viene in ogni caso prorogata fino all’approvazione del bilancio consuntivo relativo all’ultimo esercizio del mandato.

    5.

    In caso di vacanza durante il quinquennio si provvede alle eventuali sostituzioni per il tempo residuo del mandato, secondo quanto previsto dai commi 3 e 4 del presente articolo.

    6.

    I Consiglieri decadono dal proprio incarico nel caso di assenza a tre riunioni consecutive senza giustificato motivo; decadono altresì nel caso pongano in essere pubblicamente atti contrari alla morale e ai principi della Chiesa cattolica, ovvero vengano a trovarsi in situazioni d’incompatibilità con la permanenza in carica.

    La decadenza viene dichiarata dal Segretario di Stato, su richiesta del Presidente del Consiglio di Amministrazione.

    Articolo 9

    Il Consiglio di Amministrazione si riunisce ordinariamente almeno tre volte all’anno, straordinariamente quando il Presidente, ovvero tre Consiglieri lo ritengano opportuno.

    Qualora il Direttore Internazionale risulti impossibilitato a presiedere il Consiglio di Amministrazione, il medesimo viene presieduto dal Consigliere più anziano fino al ritorno o alla designazione di un nuovo Direttore Internazionale da parte del Santo Padre.

    Articolo 10

    Il Consiglio di Amministrazione, quale Organo amministrativo:

    a) garantisce che la missione, la visione, la spiritualità propria e lo spirito ecclesiale della RMPP siano in linea con gli orientamenti del Santo Padre e della Chiesa cattolica;
    b) determina gli indirizzi generali e vigila sull’andamento della gestione della Fondazione;
    c) delibera sul bilancio preventivo dell’anno successivo e sul bilancio consuntivo entro le scadenze indicate dalla Segreteria per l’Economia; i bilanci, muniti dalle relazioni del Revisore dei conti, dopo aver ricevuto il parere della Segreteria di Stato, sono trasmessi, tramite il Presidente del Consiglio di Amministrazione, alla Segreteria per l’Economia, che provvede alla loro approvazione definitiva;
    d) propone tramite il Presidente, eventuali modifiche dello Statuto da sottoporre all’approvazione della Segreteria di Stato, sentito il parere favorevole del Superiore Generale della Compagnia di Gesù;
    e) approva il piano di lavoro annuale e il piano strategico della Direzione Internazionale;
    f) redige apposito verbale delle riunioni che deve essere tempestivamente trasmesso alla Segreteria di Stato, e al Superiore Generale della Compagnia di Gesù, dopo la relativa approvazione nella successiva seduta del Consiglio.

    Articolo 11

    1.

    Compete al Direttore Internazionale:

    a) gestire gli affari ordinari della RMPP;
    b) rendere conto annualmente al Consiglio di Amministrazione della sua gestione;
    c) informare il Consiglio di Amministrazione circa i progetti internazionali elaborati e gestiti con il Comitato di Assistenza;
    d) nominare i Direttori Regionali o Nazionali per il coordinamento e l’animazione, previa consultazione del Superiore Generale della Compagnia di Gesù, con l’approvazione della rispettiva Conferenza Episcopale;
    e) nominare i Coordinatori Nazionali, i quali - non essendo questa la loro missione principale - sono a tempo parziale, e informare la rispettiva Conferenza Episcopale;
    f) informare periodicamente il Superiore Generale della Compagnia di Gesù sull’attività della RMPP;
    g) avere incontri continentali con i Direttori Nazionali o Regionali e con i Coordinatori Nazionali.

    2.

    Nel caso in cui il Direttore Internazionale sia impedito nell’adempiere ai suoi compiti per la RMPP a causa di malattia o decesso, sarà sostituito nella gestione della RMPP da uno dei Vice Direttori, designato dal Consiglio di Amministrazione.

    Articolo 12

    1.

    Per assistere il Direttore Internazionale nella sua missione, egli avrà due Vice Direttori.

    2.

    I Vice Direttori sono proposti dal Superiore Generale della Compagnia di Gesù e nominati dal Segretario di Stato per un quinquennio e possono essere confermati nell’incarico.

    3.

    Partecipano al Consiglio di Amministrazione, ma senza diritto di voto.

    4.

    Il Vice Direttore, che assume temporaneamente le funzioni del Direttore Internazionale, a causa dell’impedimento di quest’ultimo per motivi di salute o del decesso, avrà diritto di voto nel Consiglio di Amministrazione.

    Articolo 13

    1.

    Il Revisore unico è nominato dalla Segreteria per l’Economia per un quinquennio e può essere riconfermato nell’incarico.

    2.

    È compito del Revisore:

    a) vigilare sull’osservanza del diritto, dello Statuto e delle altre disposizioni concernenti la Fondazione ed in particolare sulla tenuta della contabilità e della corrispondenza del bilancio alla contabilità stessa, secondo le norme previste dalle vigenti disposizioni di legge in materia.

    Il revisore può in qualsiasi momento procedere ad atti di ispezione e di controllo;
    b) provvedere al riscontro della gestione finanziaria della Fondazione, compiendo, se ritenuto opportuno e/o necessario anche verifiche di cassa;
    c) redigere un apposito verbale relativo alle summenzionate attività che viene trasmesso alla Segreteria per l’Economia e in copia al Consiglio di Amministrazione e alla Segreteria di Stato;
    d) Il Revisore partecipa alle riunioni del Consiglio di Amministrazione, quando le materie trattate richiedono la sua presenza, senza diritto di voto.

    TITOLO III
    AMMINISTRAZIONE DEI BENI

    Articolo 14

    1.

    La Fondazione ha la capacità giuridica di acquisire, trattenere, gestire e alienare beni temporali, secondo la normativa canonica e quella dello Stato Città del Vaticano, ed è responsabile della gestione di tali beni.

    2.

    Viceversa, la Fondazione non ha né capacità giuridica né potere di supervisione sull’attività amministrativa degli uffici nazionali.

    E ciò riferito sia ai beni già in possesso di tali uffici, che ai beni che saranno acquisiti successivamente all’entrata in vigore del presente Statuto.

    Tale capacità giuridica compete ai singoli uffici secondo le norme applicabili nei rispettivi Paesi e riportando alle rispettive autorità canoniche locali.

    3.

    I Direttori o Coordinatori nazionali o regionali sono soggetti all’ordinamento giuridico del Paese per il quale sono stati nominati in tutte le questioni riguardanti l’amministrazione e l’alienazione dei beni e la responsabilità legale per tale amministrazione e alienazione; tenendo conto della forma giuridica che l’Opera Pontificia assume in quel Paese, come persona giuridica (associazione, fondazione, ecc.), o senza personalità giuridica.

    4.

    La Fondazione non detiene alcun potere di supervisione o capacità giuridica sui singoli uffici nazionali per quanto riguarda le questioni patrimoniali ed economico-finanziarie.

    Il suo patrimonio è completamente separato dalle singole direzioni.

    La rendicontazione dell’attività amministrativa degli uffici nazionali, come ad esempio i bilanci preventivi e consuntivi, non è soggetta all’esame del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Vaticana, né rientra nel bilancio della stessa.

    TITOLO IV
    NORME FINALI

    Articolo 15

    L’organizzazione della missione della Rete Mondiale di Preghiera del Papa, compresi i suoi orientamenti a livello internazionale e nazionale, è specificata nel Regolamento Generale, approvato dal Consiglio di Amministrazione, su proposta dal Direttore Internazionale, previo nulla osta del Superiore Generale della Compagnia di Gesù.

    Ciò si applica anche al Movimento Eucaristico Giovanile, in quanto parte integrante della stessa Rete di Preghiera. 

    Articolo 16

    Le modifiche del presente Statuto sono disposte dalla Segreteria di Stato su proposta del Consiglio di Amministrazione e sentito il parere favorevole del Superiore Generale della Compagnia di Gesù. 

    Articolo 17

    In caso di estinzione della Fondazione per qualsiasi causa i beni costituenti il patrimonio, (conclusa la fase liquidatoria), sono devoluti per indicazione del Sommo Pontefice per finalità analoghe a quelle della Fondazione. 

    Articolo 18

    Per quanto non espressamente previsto e disciplinato nel presente Statuto, si osservano le norme del Codice di Diritto Canonico e le leggi dello Stato della Città del Vaticano.

    Città del Vaticano, 1° luglio 2024
     

    FRANCESCO

    Angelus, 30 Giu 2024
    Visita il link

    Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

    Il Vangelo della liturgia odierna ci racconta due miracoli che sembrano essere intrecciati fra loro.

    Mentre Gesù va a casa di Giairo, uno dei capi della sinagoga, perché la sua figlioletta è gravemente malata, lungo la strada una donna emorroissa gli tocca il mantello e Lui si ferma per guarirla.

    Nel frattempo, annunciano che la figlia di Giairo è morta, ma Gesù non si ferma, arriva nella casa, va nella camera della fanciulla, la prende per mano e la rialza, riportandola in vita (Mc 5,21-43).

    Due miracoli, uno di guarigione e un altro di risurrezione.

    Queste due guarigioni sono raccontate in un unico episodio.

    Entrambe avvengono attraverso il contatto fisico.

    Infatti, la donna tocca il mantello di Gesù e Gesù prende per mano la fanciulla.

    Per quale motivo è importante questo “toccare”? Perché queste due donne – una perché ha perdite di sangue e l’altra perché morta – sono considerate impure e quindi con loro non può esserci un contatto fisico.

    E invece Gesù si lascia toccare e non ha paura di toccare.

    Gesù si lascia toccare e non ha paura di toccare.

    Prima ancora della guarigione fisica, Egli mette in crisi una concezione religiosa sbagliata, secondo cui Dio separa i puri da una parte e gli impuri dall’altra.

    Invece, Dio non fa questa separazione, perché tutti siamo suoi figli, e l’impurità non deriva da cibi, malattie, e nemmeno dalla morte, ma l’impurità viene da un cuore impuro.

    Impariamo questo: davanti alle sofferenze del corpo e dello spirito, alle ferite dell’anima, alle situazioni che ci schiacciano, e anche davanti al peccato, Dio non ci tiene a distanza, Dio non si vergogna di noi, Dio non ci giudica; al contrario, Egli si avvicina per farsi toccare e per toccarci, e sempre ci rialza dalla morte.

    Sempre ci prende per mano per dirci: figlia, figlio, alzati! (cfr Mc 5,41), cammina, vai avanti! “Signore sono peccatore” – “Vai avanti, io mi sono fatto peccato per te, per salvarti” – “Ma tu Signore, non sei peccatore” – “No, ma io ho subito tutte le conseguenze del peccato per salvarti”.

    È bello questo!

    Fissiamo nel cuore questa immagine che Gesù ci consegna: Dio è uno che ti prende per mano e ti rialza, uno che si lascia toccare dal tuo dolore e ti tocca per guarirti e ridonarti la vita.

    Egli non discrimina nessuno perché ama tutti.

    E allora possiamo chiederci: noi crediamo che Dio è così? Ci lasciamo toccare dal Signore, dalla sua Parola, dal suo amore? Entriamo in relazione con i fratelli offrendo loro una mano per rialzarsi, oppure ci teniamo a distanza ed etichettiamo le persone in base ai nostri gusti e alle nostre preferenze? Noi etichettiamo le persone.

    Vi faccio una domanda: Dio, il Signore Gesù, etichetta le persone? Ognuno si risponda.

    Dio etichetta le persone? E io, vivo continuamente etichettando le persone?

    Fratelli e sorelle, guardiamo al cuore di Dio, perché la Chiesa e la società non escludano, non escludano nessuno, non trattino nessuno da “impuro”, perché ciascuno, con la propria storia, sia accolto e amato senza etichette, senza pregiudizi, sia amato senza aggettivi.

    Preghiamo la Vergine Santa: Lei che è Madre della tenerezza, interceda per noi e per il mondo intero.

    __________________________________

    Dopo l’Angelus

    Cari fratelli e sorelle,

    saluto tutti voi, romani e pellegrini di diversi Paesi!

    Saluto in particolare i bambini del Circolo missionario “Misyjna Jutrzenka” di Skoczów, in Polonia; e i fedeli della California e del Costa Rica.

    Saluto le suore Figlie della Chiesa, che in questi giorni, assieme a un gruppo di laici, hanno vissuto un pellegrinaggio sui passi della loro fondatrice, la Venerabile Maria Oliva Bonaldo.

    E saluto i ragazzi di Gonzaga, presso Mantova.

    Oggi si ricordano i Protomartiri romani.

    Anche noi viviamo in un tempo di martirio, ancor più dei primi secoli.

    In varie parti del mondo tanti nostri fratelli e sorelle subiscono discriminazione e persecuzione a causa della fede, fecondando così la Chiesa.

    Altri poi affrontano un martirio “coi guanti bianchi”.

    Sosteniamoli e lasciamoci ispirare dalla loro testimonianza di amore per Cristo.

    In questo ultimo giorno di giugno, imploriamo il Sacro Cuore di Gesù di toccare i cuori di quanti vogliono la guerra, perché si convertano a progetti di dialogo e di pace.

    Fratelli e sorelle, non dimentichiamo la martoriata Ucraina, Palestina, Israele, Myanmar e tanti altri luoghi dove si soffre tanto a causa della guerra!

    A tutti auguro una buona domenica.

    Per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

    Buon pranzo e arrivederci! Grazie.

    Angelus, 29 Giu 2024, Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo
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    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Oggi, solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, nel Vangelo Gesù dice a Simone, da Lui soprannominato Pietro: «A te darò le chiavi del Regno dei cieli» (Mt 16,19).

    Per questo vediamo spesso San Pietro raffigurato con due grandi chiavi in mano, come nella statua che si trova qui, in questa Piazza.

    Quelle chiavi rappresentano il ministero di autorità che Gesù gli ha affidato a servizio di tutta la Chiesa.

    Perché l’autorità è un servizio, e un’autorità che non è servizio è dittatura.

    Stiamo attenti, però, a intendere bene il senso di questo.

    Le chiavi di Pietro, infatti, sono le chiavi di un Regno, che Gesù non descrive come una cassaforte o una camera blindata, ma con altre immagini: un piccolo seme, una perla preziosa, un tesoro nascosto, una manciata di lievito (cfr Mt 13,1-33), cioè come qualcosa di prezioso e di ricco, sì, ma al tempo stesso di piccolo e di non appariscente.

    Per raggiungerlo, perciò, non serve azionare meccanismi e serrature di sicurezza, ma coltivare virtù come la pazienza, l’attenzione, la costanza, l’umiltà, il servizio.

    Dunque, la missione che Gesù affida a Pietro non è quella di sbarrare le porte di casa, permettendo l’accesso solo a pochi ospiti selezionati, ma di aiutare tutti a trovare la via per entrare, nella fedeltà al Vangelo di Gesù.

    Tutti, tutti, tutti possono entrare.

    E Pietro lo farà per tutta la vita, fedelmente, fino al martirio, dopo aver sperimentato per primo su di sé, non senza fatica e con tante cadute, la gioia e la libertà che nascono dall’incontro con il Signore.

    Lui per primo, per aprire la porta a Gesù, ha dovuto convertirsi, e capire che l’autorità è un servizio.

    E non è stato facile per lui.

    Pensiamo: proprio poco dopo che aveva detto a Gesù: “Tu sei il Cristo”, il Maestro lo ha dovuto rimproverare, perché si rifiutava di accettare la profezia della sua passione e morte di croce (cfr Mt 16,21-23).

    Pietro ha ricevuto le chiavi del Regno non perché era perfetto – no, era un peccatore –, ma perché era umile, onesto e il Padre gli aveva donato una fede schietta (cfr Mt 16,17).

    Perciò, affidandosi alla misericordia di Dio, ha saputo sostenere e fortificare, come gli era stato chiesto, anche i suoi fratelli (cfr Lc 22,32).

    Oggi possiamo chiederci: io coltivo il desiderio di entrare, con la grazia di Dio, nel suo Regno, e di esserne, con il suo aiuto, custode accogliente anche per gli altri? E per farlo, mi lascio “limare”, addolcire, modellare da Gesù e dal suo Spirito, lo Spirito che abita in noi, in ognuno di noi?

    Maria, Regina degli Apostoli, e i Santi Pietro e Paolo ci ottengano, con la loro preghiera, di essere gli uni per gli altri guida e sostegno per l’incontro con il Signore Gesù.

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    Dopo l'Angelus

    Cari fratelli e sorelle,

    saluto tutti voi, venuti nella festa dei Santi Pietro e Paolo, in modo particolare saluto i romani! Oggi vorrei che il mio saluto arrivasse a tutti gli abitanti di Roma, proprio tutti, insieme con la mia preghiera: per le famiglie, specialmente quelle che fanno più fatica; per gli anziani, quelli più soli; per i malati, i carcerati, e quanti per vari motivi sono in difficoltà.

    Auguro a ciascuno di fare l’esperienza di Pietro e di Paolo, cioè che l’amore di Gesù Cristo salva la vita e spinge a donarla, spinge a donarla con gioia, con gratuità.

    La vita non si vende!

    Saluto i Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione, riuniti a Roma per il loro Capitolo generale; e mi congratulo per la grande infiorata organizzata dalla “Pro Loco” in Piazza Pio XII, realizzata da maestri infioratori di varie parti d’Italia.

    Grazie, grazie tante! Le vedo da qui, sono belle!

    Penso con dolore ai fratelli e alle sorelle che soffrono per la guerra: pensiamo a tutte le popolazioni ferite o minacciate dai combattimenti, che Dio le liberi e le sostenga nella lotta per la pace.

    E rendo grazie a Dio per la liberazione dei due sacerdoti greco-cattolici.

    Possano tutti i prigionieri di questa guerra tornare presto a casa! Preghiamo insieme: tutti i prigionieri tornino a casa.

     Auguro a tutti voi buona festa.

    Per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

    Buon pranzo e arrivederci!

    Chirografo del Santo Padre Francesco circa lo Statuto e il Regolamento del Capitolo della Basilica Papale di San Pietro in Vaticano (29 Giu 2024)
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    La Basilica Papale di San Pietro in Vaticano, edificata sulla tomba del Principe degli Apostoli, è officiata da un Capitolo di Canonici che ne custodiscono il decoro e ne promuovono la vita spirituale, pastorale, caritativa e culturale.

    Questo servizio è rivolto, con particolare attenzione, ai numerosi pellegrini che, animati da una sincera devozione, accorrono a confermare la loro fede sul luogo della Confessione dell’Apostolo, ma anche ai tanti visitatori, spesso appartenenti a diverse culture e religioni, interessati alla contemplazione delle bellezze artistiche e architettoniche custodite nel Tempio vaticano e al messaggio cristiano che esse trasmettono.

    Dopo un processo di rinnovamento di alcuni aspetti della vita capitolare che ho avviato con le Norme Transitorie pubblicate il 28 agosto 2021, corredate dai Criteri Provvisori, desiderando portare a compimento l’opera iniziata, ho chiesto che fosse stilato un nuovo Statuto e predisposto un nuovo Regolamento del Capitolo della Basilica Papale di San Pietro in Vaticano, ispirato ai principi e ai criteri della Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium, e che, con il presente Chirografo, approvo.

    Tutto quanto qui ho stabilito ha pieno e stabile vigore, nonostante qualsiasi disposizione contraria, anche degna di speciale menzione, entra in vigore con la pubblicazione su L’Osservatore Romano e, successivamente,sarà inserito negli Acta Apostolicae Sedis.

    Dato a Roma, presso San Pietro, il 29 giugno 2024, Solennità dei SS.

    Pietro e Paolo Apostoli, dodicesimo del Pontificato.

     

    FRANCESCO

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    Santa Messa e benedizione dei Palli per i nuovi Arcivescovi Metropoliti nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo (29 Giu 2024)
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    Guardiamo ai due Apostoli Pietro e Paolo: il pescatore di Galilea che Gesù fece pescatore di uomini; il fariseo persecutore della Chiesa trasformato dalla Grazia in evangelizzatore delle genti.

    Alla luce della Parola di Dio lasciamoci ispirare dalla loro storia, dallo zelo apostolico che ha segnato il cammino della loro vita.

    Incontrando il Signore, essi hanno vissuto una vera e propria esperienza pasquale: sono stati liberati e, davanti a loro, si sono aperte le porte di una nuova vita.

    Fratelli e sorelle, alla vigilia dell’anno giubilare, soffermiamoci proprio sull’immagine della porta.

    Il Giubileo, infatti, sarà un tempo di grazia nel quale apriremo la Porta Santa, perché tutti possano varcare la soglia di quel santuario vivente che è Gesù e, in Lui, vivere l’esperienza dell’amore di Dio che rinvigorisce la speranza e rinnova la gioia.

    E anche nella storia di Pietro e di Paolo ci sono delle porte che si aprono.

    La prima Lettura ci ha raccontato la vicenda della liberazione di Pietro dalla prigionia; questo racconto ha tante immagini che ci ricordano l’esperienza della Pasqua: l’episodio accade durante la festa degli Azzimi; Erode richiama la figura del faraone d’Egitto; la liberazione avviene di notte come fu per gli israeliti; l’angelo dà a Pietro le stesse disposizioni che furono date a Israele: alzarsi in fretta, mettersi la cintura, indossare i sandali (cfr At 12,8; Es 12,11).

    Quello che ci viene narrato, dunque, è un nuovo esodo.

    Dio libera la sua Chiesa, libera il suo popolo che è in catene, e ancora una volta si mostra come il Dio della misericordia che sostiene il suo cammino.

    E in quella notte di liberazione, dapprima si aprono miracolosamente le porte del carcere; poi, di Pietro e dell’angelo che lo accompagna si dice che si trovarono davanti «alla porta di ferro che arriva alla città; la porta si aprì da sé davanti a loro» (At 12,10).

    Non sono loro ad aprire la porta, essa si apre da sé.

    È Dio che apre le porte, è Lui che libera e spiana la strada.

    A Pietro – come abbiamo ascoltato dal Vangelo – Gesù aveva affidato le chiavi del Regno; ma egli fa esperienza che, ad aprire le porte, è per primo il Signore, Lui sempre ci precede.

    Ed è curioso un fatto: le porte del carcere si sono aperte per la forza del Signore, ma Pietro poi farà fatica ad entrare nella casa della comunità cristiana: colei che va alla porta, pensa che sia un fantasma e non gli apre (cfr At 12,12-17).

    Quante volte le comunità non imparano questa saggezza di aprire le porte!

    Anche il cammino dell’Apostolo Paolo è anzitutto un’esperienza pasquale.

    Egli, infatti, dapprima viene trasformato dal Risorto sulla via di Damasco e poi, nella continua contemplazione del Cristo Crocifisso, scopre la grazia della debolezza: quando siamo deboli – egli afferma – in realtà è proprio allora che siamo forti, perché non ci aggrappiamo più a noi stessi, ma a Cristo (cfr 2 Cor 12,10).

    Afferrato dal Signore e crocifisso con Lui, Paolo scrive: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).

    Ma il fine di tutto ciò non è una religiosità intimista e consolatoria – come oggi ci presentano alcuni movimenti nella Chiesa: una spiritualità da salotto –; al contrario, l’incontro con il Signore accende nella vita di Paolo lo zelo per l’evangelizzazione.

    Come abbiamo ascoltato nella seconda Lettura, alla fine della sua vita egli dichiara: «Il Signore mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero» (2 Tm 4,17).

    Proprio nel raccontare di come il Signore gli ha donato tante possibilità per annunciare il Vangelo, Paolo usa l’immagine delle porte aperte.

    Così, del suo arrivo ad Antiochia insieme a Barnaba, si dice che «appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede» (At 14,27).

    Allo stesso modo, rivolgendosi alla comunità di Corinto dice: «Mi si è aperta una porta grande e propizia» (1 Cor 16,9); e scrivendo ai Colossesi li esorta così: «Pregate anche per noi, perché Dio ci apra la porta della Parola per annunciare il mistero di Cristo» (Col 4,3).

    Fratelli e sorelle, i due Apostoli Pietro e Paolo hanno fatto questa esperienza di grazia.

    Hanno toccato con mano l’opera di Dio, che ha aperto le porte del loro carcere interiore e anche delle prigioni reali dove sono stati rinchiusi a causa del Vangelo.

    E, inoltre, ha aperto davanti a loro le porte dell’evangelizzazione, perché sperimentassero la gioia dell’incontro con i fratelli e le sorelle delle comunità nascenti e potessero portare a tutti la speranza del Vangelo.

    E anche noi quest’anno ci prepariamo ad aprire la Porta Santa.

    Fratelli e sorelle, oggi gli Arcivescovi Metropoliti nominati nell’ultimo anno ricevono il Pallio.

    In comunione con Pietro e sull’esempio di Cristo, porta delle pecore (cfr Gv 10,7), sono chiamati ad essere pastori zelanti, che aprono le porte del Vangelo e che, con il loro ministero, contribuiscono a costruire una Chiesa e una società dalle porte aperte.

    E voglio dare, con fraterno affetto, il mio saluto alla Delegazione del Patriarcato Ecumenico: grazie di essere venuti a manifestare il comune desiderio della piena comunione tra le nostre Chiese.

    Invio un sentito saluto cordiale al mio fratello, al mio caro fratello Bartolomeo.

    I Santi Pietro e Paolo ci aiutino ad aprire la porta della nostra vita al Signore Gesù, intercedano per noi, per la città di Roma e per il mondo intero.

    Amen.

    Messaggio del Santo Padre in occasione del IV Centenario del ritrovamento delle Reliquie di S. Rosalia (29 Giu 2024)
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    Al caro Fratello
    Monsignor Corrado Lorefice
    Arcivescovo Metropolita di Palermo

    La felice ricorrenza del IV Centenario del ritrovamento del corpo di Santa Rosalia è una speciale occasione per unirmi spiritualmente a Voi cari figli e figlie della Chiesa palermitana, che desidera elevare al Padre celeste, fonte di ogni grazia, la lode per il dono di così sublime figura di donna e di “apostola”, che non ha esitato ad accogliere le prove della solitudine per amore del suo Signore.

    Il mio deferente pensiero va a Te caro fratello Corrado, alle Autorità civili e militari, come pure saluto con affetto i sacerdoti, le religiose ed i religiosi, gli appartenenti alle tante Confraternite, ai movimenti laicali, e quanti nel corso di questo Anno giubilare hanno aderito nella preghiera apprendendo da Santa Rosalia la passione per i poveri e la fedeltà alla Buona Notizia.

    Per amore Domini mei”, è il motivo che Santa Rosalia adduce consegnando la propria esistenza e abbandonando la ricchezza del mondo.

    La vita del cristiano, sia ai tempi in cui visse la nostra Vergine eremita sia ai giorni nostri, è costantemente segnata dalla croce; i cristiani sono coloro che amano sempre, ma spesso in circostanze in cui l’amore non è compreso o è addirittura rifiutato.

    Ancora oggi si tratta di una scelta controcorrente, poiché chi segue Cristo è chiamato a far sua la logica del Vangelo che è speranza, che decide nel suo cuore di fare spazio all’amore per donarlo agli altri, per sacrificarlo a favore del fratello, per condividerlo con quanti non lo hanno sperimentato a causa delle “pesti” che affliggono l’umanità.

    Voi fedeli e devoti della “Santuzza”, come filialmente a Lei Vi rivolgete, siete gli eredi spirituali che dovete tradurre in uno stile di vita evangelico la sua testimonianza di fede e di carità verso il prossimo.

    Come Lei date un volto bello al vostro territorio, ricco di cultura, storia e fede profonda, dove grandi donne e uomini hanno trovato la forza per spendersi a motivo del Vangelo e della giustizia sociale.

    Alla scuola di Santa Rosalia, rinunciando a ciò che è superfluo, non esitate ad offrirVi con generosità agli altri.

    Abbiate fortezza di spirito nell’affrontare le sfide che tuttora ostacolano la rinascita di codesta Città, il cui cammino è affaticato da tante problematiche e, di queste, alcune molto dolorose.

    Con coraggio guardate a Colui che è Misericordia, ai cui occhi non sono invisibili le sofferenze del Suo popolo poiché «perfino i capelli del vostro capo sono contati» (Mt 10,30); Egli conosce le nostre pene ed è pronto a versare il balsamo della consolazione che risana e dona rinnovato slancio.

    Con Rosalia, donna di speranza, Vi esorto dunque: Chiesa di Palermo alzati! Sii faro di nuova speranza, sii Comunità viva che rigenerata dal sangue dei Martiri dia testimonianza vera e luminosa di Cristo nostro Salvatore.

    Popolo di Dio in questo lembo di terra benedetto, non perdere la speranza e non cedere allo sconforto.

    Riscopri la gioia dello stupore di fronte alla carezza di un Padre che ti chiama a sé e ti conduce sulle strade della vita per assaporare i frutti della concordia e della pace.

    Auspico che questo Anno Giubilare Rosaliano, che volge a conclusione, abbia favorito soprattutto una rifioritura spirituale inserita nel percorso avviato dalla vostra Comunità ecclesiale; pertanto, invito a porVi con docilità all’ascolto dello Spirito Santo affinché possiate realizzare una copiosa stagione pastorale, pronti a spandere il profumo dell’accoglienza e della misericordia.

    Consegnate alla vostra Santa Patrona desideri e aspirazioni che portate nel cuore; chiedete a Lei, donna del silenzio orante, di dissipare le paure e di vincere le rassegnazioni che soffocano le radici del bene, per essere audaci discepoli del Maestro e costruttori di speranza.

    Con tali sentimenti, mentre invoco l’intercessione dei Santi e delle Sante che coronano la Chiesa siciliana, Vi affido alla protezione della Vergine Maria, e volentieri imparto la mia Benedizione, confidando nella vostra preghiera per me.

    Fraternamente,

    Roma, da San Giovanni in Laterano, 29 giugno 2024
    Solennità dei Santi Pietro e Paolo, Apostoli

     

    FRANCESCO

    Messaggio del Santo Padre in occasione dei 1500 anni di culto della venerata immagine di Santa Maria in Portico, Romanae Portus Securitatis (29 Giu 2024)
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    Al Reverendissimo
    P.

    Antonio Piccolo
    Rettore Generale
    dell’Ordine dei Chierici Regolari della Madre di Dio

    La felice ricorrenza dei 1500 anni di culto della venerata immagine di Santa Maria in Portico - Romanae Portus Securitatis, protettrice della Città Eterna, è per me un’occasione lieta di unirmi nella preghiera alla vostra Famiglia religiosa, a cui sin dal 1601 è stata affidata la custodia, e che desidera elevare la lode a Lei, Madre amorevole e premurosa, faro luminoso che ha condotto i suoi figli al porto sicuro.

    Rivolgo, pertanto, il mio cordiale pensiero a ciascuno di Voi e a quanti prendono parte a tale evento assai significativo per l’intera Chiesa di Roma.

    Per una provvidenziale coincidenza il 2024, anno di preparazione al Giubileo della Speranza, è un tempo di speciale grazia in quanto commemorate pure i 450 anni della fondazione da parte di San Giovanni Leonardi, devoto della Madre celeste, scelta come custode fedele del carisma leonardino.

    Il culto di Santa Maria in Portico in Campitelli nasce a seguito di una prodigiosa manifestazione della Madre di Dio avvenuta il 17 luglio del 524 nella casa di Santa Galla, patrizia romana, alla presenza del Pontefice San Giovanni I.

    Da allora il Portico dove la nobile Galla accoglieva i poveri e i pellegrini, divenne Santuario mariano e ospizio di carità.

    Questo è per Voi eredi spirituali di San Leonardi invito a curare e a promuovere il valore dell’accoglienza dei poveri e degli ultimi, perché i luoghi che abitiamo e le stesse chiese possano essere un portico aperto sul mondo, in cui offrire consolazione e soccorso alle tante forme di indigenza che caratterizzano il nostro vivere.

    La Vergine Santa, inoltre, si rivelò in un momento particolarmente difficile per la Chiesa, stendendo il suo manto su Papa Giovanni I che patirà e morirà per la pace senza rinnegare la fede, reso ostaggio di complotti politici e guerre fratricide.

    Di fronte allo scenario attuale, come non cogliere allora l’urgenza di favorire la pace, di pregare per la pace? Invocate la pace e fateVi costruttori di pace anzitutto nelle vostre comunità riconciliate e riconcilianti.

    L’esempio di vita fraterna sia evangelicamente attrattivo per i fedeli cui rivolgete il servizio pastorale.

    Vi esorto a guardare a Maria come segno di consolazione e sicura speranza, volto materno di Dio e dimora dove rifugiarsi; Lei, infatti, ci dona continuamente Suo Figlio come unica fonte di concordia, speranza di salvezza, via per la pace, imperativo assoluto dell’umana ricerca.

    In questo spirito, il Santo farmacista Giovanni Leonardi, fondò la “Congregazione dei Preti riformati della Beata Vergine Maria”, proprio per ridare alla Chiesa lo smalto apostolico delle origini.

    Cristo innanzitutto” dirà, Cristo al centro di tutto, Cristo misura di tutto! Cristo il solo farmaco in grado di curare i mali della Chiesa e dell’uomo.

    Tale impegno con Maria che accompagna amorevolmente il cammino della Congregazione a Lei dedicata, si rinnova ancora oggi e chiama Voi tutti ad un sempre maggiore zelo missionario e al continuo progresso nella vita spirituale, accogliendo l’esortazione del Santo Fondatore, che con forza rammentava “avanti agli occhi della mente e del cuore solo l’onore e la gloria di Cristo e questi crocifisso” (San Giovanni Leonardi, Inno alla Croce).

    Infine, le celebrazioni giubilari che Vi apprestate a vivere, sotto lo sguardo della Vergine del Portico, riporti alla memoria l’opera evangelizzatrice di San Giovanni Leonardi, che scrisse anche le prime Costituzioni del Collegio Urbano di Propaganda Fide, per formare preti capaci di cogliere le sfide missionarie del tempo.

    Incoraggio dunque anche Voi ad avere a cuore la formazione integrale dei Religiosi, in un percorso di progressiva conformazione al Crocifisso Risorto, primizia dell’umanità redenta (cfr 1Cor 15,20) e, guardando a Maria discepola di Cristo e Madre della Chiesa, il vostro apostolato possa essere canale di grazia e strumento per l’annuncio gioioso del Vangelo.

    Con tali auspici, mentre affido tutti all’intercessione della Vergine Santa, amabilmente invocata come Romanae Portus Securitatis, e di San Giovanni Leonardi, volentieri invio la mia paterna Benedizione, confidando nella vostra preghiera per me.

    Fraternamente,

    Roma, da San Giovanni in Laterano, 29 giugno 2024
    Solennità dei Santi Pietro e Paolo, Apostoli
    Patroni dell’Alma Città di Roma

    FRANCESCO

    Ai Partecipanti al Capitolo generale della Società del Verbo Divino (Verbiti) (28 Giu 2024)
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    Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

    Saluto innanzitutto il Superiore generale, nominato arcivescovo di Ende, in Indonesia.

    Avete scelto un tema suggestivo per il Capitolo Generale: «“Risplenda la vostra luce davanti agli uomini” (Mt 5,16): discepoli fedeli e creativi in un mondo ferito».

    Il Capitolo è un momento di riflessione sul carisma e sulla missione di una congregazione, e poiché voi siete la Società del Verbo Divino, in questi giorni ritornate alla sorgente della vostra identità che è il Signore, Parola di salvezza.

    La Parola genera, dà vita, ispira, motiva: è il punto focale della vostra missione.

    La Parola, che in Gesù si è fatta carne, ha mostrato il volto del Padre, il suo amore misericordioso.

    Così il Verbo incarnato è diventato la luce del mondo; e ai suoi discepoli ha detto: «Risplenda la vostra luce davanti agli uomini» (Mt 5,16).

    Come è possibile questo? Stando con Lui e andando, rimanendo nel suo amore e testimoniandolo.

    Questa è la via che lo rende possibile.

    «L’evangelizzazione richiede la familiarità con la Parola di Dio» (Evangelii gaudium, 175).

    E questa, fratelli, è la sorgente dalla quale sempre nascete e rinascete come discepoli fedeli e missionari creativi.

    Fermiamoci un momento su questi due aspetti.

    Discepoli fedeli.

    Tutti i battezzati sono chiamati a essere discepoli missionari, e la fedeltà a questa vocazione è il nostro impegno, sempre con la grazia di Dio.

    Il discepolo fedele si vede dalla gioia del Vangelo che traspare dal suo volto, dal suo stile di vita, con cui trasmette agli altri l’Amore che lui per primo ha ricevuto e riceve ogni giorno.

    Sperimentare l’Amore trinitario e alimentare la fiamma dello Spirito è il valore centrale per crescere come discepoli e religiosi missionari.

    È questa fiamma che quotidianamente ci rinnova, purificandoci e trasformandoci, mentre siamo in cammino con i nostri peccati e in mezzo alle seduzioni del mondo, ma coraggiosi e fiduciosi nella misericordia di Dio, che perdona sempre: e noi dobbiamo perdonare sempre.

    Mai negare un’assoluzione: perdonare sempre.

    Missionari creativi. Da dove viene la creatività vostra? Quella buona, sana, non quella apparente, che sempre è autoreferenziale e mondana.

    Invece, la missionarietà sana viene dalla Parola e dallo Spirito, cioè da Cristo vivo in voi, che vi rende partecipi della sua missione.

    È Lui che attira i cuori, non siamo noi! È lo Spirito il protagonista, e la nostra “arte” è quella di lavorare con tutte le forze, spendendo tutti i nostri talenti, nella certezza che è sempre Lui che opera, è Lui che crea e il nostro agire è docilità, è strumento, è “canale”, riflesso, trasparenza… Voi operate in 79 Paesi: siete lì per annunciare il Vangelo e «rendere presente nel mondo il Regno di Dio» (Evangelii gaudium, 176).

    Questo – lo sapete bene – si fa nella condivisione della gioia più che con l’imposizione di obblighi.

    Le attività missionarie creative nascono dall’amore per la Parola di Dio; la creatività nasce dalla contemplazione e dal discernimento.

    E anche se è buona l’azione creativa personale, quella comunitaria è migliore per l’unità e la forza della Chiesa.

    Cari fratelli, vi ringrazio perché le vostre “linee” capitolari mi permettono di sottolineare anche alcune urgenze attuali.

    La prima: essere costruttori di pace.

    Il mondo è ferito da conflitti, guerre, distruzioni, anche distruzione dell’ambiente, violenze contro la vita e la dignità umana, ideologie fondamentaliste e altre piaghe, tante.

    La pace è il grido della gente: ascoltiamo questo grido e diventiamo costruttori di pace! Gesù Risorto ha ripetuto più volte agli Apostoli: «Pace a voi» (Gv 20,19.21.26).

    Li vuole seminatori di pace.

    «Pace a voi».

    E poi ha detto: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (v.

    21).

    Portiamo a tutti la pace di Cristo, specialmente ai poveri, ai migranti – soffrono tanto! –, alle donne discriminate, ai bambini, agli esclusi.

    Dio ha ascoltato il grido del popolo schiavo (cfr Es 3,9); non chiudiamo le orecchie al grido degli schiavi di oggi, e siamo creativi nel costruire la pace.

    La seconda urgenza: essere speranza per ogni cultura.

    Voi dovete essere speranza per ogni cultura.

    Alla vigilia dell’anno giubilare, in un mondo ferito, le nostre comunità devono diventare segni di speranza.

    E questa è una profezia.

    Questo significa, prima ancora che dare speranza, essere speranza, esercitando il carattere che ci viene dal Battesimo, di essere speranza.

    Per voi, la consacrazione secondo il carisma originario viene a confermare e rafforzare il dono battesimale e diventa impegno di testimonianza, nei diversi contesti sociali e culturali in cui vi trovate.

    “Essere speranza profetica per ogni cultura”.

    È una bella sfida, questa! Solo la Chiesa può rispondervi, perché fin dall’inizio è animata dallo Spirito della Pentecoste.

    A me piace leggere nel Libro degli Atti degli Apostoli: cosa fa lo Spirito Santo? C’è confusione, parlano tutti, ma si capiscono tutti! Tante volte, nelle confusioni lo Spirito porta la Chiesa avanti.

    Non avere paura dei conflitti! Voi non create conflitti, ma non abbiate paura dei conflitti, non abbiate paura della confusione della cultura odierna.

    Lo Spirito può entrare lì.

    “Essere speranza per ogni cultura”.

    Voi siete esperti di interculturalità, è una delle conseguenze del vostro carisma, farvi esperti di interculturalità.

    Nel corso degli anni avete imparato a vivere la missione rispettando ogni cultura e ogni popolo.

    Ma ci vuole discernimento.

    Oggi, attraverso Internet e i social media, si rischia di accettare tutto indiscriminatamente, influenzando lo stile di vita e i valori delle persone.

    Invece San Giovanni Paolo II disse: «Suscitare una nuova cultura dell’amore e della speranza ispirata dalla verità che ci rende liberi in Cristo Gesù.

    Questo è lo scopo dell’inculturazione».

    [1] Ci vuole discernimento: chiedete allo Spirito Santo questa grazia del discernimento.

    Terzo aspetto di attualità: essere missionari della sinodalità.

    La Chiesa che “esce” è aperta agli altri.

    È una comunità accogliente e avvolgente dove il Signore vive e lo Spirito è attivo.

    La Chiesa che esce è estroversa, invece una Chiesa settaria è introversa.

    Sempre aperti, con il cuore in mano! Oggi questa Chiesa deve crescere con un approccio sinodale, ascoltando tutti, dialogando con tutti e discernendo nello Spirito Santo quale sia la missione.

    La sinodalità non è una cosa di moda, «è di per sé missionaria e, viceversa, la missione è sempre sinodale» (Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale, 20 ottobre 2024).

    Pertanto, vi incoraggio a promuovere la sinodalità in ogni aspetto della vostra vita: lasciate che ogni comunità cresca e goda di uno stile sinodale in cui tutti si sentano ascoltati e accolti.

    Infine, fate ciò che lo Spirito dice, ma è importante il processo in cui lo Spirito si muove in modo delicato, tra i popoli semplici e nei luoghi più lontani.

    Cari fratelli, nel 2025 celebrerete il 150° anniversario di fondazione della Società del Verbo Divino.

    Nei vostri cuori vibra la gratitudine a Dio per il suo immenso amore, che vi ha spinto ad andare in ogni parte del mondo a predicare la Parola e a diffondere l’amore di Dio, a formare comunità, a servire i poveri, a cercare la giustizia per la gente, l’educazione e l’emancipazione, a curare l’ambiente.

    Con questo animo grato riflettete su come condividere oggi la gioia della risurrezione di Gesù in modo creativo.

    Sant’Arnold Janssen ha saputo discernere la volontà di Dio e ha fatto camminare la Società secondo lo Spirito: questo è il carisma di un fondatore! A voi oggi, seguendo questo carisma, con il suo esempio e la sua intercessione, tocca fare il discernimento comunitario e fare passi coraggiosi nell’umiltà e nell’abbandono fiducioso a Dio.

    Grazie per ciò che siete e per ciò che fate.

    Vi benedico di cuore.

    E per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

    Grazie.



    [1] Discorso ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura (10 gennaio 1992), 10.

    Alla Delegazione ecumenica del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli (28 Giu 2024)
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    Eminenza, cari fratelli in Cristo, buongiorno e benvenuti!

    Vi ringrazio sentitamente per la vostra presenza.

    Sono grato all’amato fratello Sua Santità Bartolomeo e al Santo Sinodo del Patriarcato Ecumenico, per aver voluto inviare anche quest’anno una delegazione a partecipare con noi alla festa dei Santi Patroni della Chiesa di Roma, gli Apostoli Pietro e Paolo, i quali diedero testimonianza della loro fede in Gesù Cristo fino al martirio in questa città.

    La vostra venuta in questa ricorrenza, così come l’invio al Fanar di una mia delegazione in occasione della festa dell’Apostolo Andrea, fratello di Pietro, offrono l’opportunità di sperimentare la gioia dell’incontro fraterno e testimoniano i profondi legami che uniscono le Chiese sorelle di Roma e di Costantinopoli, con la ferma decisione di procedere insieme verso il ristabilimento dell’unità alla quale soltanto lo Spirito Santo può guidarci, quella della comunione nella legittima diversità.

    Questo cammino di riavvicinamento e di pacificazione ha ricevuto un nuovo impulso con l’incontro tra il santo Papa Paolo VI e il santo Patriarca Ecumenico Atenagora, tenutosi sessant’anni fa a Gerusalemme.

    Dopo secoli di reciproco estraniamento, quell’incontro è stato un segno di grande speranza, che non cessa di ispirare i cuori e le menti di tanti uomini e donne che oggi bramano di giungere, con l’aiuto di Dio, al giorno in cui potremo partecipare insieme al banchetto eucaristico.

    Dieci anni fa, nel maggio 2014, il Patriarca Ecumenico Sua Santità Bartolomeo ed io ci siamo recati pellegrini a Gerusalemme, per commemorare il 50° anniversario di quello storico evento.

    Proprio là, dove il nostro Signore Gesù Cristo è morto, risorto e asceso al cielo, e dove lo Spirito Santo è stato effuso per la prima volta sui discepoli, abbiamo ribadito il nostro impegno a continuare a camminare insieme verso l’unità per la quale Cristo Signore ha pregato il Padre, «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21).

    Conservo vivo e grato il ricordo di quel pellegrinaggio comune con Sua Santità Bartolomeo, e rendo grazie a Dio Padre misericordioso per l’amicizia fraterna che si è sviluppata tra noi in questi anni.

    Essa si è alimentata in numerosi incontri, in tante occasioni di collaborazione concreta tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa su questioni di grande rilevanza per le Chiese e per il mondo, come la cura del creato, la difesa della dignità umana, la pace.

    Certo di interpretare anche i sentimenti dell’amato Fratello, vorrei ripetere quanto affermammo insieme in quella circostanza: il dialogo tra le nostre Chiese non comporta alcun rischio per l’integrità della fede, anzi, è un’esigenza che scaturisce dalla fedeltà al Signore e ci conduce a tutta la verità (cfr Gv 16,13), attraverso uno scambio di doni, sotto la guida dello Spirito Santo (cfr Dichiarazione congiunta di Papa Francesco e del Patriarca Ecumenico Bartolomeo, Gerusalemme, 25 maggio 2014).

    Per questo, incoraggio il lavoro della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, che ha intrapreso lo studio di delicate questioni storiche e teologiche.

    Auspico che i pastori e i teologi coinvolti in questo processo vadano oltre le dispute puramente accademiche e si dispongano in docile ascolto di ciò che lo Spirito Santo dice alla vita della Chiesa, come pure che quanto è già stato oggetto di studio e di accordo trovi piena recezione nelle nostre comunità e luoghi di formazione.

    Sempre ci sarà resistenza a questo, dappertutto, ma dobbiamo andare avanti con coraggio.

    Ricordando l’incontro di Gerusalemme, il pensiero va alla drammatica situazione che oggi si vive in Terra Santa.

    Proprio in seguito a quel pellegrinaggio, l’8 giugno 2014, Sua Santità Bartolomeo e io, alla presenza anche del Patriarca greco ortodosso di Gerusalemme, Sua Beatitudine Teofilo III, abbiamo accolto nei Giardini vaticani il compianto Presidente dello Stato d’Israele e il Presidente dello Stato di Palestina, per invocare la pace in Terra Santa, in Medio Oriente e in tutto il mondo.

    A distanza di dieci anni, la storia attuale ci mostra in modo tragico la necessità e l’urgenza di pregare insieme per la pace, perché questa guerra finisca, i Capi delle Nazioni e le parti in conflitto possano ritrovare la via della concordia e tutti si riconoscano fratelli.

    Naturalmente, questa invocazione di pace si estende a tutti i conflitti in corso, in particolare alla guerra che si combatte nella martoriata Ucraina.

    In un’epoca in cui tanti uomini e donne sono prigionieri della paura del futuro, le nostre Chiese hanno la missione di annunciare sempre, ovunque e a tutti Gesù Cristo «nostra speranza» (1 Tm 1,1).

    Per questo, seguendo un’antica tradizione della Chiesa cattolica, secondo la quale il Vescovo di Roma indice un Giubileo ogni venticinque anni, ho voluto indire per il prossimo anno il Giubileo Ordinario che avrà come motto “Pellegrini di speranza”.

    Vi sarò grato se voi e la Chiesa che rappresentate vorrete accompagnare e sostenere con la vostra preghiera questo anno di grazia, perché non manchino abbondanti frutti spirituali.

    Anche con la vostra presenza, sarà molto bello.

    Proprio nel 2025 ricorrerà anche il 1700° anniversario del Primo Concilio Ecumenico di Nicea.

    Auspico che la memoria di questo importantissimo evento possa far crescere in tutti i credenti in Cristo Signore la volontà di testimoniare insieme la fede e l’anelito a una maggiore comunione.

    In particolare, mi rallegro che il Patriarcato Ecumenico e il Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani abbiano cominciato a riflettere su come commemorare insieme questo anniversario; e ringrazio Sua Santità Bartolomeo per avermi invitato a celebrarlo nei pressi del luogo dove il Concilio si riunì.

    È un viaggio che desidero fare, di cuore.

    Carissimi, affidiamo fiduciosi le nostre Chiese all’intercessione dei Santi fratelli Pietro e Andrea, perché il Signore ci conceda di camminare sulla strada che Egli ci indica, che è sempre la via dell’amore, della riconciliazione, della misericordia.

    Vi ringrazio ancora per la vostra visita e vi chiedo, per favore, di pregare per me!

    E mi viene in mente un episodio del compianto Zizioulas: era ironico, ma era bravo, gli volevo bene.

    E lui scherzando diceva: “Io so quando sarà il giorno della piena unità: il giorno del Giudizio finale.

    Ma, nel frattempo, camminiamo insieme, preghiamo insieme e lavoriamo insieme”.

    E questo è saggio.

    Grazie, grazie tante.

    Adesso mi piacerebbe che prima di finire pregassimo insieme il Padre Nostro, ognuno nella propria lingua: Padre Nostro…

    Messaggio del Santo Padre in occasione della Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato [1° Set 2024] (27 Giu 2024)
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    Spera e agisci con il creato

     

    Cari fratelli e sorelle!

    “Spera e agisci con il creato”: è il tema della Giornata di preghiera per la cura del creato, il prossimo 1° settembre.

    È riferito alla Lettera di San Paolo ai Romani 8,19-25: l’Apostolo sta chiarendo cosa significhi vivere secondo lo Spirito e si concentra sulla speranza certa della salvezza per mezzo della fede, che è vita nuova in Cristo.

    1.

    Partiamo allora da una domanda semplice, ma che potrebbe non avere una risposta ovvia: quando siamo davvero credenti, com’è che abbiamo fede? Non è tanto perché “noi crediamo” in qualcosa di trascendente che la nostra ragione non riesce a capire, il mistero irraggiungibile di un Dio distante e lontano, invisibile e innominabile.

    Piuttosto, direbbe San Paolo, è perché in noi abita lo Spirito Santo.

    Sì, siamo credenti perché l’Amore stesso di Dio è stato «riversato nei nostri cuori» ( Rm 5,5).

    Perciò lo Spirito è ora, realmente, «la caparra della nostra eredità» ( Ef 1,14), come pro-vocazione a vivere sempre protesi verso i beni eterni, secondo la pienezza dell’umanità bella e buona di Gesù.

    Lo Spirito rende i credenti creativi, pro-attivi nella carità.

    Li immette in un grande cammino di libertà spirituale, non esente tuttavia dalla lotta tra la logica del mondo e la logica dello Spirito, che hanno frutti tra loro contrapposti ( Gal 5,16-17).

    Lo sappiamo, il primo frutto dello Spirito, compendio di tutti gli altri , è l’amore.

    Condotti, dunque, dallo Spirito Santo, i credenti sono figli di Dio e possono rivolgersi a Lui chiamandolo «Abbà, Padre» ( Rm 8,15), proprio come Gesù, nella libertà di chi non ricade più nella paura della morte, perché Gesù è risorto dai morti.

    Ecco la grande speranza: l’amore di Dio ha vinto, vince sempre e ancora vincerà.

    Il destino di gloria è già sicuro, nonostante la prospettiva della morte fisica, per l’uomo nuovo che vive nello Spirito.

    Questa speranza non delude, come ricorda anche la Bolla di indizione del prossimo Giubileo.

    [1]

    2.

    L’esistenza del cristiano è vita di fede, operosa nella carità e traboccante di speranza, nell’attesa del ritorno del Signore nella sua gloria.

    Non fa problema il “ritardo” della parusia, della sua seconda venuta.

    La questione è un’altra: «il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8).

    Sì, la fede è dono, frutto della presenza dello Spirito in noi, ma è anche compito, da eseguire in libertà, nell’obbedienza al comandamento dell’amore di Gesù.

    Ecco la beata speranza da testimoniare: dove? quando? come? Dentro i drammi della carne umana sofferente.

    Se pur si sogna, ora si deve sognare a occhi aperti, animati da visioni di amore, di fratellanza, di amicizia e di giustizia per tutti.

    La salvezza cristiana entra nello spessore del dolore del mondo, che non coglie solo gli umani, ma l’intero universo, la stessa natura, oikos dell’uomo, suo ambiente vitale; coglie la creazione come “paradiso terrestre”, la madre terra, che dovrebbe essere luogo di gioia e promessa di felicità per tutti.

    L’ottimismo cristiano si fonda su una speranza viva: sa che tutto tende alla gloria di Dio, alla consumazione finale nella sua pace, alla risurrezione corporea nella giustizia, “di gloria in gloria”.

    Nel tempo che passa, però, condividiamo dolore e sofferenza: la creazione intera geme (cfr Rm 8,19-22), i cristiani gemono (cfr vv.

    23-25) e geme lo Spirito stesso (cfr vv.

    26-27).

    Il gemere manifesta inquietudine e sofferenza, insieme ad anelito e desiderio.

    Il gemito esprime fiducia in Dio e affidamento alla sua compagnia affettuosa ed esigente, in vista della realizzazione del suo disegno, che è gioia, amore e pace nello Spirito Santo.

    3.

    Tutta la creazione è coinvolta in questo processo di una nuova nascita e, gemendo, attende la liberazione: si tratta di una crescita nascosta che matura, quasi “granello di senape che diventa albero grande” o “lievito nella pasta” (cfr Mt 13,31-33).

    Gli inizi sono minuscoli, ma i risultati attesi possono essere di una bellezza infinita.

    In quanto attesa di una nascita – la rivelazione dei figli di Dio – la speranza è la possibilità di rimanere saldi in mezzo alle avversità, di non scoraggiarsi nel tempo delle tribolazioni o davanti alla barbarie umana.

    La speranza cristiana non delude, ma anche non illude: se il gemito della creazione, dei cristiani e dello Spirito è anticipazione e attesa della salvezza già in azione, ora siamo immersi in tante sofferenze che San Paolo descrive come “tribolazione, angoscia, persecuzione, fame, nudità, pericolo, spada” (cfr Rm 8,35).

    Allora la speranza è una lettura alternativa della storia e delle vicende umane: non illusoria, ma realista, del realismo della fede che vede l’invisibile.

    Questa speranza è l’attesa paziente, come il non-vedere di Abramo.

    Mi piace ricordare quel grande visionario credente che fu Gioacchino da Fiore, l’abate calabrese “di spirito profetico dotato”, secondo Dante Alighieri [2]: in un tempo di lotte sanguinose, di conflitti tra Papato e Impero, di Crociate, di eresie e di mondanizzazione della Chiesa, seppe indicare l’ideale di un nuovo spirito di convivenza tra gli uomini, improntata alla fraternità universale e alla pace cristiana, frutto di Vangelo vissuto.

    Questo spirito di amicizia sociale e di fratellanza universale ho proposto in Fratelli tutti.

    E questa armonia tra umani deve estendersi anche al creato, in un “antropocentrismo situato” (cfr Laudate Deum, 67), nella responsabilità per un’ecologia umana e integrale, via di salvezza della nostra casa comune e di noi che vi abitiamo.

    4.

    Perché tanto male nel mondo? Perché tanta ingiustizia, tante guerre fratricide che fanno morire i bambini, distruggono le città, inquinano l’ambiente vitale dell’uomo, la madre terra, violentata e devastata? Riferendosi implicitamente al peccato di Adamo, San Paolo afferma: «Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi» (Rm 8,22).

    La lotta morale dei cristiani è connessa al “gemito” della creazione, perché essa «è stata sottoposta alla caducità» (v.

    20).

    Tutto il cosmo ed ogni creatura gemono e anelano “impazientemente”, perché possa essere superata la condizione presente e ristabilita quella originaria: infatti la liberazione dell’uomo comporta anche quella di tutte le altre creature che, solidali con la condizione umana, sono state poste sotto il giogo della schiavitù.

    Come l’umanità, il creato – senza sua colpa – è schiavo, e si ritrova incapace di fare ciò per cui è progettato, cioè di avere un significato e uno scopo duraturi; è soggetto alla dissoluzione e alla morte, aggravate dagli abusi umani sulla natura.

    Ma, in senso contrario, la salvezza dell’uomo in Cristo è sicura speranza anche per il creato: infatti «anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). Sicché, nella redenzione di Cristo è possibile contemplare in speranza il legame di solidarietà tra gli esseri uomini e tutte le altre creature.

    5.

    Nell’attesa speranzosa e perseverante del ritorno glorioso di Gesù, lo Spirito Santo tiene vigile la comunità credente e la istruisce continuamente, la chiama a conversione negli stili di vita, per resistere al degrado umano dell’ambiente e manifestare quella critica sociale che è anzitutto testimonianza della possibilità di cambiare.

    Questa conversione consiste nel passare dall’arroganza di chi vuole dominare sugli altri e sulla natura – ridotta a oggetto da manipolare –, all’umiltà di chi si prende cura degli altri e del creato.

    «Un essere umano che pretende di sostituirsi a Dio diventa il peggior pericolo per sé stesso» (Laudate Deum, 73), perché il peccato di Adamo ha distrutto le relazioni fondamentali di cui l’uomo vive: quella con Dio, con sé stesso e gli altri esseri umani e quella con il cosmo.

    Tutte queste relazioni devono essere, sinergicamente, ristabilite, salvate, “rese giuste”.

    Nessuna può mancare.

    Se ne manca una, tutto fallisce.

    6.

    Sperare e agire con il creato significa anzitutto unire le forze e, camminando insieme a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, contribuire a «ripensare alla questione del potere umano, al suo significato e ai suoi limiti.Il nostro potere, infatti, è aumentato freneticamente in pochi decenni.

    Abbiamo compiuto progressi tecnologici impressionanti e sorprendenti, e non ci rendiamo conto che allo stesso tempo siamo diventati altamente pericolosi, capaci di mettere a repentaglio la vita di molti esseri e la nostra stessa sopravvivenza» (Laudate Deum, 28).

    Un potere incontrollato genera mostri e si ritorce contro noi stessi.

    Perciò oggi è urgente porre limiti etici allo sviluppo dell’Intelligenza artificiale, che con la sua capacità di calcolo e di simulazione potrebbe essere utilizzata per il dominio sull’uomo e sulla natura, piuttosto che messa servizio della pace e dello sviluppo integrale (cfr Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2024).

    7.

    «Lo Spirito Santo ci accompagna nella vita»: l’hanno capito bene i bambini e le bambine riuniti in Piazza San Pietro per la loro prima Giornata Mondiale, che ha coinciso con la domenica della Santissima Trinità.

    Dio non è un’idea astratta di infinito, ma è Padre amorevole, Figlio amico e redentore di ogni uomo e Spirito Santo che guida i nostri passi sulla via della carità.

    L’obbedienza allo Spirito d’amore cambia radicalmente l’atteggiamento dell’uomo: da “predatore” a “coltivatore” del giardino.

    La terra è affidata all’uomo, ma resta di Dio (cfr Lv 25,23).

    Questo è l’antropocentrismo teologale della tradizione ebraico-cristiana.

    Pertanto, pretendere di possedere e dominare la natura, manipolandola a proprio piacimento, è una forma di idolatria.

    È l’uomo prometeico, ubriaco del proprio potere tecnocratico che con arroganza mette la terra in una condizione “dis-graziata”, cioè priva della grazia di Dio.

    Ora, se la grazia di Dio è Gesù, morto e risorto, è vero quanto ha affermato Benedetto XVI: «Non è la scienza che redime l’uomo.

    L’uomo viene redento mediante l’amore» (Lett.

    enc.

    Spe salvi, 26), l’amore di Dio in Cristo, da cui niente e nessuno potrà mai separarci (cfr Rm 8,38-39).Continuamente attratta dal suo futuro, la creazione non è statica o chiusa in sé stessa.

    Oggi, anche grazie alle scoperte della fisica contemporanea, il legame tra materia e spirito si presenta in maniera sempre più affascinante alla nostra conoscenza.

    8.

    La salvaguardia del creato è dunque una questione, oltre che etica, eminentemente teologica: riguarda, infatti, l’intreccio tra il mistero dell’uomo e quello di Dio.

    Questo intreccio si può dire “generativo”, in quanto risale all’atto d’amore con cui Dio crea l’essere umano in Cristo.

    Questo atto creatore di Dio dona e fonda l’agire libero dell’uomo e tutta la sua eticità: libero proprio nel suo essere creato nell’immagine di Dio che è Gesù Cristo, e per questo “rappresentante” della creazione in Cristo stesso.

    C’è una motivazione trascendente (teologico-etica) che impegna il cristiano a promuovere la giustizia e la pace nel mondo, anche attraversola destinazione universale dei beni: si tratta della rivelazione dei figli di Dio che il creato attende, gemendo come nelle doglie di un parto.

    In gioco non c’è solo la vita terrena dell’uomo in questa storia, c’è soprattutto il suo destino nell’eternità, l’eschaton della nostra beatitudine, il Paradiso della nostra pace, in Cristo Signore del cosmo, il Crocifisso-Risorto per amore.

    9.Sperare e agire con il creato significa allora vivere una fede incarnata, che sa entrare nella carne sofferente e speranzosa della gente, condividendo l’attesa della risurrezione corporea a cui i credenti sono predestinati in Cristo Signore.

    In Gesù, il Figlio eterno nella carne umana, siamo realmente figli del Padre.

    Mediante la fede e il battesimo inizia per il credente la vita secondo lo Spirito (cfr Rm 8,2), una vita santa, un’esistenza da figli del Padre, come Gesù (cfr Rm 8,14-17), poiché, per la potenza dello Spirito Santo, Cristo vive in noi (cfr Gal 2,20).

    Una vita che diventa canto d’amore per Dio, per l’umanità, con e per il creato, e che trova la sua pienezza nella santità.

    [3]

    Roma, San Giovanni in Laterano, 27 giugno 2024


    FRANCESCO

     

    [1] Spes non confundit, Bolla di indizione del Giubileo Ordinario dell’Anno 2025 (9 maggio 2024).

    [2] Divina Commedia, Paradiso, XII, 141.

    [3] Lo ha espresso poeticamente il sacerdote rosminiano Clemente Rebora: «Mentre il creato ascende in Cristo al Padre,  / nell’arcana sorte  / tutto è doglia del parto: / quanto morir perché la vita nasca! / pur da una Madre sola, che è divina,  / alla luce si vien felicemente: / vita che l’amore produce in pianto,  / e, se anela, quaggiù è poesia;  / ma santità soltanto compie il canto» ( Curriculum vitae, “Poesia e santità”: Poesie, prose e traduzioni, Milano 2015, p.

    297).

    Messaggio del Santo Padre per i Giochi Olimpici (27 Giu 2024)
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    A Sua Eccellenza Monsignor Laurent Ulrich
    Arcivescovo di Parigi

    Mi unisco alle intenzioni della Messa che lei celebra, Eccellenza, in vista dei Giochi Olimpici che si svolgeranno a breve nella sua città.

    Chiedo al Signore di colmare dei suoi doni tutti coloro che vi parteciperanno in un modo o nell’altro — siano essi sportivi o spettatori — e anche di sostenere e di benedire coloro che li accoglieranno, in particolare i fedeli di Parigi e di altri luoghi.

     So, infatti, che le comunità cristiane si stanno preparando a spalancare le porte delle loro chiese, delle loro scuole, delle loro case.

    Che aprano soprattutto le porte del loro cuore, testimoniando, con la gratuità e la generosità della loro accoglienza verso tutti, il Cristo che le abita e che comunica loro la sua gioia.

    Apprezzo vivamente che non abbiate dimenticato le persone più vulnerabili, in particolare quelle che si trovano in situazione di grande precarietà, e che l’accesso alla festa venga loro facilitato.

    Più in generale, formulo l’auspicio che l’organizzazione di questi Giochi sia per tutto il popolo della Francia una bella occasione di concordia fraterna, permettendo, al di là delle differenze e delle contrapposizioni, di rafforzare l’unità della Nazione.

    Mi rallegro con voi per lo svolgimento di questa prestigiosa competizione sportiva di portata internazionale.

    Lo sport è un linguaggio universale che trascende le frontiere, le lingue, le razze, le nazionalità e le religioni; ha la capacità di unire le persone, di favorire il dialogo e l’accoglienza reciproca; stimola il superamento di sé, forma allo spirito di sacrificio, favorisce la lealtà nei rapporti interpersonali; invita a riconoscere i propri limiti e il valore degli altri.

    I Giochi Olimpici, se rimangono davvero “giochi”, possono dunque essere un luogo eccezionale di incontro tra i popoli, persino i più ostili.

    I cinque anelli intrecciati rappresentano questo spirito di fratellanza che deve caratterizzare l’evento olimpico e la competizione sportiva in generale.

    Auspico dunque che le Olimpiadi di Parigi siano per tutti coloro che verranno da tutti i Paesi del mondo un’occasione da non perdere per scoprirsi e apprezzarsi, per abbattere i pregiudizi, per far nascere la stima là dove ci sono il disprezzo e la diffidenza, l’amicizia là dove c’è l’odio.

    I Giochi Olimpici sono, per natura, portatori di pace e non di guerra.

    È in questo spirito che l’Antichità aveva, con saggezza, instaurato una tregua durante i Giochi e che l’epoca moderna cerca regolarmente di riprendere questa felice tradizione.

    In questo periodo turbolento, in cui la pace mondiale è seriamente minacciata, è mio fervente auspicio che ognuno abbia a cuore di rispettare questa tregua nella speranza di una risoluzione dei conflitti e del ritorno alla concordia.

    Che Dio abbia pietà di noi! Che illumini le coscienze dei governanti sulle gravi responsabilità che competono loro, che conceda agli artigiani di pace il successo nelle loro iniziative e che li benedica.

    Affidando a santa Genoveffa e a san Dionigi, Patroni di Parigi, e a Nostra Signora dell’Assunzione, Patrona della Francia, il felice svolgimento di questi Giochi, imparto di tutto cuore a lei, Eccellenza, come pure a tutti coloro che vi parteciperanno, la mia Benedizione.

    Da San Giovanni in Laterano, 27 giugno 2024

    Francesco

    ______________________________________

    L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXIV n.

    163, venerdì 19 luglio 2024, p.

    8.

    Ai Partecipanti al Capitolo generale della Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù (Dehoniani) (27 Giu 2024)
    Visita il link

    Cari fratelli, buongiorno!

    Saluto Padre Carlos Luis Suárez Codorniú, Superiore Generale, confermato per un secondo mandato – non hai fatto male, se ti hanno rieletto! –, e gli rivolgo i migliori auguri per il suo ministero, e saluto i nuovi Consiglieri e tutti voi che partecipate al XXV Capitolo Generale della Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù.

    Avete scelto, come guida per i vostri lavori, il motto: Chiamati a essere uno in un mondo che cambia.

    «Perché il mondo creda» (Gv 17,21), frase molto aderente al vostro carisma, nella duplice dimensione mistica e apostolica.

    Il Venerabile Léon Gustave Dehon, infatti, vi ha insegnato a «fare dell’unione a Cristo nel suo amore per il Padre e per gli uomini, il principio e il centro della […] vita» (Costituzioni, 17); e a farlo legando strettamente la consacrazione religiosa e il ministero all’offerta di riparazione del Figlio, perché tutto, attraverso il suo Cuore, torni al Padre.

    Fermiamoci allora su questi due aspetti di ciò che vi proponete: essere uno, perché il mondo creda.

    Essere uno: l’unità.

    Sappiamo con quanta forza Gesù l’ha chiesta al Padre per i suoi discepoli, durante l’ultima Cena (cfr Gv 17,23).

    E non l’ha semplicemente raccomandata ai suoi come un progetto o come un proposito da realizzare: prima di tutto l’ha chiesta per loro come un dono, il dono dell’unità.

    È importante ricordare questo: l’unità non è opera nostra, noi non siamo in grado di realizzarla da soli: possiamo fare la nostra parte – e dobbiamo farla –, ma ci serve l’aiuto di Dio.

    È Lui che ci raccoglie e ci anima, e noi cresciamo tanto più coesi tra noi, quanto più siamo uniti a Lui.

    Per questo, se volete che tra voi cresca la comunione, vi invito, nelle vostre decisioni capitolari, a tenere in grande considerazione il valore della vita sacramentale, dell’assiduità all’ascolto e alla meditazione della Parola di Dio, della centralità della preghiera personale e comunitaria, in particolare dell’adorazione – non dimenticate l’adorazione! –, come mezzi di crescita personale e fraterna e anche come «servizio alla Chiesa» (Costituzioni, 31).

    La cappella sia il locale più frequentato delle vostre case religiose, da ciascuno e da tutti, soprattutto come luogo di silenzio umile e ricettivo e di orazione nascosta, affinché siano i battiti del Cuore di Cristo a scandire il ritmo delle vostre giornate, a modulare i toni delle vostre conversazioni e a sostenere lo zelo della vostra carità.

    Esso batte d’amore per noi dall’eternità e il suo pulsare può unirsi al nostro, ridonandoci calma, armonia, energia e unità, specialmente nei momenti difficili.

    Tutti, sia personalmente sia comunitariamente, abbiamo o avremo momenti difficili: non spaventarsi! Gli Apostoli ne hanno avuti tanti.

    Ma essere vicini al Signore perché si faccia l’unità nei momenti della tentazione.

    E perché ciò accada, abbiamo bisogno di fargli spazio, con fedeltà e costanza, mettendo a tacere in noi le parole vane e i pensieri futili, e portando tutto davanti a Lui.

    E su questo mi permetto di dire qualche parola sul chiacchiericcio.

    Per favore, il chiacchiericcio è una peste, sembra poca cosa, ma distrugge da dentro.

    State attenti.

    Mai chiacchierare di un altro, mai! C’è un buon rimedio per il chiacchiericcio: mordersi la lingua, così la lingua si infiamma e non ti lascia parlare.

    Ma per favore, mai sparlare degli altri.

    E poi la preghiera.

    Ricordiamolo sempre: senza preghiera non si va avanti, non si sta in piedi: né nella vita religiosa, né nell’apostolato! Senza preghiera non si combina nulla.

    E veniamo al secondo punto: essere uno perché il mondo creda.

    L’unità ha questa capacità di evangelizzare.

    È una meta impegnativa, questa, di fronte alla quale nascono tante domande.

    Come essere missionari oggi, in un tempo complesso, segnato da sfide grandi e molteplici? Come dire, nei vari ambiti dell’apostolato in cui voi operate, «qualcosa di significativo a un mondo che sembra aver perso il cuore» (Udienza Generale, 5 giugno 2024)? Tante volte vediamo che questo mondo sembra aver perso il cuore.

    Anche nel rispondere a questa domanda può aiutarci il Venerabile Dehon.

    In una sua lettera, meditando sulla Passione del Signore, egli osservava che in essa «i flagelli, le spine, i chiodi» hanno scritto nella carne del Salvatore una sola parola: amore.

    E aggiungeva: «Non accontentiamoci di leggere e di ammirare dall’esterno questa scrittura divina; penetriamo fino al cuore, e vedremo una meraviglia ben più grande: è l’amore inesauribile e inesausto che considera un niente tutto ciò che soffre e che si dona senza stancarsi» (L.

    G.

    Dehon, Lettere circolari).

    Ecco il segreto di un annuncio credibile, un annuncio efficace: lasciar scrivere, come Gesù, la parola “amore” nella nostra carne, cioè nella concretezza delle nostre azioni, con tenacia, senza fermarci di fronte ai giudizi che sferzano, ai problemi che angustiano e alle cattiverie che feriscono, senza stancarsi, con affetto inesauribile per ogni fratello e sorella, solidali con Cristo Redentore nel suo desiderio di riparazione per i peccati di tutta l’umanità.

    Solidali con Lui, crocifisso e risorto che, di fronte a chi soffre, a chi sbaglia e a chi non crede, non ci chiede giudizi, ma «amore e lacrime per chi è lontano […], per affidarci e affidare a Dio» (Omelia della Santa Messa del Crisma, 28 marzo 2024), e al tempo stesso ci promette «una pace che salva da ogni tempesta» (ivi).

    Tutto questo il Venerabile Dehon lo aveva compreso e l’ha vissuto fino alla fine, come testimoniano le ultime, semplici, bellissime parole che vi ha lasciato sul letto di morte: «Per Lui ho vissuto, per Lui io muoio.

    È Lui il mio tutto, la mia vita, la mia morte, la mia eternità».

    Cari fratelli, continuate anche voi la vostra missione con la stessa fede e con la stessa generosità! Grazie per quello che fate, in tutto il mondo! Benedico voi e tutti i vostri confratelli, vi accompagno con la preghiera e, vi raccomando, anche voi non dimenticatevi di pregare per me.

    Grazie!

    Ai Partecipanti all'Assemblea della Riunione delle Opere per l'Aiuto alle Chiese Orientali (R.O.A.C.O.) (27 Giu 2024)
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    Cari amici!

    Vi do il benvenuto, contento di incontrarvi al termine della vostra sessione plenaria.

    Saluto il Cardinale Gugerotti, gli altri Superiori del Dicastero, gli Officiali e i membri delle Agenzie che compongono la vostra assemblea.

    Guardo a voi e con lo sguardo del cuore penso alle Chiese orientali.

    Sono Chiese che vanno amate: custodiscono tradizioni spirituali e sapienziali uniche, e hanno tanto da dirci sulla vita cristiana, sulla sinodalità, sulla liturgia; pensiamo ai Padri antichi, ai Concili, al monachesimo: tesori inestimabili per la Chiesa.

    Tra le Chiese orientali vi sono quelle in piena comunione con il successore dell’Apostolo Pietro.

    Esse arricchiscono la comunione cattolica con la grandezza della loro storia e la loro peculiarità.

    Ma questa bellezza è ferita.

    Tante Chiese orientali sono schiacciate da una croce pesante e sono diventate “Chiese martiriali”: portano in sé le stigmate di Cristo.

    Sì, come la carne del Signore è stata trafitta dai chiodi e dalla lancia, così molte comunità d’Oriente sono piagate e sanguinanti a causa dei conflitti e delle violenze che patiscono.

    Pensiamo ad alcuni luoghi dove dimorano: alla Terra Santa, all’Ucraina; alla Siria, al Libano, all’intero Medio Oriente; al Caucaso e al Tigray: proprio lì, dove vivono buona parte dei cattolici orientali, le barbarie della guerra imperversano in modo efferato.

    E noi, fratelli e sorelle, non possiamo restare indifferenti.

    L’Apostolo Paolo ha messo nero su bianco la raccomandazione, ricevuta dagli altri Apostoli, di ricordarsi dei più bisognosi tra i cristiani (cfr Gal 2,10); e lui stesso ha sollecitato la solidarietà nei loro confronti (cfr 2 Cor 8-9).

    È Parola ispirata da Dio e voi della ROACO siete le mani che danno carne a questa Parola: mani che portano aiuto, risollevando chi soffre.

    Per questo vi riunite: non per fare discorsi e teorie, non per sviluppare analisi geopolitiche, ma per trovare i modi migliori per farvi vicini e alleviare le sofferenze dei nostri fratelli e sorelle orientali.

    Vi prego, ve lo chiedo col cuore in mano, di continuare a sostenere le Chiese orientali cattoliche, aiutandole, in questi tempi drammatici, ad essere fortemente radicate nel Vangelo.

    Con il vostro supporto, possano contribuire a supplire a ciò che il potere civile dovrebbe garantire ai più deboli, ai più miseri, ma che non può, non sa o non vuole assicurare.

    Siate di stimolo perché il clero e i religiosi tendano sempre l’orecchio al grido dei loro popoli, ammirevoli per fede, anteponendo il Vangelo a dissensi o a interessi personali, per essere uniti nel promuovere il bene, perché tutti nella Chiesa siamo di Cristo e Cristo è di Dio (cfr 1 Cor 3,23).

    Cari rappresentanti delle Agenzie, grazie per quanto fate: siete evangelizzatori, partecipi della missione della Chiesa, portatori dell’amore di Gesù.

    Quante persone nel corso degli anni hanno ricevuto il frutto della vostra generosità! Siete seminatori di speranza, testimoni chiamati, nello stile del Vangelo, a operare con mitezza e senza clamore.

    Quasi tutto quello che fate non risalta agli occhi del mondo, ma è gradito a quelli di Dio.

    Grazie perché rispondete a chi distrugge ricostruendo; a chi priva di dignità restituendo speranza; alle lacrime dei bambini con il sorriso di chi ama; alla logica maligna del potere con quella cristiana del servizio.

    I semi che voi piantate nei terreni inquinati dall’odio e dalla guerra germoglieranno, ne sono sicuro.

    E saranno profezia di un mondo diverso, che non crede alla legge del più forte, ma alla forza di una pace non armata.

    So che in questi giorni vi siete soffermati sulla drammatica situazione in Terra Santa: lì, dove tutto è iniziato, dove gli Apostoli hanno ricevuto il mandato di andare nel mondo ad annunciare il Vangelo, oggi i fedeli di tutto il mondo sono chiamati a far sentire la loro vicinanza; e a incoraggiare i cristiani, lì e nell’intero Medio Oriente, ad essere più forti della tentazione di abbandonare le loro terre, dilaniate dai conflitti.

    Io penso a una situazione brutta: che quella terra si sta spopolando di cristiani.

    Quanto dolore provoca la guerra, ancora più stridente e assurda nei luoghi dove è stato promulgato il Vangelo della pace! A chi alimenta la spirale dei conflitti e ne trae ricavi e vantaggi, ripeto: fermatevi! Fermatevi, perché la violenza non porterà mai la pace.

    È urgente cessare il fuoco, incontrarsi e dialogare per consentire la convivenza di popoli diversi, unica via possibile per un futuro stabile.

    Con la guerra, invece, avventura insensata e inconcludente, nessuno sarà vincitore: tutti saranno sconfitti, perché la guerra, proprio dall’inizio, è già una sconfitta, sempre.

    Prestiamo ascolto a quanti ne soffrono le conseguenze, come le vittime e i bisognosi, ma ascoltiamo pure il grido dei giovani, della gente comune e dei popoli, che sono stanchi delle retoriche belliciste, degli sterili ritornelli che incolpano sempre gli altri dividendo il mondo in buoni e cattivi, di leader che fanno fatica a mettersi attorno a un tavolo per trovare mediazioni e favorire soluzioni.

    Penso anche al tragico dramma della martoriata Ucraina, per la quale prego e non mi stanco di invitare a pregare: si aprano spiragli di pace per quella cara popolazione, vengano liberati i prigionieri di guerra e rimpatriati i bambini.

    Promuovere la pace e liberare chi è recluso sono segni distintivi della fede cristiana (cfr Mt 5,9; Lc 4,18), che non può essere ridotta a strumento di potere.

    In questi giorni vi siete concentrati anche sulla situazione umanitaria degli sfollati nella regione del Karabakh: grazie per tutto quello che si è fatto e che si farà per soccorrere chi soffre.

    Desidero ringraziare Sua Eccellenza Gevork Saroyan, della Chiesa Apostolica Armena, per la sua presenza in questi giorni; tornando a casa, La prego di portare il mio saluto fraterno a Sua Santità Karekin II e al caro popolo dell’Armenia.

    Io ho conosciuto i due Karekin, il primo e il secondo, a Buenos Aires.

    Oggi tanti cristiani d’Oriente, forse come mai prima, sono in fuga da conflitti o migrano in cerca di lavoro e di condizioni di vita migliori: moltissimi, perciò, vivono in diaspora.

    So che avete riflettuto sulla pastorale degli orientali che risiedono fuori dal loro territorio proprio.

    È un tema attuale e importante: alcune Chiese, a causa delle massicce migrazioni degli ultimi decenni, annoverano la maggior parte dei fedeli fuori dal loro territorio tradizionale, dove la cura pastorale è spesso scarsa per la mancanza di sacerdoti, di strutture e di conoscenze adeguate.

    E così, chi ha già dovuto lasciare la propria terra rischia di trovarsi depauperato anche dell’identità religiosa; e con il passare delle generazioni si smarrisce il patrimonio spirituale orientale, ricchezza imperdibile per la Chiesa cattolica.

    Sono grato alle diocesi latine che accolgono fedeli orientali e rispettano le loro tradizioni; invito a prendersi cura di loro, perché questi fratelli e sorelle possano mantenere vivi e saldi i loro riti.

    E incoraggio il Dicastero a lavorare su questo aspetto, anche definendo principi e norme che aiutino i Pastori latini a sostenere gli orientali cattolici della diaspora.

    Grazie per quanto potrete fare.

    E grazie per la vostra presenza! Per favore, vi chiedo di pregare per me.

    Grazie.

    Ai Membri dell'Assemblea Plenaria della Pontificia Commissione per l'America Latina (27 Giu 2024)
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    Cari fratelli e sorelle,

    Sono lieto d’incontrare voi membri e consiglieri della Pontificia Commissione per l’America Latina che sta celebrando la sua Assemblea plenaria.

    Ringrazio il cardinale Robert Prevost per le sue parole.

    Saluto molto cordialmente i membri, gli invitati e il gruppo che lavora ogni giorno dalla Santa Sede al servizio della Chiesa nella regione.

    Le tre domande a cui cercherete di rispondere in questi giorni di lavoro sono molto importanti: Quali pratiche promuovere rispetto allo sviluppo nella regione “toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo”? Come evangelizzare l’ambito sociale promuovendo la fratellanza di fronte al fenomeno della polarizzazione? Quale servizio deve prestare la CAL alle conferenze episcopali, al CELAM e ai dicasteri della Santa Sede?

    Se guardiamo attentamente, tutte queste domande non riguardano soltanto questioni che la realtà attuale c’impone di affrontare, ma fanno anche parte della riforma sinodale che l’intera Chiesa deve abbracciare per far trasparire di più e meglio il vero volto di Gesù Cristo.

    Di fatto, il Concilio Vaticano II ci ha invitati a un profondo rinnovamento.

    Lo dimostrano i discorsi pronunciati da san Giovanni XXIII e san Paolo VI all’inizio della prima e della seconda sessione dei lavori del Concilio.

    Il primo parlò di aggiornamento (San Giovanni XXIII, Discorso di apertura del Concilio Vaticano II, 11 ottobre 1962, n.

    6).

    Il secondo di “florido rinnovamento della Chiesa” (San Paolo VI, Allocuzione di apertura della ii sessione del Concilio Vaticano II, 29 settembre 1963).

    Anche il Decreto sull’ecumenismo dello stesso Concilio Vaticano II afferma con coraggio che “la Chiesa peregrinante è chiamata da Cristo a questa continua riforma di cui, in quanto istituzione umana e terrena, ha sempre bisogno” (n.

    6). 

    In questa stessa linea, mi piace ricordare le incisive parole del cardinale Ratzinger quando pensava alla “vera riforma” della Chiesa: “La riforma — cito — è sempre una ablatio: un togliere, affinché diventi visibile la nobilis forma, il volto della Sposa, e insieme a esso anche quello dello Sposo, il Signore vivo.

    Una tale ablatio, una tale “teologia negativa”, rappresenta una via verso una meta molto positiva.

    Solo così penetra il Divino e solo così nasce una congregatio, un’assemblea, una riunione, una purificazione, quella comunità pura a cui aneliamo: una comunità in cui un ‘io’ non sta più contro un altro ‘io’” (Ser cristiano en la era neopagana, Madrid, 1995, 19).

    Attraverso la costituzione Praedicate evangelium, ho voluto collaborare proprio a questa “ablatio” per rinnovare la Curia romana e, tra le altre cose, per fare della CAL una “diakonia” che consenta alla Chiesa in America Latina di poter sperimentare l’attenzione pastorale e l’affetto del Successore di Pietro (cfr. Videomessaggio all’Assemblea Plenaria della Pontificia Commissione per l’America Latina, 27 maggio 2022).

    Tuttavia, la CAL attualmente non è solo un esempio del rinnovamento della Curia romana, ma è anche chiamata a essere un soggetto attivo che promuova la necessaria trasformazione di cui tutti abbiamo bisogno, ossia che aiuti con discrezione, prudenza ed efficacia a far sì che viviamo la sinodalità — dimensione dinamica della comunione (cfr. Ibidem) — per camminare insieme in America Latina, mossi dallo Spirito del Signore.

    Le parole discrezione, prudenza ed efficacia le menziono per sottolineare che la CAL non è chiamata a sostituire nessun attore della vita ecclesiale latinoamericana.

    Ma è chiamata a incoraggiarli tutti, con la semplicità la profondità di chi confida più nell’invio missionario e nel servizio che nel mero attivismo.

    Così facendo, la CAL deve promuovere con tutti gli interlocutori, sia nella Santa Sede sia nel CELAM, nella ceama, nella CLAR e in tutti gli organismi ecclesiali che in modo diretto o indiretto servono la Chiesa in America Latina, uno stile sinodale di pensare, di sentire e di fare.

    A tale riguardo, provvidenzialmente, la CAL e la Chiesa in America Latina, possono trovare una fonte d’ispirazione profonda in san Juan Diego.

    Come sappiamo, era un indigeno estremamente modesto e semplice.

    La Vergine non lo sceglie per la sua erudizione, per la sua capacità organizzativa, o per i suoi rapporti con il potere.

    Al contrario, Santa Maria di Guadalupe si commuove perché lui sa di essere piccolo: “sono coda, sono ala; io stesso ho bisogno di essere condotto, portato in spalla” (Nican Mopohua, n.

    55).

    La consapevolezza della sua incapacità, unita alla scoperta del grande amore e della vicinanza che la Vergine Maria prova per lui, consentono a san Juan Diego di andare a cercare il vescovo e lo aiutano a parlargli con carità e con chiarezza su ciò che la Signora del cielo gli chiede.

    Il vescovo, che ha a sua volta un ministero da svolgere, chiede un segno per potergli credere.

    San Juan Diego obbedisce e trova il segno che cercava sulla collina del Tepeyac.

    In queste scene possiamo vedere, con semplicità e profondità, sinodalità e comunione simultanee.

    Il fedele laico annuncia la buona novella, confidando fondamentalmente nella dimensione ecclesiale e sovrannaturale della sua missione, e non tanto nelle sue forze.

    Questa è una bella esperienza di conversione sinodale! Questa stessa fiducia gli consente anche di accogliere, senza complicazioni, la responsabilità che il vescovo ha all’interno della comunità.

    Il risultato di questo esercizio sinodale e comunionale non sono solo le rose che appaiono di fronte a tutti, non è solo l’immagine miracolosa impressa sulla tilma [mantello] del santo, ma anche l’inizio di un processo di riconciliazione fraterna tra popoli nemici.

    Processo mai perfetto, ma che ha senza dubbio contribuito alla nascita di una nuova realtà in America Latina.

    In altre parole, la sinodalità ad intra dà frutti di fratellanza ad extra.

    Questo è lo stile ispiratore che la CAL deve promuovere in tutta la regione latinoamericana e, quando necessario, anche oltre i suoi confini. Ispirare non imporre. Ispirare, motivare e provocare la libertà affinché ogni realtà ecclesiale e sociale discerna il proprio cammino, seguendo anche le mozioni dello Spirito, in comunione con la Chiesa universale.

    La CAL deve costruire ponti di riconciliazione, d’inclusione, di fratellanza! Ponti che facciano sì che il “camminare insieme” non sia una mera espressione retorica, ma un’esperienza pastorale autentica!

    Infine, vorrei ricordarvi che siamo ormai prossimi al Giubileo ordinario dell’anno 2025.

    Nella bolla Spes non confundit ho osservato: “attraverso il giovane Juan Diego la Madre di Dio faceva giungere un rivoluzionario messaggio di speranza che anche oggi ripete a tutti i pellegrini e ai fedeli: ‘Non sto forse qui io, che sono tua madre?’. Un messaggio simile viene impresso nei cuori in tanti Santuari mariani sparsi nel mondo, mete di numerosi pellegrini, che affidano alla Madre di Dio preoccupazioni, dolori e attese” (n.

    24).

    Sono fiducioso che tutti i membri della CAL parteciperanno attivamente invitando il popolo di Dio a pellegrinare e annunciare il messaggio di speranza che l’intera regione ha urgente bisogno di ascoltare e riscoprire.

    Che Santa Maria di Guadalupe “Madre del verissimo ed unico Dio, colui che è l’autore della vita” (Nican mopohua, n.

    26), ci sostenga e c’incoraggi a perseverare nello sforzo congiunto di fare della Chiesa una comunità sempre più nello stile di Gesù.

    E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

    ___________________________________

    L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXIV n.

    145, giovedì 27 giugno 2024 p.

    7.

    Udienza Generale del 26 Giu 2024 - Catechesi in occasione della Giornata mondiale contro l’abuso e il traffico illecito di droga
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    Il testo qui di seguito include anche parti non lette che sono date ugualmente come pronunciate.


    Catechesi in occasione della Giornata mondiale contro l’abuso e il traffico illecito di droga

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Oggi si celebra la Giornata Mondiale contro l’abuso e il traffico illecito di droga, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1987.

    Il tema di quest’anno è Le prove sono chiare: bisogna investire nella prevenzione.

    San Giovanni Paolo II ha affermato che «l’abuso di droga impoverisce ogni comunità in cui è presente.

    Diminuisce la forza umana e la fibra morale.

    Mina i valori stimati.

    Distrugge la voglia di vivere e di contribuire a una società migliore».

    [1] Questo fa l’abuso di droga e l’uso di droga. Ricordiamo però, al tempo stesso, che ogni tossicodipendente «porta con sé una storia personale diversa, che deve essere ascoltata, compresa, amata e, per quanto possibile, guarita e purificata.

    [...] Continuano ad avere, più che mai, una dignità, in quanto persone che sono figli di Dio».

    [2] Tutti hanno una dignità.

    Non possiamo tuttavia ignorare le intenzioni e le azioni malvagie degli spacciatori e dei trafficanti di droga.

    Sono degli assassini! Papa Benedetto XVI usò parole severe durante una visita a una comunità terapeutica: «Dico ai trafficanti di droga che riflettano sul male che stanno facendo a una moltitudine di giovani e di adulti di tutti gli strati sociali: Dio chiederà loro conto di ciò che hanno fatto.

    La dignità umana non può essere calpestata in questo modo».

    [3] E la droga calpesta la dignità umana.

    Una riduzione della dipendenza dalle droghe non si ottiene liberalizzandone il consumo – questa è una fantasia –, come è stato proposto, o già attuato, in alcuni Paesi.

    Si liberalizza e si consuma di più.

    Avendo conosciuto tante storie tragiche di tossicodipendenti e delle loro famiglie, sono convinto che è moralmente doveroso porre fine alla produzione e al traffico di queste sostanze pericolose.

    Quanti trafficanti di morte ci sono – perché i trafficanti di droga sono trafficanti di morte –, spinti dalla logica del potere e del denaro ad ogni costo! E questa piaga, che produce violenza e semina sofferenza e morte, esige dalla società nel suo complesso un atto di coraggio.

    La produzione e il traffico di droga hanno un impatto distruttivo anche sulla nostra casa comune.

    Ad esempio, questo è diventato sempre più evidente nel bacino amazzonico.

    Un’altra via prioritaria per contrastare l’abuso e il traffico di droghe è quella della prevenzione, che si fa promuovendo maggiore giustizia, educando i giovani ai valori che costruiscono la vita personale e comunitaria, accompagnando chi è in difficoltà e dando speranza nel futuro.

    Nei miei viaggi in diverse diocesi e vari Paesi, ho potuto visitare diverse comunità di recupero ispirate dal Vangelo.

    Esse sono una testimonianza forte e piena di speranza dell’impegno di preti, consacrati e laici di mettere in pratica la parabola del Buon Samaritano.

    Così pure sono confortato dagli sforzi intrapresi da varie Conferenze episcopali per promuovere legislazioni e politiche giuste riguardo al trattamento delle persone dipendenti dall’uso di droghe e alla prevenzione per fermare questo flagello.

    A titolo di esempio, segnalo la rete de La Pastoral Latinoamericana de Acompañamiento y Prevençión de Adicciones (PLAPA).

    Lo statuto di questa rete riconosce che «la dipendenza da alcol, da sostanze psicoattive e altre forme di dipendenza (pornografia, nuove tecnologie ecc.) … è un problema che ci colpisce indistintamente, al di là delle differenze geografiche, sociali, culturali, religiose e di età.

    Nonostante le differenze, ...

    vogliamo organizzarci come una comunità: condividere le esperienze, l’entusiasmo, le difficoltà».

    [4]

    Menziono inoltre i Vescovi dell’Africa Australe, che nel novembre 2023 hanno convocato una riunione sul tema “ Dare potere ai giovani come agenti di pace e speranza”.

    I rappresentanti dei giovani presenti all’incontro hanno riconosciuto quell’assemblea come una «pietra miliare significativa orientata verso una gioventù sana e attiva in tutta la regione».

    Hanno inoltre promesso: «Accettiamo il ruolo di ambasciatori e sostenitori della lotta contro l’uso di sostanze stupefacenti.

    Chiediamo a tutti i giovani di essere sempre empatici gli uni con gli altri».

    [5]

    Cari fratelli e sorelle, di fronte alla tragica situazione della tossicodipendenza di milioni di persone in tutto il mondo, di fronte allo scandalo della produzione e del traffico illecito di tali droghe, «non possiamo essere indifferenti.

    Il Signore Gesù si è fermato, si è fatto vicino, ha curato le piaghe.

    Sullo stile della sua prossimità, siamo chiamati anche noi ad agire, a fermarci davanti alle situazioni di fragilità e di dolore, a saper ascoltare il grido della solitudine e dell’angoscia, a chinarci per sollevare e riportare a nuova vita coloro che cadono nella schiavitù della droga».

    [6] E preghiamo per quei criminali che danno la droga ai giovani: sono criminali, sono assassini! Preghiamo per la loro conversione.

    In questa Giornata Mondiale contro la droga, come cristiani e comunità ecclesiali rinnoviamo il nostro impegno di preghiera e di lavoro contro la droga.

    Grazie!

     _________________________________________ 

    [1] Messaggio ai partecipanti alla Conferenza Internazionale di Vienna sull’abuso e il traffico illecito della droga (4 giugno 1987).

    [2]  Discorso partecipanti all'incontro promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze su: “Narcotici: Problemi e soluzioni di questa questione globale”  (24 novembre 2016).

    [3] Discorso alla comunità “Fazenda da Esperança”, Brasile, 12 maggio 2007.

    [4] https://adn.celam.org/wp-content/uploads/2023/09/Carta-a-la-Iglesia-de-ALC-PLAPA-14sept2023-CL.pdf.

    [5] https://imbisa.africa/2023/11/21/statement-following-the-imbisa-youth-meeting/

    [6] Messaggio ai partecipanti al 60th Congresso Internazionale dei Tossicologi Forensi (26 agosto 2023).

    _______________________________

    Saluti

    Je salue cordialement les pèlerins de langue française.

    Comme serviteurs de l’Évangile de la miséricorde, puissions-nous soulager, soigner et guérir les souffrances liées à la drogue afin que toute personne sous l’emprise d’addiction se sente aidée et accompagnée.

    Que Dieu vous bénisse.

    [Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese.

    In quanto servitori del Vangelo della misericordia, possiamo alleviare, guarire e curare le sofferenze procurate dalle droghe, affinché coloro che sono nella morsa della dipendenza si sentano aiutati e accompagnati.

    Che Dio vi benedica.]

    I extend a warm welcome to all the English-speaking pilgrims and visitors, especially the groups from England, Germany, Congo, Australia, India, the Philippines, Vietnam and the United States of America.

    In a particular way, I greet the many student groups, together with their teachers.

    Upon you and your families I invoke the joy and peace of our Lord Jesus Christ.

    May God bless you all! 

    [Do un cordiale benvenuto a tutti i pellegrini di lingua inglese, specialmente ai gruppi provenienti da Inghilterra, Germania, Congo, Australia, India, Filippine, Vietnam e Stati Uniti d’America.

    Rivolgo un saluto particolare ai numerosi gruppi di studenti e ai loro insegnanti.

    Su tutti voi e sulle vostre famiglie invoco la gioia e la pace del Signore nostro Gesù Cristo.

    Dio vi benedica!]

    Liebe Brüder und Schwestern deutscher Sprache, die weite Verbreitung von Drogenmissbrauch ist ein deutliches Indiz für die große innere Not so vieler Menschen unserer Zeit.

    Begegnen wir unseren Mitmenschen mit Achtsamkeit, damit wir rechtzeitig erkennen können, wo unsere Hilfe gebraucht wird.

    Gott segne und beschütze euch!

    [Cari fratelli e sorelle di lingua tedesca, l’abuso di droghe indica la grande sofferenza interiore di tante persone del nostro tempo.

    Cerchiamo di essere più attenti nei riguardi del nostro prossimo, per poter capire in tempo dove c’è bisogno del nostro aiuto.

    Dio vi benedica e vi protegga!]

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española.

    Veo que son muchos en esta audiencia.

    Pidámosle a Jesús, nuestro Buen Samaritano, que no seamos indiferentes frente al sufrimiento que las drogas provocan en tantas familias y comunidades.

    Que Jesús los bendiga y la Virgen Santa los cuide.

    Muchas gracias.

    Queridos peregrinos de língua portuguesa, especialmente os que vieram de Portugal e do Brasil, envio-vos uma calorosa saudação.

    Continuem a nutrir a vossa fé e a partilhar com alegria o amor de Cristo nas vossas comunidades.

    O vosso entusiasmo seja inspirado pelos Santos Pedro e Paulo, que celebraremos proximamente.

    Que o Senhor vos encha de bênçãos e vos guie sempre no vosso caminho.

    [Cari pellegrini di lingua portoghese, in particolare quelli provenienti dal Portogallo e dal Brasile, vi rivolgo un caloroso saluto.

    Continuate a nutrire la vostra fede e a condividere con gioia l'amore di Cristo nelle vostre comunità.

    Il vostro entusiasmo sia ispirato dai Santi Pietro e Paolo, che celebreremo prossimamente.

    Che il Signore vi colmi di benedizioni e vi guidi sempre nel vostro cammino.]

    أُحَيِّي المُؤمِنينَ النَّاطِقينَ باللغَةِ العربِيَّة.

    مكافَحَةُ سوءِ استعمالِ المخدَّراتِ هي معركةٌ مِن أجلِ كرامةِ الإنسان، ومِن أجلِ الأملِ في مستقبلٍ أفضلَ للجميع.

    باركَكُم الرّبُّ جَميعًا وحَماكُم دائِمًا مِن كُلِّ شَرّ!

    [Saluto i fedeli di lingua araba.

    La lotta contro l’abuso di droghe è una battaglia per la dignità umana e per la speranza di un futuro migliore per tutti.

    Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

    Serdecznie pozdrawiam Polaków.

    Życzę wam, aby rozpoczynające się wakacje były okazją nie tylko do odpoczynku fizycznego, ale także do odnowy duchowej oraz umacniania więzi z Bogiem i bliskimi wam osobami.

    Ale wakacje są też czasem, gdy wielu młodych ludzi sięga po raz pierwszy po środki odurzające.

    Niech ten przypadający dziś Międzynarodowy Dzień Zapobiegania Narkomanii przypomina, aby szczególnie zadbać o bezpieczeństwo dzieci i młodzieży.

    Z serca wam błogosławię.

    [Saluto cordialmente i polacchi.

    Vi auguro che le vacanze che state per iniziare diventino un’occasione non solo di riposo fisico, ma anche di rinnovamento spirituale e di rafforzamento del rapporto con Dio e con le persone a voi care.

    Il periodo delle vacanze è però anche un momento in cui molti giovani si avvicinano per la prima volta alle sostanze stupefacenti: che la Giornata mondiale contro l’abuso di droga, che ricorre oggi, ricordi di prestare una particolare attenzione alla sicurezza dei bambini e dei giovani.

    Vi benedico di cuore.]

    * * *

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

    In particolare, ai fedeli delle parrocchie di San Michele Arcangelo in Casagiove, della Madonna dei Poveri in Seminara e di Santa Maria delle Grazie in Ortona.

    Saluto inoltre i militari della Scuola di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza.

    Accolgo con affetto i bambini e i ragazzi dell’Associazione “Gabry Dance” di Poggiomarino, accompagnati dai familiari e dagli educatori sportivi.

    Il mio pensiero infine è per i giovani, gli ammalati, gli anziani e gli sposi novelli.

    Sabato prossimo celebreremo la solennità dei Santi Pietro e Paolo, Patroni di Roma.

    Siate sul loro esempio discepoli missionari, testimoniando ovunque la bellezza del Vangelo.

    Alla loro intercessione affidiamo le popolazioni che soffrono la guerra: la martoriata Ucraina, la Palestina, Israele, il Myanmar, perché possano presto ritrovare la pace.

    A tutti la mia benedizione.

    A una delegazione della Moschea di Bologna (26 Giu 2024)
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    Cari fratelli e sorelle!

    Sono contento di accogliervi e vi ringrazio della vostra visita.

    Gesù ci ha insegnato ad accoglierci gli uni gli altri come fratelli.

    E questo vale prima di tutto per noi, cristiani, ebrei e musulmani, che adoriamo il Dio Unico e che facciamo riferimento, anche se in modi diversi, ad Abramo come padre nella fede.

    Nel mondo di oggi la nostra testimonianza di fraternità è indispensabile e molto preziosa.

    E noi che abbiamo avuto il dono di questa appartenenza religiosa, siamo chiamati ad essere aperti e accoglienti verso quanti non la condividono, perché sono, come tutti noi, membri dell’unica famiglia umana.

    In particolare, il dialogo sincero e rispettoso tra cristiani e musulmani è un dovere per noi che vogliamo obbedire alla volontà di Dio.

    Infatti, la volontà di un Padre è che i suoi figli si vogliano bene, si aiutino a vicenda, e che, se sorge tra loro qualche difficoltà o incomprensione, si mettano d’accordo con umiltà e pazienza.

    Tale dialogo richiede il riconoscimento effettivo della dignità e dei diritti di ogni persona.

    In cima a questi diritti c’è quello alla libertà di coscienza e di religione, che significa che ogni essere umano dev’essere pienamente libero per quanto riguarda le sue scelte religiose.

    Inoltre, ogni credente deve sentirsi libero di proporre – mai imporre! – la propria religione ad altre persone, credenti o no.

    Ciò esclude ogni forma di proselitismo, inteso come esercitare pressioni o minacce; deve respingere ogni tipo di favori finanziari o lavorativi; non deve approfittare dell’ignoranza delle persone.

    Oltre a ciò, i matrimoni tra persone di religioni diverse non devono essere occasione per convertire il coniuge alla propria religione.

    Cari amici, auspico che, là dove vivete, possiate mantenere buoni rapporti con la Chiesa cattolica: con il Vescovo, con il clero e con i fedeli, nel rispetto reciproco e nell’amicizia.

    Il mondo, specialmente in questo momento storico, ha bisogno di credenti coerenti e fortemente impegnati nella costruzione e nel mantenimento della pace sociale e mondiale.

    Vi ringrazio di essere anche voi, insieme alle vostre comunità, tra questi “artigiani” della pace.

    Vi assicuro della mia preghiera e vi chiedo per favore di ricordarvi di me nella vostra.

    Grazie!

    Ai Soci del Circolo San Pietro (24 Giu 2024)
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    Cari fratelli e sorelle del Circolo San Pietro, buongiorno e benvenuti!

    Mi piace sempre incontrarvi perché l’udienza con voi è all’insegna della gratitudine, che è il “gusto” bello della vita.

    Quando accolgo il Circolo San Pietro, sento gratitudine per il servizio che fate ai poveri di Roma.

    E so che lo fate a nome del Papa, a nome della santa madre Chiesa.

    E, per favore, rivolgo un saluto al vostro Presidente che è ammalato.

    Auguro una pronta guarigione; salutatelo da parte mia.

    Questo che voi fate a nome della Chiesa è documentato anche dal volume che avete realizzato e che oggi mi avete donato: la raccolta di tutto il magistero dei Papi al Circolo San Pietro, nei 155 anni della sua storia.

    E dunque grazie anche per questo lavoro, che è importante per la memoria delle radici.

    Le radici sono fondamentali: senza radici non c’è vita, non c’è futuro.

    La floridezza delle foglie è legata alla buona salute delle radici.

    Perciò, lodo questo lavoro e vi ringrazio.

    Ma voglio anche dirvi: state attenti a non “musealizzare” la vostra storia, a non “sterilizzare” le radici! La memoria è organo del futuro, a patto che le radici rimangano vive e vegete.

    Per questo vi incoraggio a trasmettere il vostro patrimonio di valori e di esperienze ai giovani.

    Ci vogliono giovani che vadano avanti.

    Che bello pensare a un nonno del Circolo San Pietro che trasmette la sua esperienza a suo nipote! Ci sono tanti qui, questo è bello.

    Pensate a quanta ricchezza di fede vissuta, di carità concreta, di amore ai poveri può passare attraverso l’esempio di un anziano.

    E pensate a quanta energia, a quanta creatività, a quanto slancio può dare un giovane.

    Mi viene in mente il Beato Pier Giorgio Frassati – presto sarà santo –, che a Torino andava nelle case dei poveri a portare aiuto.

    Pier Giorgio era di famiglia benestante, alta borghesia, ma non è cresciuto “nella bambagia”, non si è perso nella “bella vita”, perché in lui c’era la linfa dello Spirito Santo, c’era l’amore per Gesù e per i fratelli.

    Un’ultima cosa vorrei condividere con voi.

    L’anno prossimo sarà l’Anno Santo.

    Roma è piena di cantieri; bene, ci vogliono anche questi.

    Ma il “cantiere” che non può mancare è quello della carità! I pellegrini e i turisti che vengono a Roma dovrebbero “respirare” l’aria della carità cristiana, che non è solo assistenza, è cura della dignità, è vicinanza, è condivisione vissuta, senza pubblicità, senza riflettori.

    Con la vostra presenza, con la vostra vicinanza, compassione e tenerezza, anche voi preparate la città per il Giubileo, prendendovi cura non delle strade o delle infrastrutture, ma dei cuori e della carne dei poveri, che, come disse San Lorenzo, sono il tesoro della Chiesa.

    Care sorelle e cari fratelli, grazie di essere venuti! Vi affido alla protezione della Salus Populi Romani e benedico tutti voi e le vostre famiglie.

    Per favore, non dimenticatevi di pregare per me, pregare a favore, si capisce! Grazie.

    Angelus, 23 Giu 2024
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    Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

    Oggi il Vangelo ci presenta Gesù sulla barca con i discepoli, nel lago di Tiberiade.

    Arriva all’improvviso una forte tempesta e la barca rischia di affondare.

    Gesù, che stava dormendo, si sveglia, minaccia il vento e tutto ritorna alla calma (cfr Mc 4,35-41).

    Ma in realtà non si sveglia, lo svegliano! Con tanta paura, sono i discepoli a svegliare Gesù. La sera prima, era stato Gesù stesso a dire ai discepoli di salire in barca e attraversare il lago.

    Loro erano esperti, erano pescatori, e quello era il loro ambiente di vita; ma una tempesta poteva metterli in difficoltà.

    Sembra che Gesù voglia metterli alla prova.

    Comunque, non li lascia soli, sta con loro sulla barca, tranquillo, anzi, addirittura dorme.

    E quando si scatena la bufera, con la sua presenza li rassicura, li incoraggia, li incita ad avere più fede e li accompagna oltre il pericolo.

    Ma possiamo fare questa domanda: Perché Gesù si comporta così?

    Per rafforzare la fede dei discepoli e per renderli più coraggiosi.

    Essi infatti, escono da questa esperienza più consapevoli della potenza di Gesù e della sua presenza in mezzo a loro, e dunque più forti e più pronti ad affrontare gli ostacoli, le difficoltà, compresa la paura di avventurarsi ad annunciare il Vangelo.

    Superata con Lui questa prova, sapranno affrontarne tante altre, fino alla croce e al martirio, per portare il Vangelo a tutte le genti.

    E anche con noi Gesù fa lo stesso, in particolare nell’Eucaristia: ci riunisce attorno a Sé, ci dona la sua Parola, ci nutre con il suo Corpo e il suo Sangue, e poi ci invita a prendere il largo, per trasmettere a tutti quello che abbiamo sentito e condividere con tutti quello che abbiamo ricevuto, nella vita di ogni giorno, anche quando è difficile.

    Gesù non ci risparmia le contrarietà ma, senza mai abbandonarci, ci aiuta ad affrontarle.

    Ci fa coraggiosi.

    Così anche noi, superandole con il suo aiuto, impariamo sempre più a stringerci a Lui, a fidarci della sua potenza, che va ben oltre le nostre capacità, a superare le incertezze e le esitazioni, le chiusure e i preconcetti, con coraggio e grandezza di cuore, per dire a tutti che il Regno dei Cieli è presente, è qui, e che con Gesù al nostro fianco possiamo farlo crescere insieme al di là di ogni barriera.

    Chiediamoci allora: nei momenti di prova, so fare memoria delle volte in cui ho sperimentato, nella mia vita, la presenza e l’aiuto del Signore? Pensiamo: Quando arriva qualche tempesta, mi lascio travolgere dall’agitazione oppure mi stringo a Lui, - ci sono tante tempeste interiori – per ritrovare calma e pace, nella preghiera, nel silenzio, nell’ascolto della Parola, nell’adorazione e nella condivisione fraterna della fede?

    La Vergine Maria, che accolse con umiltà e coraggio la volontà di Dio, ci doni, nei momenti difficili, la serenità dell’abbandono in Lui.

    ______________________

    Dopo l'Angelus

    Cari fratelli e sorelle,

    saluto tutti voi, romani e pellegrini dell’Italia e di vari Paesi.

    In particolare saluto i fedeli di Sant Boi de Llobregat (Barcellona) e quelli di Bari.

    Saluto i partecipanti alla manifestazione “Scegliamo la vita”, il coro “Edelweiss” della Sezione Alpini di Bassano del Grappa, e i ciclisti di Bollate venuti in bicicletta.

    Continuiamo a pregare per la pace, specialmente in Ucraina, Palestina, Israele.

    Guardo la bandiera di Israele.

    Oggi l’ho vista quando venivo dalla Chiesa dei Santi Quaranta Martiri, è una chiamata alla pace! Preghiamo per la pace! Palestina, Gaza, il Nord del Congo… Preghiamo per la pace! E la pace in Ucraina, che soffre tanto, che sia la pace! Lo Spirito Santo illumini le menti dei governanti, infonda in loro saggezza e senso di responsabilità, per evitare ogni azione o parola che alimenti lo scontro e puntare invece con decisione a una soluzione pacifica dei conflitti.

    C'è bisogno di negoziare.

    L’altro ieri è venuto a mancare Padre Manuel Blanco, un francescano che da quarantaquattro anni abitava nella Chiesa Santi Quaranta Martiri e San Pasquale Baylon a Roma.

    È stato superiore, confessore, uomo di consiglio.

    Ricordando lui, vorrei fare memoria di tanti fratelli francescani, confessori, predicatori, che hanno onorato e onorano la Chiesa di Roma.

    Grazie a tutti loro!

    E a tutti auguro una buona domenica.

    Per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

    Buon pranzo e arrivederci!

    Ai Partecipanti al Convegno internazionale promosso dalla Fondazione Centesimus Annus pro Pontifice (22 Giu 2024)
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    Gentili Signore e Signori,
    Eminenza, Eccellenze, cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Saluto e ringrazio la Presidente, Signora Anna Maria Tarantola, e saluto tutti voi che partecipate all’annuale Conferenza Internazionale della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice.

    Quest’anno il tema è “L’Intelligenza Artificiale e il paradigma tecnocratico: come promuovere il benessere dell’umanità, la cura per la natura e un mondo di pace”.

    È un tema che merita particolare attenzione, perché l’IA influenza in modo dirompente l’economia e la società e può avere impatti negativi sulla qualità della vita, sulle relazioni tra persone e tra Paesi, sulla stabilità internazionale e sulla casa comune.

    Come sapete, ho trattato dello sviluppo tecnologico nell’Enciclica Laudato si’ e nell’Esortazione apostolica Laudate Deum, e dell’IA nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di quest’anno e, pochi giorni fa, nell’intervento al G7.

    Apprezzo che la Centesimus Annus abbia dato ampio spazio a questa materia, coinvolgendo studiosi ed esperti di diversi Paesi e discipline, analizzando le opportunità e i rischi connessi allo sviluppo e all’utilizzo dell’IA, con un approccio trasversale e soprattutto con uno sguardo antropocentrico, e avendo ben presente il pericolo di un rafforzamento del paradigma tecnocratico.

    L’analisi multidisciplinare è fondamentale per cogliere tutti gli aspetti attuali e prospettici dell’IA, i vantaggi che può apportare in termini di produttività e crescita e i rischi che può comportare, per individuare le corrette modalità etiche di sviluppo, utilizzo e gestione.

    Nel Messaggio per la scorsa Giornata della Pace ho voluto parlare di algoretica, per indicare l’assoluta necessità di uno sviluppo etico degli algoritmi, in cui siano i valori a orientare i percorsi delle nuove tecnologie.

    Nel discorso al G7 ho evidenziato gli aspetti critici dell’Intelligenza Artificiale, sottolineando che essa è e deve rimanere uno strumento nelle mani dell’uomo.

    Come altri utensili-chiave nel corso dei millenni, anche questo attesta la capacità dell’essere umano di andare oltre sé stesso, la sua “ulteriorità”, e può apportare grandi trasformazioni, positive o negative.

    In questo secondo senso, l’IA potrebbe rafforzare il paradigma tecnocratico e la cultura dello scarto, la disparità tra le nazioni avanzate e quelle in via di sviluppo, la delega alle macchine di decisioni essenziali per la vita degli esseri umani.

    Ho dunque affermato l’assoluta necessità di uno sviluppo e di un utilizzo etico dell’IA, invitando la politica ad adottare azioni concrete per governare il processo tecnologico in corso nella direzione della fraternità universale e della pace.

    In tale contesto, la vostra Conferenza contribuisce ad accrescere la capacità di cogliere gli aspetti positivi dell’IA e di conoscere, mitigare e governare i rischi, dialogando con il mondo della scienza per individuare insieme i limiti da porre all’innovazione se questa va a danno dell’umanità.

    Stephen Hawking, noto cosmologo, fisico e matematico, ha detto: «Lo sviluppo dell’IA completa potrebbe significare la fine della razza umana … decollerebbe da sola e si riprogetterà a un ritmo sempre crescente.

    Gli umani, che sono limitati dalla lenta evoluzione biologica, non potrebbero competere e verrebbero superati» (Intervista alla BBC).

    È questo che vogliamo?

    La domanda di fondo che vi siete posti è questa: a cosa serve l’IA? Serve a soddisfare i bisogni dell’umanità, a migliorare il benessere e lo sviluppo integrale delle persone, oppure serve ad arricchire e aumentare il già elevato potere dei pochi giganti tecnologici nonostante i pericoli per l’umanità? E questa è la domanda di base.

    La risposta dipende da tanti fattori e diversi sono gli aspetti da esplorare.

    Vorrei richiamarne alcuni, come stimolo per vostri ulteriori approfondimenti.

    * Va approfondito il delicato e strategico tema della responsabilità delle decisioni prese utilizzando l’IA; questo aspetto interpella vari rami della filosofia e del diritto, oltre a discipline più specifiche.

    * Vanno individuati gli opportuni incentivi e una efficace regolamentazione, da un lato per stimolare l’innovazione etica utile al progresso dell’umanità, dall’altro per vietare o limitare gli effetti indesiderati.

    * Tutto il mondo dell’educazione, della formazione e della comunicazione dovrebbe avviare un processo coordinato, per accrescere la conoscenza e la consapevolezza di come usare correttamente l’IA e per trasmettere alle nuove generazioni, sin dall’infanzia, la capacità critica nei confronti di tale strumento.

    * Vanno valutati gli effetti dell’IA sul mondo del lavoro.

    Invito i membri della Fondazione Centesimus Annus e quanti partecipano alle sue iniziative a farsi parte attiva, nei rispettivi ambiti, per sollecitare un processo di riqualificazione professionale e l’adozione di forme atte a facilitare il ricollocamento delle persone in esubero presso altre attività.

    * Vanno esaminati attentamente gli effetti positivi e negativi dell’IA nel campo della sicurezza e della riservatezza.

    * Vanno considerati e approfonditi gli effetti sulla capacità relazionale e cognitiva delle persone, e sui loro comportamenti.

    Non possiamo accettare che queste capacità vengano ridotte o condizionate da uno strumento tecnologico, cioè da chi ne detiene il possesso e l’uso.

    * Infine – ma questo elenco non vuol essere esaustivo – occorre ricordare gli enormi consumi di energia richiesti per sviluppare l’IA, mentre l’umanità sta affrontando una delicata transizione energetica.

    Cari amici, è sul fronte dell’innovazione tecnologica che si giocherà il futuro dell’economia, della civiltà, della stessa umanità.

    Non dobbiamo perdere l’occasione di pensare e agire in un modo nuovo, con la mente, con il cuore e con le mani, per indirizzare l’innovazione verso una configurazione centrata sul primato della dignità umana.

    Questo non va discusso.

    Un’innovazione che favorisca sviluppo, benessere e convivenza pacifica e che protegga i più svantaggiati.

    E ciò richiede un ambiente normativo, economico e finanziario che limiti il potere monopolistico di pochi e consenta allo sviluppo di andare a beneficio di tutta l’umanità.

    Per questo auspico che la Centesimus Annus continui ad occuparsi di questa tematica.

    Mi congratulo per l’avvio della seconda ricerca comune tra la Fondazione e l’Alleanza Strategica di Università Cattoliche di Ricerca (SACRU) sul tema “Intelligenza Artificiale e cura della casa comune: un focus su imprese, finanza e comunicazione”, coordinata dalla Signora Tarantola.

    Per favore, tenetemi al corrente di questo!

    E concludo con una provocazione: siamo sicuri di voler continuare a chiamare “intelligenza” ciò che intelligenza non è? È una provocazione.

    Pensiamoci, e chiediamoci se l’usare impropriamente questa parola così importante, così umana, non è già un cedimento al potere tecnocratico.

    Vi benedico e vi auguro ogni bene per le vostre attività.

    Continuate a lavorare con coraggio, rischiate! E vi chiedo per favore di pregare per me.

    Grazie!

    Lettera Apostolica in forma di Motu proprio "Fratello Sole" del Sommo Pontefice Francesco (21 Giu 2024)
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    Con la Lettera Enciclica “Laudato Sì” sulla cura della casa comune del 24 maggio 2015 ho invitato l’umanità intera a prendere coscienza della necessità di apportare cambiamenti ai propri stili di vita, di produzione e di consumo, al fine di contrastare il riscaldamento globale che vede, tra le sue principali cause, l’uso pervasivo dei combustibili fossili.

    Il 6 luglio 2022 l’Osservatore Permanente presso l’ONU ha provveduto a depositare presso il Segretariato Generale dell’ONU lo strumento con il quale la Santa Sede, in nome e per conto dello Stato della Città del Vaticano, accede alla Convenzione-Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici.

    Con tale strumento ho inteso contribuire agli sforzi di tutti gli Stati per offrire, in conformità con le rispettive responsabilità e capacità, una risposta adeguata alle sfide poste all’umanità e alla nostra casa comune dal cambiamento climatico.

    Occorre operare una transizione verso un modello di sviluppo sostenibile che riduca le emissioni di gas serra in atmosfera, ponendosi l’obiettivo della neutralità climatica.

    L’umanità dispone dei mezzi tecnologici necessari ad affrontare questa trasformazione ambientale e le sue perniciose conseguenze etiche, sociali, economiche e politiche e, tra questi, l’energia solare ricopre un ruolo fondamentale.

    Pertanto affido a Voi, cari Confratelli, nelle rispettive qualità di Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e di Presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, l’incarico di realizzare un impianto agrivoltaico ubicato all’interno della zona extraterritoriale di Santa Maria di Galeria che assicuri, non soltanto l’alimentazione elettrica della stazione radio ivi esistente, ma anche il completo sostentamento energetico dello Stato della Città del Vaticano.

    Per l’espletamento di tale incarico in deroga alla normativa vigente e senza richiedere autorizzazione alcuna, vi nomino Commissari Straordinari con piena capacità di compiere i necessari atti di ordinaria e straordinaria amministrazione.

    Ai fini del mantenimento dei privilegi di extraterritorialità garantiti ai sensi degli artt.

    15 e 16 del Trattato Lateranense - di cui l’area in oggetto beneficia in forza dell’Accordo fra la Santa Sede e l’Italia per gli impianti Radio-Vaticani a Santa Maria di Galeria e a Castel Romano dell’8 ottobre 1951 - stabilisco che i Commissari Straordinari possano comunicare all’Autorità italiana - ai sensi dell’art.

    15, primo comma, del Trattato Lateranense - la sistemazione in detta area di strutture e sedi di enti facenti capo alla Santa Sede e al Governatorato della Città del Vaticano.

    Dispongo, infine, che la Segreteria di Stato agevoli ogni richiesta dei Commissari Straordinari e si adoperi per garantire che in quel territorio nulla si perda di quanto sin qui disponibile per la Sede Apostolica.

    Dal Vaticano, il 21 giugno 2024, dodicesimo di Pontificato.

     

    FRANCESCO

    Giovanni Paolo II
    G.P.II: VEGLIA DI PREGHIERA GMG XV


    PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE
    XV GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ
    GIOVANNI PAOLO II

    Tor Vergata, sabato 19 agosto 2000

    1. "Voi chi dite che io sia?" (Mt 16, 15).

    Carissimi giovani e ragazze, con grande gioia mi incontro nuovamente con voi in occasione di questa Veglia di preghiera, durante la quale vogliamo metterci insieme in ascolto di Cristo, che sentiamo presente tra noi. E' Lui che ci parla.

    "Voi chi dite che io sia?". Gesù pone questa domanda ai suoi discepoli, nei pressi di Cesarea di Filippo. Risponde Simon Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Mt 16, 16). A sua volta il Maestro gli rivolge le sorprendenti parole: "Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli" (Mt 16, 17).

    Qual è il significato di questo dialogo? Perché Gesù vuole sentire ciò che gli uomini pensano di Lui? Perché vuol sapere che cosa pensano di Lui i suoi discepoli?

    Gesù vuole che i discepoli si rendano conto di ciò che è nascosto nelle loro menti e nei loro cuori e che esprimano la loro convinzione. Allo stesso tempo, tuttavia, egli sa che il giudizio che manifesteranno non sarà soltanto loro, perché vi si rivelerà ciò che Dio ha versato nei loro cuori con la grazia della fede.

    Questo evento nei pressi di Cesarea di Filippo ci introduce in un certo senso nel "laboratorio della fede". Vi si svela il mistero dell'inizio e della maturazione della fede. Prima c'è la grazia della rivelazione: un intimo, un inesprimibile concedersi di Dio all'uomo. Segue poi la chiamata a dare una risposta. Infine, c'è la risposta dell'uomo, una risposta che d'ora in poi dovrà dare senso e forma a tutta la sua vita.

    Ecco che cosa è la fede! E' la risposta dell'uomo ragionevole e libero alla parola del Dio vivente. Le domande che Cristo pone, le risposte che vengono date dagli Apostoli, e infine da Simon Pietro, costituiscono quasi una verifica della maturità della fede di coloro che sono più vicini a Cristo.

    2. Il colloquio presso Cesarea di Filippo ebbe luogo nel periodo prepasquale, cioè prima della passione e della resurrezione di Cristo. Bisognerebbe richiamare ancora un altro evento, durante il quale Cristo, ormai risorto, verificò la maturità della fede dei suoi Apostoli. Si tratta dell'incontro con Tommaso apostolo. Era l'unico assente quando, dopo la resurrezione, Cristo venne per la prima volta nel Cenacolo. Quando gli altri discepoli gli dissero di aver visto il Signore, egli non volle credere. Diceva: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò" (Gv 20, 25). Dopo otto giorni i discepoli si trovarono nuovamente radunati e Tommaso era con loro. Venne Gesù attraverso la porta chiusa, salutò gli Apostoli con le parole: "Pace a voi!" (Gv 20, 26) e subito dopo si rivolse a Tommaso: "Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!" (Gv 20, 27). E allora Tommaso rispose: "Mio Signore e mio Dio!" (Gv 20, 28).

    Anche il Cenacolo di Gerusalemme fu per gli Apostoli una sorta di "laboratorio della fede". Tuttavia quanto lì avvenne con Tommaso va, in un certo senso, oltre quello che successe nei pressi di Cesarea di Filippo. Nel Cenacolo ci troviamo di fronte ad una dialettica della fede e dell'incredulità più radicale e, allo stesso tempo, di fronte ad una ancor più profonda confessione della verità su Cristo. Non era davvero facile credere che fosse nuovamente vivo Colui che avevano deposto nel sepolcro tre giorni prima.

    Il Maestro divino aveva più volte preannunciato che sarebbe risuscitato dai morti e più volte aveva dato le prove di essere il Signore della vita. E tuttavia l'esperienza della sua morte era stata così forte, che tutti avevano bisogno di un incontro diretto con Lui, per credere nella sua resurrezione: gli Apostoli nel Cenacolo, i discepoli sulla via per Emmaus, le pie donne accanto al sepolcro... Ne aveva bisogno anche Tommaso. Ma quando la sua incredulità si incontrò con l'esperienza diretta della presenza di Cristo, l'Apostolo dubbioso pronunciò quelle parole in cui si esprime il nucleo più intimo della fede: Se è così, se Tu davvero sei vivo pur essendo stato ucciso, vuol dire che sei "il mio Signore e il mio Dio".

    Con la vicenda di Tommaso, il "laboratorio della fede" si è arricchito di un nuovo elemento. La Rivelazione divina, la domanda di Cristo e la risposta dell'uomo si sono completate nell'incontro personale del discepolo col Cristo vivente, con il Risorto. Quell'incontro divenne l'inizio di una nuova relazione tra l'uomo e Cristo, una relazione in cui l'uomo riconosce esistenzialmente che Cristo è Signore e Dio; non soltanto Signore e Dio del mondo e dell'umanità, ma Signore e Dio di questa mia concreta esistenza umana. Un giorno san Paolo scriverà: "Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore: cioè la parola della fede che noi predichiamo. Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo" (Rm 10, 8-9).

    3. Nelle Letture dell'odierna Liturgia troviamo descritti gli elementi di cui si compone quel "laboratorio della fede", dal quale gli Apostoli uscirono come uomini pienamente consapevoli della verità che Dio aveva rivelato in Gesù Cristo, verità che avrebbe modellato la loro vita personale e quella della Chiesa nel corso della storia. L'odierno incontro romano, carissimi giovani, è anch'esso una sorta di "laboratorio della fede" per voi, discepoli di oggi, per i confessori di Cristo alla soglia del terzo millennio.

    Ognuno di voi può ritrovare in se stesso la dialettica di domande e risposte che abbiamo sopra rilevato. Ognuno può vagliare le proprie difficoltà a credere e sperimentare anche la tentazione dell'incredulità. Al tempo stesso, però, può anche sperimentare una graduale maturazione nella consapevolezza e nella convinzione della propria adesione di fede. Sempre, infatti, in questo mirabile laboratorio dello spirito umano, il laboratorio appunto della fede, s'incontrano tra loro Dio e l'uomo. Sempre il Cristo risorto entra nel cenacolo della nostra vita e permette a ciascuno di sperimentare la sua presenza e di confessare: Tu, o Cristo, sei "il mio Signore e il mio Dio".

    Cristo disse a Tommaso: "Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno" (Gv 20, 29). Ogni essere umano ha dentro di sé qualcosa dell'apostolo Tommaso. E' tentato dall'incredulità e pone le domande di fondo: E' vero che c'è Dio? E' vero che il mondo è stato creato da Lui? E' vero che il Figlio di Dio si è fatto uomo, è morto ed è risorto? La risposta si impone insieme con l'esperienza che la persona fa della Sua presenza. Occorre aprire gli occhi e il cuore alla luce dello Spirito Santo. Allora parleranno a ciascuno le ferite aperte di Cristo risorto: "Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che pur non avendo visto crederanno".

    4. Carissimi amici, anche oggi credere in Gesù, seguire Gesù sulle orme di Pietro, di Tommaso, dei primi apostoli e testimoni, comporta una presa di posizione per Lui e non di rado quasi un nuovo martirio: il martirio di chi, oggi come ieri, è chiamato ad andare contro corrente per seguire il Maestro divino, per seguire "l'Agnello dovunque va" (Ap 14,4). Non per caso, carissimi giovani, ho voluto che durante l'Anno Santo fossero ricordati presso il Colosseo i testimoni della fede del ventesimo secolo.

    Forse a voi non verrà chiesto il sangue, ma la fedeltà a Cristo certamente sì! Una fedeltà da vivere nelle situazioni di ogni giorno: penso ai fidanzati ed alla difficoltà di vivere, entro il mondo di oggi, la purezza nell'attesa del matrimonio. Penso alle giovani coppie e alle prove a cui è esposto il loro impegno di reciproca fedeltà. Penso ai rapporti tra amici e alla tentazione della slealtà che può insinuarsi tra loro.

    Penso anche a chi ha intrapreso un cammino di speciale consacrazione ed alla fatica che deve a volte affrontare per perseverare nella dedizione a Dio e ai fratelli. Penso ancora a chi vuol vivere rapporti di solidarietà e di amore in un mondo dove sembra valere soltanto la logica del profitto e dell'interesse personale o di gruppo.

    Penso altresì a chi opera per la pace e vede nascere e svilupparsi in varie parti del mondo nuovi focolai di guerra; penso a chi opera per la libertà dell'uomo e lo vede ancora schiavo di se stesso e degli altri; penso a chi lotta per far amare e rispettare la vita umana e deve assistere a frequenti attentati contro di essa, contro il rispetto ad essa dovuto.

    5. Cari giovani, è difficile credere in un mondo così? Nel Duemila è difficile credere? Sì! E' difficile. Non è il caso di nasconderlo. E' difficile, ma con l'aiuto della grazia è possibile, come Gesù spiegò a Pietro: "Né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli" (Mt 16,17).

    Questa sera vi consegnerò il Vangelo. E' il dono che il Papa vi lascia in questa veglia indimenticabile. La parola contenuta in esso è la parola di Gesù. Se l'ascolterete nel silenzio, nella preghiera, facendovi aiutare a comprenderla per la vostra vita dal consiglio saggio dei vostri sacerdoti ed educatori, allora incontrerete Cristo e lo seguirete, impegnando giorno dopo giorno la vita per Lui!

    In realtà, è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. E' Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna.

    Carissimi giovani, in questi nobili compiti non siete soli. Con voi ci sono le vostre famiglie, ci sono le vostre comunità, ci sono i vostri sacerdoti ed educatori, ci sono tanti di voi che nel nascondimento non si stancano di amare Cristo e di credere in Lui. Nella lotta contro il peccato non siete soli: tanti come voi lottano e con la grazia del Signore vincono!

    6. Cari amici, vedo in voi le "sentinelle del mattino" (cfr Is 21,11-12) in quest'alba del terzo millennio. Nel corso del secolo che muore, giovani come voi venivano convocati in adunate oceaniche per imparare ad odiare, venivano mandati a combattere gli uni contro gli altri. I diversi messianismi secolarizzati, che hanno tentato di sostituire la speranza cristiana, si sono poi rivelati veri e propri inferni. Oggi siete qui convenuti per affermare che nel nuovo secolo voi non vi presterete ad essere strumenti di violenza e distruzione; difenderete la pace, pagando anche di persona se necessario. Voi non vi rassegnerete ad un mondo in cui altri esseri umani muoiono di fame, restano analfabeti, mancano di lavoro. Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno, vi sforzerete con ogni vostra energia di rendere questa terra sempre più abitabile per tutti.

    Cari giovani del secolo che inizia, dicendo «sì» a Cristo, voi dite «sì» ad ogni vostro più nobile ideale. Io prego perché Egli regni nei vostri cuori e nell'umanità del nuovo secolo e millennio. Non abbiate paura di affidarvi a Lui. Egli vi guiderà, vi darà la forza di seguirlo ogni giorno e in ogni situazione.

    Maria Santissima, la Vergine che ha detto «sì» a Dio durante tutta la sua vita, i Santi Apostoli Pietro e Paolo e tutti i Santi e le Sante che hanno segnato attraverso i secoli il cammino della Chiesa, vi conservino sempre in questo santo proposito!

    A tutti ed a ciascuno offro con affetto la mia Benedizione.

    Alla fine del suo discorso ai giovani, Giovanni Paolo II ha così proseguito:

    Voglio concludere questo mio discorso, questo mio messaggio, dicendovi che ho aspettato tanto di potervi incontrare, vedere, prima nella notte e poi nel giorno. Vi ringrazio per questo dialogo, scandito con grida ed applausi. Grazie per questo dialogo. In virtù della vostra iniziativa, della vostra intelligenza, non è stato un monologo, è stato un vero dialogo.

    Al termine della celebrazione il Papa ha salutato i giovani con queste parole:

    C’è un proverbio polacco che dice: "Kto z kim przestaje, takim si? staje". Vuol dire: se vivi con i giovani, dovrai diventare anche tu giovane. Così ritorno ringiovanito. E saluto ancora una volta tutti voi, specialmente quelli che sono più indietro, in ombra, e non vedono niente. Ma se non hanno potuto vedere, certamente hanno potuto sentire questo "chiasso". Questo "chiasso" ha colpito Roma e Roma non lo dimenticherà mai!

    G.P.II: Ho aspettato tanto
    Alla fine del suo discorso ai giovani, Giovanni Paolo II ha così proseguito:

    Voglio concludere questo mio discorso, questo mio messaggio, dicendovi che ho aspettato tanto di potervi incontrare, vedere, prima nella notte e poi nel giorno. Vi ringrazio per questo dialogo, scandito con grida ed applausi. Grazie per questo dialogo. In virtù della vostra iniziativa, della vostra intelligenza, non è stato un monologo, è stato un vero dialogo.

    Al termine della celebrazione il Papa ha salutato i giovani con queste parole:

    C’è un proverbio polacco che dice: "Kto z kim przestaje, takim si? staje". Vuol dire: se vivi con i giovani, dovrai diventare anche tu giovane. Così ritorno ringiovanito. E saluto ancora una volta tutti voi, specialmente quelli che sono più indietro, in ombra, e non vedono niente. Ma se non hanno potuto vedere, certamente hanno potuto sentire questo "chiasso". Questo "chiasso" ha colpito Roma e Roma non lo dimenticherà mai!

    G.P.II: Preghiera per i giovani nel mondo.

    Dio, nostro Padre, Ti affidiamo i giovani e le giovani del mondo, con i loro problemi, aspirazioni e speranze. Ferma su di loro il tuo sguardo d'amore e rendili operatori di pace e costruttori della civiltà dell'amore. Chiamali a seguire Gesù, tuo Figlio. Fa' loro comprendere che vale la pena di donare interamente la vita per Te e per l'umanità. Concedi generosità e prontezza nella risposta. Accogli, Signore, la nostra lode e la nostra preghiera anche per i giovani che, sull'esempio di Maria, Madre della Chiesa, hanno creduto alla tua parola e si stanno preparando ai sacri Ordini, alla professione dei consigli evangelici, all'impegno missionario. Aiutali a comprendere che la chiamata che Tu hai dato loro è sempre attuale e urgente. Amen!

    G.P.II: Le sentinelle del mattino
    Cari amici, vedo in voi le "sentinelle del mattino" (cfr Is 21,11-12) in quest'alba del terzo millennio. Nel corso del secolo che muore, giovani come voi venivano convocati in adunate oceaniche per imparare ad odiare, venivano mandati a combattere gli uni contro gli altri. I diversi messianismi secolarizzati, che hanno tentato di sostituire la speranza cristiana, si sono poi rivelati veri e propri inferni. Oggi siete qui convenuti per affermare che nel nuovo secolo voi non vi presterete ad essere strumenti di violenza e distruzione; difenderete la pace, pagando anche di persona se necessario. Voi non vi rassegnerete ad un mondo in cui altri esseri umani muoiono di fame, restano analfabeti, mancano di lavoro. Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno, vi sforzerete con ogni vostra energia di rendere questa terra sempre più abitabile per tutti.

    Cari giovani del secolo che inizia, dicendo «sì» a Cristo, voi dite «sì» ad ogni vostro più nobile ideale. Io prego perché Egli regni nei vostri cuori e nell'umanità del nuovo secolo e millennio. Non abbiate paura di affidarvi a Lui. Egli vi guiderà, vi darà la forza di seguirlo ogni giorno e in ogni situazione.

    Maria Santissima, la Vergine che ha detto «sì» a Dio durante tutta la sua vita, i Santi Apostoli Pietro e Paolo e tutti i Santi e le Sante che hanno segnato attraverso i secoli il cammino della Chiesa, vi conservino sempre in questo santo proposito!

    G.P.II: Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo

    Spalancate le porte a Cristo.
    Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la Sua potestà! Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l'uomo e l'umanità intera! Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo! Alla Sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l'uomo. Solo Lui lo sa! Oggi così spesso l'uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete a Cristo di parlare all'uomo. Solo Lui ha parole di vita, sì! di vita eterna.

    G.P.II: Preghiere per i giovani alla Madonna Nera

    Preghiera con i Giovani.
    Madonna Nera della «Chiara Montagna», volgi il tuo sguardo materno ai giovani di tutto il mondo, a chi già crede nel tuo Figlio e a chi non l'ha ancora incontrato sul suo cammino. Ascolta, o Maria, le loro aspirazioni, chiarisci i loro dubbi, da' vigore ai loro propositi, fa' che vivano in se stessi i sentimenti di un vero «spirito da figli», per contribuire efficacemente all'edificazione di un mondo più giusto. Tu vedi la loro disponibilità, tu conosci il loro cuore. Tu sei Madre di tutti! In questa collina di luce, dove forte è l'invito alla fede e alla conversione del cuore, Maria vi accoglie con Materna premura. Madonna «dal dolce volto», ella distende da questo antico Santuario il suo sguardo vigile e provvidente su tutti i popoli del mondo, desideroso di pace. Di questo mondo voi, giovani, siete l'avvenire e la speranza. Proprio per questo Cristo ha bisogno di voi: per far giungere in ogni angolo della terra il Vangelo della salvezza. Siate disposti e pronti a compiere tale missione con vero «spirito di figli». Siate gli apostoli, siate i messaggeri generosi della soprannaturale speranza che dà nuovo slancio al cammino dell'uomo
    G.P.II: Il senso della vita
    G.P.II
    Pensieri per la gioventù.
    Certamente è un periodo della vita, in cui ciascuno di noi scopre molto. Era ancora un'età tranquilla, ma già si avvicinava un grande cataclisma europeo. Ora tutto questo appartiene alla storia del nostro secolo. E questa storia io l'ho vissuta negli anni giovanili. Tanti miei amici hanno perso la vita, nelle guerre, nella II guerra mondiale, in diversi fronti, hanno dato, donato la vita, in campi di concentramento... Ho imparato attraverso queste sofferenze a vedere la realtà del mondo in modo più profondo. Si è dovuto cercare più profondamente una luce. In queste tenebre c'era la luce. La luce era il Vangelo, la luce era Cristo. Io vorrei augurarvi di trovare questa luce con cui si può camminare.

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