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    Preghiere Messaggi

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    Rito ambrosiano

    Da Evangelizo.org:

    Lu 15 Apr : Atti degli Apostoli 8,5-8.
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    Filippo, sceso in una città della Samaria, cominciò a predicare loro il Cristo. E le folle prestavano ascolto unanimi alle parole di Filippo sentendolo parlare e vedendo i miracoli che egli compiva. Da molti indemoniati uscivano spiriti immondi, emettendo alte grida e molti paralitici e storpi furono risanati. E vi fu grande gioia in quella città.

    Lu 15 Apr : Salmi 78(77),1-7b.
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    Maskil.

    Di Asaf.

    Popolo mio, porgi l'orecchio al mio insegnamento, ascolta le parole della mia bocca. Aprirò la mia bocca in parabole, rievocherò gli arcani dei tempi antichi. Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato, non lo terremo nascosto ai loro figli; diremo alla generazione futura le lodi del Signore, la sua potenza e le meraviglie che egli ha compiuto. Ha stabilito una testimonianza in Giacobbe, ha posto una legge in Israele: ha comandato ai nostri padri di farle conoscere ai loro figli, perché le sappia la generazione futura, i figli che nasceranno.

    Anch'essi sorgeranno a raccontarlo ai loro figli perché ripongano in Dio la loro fiducia e non dimentichino le opere di Dio, ma osservino i suoi comandi.

    Lu 15 Apr : Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 5,19-30.
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    Gesù riprese a parlare e disse: «In verità, in verità vi dico, il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa. Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati. Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole; il Padre infatti non giudica nessuno ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre.

    Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato. In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. In verità, in verità vi dico: è venuto il momento, ed è questo, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che l'avranno ascoltata, vivranno. Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso al Figlio di avere la vita in se stesso; e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell'uomo. Non vi meravigliate di questo, poiché verrà l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna. Io non posso far nulla da me stesso; giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.

    Lu 15 Apr : Beato Maria Eugenio di Gesù Bambino
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    L'obbedienza è una virtù che unisce l'uomo a Dio sottomettendolo alla volontà divina, manifestata da Dio stesso o da suoi rappresentanti.

    Di questa virtù si è potuto dire che è quasi teologale.

    Infatti si collega alla virtù della giustizia che ci fa rendere a Dio quanto gli è dovuto.

    Dio ha diritti superiori su noi che siamo sue creature.

    Sottomettersi al suo buon volere ed eseguire in tutti i dettagli la missione che ci ha affidata sono per noi un dovere impostoci dalla sua assoluta sovranità. Del resto il progetto alla cui attuazione ci chiede di lavorare è infinitamente sapiente.

    deve procurare sia la gloria di Dio che la nostra felicità.

    Non c'è nulla che ragionevole, saggio e sano in tutto quanto Dio esige da noi: il Signore assoluto esercita il suo potere solo per il nostro bene e rispettando la nostra libertà.

    La sapienza dei disegni di Dio, come il suo potere assoluto, sono dunque il fondamento della nostra obbedienza.

    (...) E' per l'obbedienza che l'uomo capta questa luce [pratica che ci indica la volontà di Dio] e la fa entrare nella sua vita.

    L'obbedienza cammina sempre nella luce.

    Impone all'intelligenza la sottomissione solo per farle superare le sue proprie luci, limitate, per farla entrare nella grande luce di Dio.

    Misteriosamente, ma sicuramente, indica all'anima i sentieri che le ha tracciato la Sapienza e la conduce in quelle regioni che la Sapienza le ha fissato come dimora di eternità.

    Da 14 Apr : Atti degli Apostoli 16,22-34.
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    La folla allora insorse contro di loro, mentre i magistrati, fatti strappare loro i vestiti, ordinarono di bastonarli e dopo averli caricati di colpi, li gettarono in prigione e ordinarono al carceriere di far buona guardia. Egli, ricevuto quest'ordine, li gettò nella cella più interna della prigione e strinse i loro piedi nei ceppi. Verso mezzanotte Paolo e Sila, in preghiera, cantavano inni a Dio, mentre i carcerati stavano ad ascoltarli. D'improvviso venne un terremoto così forte che furono scosse le fondamenta della prigione; subito tutte le porte si aprirono e si sciolsero le catene di tutti. Il carceriere si svegliò e vedendo aperte le porte della prigione, tirò fuori la spada per uccidersi, pensando che i prigionieri fossero fuggiti. Ma Paolo gli gridò forte: "Non farti del male, siamo tutti qui". Quegli allora chiese un lume, si precipitò dentro e tremando si gettò ai piedi di Paolo e Sila; poi li condusse fuori e disse: "Signori, cosa devo fare per esser salvato?". Risposero: "Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia". E annunziarono la parola del Signore a lui e a tutti quelli della sua casa. Egli li prese allora in disparte a quella medesima ora della notte, ne lavò le piaghe e subito si fece battezzare con tutti i suoi; poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio.

    Da 14 Apr : Salmi 98(97),1-4.
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    Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto prodigi.

    Gli ha dato vittoria la sua destra e il suo braccio santo. Il Signore ha manifestato la sua salvezza, agli occhi dei popoli ha rivelato la sua giustizia. Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà alla casa di Israele.

    Tutti i confini della terra hanno veduto la salvezza del nostro Dio. Acclami al Signore tutta la terra, gridate, esultate con canti di gioia.

    Da 14 Apr : Lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi 1,24-29.
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    Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa. Di essa sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio presso di voi di realizzare la sua parola, cioè il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi, ai quali Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo ai pagani, cioè Cristo in voi, speranza della gloria. È lui infatti che noi annunziamo, ammonendo e istruendo ogni uomo con ogni sapienza, per rendere ciascuno perfetto in Cristo. Per questo mi affatico e lotto, con la forza che viene da lui e che agisce in me con potenza.

    Da 14 Apr : Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 14,1-11a.
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    «Non sia turbato il vostro cuore.

    Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti.

    Se no, ve l'avrei detto.

    Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita.

    Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre.

    Come puoi dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse.

    Da 14 Apr : Sant'Ilario di Poitiers
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    "Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me" Cosa significa? Bisogna certamente prendere questa parola con l'altra: "Mostraci il Padre".

    Cristo ordina agli apostoli di crederlo per rafforzare la loro fede, che aveva chiesto di vedere il Padre.

    Non era bastato che il Signore dicesse: "Chi ha visto me ha visto il Padre"...

    Il Signore vuole che crediamo in lui, perché la nostra fede non rischi di tremare...

    Crediamo almeno nella testimonianza delle sue opere che il Figlio è Dio in Dio, che è nato da Dio e che il Padre e il Figlio sono uno: l'uno è nell'altro per la potenza della loro natura divina e l'uno non esiste senza l'altro.

    E il Padre non rinuncia a nulla di quanto possiede per il fatto che è nel Figlio, mentre questi riceve dal Padre tutto ciò per cui è Figlio. Essere reciprocamente l'uno nell'altro, possedere l'unità perfetta di natura sostanziale, che il Figlio unico ed eterno sia inseparabile dalla vera natura del Padre: tale maniera di essere non appartiene assolutamente a ciò che ha natura materiale.

    No, si tratta di un carattere proprio di Dio, il Figlio unigenito..., uno stato di fatto che una persona abita nell'altra e la fa esistere.

    Poiché ciascuno dei due esiste per il fatto che non è senza l'altro, infatti la natura dell'essere che esiste è la stessa, sia che si tratti di colui che genera sia di colui che è generato. Questo è il significato dei testi: "Io e il Padre siamo uno" (Gv 10,30), "Chi ha visto me ha visto il Padre", "Io sono nel Padre e il Padre è in me".

    Il Figlio non è diverso né inferiore al Padre...; il Figlio di Dio, nascendo in Dio, manifesta in lui la natura di Dio che lo genera.

    Sa 13 Apr : Atti degli Apostoli 5,12-16.
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    Molti miracoli e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli.

    Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; degli altri, nessuno osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava. Intanto andava aumentando il numero degli uomini e delle donne che credevano nel Signore fino al punto che portavano gli ammalati nelle piazze, ponendoli su lettucci e giacigli, perché, quando Pietro passava, anche solo la sua ombra coprisse qualcuno di loro. Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti immondi e tutti venivano guariti.

    Sa 13 Apr : Salmi 48(47),2-3.9-11c.12ab.15ab.
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    Grande è il Signore e degno di ogni lode nella città del nostro Dio. Il suo monte santo, altura stupenda, è la gioia di tutta la terra.

    Il monte Sion, dimora divina, è la città del grande Sovrano. Come avevamo udito, così abbiamo visto nella città del Signore degli eserciti, nella città del nostro Dio; Dio l'ha fondata per sempre. Ricordiamo, Dio, la tua misericordia dentro il tuo tempio. Come il tuo nome, o Dio, così la tua lode si estende sino ai confini della terra; è piena di giustizia la tua destra. Gioisca il monte di Sion, esultino le città di Giuda a motivo dei tuoi giudizi. Gioisca il monte di Sion, esultino le città di Giuda a motivo dei tuoi giudizi. Questo è il Signore, nostro Dio in eterno, sempre: egli è colui che ci guida.

    Sa 13 Apr : Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinti 12,12-20.
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    Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito. Ora il corpo non risulta di un membro solo, ma di molte membra. Se il piede dicesse: "Poiché io non sono mano, non appartengo al corpo", non per questo non farebbe più parte del corpo. E se l'orecchio dicesse: "Poiché io non sono occhio, non appartengo al corpo", non per questo non farebbe più parte del corpo. Se il corpo fosse tutto occhio, dove sarebbe l'udito? Se fosse tutto udito, dove l'odorato? Ora, invece, Dio ha disposto le membra in modo distinto nel corpo, come egli ha voluto. Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo? Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo.

    Sa 13 Apr : Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 3,31-36.
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    Chi viene dall'alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra.

    Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza; chi però ne accetta la testimonianza, certifica che Dio è veritiero. Infatti colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio e dà lo Spirito senza misura. Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio incombe su di lui».

    Sa 13 Apr : Sant'Agostino
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    Dio mio, luce dei ciechi e virtù dei deboli, e anche luce dei veggenti e virtù dei forti; volgi la tua attenzione sulla mia anima e ascolta chi grida dal profondo (Sal 130, 1).

    Se non fossero presenti anche nell'abisso le tue orecchie, dove ci volgeremmo? A chi grideremmo? "Tuo è il giorno e tua la notte" (Sal 74, 16), al tuo cenno volano gli istanti.

    Concedimene un tratto per le mie meditazioni sui segreti della tua legge, non chiuderla a chi bussa (Mt 7, 7).

    Non senza uno scopo, certo, facesti scrivere tante pagine di fitto mistero.

    Né mancano le belle foreste, a cui le cerve (Sal 29, 9) vanno a rifugiarsi e si ristorano, vi spaziano e pascolano, vi si adagiano e ruminano.

    O Signore, compi la tua opera in me, rivelandomele.

    Ecco, la tua voce è la mia gioia, la tua voce una delizia superiore a tutte le altre.

    Dammi ciò che amo.

    Perché io amo, e tu mi hai dato di amare.

    Non abbandonare i tuoi doni, non trascurare la tua erba assetata.

    Possa io proclamare quanto scoprirò nei tuoi libri.

    Che io faccia "risuonare voci di lode" (Sal 26, 7), abbeverarmi alla tua parola, contemplare le meraviglie della tua legge (Sal 119, 18) fin dall'inizio, quando creasti il cielo e la terra, e fino al regno eterno con te nella tua santa città.


    Rito romano

    Da Evangelizo.org:

    Lu 15 Apr : Atti degli Apostoli 6,8-15.
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    In quei giorni, Stefano, pieno di grazia e di potere, faceva grandi prodigi e miracoli tra il popolo. Sorsero allora alcuni della sinagoga detta dei "liberti" comprendente anche i Cirenèi, gli Alessandrini e altri della Cilicia e dell'Asia, a disputare con Stefano, ma non riuscivano a resistere alla sapienza ispirata con cui egli parlava. Perciò sobillarono alcuni che dissero: "Lo abbiamo udito pronunziare espressioni blasfeme contro Mosè e contro Dio". E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo trascinarono davanti al sinedrio. Presentarono quindi dei falsi testimoni, che dissero: "Costui non cessa di proferire parole contro questo luogo sacro e contro la legge. Lo abbiamo udito dichiarare che Gesù il Nazareno distruggerà questo luogo e sovvertirà i costumi tramandatici da Mosè". E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo.

    Lu 15 Apr : Salmi 119(118),23-24.26-27.29-30.
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    Siedono i potenti, mi calunniano, ma il tuo servo medita i tuoi decreti. Anche i tuoi ordini sono la mia gioia, miei consiglieri i tuoi precetti. Ti ho manifestato le mie vie e mi hai risposto; insegnami i tuoi voleri. Fammi conoscere la via dei tuoi precetti e mediterò i tuoi prodigi. Tieni lontana da me la via della menzogna, fammi dono della tua legge. Ho scelto la via della giustizia, mi sono proposto i tuoi giudizi.

    Lu 15 Apr : Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 6,22-29.
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    Il giorno dopo, la folla, rimasta dall'altra parte del mare, notò che c'era una barca sola e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma soltanto i suoi discepoli erano partiti. Altre barche erano giunte nel frattempo da Tiberìade, presso il luogo dove avevano mangiato il pane dopo che il Signore aveva reso grazie. Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafarnao alla ricerca di Gesù. Trovatolo di là dal mare, gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». Gesù rispose: «In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell'uomo vi darà.

    Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?». Gesù rispose: «Questa è l'opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato».

    Lu 15 Apr : San Giovanni Crisostomo
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    Gli ebrei mangiavano la Pasqua in piedi, i sandali ai piedi, il bastone in mano, in fretta (Es 12,11).

    Ben più a ragione devi star sveglio tu! Quelli si preparavano a partire per la Terra Promessa e si comportavano perciò come viaggiatori; tu sei in marcia verso il cielo.

    Ecco perché bisogna che restiamo sempre in guardia...

    I nemici di Cristo hanno colpito il suo santissimo corpo senza sapere ciò che facevano (Lc 23,24); e tu saresti capace di accoglierlo con anima impura dopo tanti benefici! Poiché non gli è bastato farsi uomo, essere flagellato e messo a morte: nel suo amore ha voluto anche unirsi a noi, identificarsi con noi, non per fede soltanto, ma realmente con la partecipazione del proprio corpo... Considera quale grande onore ricevi e a quale tavola sei l'invitato.

    Colui che gli angeli vedono solo con tremore, colui che non osano guardare senza timore a causa dello splendore della gloria che rifulge dal suo volto, diviene nostro cibo e noi diventiamo con lui un solo corpo e una sola carne.

    “ Chi può narrare i prodigi del Signore, far risuonare tutta la sua lode?” (Sal 106,2).

    Quale pastore ha mai nutrito le sue pecore con la propria carne?...

    Succede spesso che delle madri affidino i propri figli a delle nutrici.

    Cristo non agisce così: ci nutre col suo sangue, ci fa diventare un solo corpo con lui.

    Da 14 Apr : Atti degli Apostoli 3,13-15.17-19.
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    In quei giorni, Pietro disse al popolo: « Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino e avete ucciso l'autore della vita.

    Ma Dio l'ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni. Ora, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, così come i vostri capi; Dio però ha adempiuto così ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo sarebbe morto. Pentitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati ».

    Da 14 Apr : Salmi 4,2.4.6.7.9.
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    Quando ti invoco, rispondimi, Dio, mia giustizia: dalle angosce mi hai liberato; pietà di me, ascolta la mia preghiera. Sappiate che il Signore fa prodigi per il suo fedele: il Signore mi ascolta quando lo invoco. Offrite sacrifici di giustizia e confidate nel Signore. Molti dicono: "Chi ci farà vedere il bene?".

    Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto. In pace mi corico e subito mi addormento: tu solo, Signore, al sicuro mi fai riposare.

    Da 14 Apr : Prima lettera di san Giovanni apostolo 2,1-5a.
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    Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto. Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo. Da questo sappiamo d'averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: "Lo conosco" e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui; ma chi osserva la sua parola, in lui l'amore di Dio è veramente perfetto.

    Da questo conosciamo di essere in lui.

    Da 14 Apr : Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 24,35-48.
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    In quel tempo, di ritorno da Emmaus, i due discepoli riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse: «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni.

    Da 14 Apr : San Pietro Crisologo
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    Dopo la risurrezione, poiché il Signore era entrato a porte chiuse (Gv 20,19), i discepoli non credevano che egli avesse ripreso un corpo reale, ma supponevano che solo la sua anima fosse tornata sotto un'apparenza corporea, come le immagini che si presentano nei sogni durante il sonno.

    «Essi credevano di vedere un fantasma»... «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi».

    Guardate, cioè: state attenti.

    Perché? Perché non è un sogno che vedete.

    Guardate le mie mani e i miei piedi, poiché, coi vostri poveri occhi, non potete ancora guardare il mio volto.

    Guardate le ferite della mia carne, poiché non vedete ancora le opere di Dio.

    Contemplate i segni lasciati dai miei nemici, poiché non percepite ancora le rivelazioni di Dio.

    Toccatemi, affinché le vostre mani vi diano la prova, poiché i vostri occhi sono ciechi fino a questo punto...

    Scoprite i fori delle mani, «frugate» nel costato, riaprite le ferite, poiché non posso rifiutare ai discepoli in vista della fede ciò che non ho rifiutato ai nemici per il supplizio.

    Toccate, toccate..., cercate fino alle ossa, per accertarvi della realtà della carne, e che le ferite ancora aperte confermino che sono io... Perché non credete che sono risorto, proprio io che ho ridato la vita a molti defunti sotto i vostri occhi? ...

    Quando ero appeso sulla croce, mi insultavano dicendo: «Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso.

    Scenda ora dalla croce e gli crederemo» (Mt 27,42).

    Cos'è più difficile, scendere dalla croce strappando i chiodi o risalire dagli inferi schiacciando la morte sotto i piedi? Ecco che ho salvato me stesso e, spezzando le catene dell'inferno, sono risalito al mondo di lassù.

    Sa 13 Apr : Atti degli Apostoli 6,1-7.
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    In quei giorni, mentre aumentava il numero dei discepoli, sorse un malcontento fra gli ellenisti verso gli Ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana. Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: "Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense. Cercate dunque, fratelli, tra di voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza, ai quali affideremo quest'incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola". Piacque questa proposta a tutto il gruppo ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timòne, Parmenàs e Nicola, un proselito di Antiochia. Li presentarono quindi agli apostoli i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani. Intanto la parola di Dio si diffondeva e si moltiplicava grandemente il numero dei discepoli a Gerusalemme; anche un gran numero di sacerdoti aderiva alla fede.

    Sa 13 Apr : Salmi 33(32),1-2.4-5.18-19.
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    Esultate, giusti, nel Signore; ai retti si addice la lode. Lodate il Signore con la cetra, con l'arpa a dieci corde a lui cantate. Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera. Egli ama il diritto e la giustizia, della sua grazia è piena la terra. Ecco, l'occhio del Signore veglia su chi lo teme, su chi spera nella sua grazia, per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame.

    Sa 13 Apr : Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 6,16-21.
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    Venuta la sera, i suoi discepoli scesero al mare e, saliti in una barca, si avviarono verso l'altra riva in direzione di Cafarnao.

    Era ormai buio, e Gesù non era ancora venuto da loro. Il mare era agitato, perché soffiava un forte vento. Dopo aver remato circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Sono io, non temete». Allora vollero prenderlo sulla barca e rapidamente la barca toccò la riva alla quale erano diretti.

    Sa 13 Apr : San Pietro Crisologo
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    Cristo sale su una barca: non è forse stato lui ad aver messo in secca il letto del mare, dopo aver respinto le sue acque, affinché Israele camminasse sull'asciutto in mezzo al mare, come in una valle (Es 14, 29)? Non è forse stato lui a consolidare sotto i piedi di Pietro le onde del mare, affinché l'acqua fosse sotto i suoi passi un cammino saldo e sicuro (Mt 14, 29)? Sale sulla barca.

    Per attraversare il mare di questo mondo fino alla fine dei tempi, Cristo sale sulla barca della sua Chiesa per condurre in una traversata tranquilla quanti credono in lui, fino alla patria del cielo, e fare di coloro con i quali è in comunione nella sua umanità i cittadini del suo Regno.

    Cristo, certo, non ha bisogno della barca; invece la barca ha bisogno di Cristo.

    Infatti, senza questo pilota celeste, la barca della Chiesa, agitata dalle onde, non giungerebbe mai al porto.


    Santa Marta

    Omelie di Papa Francesco da Santa Marta, via 'cosa resta del giorno':

    Lo Spirito Santo ci ricorda l’accesso al Padre (17 maggio 2020)

    Discorsi e omelie di Papa Francesco

    Regina Caeli, 14 Apr 2024
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    Cari fratelli e sorelle, buongiorno, buona domenica!

    Oggi il Vangelo ci riporta alla sera di Pasqua.

    Gli apostoli sono riuniti nel cenacolo, quando da Emmaus tornano i due discepoli e raccontano il loro incontro con Gesù.

    E mentre esprimono la gioia della loro esperienza, il Risorto appare a tutta la comunità.

    Gesù arriva proprio mentre stanno condividendo il racconto dell’incontro con Lui.

    Questo mi fa pensare che è bello condividere, è importante condividere la fede.

    Questo racconto ci fa pensare all’importanza di condividere la fede in Gesù risorto.

    Ogni giorno siamo bombardati da mille messaggi.

    Parecchi sono superficiali e inutili, altri rivelano una curiosità indiscreta o, peggio ancora, nascono da pettegolezzi e malignità.

    Sono notizie che non servono a nulla, anzi fanno male.

    Ma ci sono anche notizie belle, positive e costruttive, e tutti sappiamo quanto fa bene sentirsi dire cose buone, e come stiamo meglio quando ciò accade.

    Ed è bello pure condividere le realtà che, nel bene e nel male, hanno toccato la nostra vita, così da aiutare gli altri.

    Eppure c’è una cosa di cui spesso facciamo fatica a parlare.

    Facciamo fatica a parlare di che? Della più bella che abbiamo da raccontare: il nostro incontro con Gesù.

    Ognuno di noi ha incontrato il Signore e facciamo fatica a parlarne.

    Ciascuno di noi potrebbe dire tanto in proposito: vedere come il Signore ci ha toccato, e questo condividerlo, non facendo da maestro agli altri, ma condividendo i momenti unici in cui ha percepito il Signore vivo, vicino, che accendeva nel cuore la gioia o asciugava le lacrime, che trasmetteva fiducia e consolazione, forza ed entusiasmo, oppure perdono, tenerezza.

    Questi incontri, che ognuno di noi ha avuto con Gesù, condividerli e trasmetterli.

    È importante fare questo in famiglia, nella comunità, con gli amici.

    Così come fa bene parlare delle ispirazioni buone che ci hanno orientato nella vita, dei pensieri e dei sentimenti buoni che ci aiutano tanto ad andare avanti, anche degli sforzi e delle fatiche che facciamo per capire e per progredire nella vita di fede, magari pure per pentirci e tornare sui nostri passi.

    Se lo facciamo, Gesù, proprio come è successo ai discepoli di Emmaus la sera di Pasqua, ci sorprenderà e renderà ancora più belli i nostri incontri e i nostri ambienti.

    Proviamo allora a ricordare, adesso, un momento forte della nostra vita, un incontro decisivo con Gesù.

    Ognuno lo ha avuto, ognuno di noi ha avuto un incontro con il Signore.

    Facciamo un piccolo silenzio e pensiamo: quando io ho trovato il Signore? Quando il Signore si è fatto vicino a me? Pensiamo in silenzio.

    E questo incontro con il Signore, l’ho condiviso per dare gloria proprio al Signore? E anche, ho ascoltato gli altri, quando mi dicono di questo incontro con Gesù?

    La Madonna ci aiuti a condividere la fede per rendere le nostre comunità sempre di più luoghi di incontro con il Signore.

    _______________________

    Dopo il Regina Caeli

    Cari fratelli e sorelle!

    Seguo nella preghiera e con preoccupazione, anche dolore, le notizie giunte nelle ultime ore sull’aggravamento della situazione in Israele a causa dell’intervento da parte dell’Iran.

    Faccio un accorato appello affinché si fermi ogni azione che possa alimentare una spirale di violenza col rischio di trascinare il Medio oriente in un conflitto bellico ancora più grande.

    Nessuno deve minacciare l’esistenza altrui.

    Tutte le nazioni si schierino invece da parte della pace, e aiutino gli israeliani e i palestinesi a vivere in due Stati, fianco a fianco, in sicurezza.

    È un loro profondo e lecito desiderio, ed è un loro diritto! Due Stati vicini.

    Si giunga presto ad un cessate il fuoco a Gaza e si percorrano le vie del negoziato, con determinazione.

    Si aiuti quella popolazione, precipitata in una catastrofe umanitaria, si liberino subito gli ostaggi rapiti mesi fa! Quanta sofferenza! Preghiamo per la pace.

    Basta con la guerra, basta con gli attacchi, basta con la violenza! Sì al dialogo e sì alla pace!

    Oggi in Italia si celebra la centesima Giornata nazionale per l’Università Cattolica del Sacro Cuore, sul tema «Domanda di futuro.

    I giovani tra disincanto e desiderio».

    Incoraggio questo grande Ateneo a proseguire il suo importante servizio formativo, nella fedeltà alla sua missione e attento alle odierne istanze giovanili e sociali.

    Di cuore rivolgo il mio benvenuto a tutti voi, romani e pellegrini venuti dall’Italia e da tanti Paesi.

    Saluto in particolare i fedeli di Los Angeles, Houston, Nutley e Riverside negli Stati Uniti d’America; come pure i polacchi, specialmente - quante bandiere polacche! - quelli di Bodzanów e i giovani volontari dell’Equipe di Aiuto alla Chiesa dell’Est.

    Accolgo e incoraggio i responsabili delle Comunità di Sant’Egidio di alcuni Paesi latinoamericani.

    Saluto i volontari delle ACLI impegnati nei patronati in tutta Italia; i gruppi di Trani, Arzachena, Montelibretti; i ragazzi della professione di fede della parrocchia Santi Silvestro e Martino in Milano; i cresimandi di Pannarano; e il gruppo giovani “Arte e Fede” delle Suore Dorotee.

    Saluto con affetto i bambini di varie parti del mondo, venuti a ricordare che il 25-26 maggio la Chiesa vivrà la prima Giornata Mondiale dei Bambini.

    Grazie! Invito tutti ad accompagnare con la preghiera il cammino verso questo evento – la Prima Giornata dei Bambini – e ringrazio quanti stanno lavorando per prepararlo.

    E a voi, bambine e bambini, dico: vi aspetto! Tutti voi! Abbiamo bisogno della vostra gioia e del vostro desiderio di un mondo migliore, un mondo in pace.

    Preghiamo, fratelli e sorelle, per i bambini che soffrono per le guerre – sono tanti! – in Ucraina, in Palestina, in Israele, in altre parti del mondo, nel Myanmar.

    Preghiamo per loro e per la pace.

    Auguro a tutti una buona domenica.

    Per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

    Saluto i ragazzi dell’Immacolata.

    Buon pranzo e arrivederci!

    Ai membri del Consiglio Nazionale del Movimento Adulti Scout Cattolici Italiani (MASCI) (13 Apr 2024)
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    Cari fratelli e sorelle, benvenuti!

    Sono molto contento di incontrarvi nel vostro settantesimo anniversario di fondazione.

    Il 20 giugno 1954, infatti, grazie all’opera di Mario Mazza e Padre Ruggi d’Aragona, nasceva ufficialmente a Roma il Movimento Adulti Scout Cattolici Italiani.

    Già da circa un decennio esisteva l’associazione dei Cavalieri di San Giorgio, che si era data per scopo di testimoniare nella vita i contenuti della Legge e della Promessa scout.

    Essa però ora si definiva più precisamente, focalizzandosi su valori di cui ancora oggi voi siete eredi, custodi e promotori: la comunità, l’educazione, il servizio e la cura della casa comune.

    Mi piace il titolo che avete scelto: “Più vita alla vita”, perché la vita ci porta pienezza, dobbiamo lavorare per la pienezza.

    Lo avete voluto incarnare in alcuni progetti-simbolo da realizzare: donare una culla termica al Centro di Primo Soccorso e Accoglienza di Lampedusa; costruire una falegnameria nautica in Zambia; e piantare un bosco ad Argenta, in Romagna.

    Queste iniziative toccano valori importanti e per questo vorrei fermarmi un momento con voi a riflettervi.

    Primo: la culla, che ci ricorda l’amore per la vita che nasce.

    Viviamo in un tempo di drammatica denatalità.

    L’età media degli italiani è 46 anni, l’età media degli albanesi è 23: questo ci fa capire.

    Una drammatica denatalità in cui l’uomo sembra aver smarrito il gusto del generare e del prendersi cura dell’altro, e forse anche il gusto di vivere.

    Una culla simboleggia invece la gioia per un bimbo che viene alla luce, l’impegno perché possa crescere bene, l’attesa e la speranza per ciò che potrà diventare.

    La culla ci parla della famiglia, nido accogliente e sicuro per i piccoli, comunità fondata sulla gratuità dell’amore; ma anche, di riflesso, ci parla di attenzione per la vita in ogni sua fase, specialmente quando il passare degli anni o le asperità del cammino rendono la persona più vulnerabile e bisognosa.

    Ed è significativo, in questo senso, il fatto che il vostro dono sia destinato al Centro di Primo Soccorso e Accoglienza di Lampedusa: ciò sottolinea ulteriormente che l’amore per la vita è sempre aperto e universale, desideroso del bene di tutti, al di là della provenienza o di qualsiasi altra condizione.

    Seconda iniziativa: la falegnameria.

    La falegnameria è un simbolo caro a noi cristiani, perché il Figlio di Dio l’ha scelta come luogo in cui prepararsi alla sua missione di salvezza nel suo villaggio, a Nazaret, lavorando umilmente «con mani d’uomo» (Gaudium et spes, 22).

    In un mondo in cui si parla tanto, forse troppo, di fabbricare armi per fare la guerra – mi diceva un economista che in questo momento l’investimento che dà più reddito è quello della produzione di armi.

    Investire per distruggere, guadagnare con la distruzione – essa ci rimanda alla vocazione fondamentale dell’uomo di trasformare i doni di Dio non in mezzi di morte, ma in strumenti di bene, nell’impegno comune di costruire una società giusta e pacifica, dove a tutti sia data la possibilità di una vita dignitosa.

    La dignità della vita: lavorare per la dignità della vita.

    Infine, terzo progetto: il bosco.

    Esso ci ricorda la nostra responsabilità per la casa comune, che il Creatore ha affidato alle nostre mani.

    Il rispetto, l’amore e il contatto diretto con la natura sono caratteristiche peculiari dello scoutismo, fin dalle sue origini.

    E sono valori di cui abbiamo tanto bisogno oggi, mentre ci scopriamo sempre più impotenti di fronte alle conseguenze di uno sfruttamento irresponsabile e miope del pianeta, prigionieri di stili di vita e comportamenti tanto egoisticamente sordi ad ogni appello di buon senso, quanto tragicamente autodistruttivi; insensibili al grido di una terra ferita, come pure alla voce di tanti fratelli e sorelle ingiustamente emarginati ed esclusi da un’equa distribuzione dei beni.

    A fronte di questo, lo stile sobrio, rispettoso e frugale degli scout è di grande esempio per tutti!

    Avete deciso di piantare i vostri alberi ad Argenta, in memoria di Don Giovanni Minzoni.

    Egli è stato un parroco coraggioso che, in un contesto di violenta e prepotente ostilità, si è battuto, anche attraverso lo scoutismo, per formare i suoi giovani «a una solida vita cristiana e a un conseguente impegno per la trasformazione della società» (S.

    Giovanni Paolo II, Lettera a Mons.

    E.

    Tonini, Arcivescovo di Ravenna, 30 settembre 1983, nel 60° anniversario della morte di Don Minzoni).

    Anche questo è un richiamo importante a quell’ecologia integrale che, partendo dal farsi carico delle emergenze climatiche e ambientali, amplia la propria riflessione considerando, a monte, il «posto specifico che l’essere umano occupa in questo mondo e le sue relazioni con la realtà che lo circonda» (Lett.

    enc.

    Laudato si’, 15).

    Cari amici e care amiche, grazie per quello che siete e che fate! Vi incoraggio a perseverare nel vostro cammino, semel scout semper scout, come dice il vostro motto.

    È bello che continuiate ad essere comunità aperta, attenta, pronta ad accogliere, ascoltare e accompagnare chi il Signore mette sulla vostra strada; comunità profetica nell’annunciare con coraggio il Vangelo e desiderosa di uscire dalla propria cerchia per incontrare gli altri, specialmente chi abita le periferie esistenziali del nostro tempo.

    Vi accompagno con la benedizione e la preghiera.

    E chiedo anche a voi di pregare per me, per favore.

    Grazie!

    Ai Sindaci delle città Patrimonio dell'umanità in Spagna (13 Apr 2024)
    Visita il link

    Cari fratelli e sorelle,

    Sono lieto di potervi ricevere in questa “Città” del Vaticano, che, proprio come quelle che voi rappresentate, conserva una ricca eredità della quale siamo i custodi.

    È una grande responsabilità, ma anche una bella vocazione.

    In tal senso, penso che il nostro interesse per il patrimonio non possa limitarsi all’ambito artistico-culturale, ma debba avere una prospettiva più ampia, accogliendo l’integrità della persona che riceve questa eredità e dei popoli che ce l’hanno trasmessa.

    Le situazioni storiche — con le loro luci e le loro ombre — ci parlano di uomini e donne reali, di sentimenti autentici, che devono essere per noi lezioni di vita, prima che pezzi da museo.

    Sono le sofferenze e gli aneliti delle persone che nel corso del tempo hanno costruito le proprie città, il meticciato di culture e di civiltà che si sono succedute in esse, e naturalmente la loro fede in Dio, ciò che fa battere il loro cuore con passione.

    Chiedo al Signore che, insieme alla bellezza delle vostre città, vi conceda la grazia di trasmettere la fede, la speranza e la carità della vostra gente.

    Che la contemplazione dei diversi monumenti permetta — sia a quanti vi abitano sia a quanti le visitano — di riflettere sulla prudenza e la forza che hanno reso possibile la loro realizzazione.

    Che possano sentirsi interpellati dalla lezione di giustizia e di temperanza che ogni situazione storica racchiude.

    Parleremo così di popoli, di persone, di una storia che non si contempla, ma che si realizza, con un occhio al passato e l’altro al futuro, per avere sempre le mani nel presente che c’interroga ogni giorno.

    Che Dio vi benedica.

    Grazie.

    _____________________________

    L'Osservatore Romano, Anno CLXIV n.

    85, sabato 13 aprile 2024, p.

    11.

    Messaggio del Santo Padre per il Network Alarabiya (12 Apr 2024)
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    Cari amici,

    vi ringrazio per l’opportunità di rivolgervi una parola proprio al termine del Ramadan.

    Una felice coincidenza ricorre quest’anno, con il mese sacro islamico che si conclude pochi giorni dopo la celebrazione della Pasqua, la festa più importante per i cristiani.

    Ma questa lieta ricorrenza, che porta ad alzare gli occhi al cielo e ad adorare il Signore «misericordioso e onnipotente» (Nostra aetate, 3), stride fortemente con la tristezza per il sangue che scorre nelle terre benedette del Medio Oriente.

    Fratelli e sorelle, il nostro padre Abramo alzò gli occhi al cielo per guardare le stelle: la luce della vita, che ci avvolge e ci abbraccia dall’alto, ci chiede di superare la notte dell’odio perché, secondo la volontà del Creatore, siano gli astri a illuminare la terra, e non la terra a bruciare, devastata dalle fiamme di armi che infuocano il cielo!

    Dio è pace e vuole la pace.

    Chi crede in Lui non può che ripudiare la guerra, la quale non risolve, ma aumenta i conflitti.

    La guerra, non mi stanco di ripetere, è sempre e solo una sconfitta: è una via senza meta; non apre prospettive, ma estingue la speranza.

    Sono angosciato per il conflitto in Palestina e Israele: cessi subito il fuoco nella striscia di Gaza, dove è in corso una catastrofe umanitaria; possano arrivare gli aiuti alla popolazione palestinese che soffre tantissimo; si rilascino gli ostaggi rapiti a ottobre! E penso alla martoriata Siria, al Libano, a tutto il Medio Oriente: non lasciamo che divampino le fiamme del rancore, sospinte dai venti funesti della corsa agli armamenti! Non lasciamo che la guerra si allarghi! Arrestiamo l’inerzia del male!

    Ho nella mente le famiglie, i giovani, i lavoratori, gli anziani, i bambini: sono certo che nel loro cuore, nel cuore della gente comune, c’è un grande desiderio di pace.

    E che, di fronte al dilagare della violenza, mentre le lacrime scendono dagli occhi, una parola esce dalla loro bocca: “basta”.

    Basta! – ripeto anch’io – a chi ha la grave responsabilità di governare le nazioni: basta, fermatevi! Per favore, fate cessare il rumore delle armi e pensate ai bambini, a tutti i bambini, come ai vostri stessi figli.

    Guardiamo tutti al futuro con gli occhi dei bambini.

    Loro non si chiedono chi è il nemico da distruggere, ma chi sono gli amici con cui giocare; loro hanno bisogno di case, parchi e scuole, non di tombe e fosse!

    Amici, io credo che i deserti possano fiorire: come in natura, così pure nei cuori delle persone e nelle vite dei popoli.

    Ma dai deserti dell’odio spunteranno germogli di speranza solo se sapremo crescere insieme, l’uno a fianco dell’altro; se sapremo rispettare il credo degli altri; se sapremo riconoscere il diritto di esistere di ogni popolo e il diritto di ogni popolo ad avere uno Stato; se sapremo vivere in pace senza demonizzare nessuno.

    Io credo e spero in questo e con me i cristiani che, tra non poche difficoltà, vivono in Medio Oriente: li abbraccio e li incoraggio, chiedendo che abbiano sempre e ovunque il diritto e la possibilità di professare liberamente la loro fede, che parla di pace e fraternità.

    Vi ringrazio per la vostra attenzione.

    Vi saluto con affetto, assicurandovi che porto il Medio Oriente nel cuore.

    A ciascuno di voi auguro ogni bene e benedizione dall’Altissimo.

    Shukran! [grazie!]

    Dal Vaticano, 12 aprile 2024

     

    FRANCESCO

    Ai membri della Papal Foundation (12 Apr 2024)
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    Eminenze, Eccellenze,
    cari fratelli e sorelle, buongiorno a tutti!

    Sono lieto di salutare tutti voi, Membri, Amministratori e Delegati della Papal Foundation, in occasione del vostro pellegrinaggio annuale a Roma.

    Durante questo tempo pasquale celebriamo la risurrezione del Signore e il suo trionfo sul peccato e sulla morte.

    Infatti, la pietra posta davanti al sepolcro è stata rotolata via e noi siamo invitati ad alzare lo sguardo a Gesù e ad accoglierlo nella nostra vita, a dirgli ancora una volta “sì” (cfr Omelia nella Veglia Pasquale, 30 marzo 2024).

    In questo modo, la perenne presenza di Cristo risorto sarà sempre per noi fonte di una gioia che nessuno potrà toglierci (cfr Gv 16,22).

    Fin dalla sua nascita, la Papal Foundation è stata veicolo di questa gioia pasquale portando la vicinanza, la compassione e la tenerezza dell’amore di Gesù a tanti fratelli e sorelle in tutto il mondo.

    Il vostro sostegno a vari progetti educativi, caritativi e apostolici favorisce lo sviluppo integrale di molti, tra cui poveri, rifugiati, migranti e, attualmente, un numero crescente di persone colpite dalla guerra e dalla violenza.

    Nello stesso tempo, le borse di studio destinate a laici, consacrati, seminaristi e sacerdoti di Paesi in via di sviluppo consentono loro di proseguire gli studi presso le Università Pontificie di Roma e forniscono a quanti le ricevono gli strumenti per testimoniare più efficacemente il Vangelo sia nei loro Paesi d’origine sia altrove.

    Mediante queste diverse e lodevoli iniziative, voi continuate ad aiutare i Successori di Pietro a far crescere numerose Chiese locali e a prendersi cura di tante persone svantaggiate, in risposta alle consegne affidate dal Signore all’Apostolo (cfr Lc 22,32; Gv 21,17).

    Per tutta la vostra generosità, esprimo la mia sentita gratitudine: grazie, grazie tante.

    Come ben sapete, il vostro lavoro trova la sua sorgente e la sua ispirazione nella nostra fede cattolica, che chiede di essere continuamente alimentata dalla partecipazione alla vita della Chiesa, dai Sacramenti e dal tempo trascorso in silenzio alla presenza del Signore nella preghiera e nell’adorazione.

    Non dimenticate di adorare.

    La preghiera dell’adorazione noi l’abbiamo trascurata, dobbiamo riprenderla: adorare, in silenzio.

    A questo proposito, la vostra visita avviene durante l’Anno della Preghiera, mentre la Chiesa si prepara a celebrare il Giubileo del 2025.

    Attraverso la perseveranza nella preghiera, noi diventiamo a poco a poco «un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32) sia con Gesù che con gli altri, e ciò si traduce in solidarietà e condivisione del nostro pane quotidiano (cfr Lettera all’Arcivescovo Rino Fisichella per il Giubileo 2025, 11 febbraio 2022).

    Questo frutto della vita spirituale è importante per il vostro nobile impegno, perché, anche se forse non le incontrerete mai direttamente, i programmi della Papal Fondation promuovono un legame spirituale e fraterno con persone di molte culture, lingue e regioni diverse che ricevono assistenza.

    Il vostro servizio è tanto più necessario nel nostro tempo, segnato dall’individualismo e dall’indifferenza.

    Vi porgo di cuore i migliori auguri per la vostra attività e per il vostro pellegrinaggio a Roma.

    Affido tutti voi e le vostre famiglie all’intercessione di Maria, Madre della Chiesa, e vi do la mia benedizione come pegno di gioia e di forza nel Signore Risorto.

    Per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

    Grazie!

    Ai partecipanti alla plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali (11 Apr 2024)
    Visita il link

    Signori e Signore!

    Con piacere do il benvenuto a tutti voi, membri della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, che venne istituita trent’anni or sono.

    Un pensiero alla Presidente, che è andata a casa perché la mamma è in fin di vita, e facciamo una preghiera per lei e per la mamma.

    Saluto il Cancelliere e il Vice Cancelliere e i collaboratori e li ringrazio per il loro servizio.

    Ho apprezzato la scelta di mettere a tema di questa Assemblea plenaria l’esperienza umana della disabilità, i fattori sociali che la determinano e l’impegno per una cultura della cura e dell’inclusione.

    Infatti, l’Accademia delle Scienze Sociali è chiamata ad affrontare, secondo un modello transdisciplinare, alcune delle sfide attuali più urgenti.

    Penso alla tecnologia e alle sue implicazioni nella ricerca e in ambiti quali la medicina e la transizione ecologica; penso alla comunicazione e allo sviluppo dell’intelligenza artificiale – una versa sfida! –; come pure alla necessità di trovare nuovi modelli economici.

    In tempi recenti la comunità internazionale ha compiuto notevoli passi in avanti nel campo dei diritti delle persone con disabilità.

    Molti Paesi si stanno muovendo in questa direzione.

    In altri, invece, tale riconoscimento è ancora parziale e precario.

    Tuttavia, là dove questo percorso è stato intrapreso, tra luci e ombre vediamo fiorire le persone e i germogli di una società più giusta e più solidale.

    Ascoltando la voce degli uomini e delle donne con disabilità, siamo diventati più consapevoli del fatto che la loro vita è condizionata, oltre che dalle limitazioni funzionali, anche da fattori culturali, giuridici, economici e sociali, i quali possono ostacolarne le attività e la partecipazione sociale.

    A fondamento della trattazione di questo tema sta naturalmente la dignità delle persone con disabilità, con le sue implicazioni antropologiche, filosofiche e teologiche.

    Senza appoggiarsi saldamente su tale base, può accadere che, mentre si afferma il principio della dignità umana, allo stesso tempo si agisca contro di essa.

    La dottrina sociale della Chiesa è molto chiara in proposito: le persone con disabilità «sono soggetti pienamente umani, titolari di diritti e doveri» (Compendio della Dottrina Sociale, n.

    148).

    Ciascun essere umano ha il diritto a una vita dignitosa e a svilupparsi integralmente, «anche se è poco efficiente, anche se è nato o cresciuto con delle limitazioni; infatti ciò non sminuisce la sua immensa dignità come persona umana, che non si fonda sulle circostanze bensì sul valore del suo essere.

    Quando questo principio elementare non è salvaguardato, non c’è futuro né per la fraternità né per la sopravvivenza dell’umanità» (Lett.

    enc.

    Fratelli tutti, 107).

    La vulnerabilità e la fragilità appartengono alla condizione umana e non sono proprie solo delle persone con disabilità.

    Ce lo hanno ricordato alcune di loro nella recente Assemblea sinodale: «La nostra presenza – hanno scritto – può contribuire a trasformare le realtà in cui viviamo, rendendole più umane e più accoglienti.

    Senza vulnerabilità, senza limiti, senza ostacoli da superare, non ci sarebbe vera umanità» (La Chiesa è la nostra casa, 2).

    La sollecitudine della Chiesa per quanti portano una o più disabilità attualizza i tanti incontri di Gesù con queste persone, narrati nei Vangeli.

    Da tali racconti si possono trarre spunti di riflessione sempre attuali.

    In primo luogo, Gesù entra in contatto diretto con quanti vivono la disabilità, perché essa, come ogni forma di infermità, non è da ignorare o da negare.

    Ma Gesù non solo si pone in relazione con essi: Egli cambia anche il senso della loro esperienza; infatti introduce un nuovo sguardo sulla condizione delle persone con disabilità, sia nella società sia davanti a Dio.

    Per Lui infatti ogni condizione umana, anche quella segnata da forti limitazioni, è un invito a tessere un rapporto singolare con Dio che fa rifiorire le persone: pensiamo ad esempio, nel Vangelo, al cieco Bartimeo (cfr Mc 10,46-52).

    Purtroppo, in molte parti del mondo, sono ancora le persone e le famiglie isolate e spinte ai margini della vita sociale a causa della disabilità.

    E questo non solo nei Paesi più poveri, dove vive la maggior parte di esse e dove tale condizione le condanna spesso alla miseria, ma anche in contesti di maggior benessere: qui a volte l’handicap è considerato una “tragedia personale” e i disabili sono «“esiliati occulti” che vengono trattati come corpi estranei della società» (Lett.

    enc.

    Fratelli tutti, 98).

    La cultura dello scarto, in effetti, non ha confini.

    Vi è chi presume di poter stabilire, in base a criteri utilitaristici e funzionali, quando una vita ha valore ed è degna di essere vissuta.

    Questo tipo di mentalità può portare a gravi violazioni dei diritti delle persone più deboli, a forti ingiustizie e disuguaglianze là dove ci si lascia guidare prevalentemente dalla logica del profitto, dell’efficienza o del successo.

    Ma c’è anche, nell’odierna cultura dello scarto, un aspetto meno visibile e molto insidioso che erode il valore della persona con disabilità agli occhi della società e ai suoi stessi occhi: è la tendenza che porta a considerare la propria esistenza un peso per sé e per i propri cari.

    Il diffondersi di questa mentalità trasforma la cultura dello scarto in cultura di morte.

    In fondo, «le persone non sono più sentite come un valore primario da rispettare e tutelare, specie se povere o disabili, “non servono ancora” – come i nascituri –, o “non servono più” – come gli anziani» (ivi, 18).

    Questo è molto importante, i due estremi della vita: i nascituri con disabilità si abortiscono, e agli anziani in fase finale si fa la “dolce morte”, l’eutanasia, un’eutanasia travestita, sempre, ma è eutanasia alla fine.

    Combattere la cultura dello scarto significa promuovere la cultura dell’inclusione – vanno uniti –, creando e rafforzando i legami di appartenenza alla società.

    Gli attori protagonisti di questa azione solidaristica sono coloro che, sentendosi corresponsabili del bene di ciascuno, si adoperano per una maggiore giustizia sociale e per rimuovere le barriere di vario genere che impediscono a tanti di godere dei diritti e delle libertà fondamentali.

    I risultati ottenuti con tali azioni sono maggiormente visibili nei Paesi economicamente più sviluppati.

    In questi Paesi, generalmente, le persone con disabilità hanno diritto a prestazioni sanitarie e sociali, e, sebbene non manchino le difficoltà, sono incluse in molteplici ambiti della vita sociale: da quello educativo a quello culturale, da quello lavorativo a quello sportivo.

    Nei Paesi più poveri tutto ciò dev’essere ancora in gran parte realizzato.

    Pertanto, i governi che si impegnano in tal senso vanno incoraggiati e sostenuti dalla comunità internazionale.

    Allo stesso modo, è doveroso sostenere anche le organizzazioni della società civile, poiché senza la loro capillare azione solidaristica in molto luoghi le persone sarebbero abbandonate a sé stesse.

    Si tratta dunque di costruire una cultura dell’inclusione integrale.

    Il legame di appartenenza diventa ancora più saldo quando le persone con disabilità non sono destinatarie passive, ma partecipano alla vita sociale come protagoniste del cambiamento.

    Sussidiarietà e partecipazione sono i due pilastri di un’effettiva inclusione.

    E in questa luce si comprende bene l’importanza delle associazioni e dei movimenti delle persone con disabilità che promuovono la partecipazione sociale.

    Cari amici, «riconoscere ogni essere umano come un fratello o una sorella e ricercare un’amicizia sociale che includa tutti non sono mere utopie.

    Esigono la decisione e la capacità di trovare i percorsi efficaci che ne assicurino la reale possibilità.

    Qualunque impegno in tale direzione diventa un esercizio alto della carità.

    Infatti, un individuo può aiutare una persona bisognosa ma, quando si unisce ad altri per dare vita a processi sociali di fraternità e di giustizia per tutti, entra nel “campo della più vasta carità, della carità politica”» (ivi, 180).

    Vi ringrazio, fratelli e sorelle, perché dentro questo impegno c’è anche il vostro contributo: di studio e di confronto nell’ambito della comunità scientifica e di sensibilizzazione in diversi ambienti sociali ed ecclesiali.

    Grazie, in particolare, per l’attenzione concreta alle sorelle e ai fratelli con disabilità.

    Di cuore benedico voi e il vostro lavoro.

    E vi chiedo per favore di pregare per me.

    Grazie.

    Ai partecipanti alla plenaria della Pontificia Commissione Biblica (11 Apr 2024)
    Visita il link

    Sono contento di accogliervi al termine della vostra annuale Assemblea plenaria, nella quale vi siete proposti di approfondire un tema esistenziale, fortemente esistenziale: la malattia e la sofferenza nella Bibbia.

    È una ricerca che riguarda ogni essere umano, in quanto soggetto all’infermità, alla fragilità, alla morte.

    La nostra natura ferita, infatti, porta inscritta in sé anche le realtà del limite e della finitudine, e patisce le contraddizioni del male e del dolore.

    Il tema mi sta molto a cuore: la sofferenza e la malattia sono avversarie da affrontare, ma è importante farlo in modo degno dell’uomo, in modo umano, diciamo così: rimuoverle, riducendole a tabù di cui è meglio non parlare, magari perché danneggiano quell’immagine di efficienza a tutti i costi, utile a vendere e a guadagnare, non è certamente una soluzione.

    Tutti vacilliamo sotto il peso di queste esperienze e occorre aiutarci ad attraversarle vivendole in relazione, senza ripiegarsi su sé stessi e senza che la legittima ribellione si trasformi in isolamento, abbandono o disperazione.

    Sappiamo, anche per la testimonianza di tanti fratelli e sorelle, che il dolore e l’infermità, nella luce della fede, possono diventare fattori decisivi in un percorso di maturazione: il “setaccio della sofferenza” permette infatti di discernere ciò che è essenziale da ciò che non lo è.

    Ma è soprattutto l’esempio di Gesù a indicare la via.

    Egli ci esorta a prenderci cura di chi vive in situazioni di infermità, con la determinazione di sconfiggere la malattia; al tempo stesso, invita delicatamente a unire le nostre sofferenze alla sua offerta salvifica, come seme che porta frutto.

    Concretamente, la nostra visione di fede mi ha suggerito di proporvi qualche spunto di riflessione attorno a due parole decisive: compassione e inclusione.

    La prima, la compassione,indica l’atteggiamento ricorrente e caratterizzante del Signore nei confronti delle persone fragili e bisognose che incontra.

    Vedendo i volti di tanta gente, pecore senza pastore che faticano a orientarsi nella vita (cfr Mc 6,34), Gesù si commuove.

    Ha compassione della folla affamata e sfinita (cfr Mc 8,2) e accoglie senza stancarsi gli ammalati (cfr Mc 1,32), di cui ascolta le richieste: pensiamo ai ciechi che lo supplicano (cfr Mt 20,34) e ai tanti infermi che chiedono guarigione (cfr Lc 17,11-19); è preso da «grande compassione» - dice il Vangelo - per la vedova che accompagna al sepolcro l’unico figlio (cfr Lc 7,13).

    Grande compassione.

    Questa sua compassione si manifesta come vicinanza e porta Gesù a identificarsi con i sofferenti: «Ero malato e mi avete visitato» (Mt 25,36).

    Compassione che porta alla vicinanza.

    Tutto ciò rivela un aspetto importante: Gesù non spiega la sofferenza, ma si piega verso i sofferenti.

    Non si accosta al dolore con incoraggiamenti generici e consolazioni sterili, ma ne accoglie il dramma, lasciandosene toccare.

    La Sacra Scrittura è illuminante in questo senso: non ci lascia un prontuario di parole buone o un ricettario di sentimenti, ma ci mostra volti, incontri, storie concrete.

    Pensiamo a Giobbe, con la tentazione dei suoi amici di articolare teorie religiose che collegano la sofferenza con la punizione divina, ma si infrangono contro la realtà del dolore, testimoniata dalla vita di Giobbe stesso.

    Così la risposta di Gesù è vitale, è fatta di compassione che assume e che, assumendo, salva l’uomo e ne trasfigura il dolore.

    Cristo ha trasformato il nostro dolore facendolo suo fino in fondo: abitandolo, soffrendolo e offrendolo come dono d’amore.

    Non ha dato risposte facili ai nostri “perché”, ma sulla croce ha fatto suo il nostro grande “perché” (cfr Mc 15,34).

    Così, chi assimila la Sacra Scrittura purifica l’immaginario religioso da atteggiamenti sbagliati, imparando a seguire il tragitto indicato da Gesù: toccare con mano la sofferenza umana, con umiltà, mitezz, serenità, per portare, in nome del Dio incarnato, la vicinanza di un sostegno salvifico e concreto.

    Toccare con mano, non teoricamente, con mano.

    E questo ci porta alla seconda parola: inclusione.

    Anche se non è un vocabolo biblico, questa parola esprime bene un tratto saliente dello stile di Gesù: il suo andare in cerca del peccatore, dello smarrito, dell’emarginato, dello stigmatizzato, perché siano accolti nella casa del Padre (cfr Lc 15).

    Pensiamo ai lebbrosi: per Gesù nessuno dev’essere escluso dalla salvezza di Dio (cfr Mc 1,40-42).

    Ma l’inclusione abbraccia anche un altro aspetto: il Signore desidera che si risani la persona tutta intera, spirito, anima e corpo (cfr 1 Ts 5,23).

    A poco infatti gioverebbe una guarigione fisica dal male senza un risanamento del cuore dal peccato (cfr Mc 2,17; Mt 10,28-29).

    C’è una risanazione totale: corpo, anima e spirito.

    Questa prospettiva di inclusione ci porta ad atteggiamenti di condivisione: Cristo, che è passato in mezzo alla gente facendo del bene e curando gli infermi, ha comandato ai suoi discepoli di aver cura dei malati e di benedirli nel suo nome (cfr Mt 10,8; Lc 10,9), condividendo con loro la sua missione di consolazione (cfr Lc 4,18-19).

    Dunque, attraverso l’esperienza della sofferenza e della malattia, noi, come Chiesa, siamo chiamati a camminare insieme a tutti, nella solidarietà cristiana e umana, aprendo, in nome della comune fragilità, opportunità di dialogo e di speranza.

    La parabola del buon Samaritano «ci mostra con quali iniziative si può rifare una comunità a partire da uomini e donne che fanno propria la fragilità degli altri, che non lasciano edificare una società di esclusione, ma si fanno prossimi e rialzano e riabilitano l’uomo caduto, perché il bene sia comune» (Lett.

    enc.

    Fratelli tutti, n.

    67).

    Cari fratelli e sorelle, nel lasciarvi questi spunti vi ringrazio per il vostro servizio e vi incoraggio ad approfondire, con rigore critico e spirito fraterno, i temi che state studiando, per irradiare la luce della Scrittura su aspetti delicati che riguardano tutti.

    La Parola di Dio è un antidoto potente nei riguardi di ogni chiusura, astrazione e ideologizzazione della fede: letta nello Spirito in cui è stata scritta, accresce la passione per Dio e per l’uomo, innesca la carità e ravviva lo zelo apostolico.

    Perciò la Chiesa ha la costante necessità di abbeverarsi alle sorgenti della Parola.

    Benedico voi e la vostra missione di dissetare il santo Popolo di Dio con le fresche acque dello Spirito.

    E vi chiedo, per favore, di pregare per me.

    Grazie.

    Udienza Generale del 10 Apr 2024 - Catechesi. I vizi e le virtù. 14. La fortezza
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    Il testo qui di seguito include anche parti non lette che sono date ugualmente come pronunciate.


    Catechesi.

    I vizi e le virtù.

    14. La fortezza

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    La catechesi di oggi è dedicata alla terza delle virtù cardinali, vale a dire la fortezza.

    Partiamo dalla descrizione che ne dà il Catechismo della Chiesa Cattolica: «La fortezza è la virtù morale che, nelle difficoltà, assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene.

    Essa rafforza la decisione di resistere alle tentazioni e di superare gli ostacoli nella vita morale.

    La virtù della fortezza rende capaci di vincere la paura, perfino della morte, e di affrontare la prova e le persecuzioni» (n.

    1808).

    Così dice il Catechismo della Chiesa Cattolica sulla virtù della fortezza.

    Ecco, dunque, la più “combattiva” delle virtù.

    Se la prima delle virtù cardinali, vale a dire la prudenza, era soprattutto associata alla ragione dell’uomo; e mentre la giustizia trovava la sua dimora nella volontà; questa terza virtù, la fortezza, è spesso legata dagli autori scolastici a ciò che gli antichi chiamavano “appetito irascibile”.

    Il pensiero antico non ha immaginato un uomo senza passioni: sarebbe un sasso.

    E non è detto che le passioni siano necessariamente il residuo di un peccato; però esse vanno educate, vanno indirizzate, vanno purificate con l’acqua del Battesimo, o meglio con il fuoco dello Spirito Santo.

    Un cristiano senza coraggio, che non piega al bene la propria forza, che non dà fastidio a nessuno, è un cristiano inutile.

    Pensiamo a questo! Gesù non è un Dio diafano e asettico, che non conosce le emozioni umane.

    Al contrario.

    Davanti alla morte dell’amico Lazzaro scoppia in pianto; e in certe sue espressioni traspare il suo animo appassionato, come quando dice: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49); e davanti al commercio nel tempio ha reagito con forza (cfr Mt 21,12-13).

    Gesù aveva passione.

    Ma cerchiamo ora una descrizione esistenziale di questa virtù così importante che ci aiuta a portare frutto nella vita.

    Gli antichi – sia i filosofi greci, che i teologi cristiani – riconoscevano nella virtù della fortezza un duplice andamento, uno passivo e un altro attivo.

    Il primo è rivolto dentro noi stessi.

    Ci sono nemici interni che dobbiamo sconfiggere, che vanno sotto il nome di ansia, di angoscia, di paura, di colpa: tutte forze che si agitano nel nostro intimo e che in qualche situazione ci paralizzano.

    Quanti lottatori soccombono prima ancora di iniziare la sfida! Perché non si rendono conto di questi nemici interni.

    La fortezza è una vittoria anzitutto contro noi stessi.

    La maggior parte delle paure che nascono in noi sono irrealistiche, e non si avverano per nulla.

    Meglio allora invocare lo Spirito Santo e affrontare tutto con paziente fortezza: un problema alla volta, come siamo capaci, ma non da soli! Il Signore è con noi, se confidiamo in Lui e cerchiamo sinceramente il bene.

    Allora in ogni situazione possiamo contare sulla Provvidenza di Dio che ci fa da scudo e corazza.

    E poi il secondo movimento della virtù della fortezza, questa volta di natura più attiva.

    Oltre alle prove interne, ci sono nemici esterni, che sono le prove della vita, le persecuzioni, le difficoltà che non ci aspettavamo e che ci sorprendono.

    Infatti, noi possiamo tentare di prevedere quello che ci capiterà, ma in larga parte la realtà è fatta di avvenimenti imponderabili, e in questo mare qualche volta la nostra barca viene sballottata dalle onde.

    La fortezza allora ci fa essere marinai resistenti, che non si spaventano e non si scoraggiano.

    La fortezza è una virtù fondamentale perché prende sul serio la sfida del male nel mondo.

    Qualcuno finge che esso non esista, che tutto vada bene, che la volontà umana non sia talvolta cieca, che nella storia non si dibattano forze oscure portatrici di morte.

    Ma basta sfogliare un libro di storia, o purtroppo anche i giornali, per scoprire le nefandezze di cui siamo un po’ vittime e un po’ protagonisti: guerre, violenze, schiavitù, oppressione dei poveri, ferite mai sanate che ancora sanguinano.

    La virtù della fortezza ci fa reagire e gridare un “no”, un “no” secco a tutto questo.

    Nel nostro confortevole Occidente, che ha un po’ annacquato tutto, che ha trasformato il cammino di perfezione in un semplice sviluppo organico, che non ha bisogno di lotte perché tutto gli appare uguale, avvertiamo talvolta una sana nostalgia dei profeti.

    Ma sono molto rare le persone scomode e visionarie.

    C’è bisogno di qualcuno che ci scalzi dal posto soffice in cui ci siamo adagiati e ci faccia ripetere in maniera risoluta il nostro “no” al male e a tutto ciò che conduce all’indifferenza.

    “No” al male e “no” all’indifferenza; “sì” al cammino, al cammino che ci fa progredire, e per questo bisogna lottare.

    Riscopriamo allora nel Vangelo la fortezza di Gesù, e impariamola dalla testimonianza dei santi e delle sante.

    Grazie!

    ____________________________

    Saluti

    Je salue cordialement les pèlerins francophones présents à cette audience, en particulier les groupes des Paroisses et des Écoles venus de Belgique, de la Principauté de Monaco et de France.

    Je vous invite à vous entraîner à la vertu de force pour combattre vos peurs et trouver le courage de manifester votre foi avec enthousiasme.

    Que Dieu vous bénisse tous !

    [Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese presenti a questa udienza, in particolare i gruppi delle parrocchie e delle scuole giunti dal Belgio, dal Principato di Monaco e dalla Francia.

    Vi invito ad allenarvi nella virtù della fortezza per combattere le vostre paure e trovare il coraggio di manifestare la vostra fede con entusiasmo.

    Dio vi benedica tutti!]

    I extend a warm welcome to the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially the groups from England, Denmark, the Netherlands and the United States of America.

    I also want to convey to the people of Kazakhstan my spiritual closeness at this time, when massive flooding has affected many regions of the country and caused thousands of people to be evacuated from their homes.

    I invite everyone to pray for all who are suffering the effects of this natural disaster.

    Even in times of difficulty, we recall the joy of the risen Christ, and I invoke upon you and your families the loving mercy of God our Father.

    May the Lord bless you all!

    [Do il benvenuto a tutti i pellegrini di lingua inglese, specialmente ai gruppi provenienti da Inghilterra, Danimarca, Paesi Bassi e Stati Uniti d’America.

    Desidero inoltre trasmettere al popolo del Kazakistan la mia vicinanza spirituale in questo momento, in cui una massiccia alluvione ha colpito molte regioni del Paese e ha causato l'evacuazione di migliaia di persone dalle loro case.

    Invito tutti a pregare per tutti coloro che stanno subendo gli effetti di questo disastro naturale.

    Anche nei momenti di difficoltà, ricordiamo la gioia di Cristo risorto e invoco su di voi e sulle vostre famiglie l’amore misericordioso di Dio nostro Padre.

    Il Signore vi benedica!]

    Liebe Pilger deutscher Sprache, der Glaube an den auferstandenen Herrn befreit uns aus den Ketten der Angst und des Todes und führt uns zum Leben in Fülle.

    Darum beten wir voller Zuversicht: Jesus, ich vertraue auf dich! Jesus, ich vertraue auf dich!

    [Cari pellegrini di lingua tedesca, la fede nel Signore Risorto ci libera dalle catene della paura e della morte e ci conduce alla pienezza della vita.

    Per questo preghiamo con fiducia: Gesù, confido in te! Gesù, confido in te!]

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española.

    Que este tiempo pascual aumente en nosotros los dones de la gracia, para que comprendamos mejor la excelencia del bautismo y que la misericordia eterna del Señor, que hemos celebrado el domingo pasado, nos haga crecer más en la virtud de la fortaleza y en las obras de bien.

    Que Dios los bendiga y la Virgen Santa los acompañe.

    Muchas gracias.

    Saúdo os peregrinos de língua portuguesa presentes na audiência de hoje, especialmente os que vieram de Portugal e do Brasil.

    Encorajo-vos a anunciar Jesus ressuscitado, porque Ele, que é a nossa Paz, não nos deu um espírito de timidez, mas de fortaleza.

    Em seu nome vos abençoo, a vós e aos vossos entes queridos!

    [Saluto i pellegrini di lingua portoghese presenti all’odierna udienza, in particolare quelli provenienti dal Portogallo e dal Brasile.

    Vi incoraggio ad annunciare Gesù Risorto, perché Lui, che è la nostra Pace, non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza.

    Nel suo Nome, benedico voi e i vostri cari!]

    أُحَيِّي المُؤمِنينَ النَّاطِقينَ باللغَةِ العربِيَّة.

    بِقيامَةِ يسوعَ مِن بينِ الأموات، لمْ يَعُدْ للشَّرِّ سُلطان، ولا يستطيعُ الفشلُ أنْ يَمنَعَنا مِن أنْ نَبدأَ مِن جديد، والموتُ أصبحَ مَعبَرًا لبدايةِ حياةٍ جديدة.

    باركَكُم الرّبُّ جَميعًا وحَماكُم دائِمًا مِن كُلِّ شَرّ!

    [Saluto i fedeli di lingua araba.

    Con la risurrezione di Gesù, il male non ha più potere, il fallimento non può impedirci di ricominciare e la morte diventa passaggio per l’inizio di una vita nuova.

    Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

    Serdecznie pozdrawiam Polaków, w szczególności pielgrzymów z diecezji bydgoskiej, przybyłych z okazji 20-lecia jej istnienia.

    W codziennym praktykowaniu cnoty męstwa niech będzie dla nas wszystkich wzorem patron waszej diecezji, błogosławiony bp Michał Kozal, męczennik z Dachau.

    Twierdził on, że: „Od przegranej orężnej bardziej przeraża upadek ducha u ludzi a wątpiący staje się mimo woli sojusznikiem wroga”.

    Z serca wam błogosławię i zawierzam was macierzyńskiej opiece Matki Bożej Pięknej Miłości.

    [Saluto cordialmente i polacchi, in particolare i pellegrini della diocesi di Bydgoszcz, giunti per celebrare il 20° anniversario della sua istituzione.

    Nell’esercizio quotidiano della virtù della fortezza vi sia d’esempio il patrono della vostra diocesi, il beato vescovo Michał Kozal, martire di Dachau.

    Egli affermava che: “Di una sconfitta da arma fa inorridire di più l’abbattimento dello spirito degli uomini e il dubbioso diventa involontariamente alleato del nemico”.

    Vi benedico di cuore e vi affido alla materna protezione della Beata Vergine Maria.]

    * * *

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

    In particolare, saluto i sacerdoti, i seminaristi e i fedeli della Sardegna, qui convenuti per la Visita ad limina dei loro Vescovi.

    Saluto i Religiosi Pallottini e le Apostole del Sacro Cuore di Gesù, che affido all’intercessione dei rispettivi fondatori, San Vincenzo Pallotti e la Beata Clelia Merloni.

    Accolgo con gioia i gruppi parrocchiali, tra i quali i fedeli di Montoro, che ricordano un significativo anniversario del patrono San Nicola da Tolentino, la cui effige restaurata benedico volentieri.

    Saluto altresì le Confraternite di Gissi e di Carunchio, l’Associazione Interparlamentare “Cultori dell’Etica” e i Paracadutisti “Folgore” di Livorno, incoraggiando ciascuno a vivere con impegno la propria missione nella Chiesa e nella società.

    Un affettuoso saluto dirigo poi alle Scuole delle Missionarie della Dottrina Cristiana di Roma, Sulmona e L’Aquila, auspicando che l’azione educativa sia sempre sostenuta ed animata dagli ideali cristiani.

    Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati, agli anziani e agli sposi novelli.

    Vi auguro di far crescere nel cuore la luce consolante dell’annuncio pasquale, che invita a rafforzare la fede e la speranza in Gesù, crocifisso e risorto.

    E il mio pensiero va alla martoriata Ucraina e alla Palestina e Israele.

    Che il Signore ci dia la pace! La guerra è dappertutto –  non dimentichiamo il Myanmar – ma chiediamo al Signore la pace e non dimentichiamo questi nostri fratelli e sorelle che soffrono tanto in questi posti di guerra.

    Preghiamo insieme e sempre per la pace.

    Grazie.

    Regina Caeli, 7 Apr 2024
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    Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

    Oggi, seconda domenica di Pasqua, intitolata da San Giovanni Paolo II alla Divina Misericordia, il Vangelo (cfr Gv 20,19-31) ci dice che credendo in Gesù, Figlio di Dio, possiamo avere la vita eterna nel suo nome (v.

    31).

    “Avere la vita”: che cosa significa?

    Tutti vogliamo avere vita, ma ci sono vari modi per farlo.

    Per esempio, c’è chi riduce l’esistenza a una corsa frenetica per godere e possedere tante cose: mangiare e bere, divertirsi, accumulare soldi e roba, provare emozioni forti e nuove, e così via.

    È una strada che a prima vista sembra piacevole, ma che non sazia il cuore.

    Non è così che si “ha la vita”, perché seguendo le strade del piacere e del potere non si trova la felicità.

    Restano infatti senza risposta tanti aspetti dell’esistenza come, ad esempio, l’amore, le esperienze inevitabili del dolore, del limite e della morte.

    E poi rimane inappagato il sogno che ci accomuna tutti: la speranza di vivere per sempre, di essere amati senza fine.

    Oggi il Vangelo dice che questa pienezza di vita, a cui ciascuno di noi è chiamato, si realizza in Gesù: è Lui a darci la pienezza di vita.

    Ma come accedervi, come farne esperienza?

    Guardiamo cosa è accaduto ai discepoli nel Vangelo.

    Stanno attraversando il momento di vita più tragico: dopo i giorni della passione sono chiusi nel Cenacolo, spaventati e scoraggiati.

    Il Risorto si fa loro incontro e per prima cosa mostra le sue piaghe (cfr v.

    20): erano i segni della sofferenza e del dolore, potevano suscitare sensi di colpa, eppure con Gesù diventano i canali della misericordia e del perdono.

    Così i discepoli vedono e toccano con mano che con Gesù la vita vince, sempre, la morte e il peccato sono sconfitti.

    E ricevono il dono del suo Spirito, che dà loro una vita nuova, da figli amati, impastata di gioia, amore e speranza.

    Vi domando una cosa: voi avete speranza? Ognuno si domandi: come va la mia speranza?

    Ecco come fare ogni giorno ad “avere la vita”: basta fissare lo sguardo su Gesù crocifisso e risorto, incontrarlo nei Sacramenti e nella preghiera, riconoscerlo presente, credere in Lui, lasciarsi toccare dalla sua grazia e guidare dal suo esempio, sperimentare la gioia di amare come Lui.

    Ogni incontro con Gesù, un incontro vivo con Lui, ci permette di avere più vita.

    Cercare Gesù, lasciarci incontrare – perché Lui ci cerca! –, aprire il cuore all’incontro con Gesù.

    Chiediamoci però: io credo nella potenza della risurrezione di Gesù, credo che Gesù è risorto? Credo nella sua vittoria sul peccato, sulla paura e sulla morte? Mi lascio coinvolgere nella relazione con il Signore, con Gesù? E mi lascio spingere da Lui ad amare i fratelli e le sorelle e a sperare ogni giorno? Ognuno pensi a questo.

    Maria ci aiuti ad avere una fede sempre più grande in Gesù risorto per “avere la vita” e diffondere la gioia della Pasqua.


    Dopo il Regina Caeli

    Cari fratelli e sorelle!

    Desidero ricordare le persone che sono morte nell’incidente del pullman uscito di strada in Sudafrica alcuni giorni fa.

    Preghiamo per loro e per i familiari.

    Ieri ricorreva la Giornata Internazionale dello Sport per lo Sviluppo e la Pace.

    Tutti sappiamo quanto praticare uno sport possa educare a una socialità aperta, solidale, senza pregiudizi.

    Ma per questo ci vogliono dirigenti e formatori che non puntano solo alla vittoria o al guadagno.

    Promuoviamo uno sport che favorisca l’amicizia sociale e la fraternità!

    Non venga meno la nostra preghiera per la pace, una pace giusta e duratura, in particolare per la martoriata Ucraina e per la Palestina e Israele.

    Lo Spirito del Signore risorto illumini e sostenga quanti lavorano per diminuire la tensione e favorire gesti che rendano possibili i negoziati.

    Che il Signore dia ai dirigenti la capacità di fermarsi un po’ per trattare, per negoziare.

    Rivolgo il mio saluto a tutti voi, romani e pellegrini dell’Italia e di tanti Paesi.

    In particolare saluto gli alunni della Scuola cattolica Mar Qardakh di Erbil, capitale del Kurdistan Iracheno; e i ragazzi di Castellón, Spagna.

    Accolgo con affetto i gruppi di preghiera che coltivano la spiritualità della Divina Misericordia, convenuti oggi al Santuario di Santo Spirito in Sassia.

    Saluto la bocciofila “La Perosina”; il gruppo ACLI di Chieti; i partecipanti alla Conferenza Internazionale per l’abolizione della maternità surrogata; i fedeli di Modugno e di Alcamo; gli alunni della Scuola “San Giuseppe” di Bassano del Grappa e i cresimandi di Sant’Arcangelo di Romagna.

    Saluto i tanti polacchi: vedo le bandiere!

    Auguro a tutti una buona domenica.

    Per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

    Buon pranzo e arrivederci!

    Ai Volontari della Croce Rossa Italiana (6 Apr 2024)
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    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Sono contento di incontrarvi in occasione del 160° anniversario della fondazione della Croce Rossa Italiana.

    Era infatti il 15 giugno 1864 quando a Milano veniva istituito il Comitato dell’Associazione Italiana per il soccorso ai feriti e ai malati in guerra.

    Di fronte alle devastazioni e alle sofferenze causate dalla guerra - anche oggi non dimentichiamo questo! - ci fu un sussulto di umanità che si tradusse in gesti e opere concrete di assistenza e di cura, senza distinzioni di nazionalità, ceto sociale, religione od opinioni politiche.

    Questa corrente di amore non si è mai fermata: oggi, come ieri, la vostra è una presenza efficace e preziosa, specialmente in tutti quei contesti in cui il fragore delle armi soffoca il grido dei popoli, il loro anelito di pace e il loro desiderio di futuro.

    Quella di oggi è un’occasione speciale per esprimervi tanta gratitudine per il servizio che rendete nei contesti bellici e per l’aiuto che ogni giorno prestate a chi è nel bisogno in molteplici situazioni di emergenza.

    Grazie, grazie tante per questo!

    Il vostro impegno, ispirato ai principi di umanità, imparzialità, neutralità, indipendenza, volontariato, unità e universalità, è anche segno visibile che la fraternità è possibile.

    Se si mette al centro la persona, si può dialogare, lavorare insieme per il bene comune, andando oltre le divisioni, abbattendo i muri dell’inimicizia, superando le logiche dell’interesse e del potere che accecano e rendono l’altro un nemico.

    Per il credente ogni persona è sacra.

    Ogni creatura umana è amata da Dio e, per questo, portatrice di diritti inalienabili.

    Animate da questa convinzione, tante persone di buona volontà si incontrano, riconoscendo il valore supremo della vita e, quindi, la necessità di difendere soprattutto i più vulnerabili.

    Su questa realtà dei più vulnerabili vorrei dirvi una cosa: sono i bambini.

    Qui in Italia sono arrivati tanti bambini a causa della guerra in Ucraina.

    Sapete una cosa? Che questi bambini non sorridono, hanno dimenticato la capacità di sorridere.

    È brutto questo per un bambino.

    Pensiamoci.

    Nel ringraziarvi per il vostro servizio insostituibile nelle aree di conflitto e nelle zone colpite da disastri ambientali, nell’ambito della formazione e della salute, così come per quello che fate a favore dei migranti, degli ultimi e dei più vulnerabili, voglio incoraggiarvi a proseguire in questa grande opera di carità che abbraccia l’Italia e il mondo.

    Possa la Croce Rossa restare sempre simbolo eloquente di un amore per i fratelli che non ha confini, né geografici, né culturali, sociali, economici o religiosi.

    Non a caso, lo slogan che avete scelto per celebrare il 160° anniversario è “Ovunque per chiunque”.

    È una cosa universale.

    Si tratta di un’espressione che, mentre racconta un impegno, descrive anche uno stile, un modo di essere e di esserci.

    Ovunque, perché nessun contesto può dirsi libero dalla sofferenza, libero dalle ferite del corpo e dell’anima, sia nelle piccole comunità sia negli angoli più dimenticati della Terra.

    Bisogna globalizzare la solidarietà, operando a livello nazionale e internazionale, perché «riconoscere ogni essere umano come un fratello o una sorella e ricercare un’amicizia sociale che includa tutti non sono mere utopie – sono realtà! –.

    Esigono la decisione e la capacità di trovare i percorsi efficaci che ne assicurino la reale possibilità.

    […] Si tratta di progredire verso un ordine sociale e politico la cui anima sia la carità sociale» (Lett.

    enc.

    Fratelli tutti, 180).

    Per questo, servono norme che garantiscano i diritti umani in ogni luogo, prassi che alimentino la cultura dell’incontro e persone capaci di guardare al mondo con una prospettiva ampia.

    Guardando l’orizzonte.

    Ovunque e per chiunque, perché la nostra è la società dell’io più che del noi, del piccolo gruppo più che di tutti.

    È una società in questo senso egoista.

    La parola “chiunque” ci ricorda che ogni persona ha la sua dignità e merita la nostra attenzione: non possiamo voltarci dall’altra parte o scartarla per le sue condizioni, la sua disabilità, la sua provenienza o il suo status sociale.

    Per questo vi esorto a continuare a stare accanto ai fratelli e alle sorelle che hanno bisogno, con competenza, generosità e dedizione, soprattutto in un tempo in cui crescono, come zizzania, il razzismo e il disprezzo.

    Infatti, «solo coltivando questo modo di relazionarci renderemo possibile l’amicizia sociale che non esclude nessuno e la fraternità aperta a tutti» (ivi, 94).

    Questo slogan – “Ovunque per chiunque” – ricorda la frase che leggiamo nella Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi: «Mi sono fatto tutto per tutti» (9,22).

    L’Apostolo sintetizzava così la sua missione: raggiungere tutti per portare tutti alla gioia del Vangelo.

    Questo è lo stile che anche voi realizzate ogni volta che, con spirito fraterno, intervenite almeno ad alleviare una sofferenza.

    In questo tempo di Pasqua, chiediamo la grazia di essere strumenti di fraternità e di pace, protagonisti nella carità e costruttori di un mondo fraterno e solidale.

    Il Signore benedica voi, volontari e operatori, e benedica le vostre famiglie.

    Io prego per voi; e anche voi, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

    Grazie!

    Ai Membri della Fondazione Sant'Angela Merici, di Siracusa (6 Apr 2024)
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    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Sono felice di incontrarvi e vi ringrazio di essere qui, in occasione dei 50 anni della Fondazione Sant’Angela Merici di Siracusa che, continuando l’ispirazione e l’impegno di Mons.

    Gozzo, si pone quotidianamente a servizio delle persone più fragili.

    La vostra storia, e tutto ciò che nei diversi Centri operativi portate avanti con tanta generosità, si radica in quell’evento che ha segnato la città di Siracusa quando, nel 1953, un quadretto raffigurante la Madonna iniziò a lacrimare nella casa dei coniugi Iannuso.

    Sono le lacrime di Maria, la nostra Madre celeste, per le sofferenze e le pene dei suoi figli.

    Maria piange per i suoi figli che soffrono.

    Sono lacrime che ci parlano della compassione di Dio per tutti noi.

    Dobbiamo pensare a questo: la compassione di Dio.

    Egli, infatti, ha donato a tutti noi la sua Madre, che piange le nostre stesse lacrime per non farci sentire soli nei momenti difficili.

    Allo stesso tempo, attraverso le lacrime della Vergine Santa, il Signore vuole sciogliere i nostri cuori che a volte si sono inariditi nell’indifferenza e induriti nell’egoismo; vuole rendere sensibile la nostra coscienza, perché ci lasciamo toccare dal dolore dei fratelli e ci muoviamo a compassione per loro, impegnandoci a sollevarli, rialzarli, accompagnarli.

    Questa è la ricchezza della vostra storia, queste sono le radici che non dovete smarrire e, soprattutto, questo è il significato della vostra opera.

    La Fondazione, infatti, portando avanti un lavoro quotidiano dove si mescolano professionalità e spirito di sacrificio, esiste per esprimere in gesti concreti le lacrime versate dalla Vergine Maria e nello stesso tempo il suo desiderio materno di asciugare il pianto dei suoi figli.

    E voi, fratelli e sorelle, cercate di fare proprio questo: asciugare le lacrime di chi soffre, accompagnare chi è nel dolore, affiancare i più deboli della società, prendersi cura dei più vulnerabili, accogliere e ospitare chi vive particolari situazioni di fragilità.

    Fratelli e sorelle, il servizio che rendete è prezioso, e vorrei dirvi questo: la fonte della vostra opera è il Vangelo, rimanete attaccati a questa fonte!

    Il Vangelo è la fonte perché Gesù per primo – non dimentichiamolo – si è lasciato toccare fin dentro le viscere dinanzi alle sofferenze di coloro che incontrava e, come ci ricorda l’evangelista Giovanni, per la morte del suo amico Lazzaro «si commosse profondamente» (Gv 11,33).

    Allo stesso tempo, voi siete testimonianza viva di questo Vangelo, della compassione di Gesù, quando vi adoperate per accompagnare chi è nel dolore, proprio come il Signore ha comandato ai suoi discepoli di fare dinanzi alle folle affamate, sfinite e oppresse.

    Gesù infatti ci chiede di non separare mai l’amore per Dio da quello per il prossimo, in particolare per i più poveri.

    Egli ci ricorda che alla fine saremo giudicati non sulle pratiche esteriori ma sull’amore che, come olio di consolazione, avremo saputo versare sulle ferite dei fratelli.

    Egli dice: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).

    Carissimi, vi incoraggio a proseguire in questo vostro cammino.

    E chiedo per voi una grazia, che è la più importante di tutte: la grazia di sapersi commuovere, la capacità di piangere con chi piange.

    L’indifferenza, l’individualismo che ci chiude alle sorti di chi ci sta accanto, e quella anestesia del cuore che non ci fa più commuovere davanti ai drammi della vita quotidiana, queste tre cose sono i mali peggiori della nostra società.

    Per favore, non vergognatevi di piangere, di provare commozione per chi soffre; non risparmiatevi nell’esercitare compassione con chi è fragile, perché in queste persone è presente Gesù.

    Andate avanti! E non scoraggiatevi, anzi, ringraziate se il vostro lavoro rimane nascosto ed esige un sacrificio silenzioso e quotidiano: il bene fatto a chi non può ricambiare si espande in modo sorprendente e inatteso, come un piccolo seme nascosto nel terreno che prima o poi fa germogliare una vita nuova.

    La Madonna delle Lacrime vi protegga, vi custodisca e interceda per voi.

    E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

    Ai Frati Minori della Toscana e de La Verna (5 Apr 2024)
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    Cari fratelli, benvenuti!

    Saluto il Vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, che vi accompagna, e tutti voi.

    Sono felice di incontrarvi, nell’anno in cui si ricorda l’ottavo centenario del dono delle stimmate, che San Francesco ricevette alla Verna il 14 settembre 1224, due anni prima della morte.

    Grazie per aver portato qui la reliquia del suo sangue che sta percorrendo un lungo pellegrinaggio in varie comunità, per ricordare l’importanza della conformazione a «Cristo povero e Crocifisso» (Tommaso da Celano, Vita Seconda, n.

    105).

    E proprio di questa conformazione le stimmate sono uno dei segni più eloquenti che il Signore abbia concesso, lungo il corso dei secoli, a fratelli e sorelle nella fede di varia condizione, stato e provenienza.

    A tutti, nel Popolo santo di Dio, ricordano il dolore sofferto per nostro amore e per la nostra salvezza da Gesù nella sua carne; ma sono anche un segno della vittoria pasquale: è proprio attraverso le piaghe che la misericordia del Crocifisso Risorto, come attraverso dei canali, scorre verso di noi.

    Fermiamoci a riflettere sul significato delle stimmate, dapprima nella vita del cristiano e poi nella vita del francescano.

    Le stimmate nella vita del cristiano.

    Il discepolo di Gesù trova in San Francesco stimmatizzato uno specchio della sua identità.

    Il credente, infatti, non appartiene a un gruppo di pensiero o di azione tenuto insieme dalle sole forze umane, ma ad un Corpo vivente, il Corpo di Cristo che è la Chiesa.

    E questa appartenenza non è nominale, ma reale: è stata impressa nel cristiano dal Battesimo, che ci ha segnati con la Pasqua del Signore.

    Così, nella comunione d’amore della Chiesa, ciascuno di noi riscopre chi è: un figlio amato, benedetto, e riconciliato, inviato per testimoniare i prodigi della grazia ed essere artigiano di fraternità.

    Perciò il cristiano è chiamato a rivolgersi in modo speciale agli “stimmatizzati” che incontra: ai “segnati” dalla vita, che portano le cicatrici di sofferenze e ingiustizie subite o di errori commessi.

    E in questa missione il Santo della Verna è un compagno di cammino, che sostiene e aiuta a non lasciarsi schiacciare da difficoltà, paure e contraddizioni, proprie e altrui.

    È ciò che Francesco ha fatto ogni giorno, dall’incontro con il lebbroso in poi, dimenticando sé stesso nel dono e nel servizio, arrivando perfino, negli ultimi anni, a “disappropriarsi” – questa parola è chiave – disappropriarsi in un certo senso di ciò a cui aveva dato inizio, aprendosi con coraggio e umiltà a vie nuove, docile al Signore e ai fratelli.

    Nella sua povertà di spirito – sottolineiamo questo: Francesco, la povertà di spirito – e nel suo affidamento al Padre ha lasciato a tutti una testimonianza sempre attuale del Vangelo.

    Se vuoi conoscere bene il Cristo addolorato, cerca un francescano.

    E voi, pensate se siete testimoni di questo.

    E veniamo al secondo punto: le stimmate nella vita del francescano.

    Il vostro Santo fondatore vi offre un potente richiamo a fare unità in voi stessi e nella vostra storia.

    Infatti, il Crocifisso che gli appare alla Verna, segnando il suo corpo, è lo stesso che gli si era impresso nel cuore all’inizio della sua “conversione” e che gli aveva indicato la missione di “riparare la sua casa”.

    In questo punto del “riparare”, vorrei inserire la capacità di perdono.

    Voi siete bravi confessori: il francescano ha fama di questo.

    Perdonate tutto, perdonate sempre! Dio non si stanca di perdonare: siamo noi a stancarci di chiedere perdono.

    Perdonate sempre.

    Manica larga, sì, ma perdonate sempre.

    In Francesco, uomo pacificato nel segno della croce, con il quale benediceva i fratelli, le stimmate rappresentano il sigillo dell’essenziale.

    Ciò richiama anche voi a tornare all’essenziale nei vari aspetti del vostro vissuto: nei percorsi formativi, nelle attività apostoliche e nella presenza in mezzo alla gente; ad essere perdonati portatori di perdono, guariti portatori di guarigione, lieti e semplici nella fraternità; con la forza dell’amore che sgorga dal costato di Cristo e che si alimenta nel vostro personale incontro con Lui, da rinnovare ogni giorno con un serafico ardore che bruci il cuore.

    È bello che ripartiate da qui, cari fratelli francescani, in quest’anno giubilare.

    Ripartite da qui, in particolare voi, custodi della Verna.

    Sentitevi chiamati a portare nelle vostre comunità e fraternità, nella Chiesa e nel mondo, un po’ di quell’amore immenso che spinse Gesù a morire in croce per noi.

    L’intimità con Lui, come avvenne per Francesco, vi renda sempre più umili, più uniti, più gioiosi ed essenziali, amanti della croce e attenti ai poveri, testimoni di pace e profeti di speranza in questo nostro tempo che tanto fatica a riconoscere la presenza del Signore.

    Possiate essere sempre più segno e testimonianza, con la vostra vita consacrata, del Regno di Dio che vive e cresce in mezzo agli uomini.

    E c’è una cosa che vorrei dirvi.

    Penso alla mia patria: ci sono dei mangiapreti che quando arriva un prete toccano ferro, perché porta iella, ma mai, mai si fa questo con l’abito francescano! È curioso.

    Mai è insultato un francescano.

    Perché, non si sa.

    Ma il vostro abito fa pensare a San Francesco e alle grazie ricevute.

    Andate avanti così, e non importa se sotto l’abito c’è il blue jeans, non c’è problema, ma andate avanti!

    E proprio per chiedere questa grazia di continua e benefica conversione, vorrei concludere invocando il vostro Serafico Padre con questa preghiera che vi affido, chiedendovi anche di ricordarvi di me davanti al Signore:

    San Francesco,
    uomo piagato dall’amore Crocifisso nel corpo e nello spirito,
    guardiamo a te, decorato delle sacre stimmate,
    per imparare ad amare il Signore Gesù,
    i fratelli e le sorelle con il tuo amore, con la tua passione.
    Con te è più facile contemplare e seguire
    Cristo povero e Crocifisso.
    Donaci, Francesco,
    la freschezza della tua fede,
    la certezza della tua speranza,
    la dolcezza della tua carità.
    Intercedi per noi,
    perché ci sia dolce portare i pesi della vita
    e nelle prove possiamo sperimentare
    la tenerezza del Padre e il balsamo dello Spirito.
    Le nostre ferite siano sanate dal Cuore di Cristo,
    per diventare, come te, testimoni della sua misericordia,
    che continua a guarire e a rinnovare la vita
    di quanti lo cercano con cuore sincero.
    O Francesco, reso somigliante al Crocifisso,
    fa’ che le tue stimmate siano per noi e per il mondo
    segni splendenti di vita e di risurrezione,
    che indichino vie nuove di pace e di riconciliazione.

    Amen.

    E adesso vorrei darvi la benedizione con la reliquia di San Francesco.

    Alla Comunità dei Collegi: Pio Latino Americano; Pio Brasiliano; Messicano (4 Apr 2024)
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    Cari fratelli sacerdoti,

    Come ogni anno ho il piacere di riunirmi con voi, questa volta con i tre Collegi insieme — Pio Brasiliano, Pio Latinoamericano e Messicano —.

    Vorrei trasmettervi la mia riflessione su un tema centrale nella vita dei sacerdoti, l’Amore.

    L’Amore, il primo amore, è quello che ci ha riuniti tutti qui, e mantenerlo vivo è il nostro obbligo principale.

    Qualsiasi vocazione nasce da un amore di predilezione.

    Come per ogni uomo, Dio ci ha chiamati a essere suoi figli e, tra di essi, ci ha affidato un compito particolare, che ci avvicina di più a Lui: donarci per gli altri.

    Sono loro la nostra ragion d’essere, l’obiettivo del nostro amore, poiché in essi realizziamo questo servizio che il Signore ci chiede.

    Ogni uomo, ogni donna, ogni bambino si presenta ai miei occhi come membro di quel corpo mistico il cui capo è Cristo.

    Agire in persona Christi è essere vera icona di Gesù, è farmi “Veronica” di ogni volto, di ogni lacrima.

    Come? Asciugandole con le mie vesti sacerdotali.

    In primo luogo, con la preghiera, presentando ogni situazione concreta alla presenza di Dio: “Signore, colui che tu ami sta soffrendo” ( cfr.

    Gv 11, 3).

    In secondo luogo, con l’offerta oblativa, eucaristica, di tutto il nostro essere.

    Quando Gesù ci dice: “Potete bere il calice che io sto per bere?” (Mt 20, 22), non cerca una mera disponibilità teorica al martirio, ma una radicale accettazione del fatto che siamo qui per fare la sua volontà e rinunciare alla nostra.

    I nostri studi, il nostro lavoro e il nostro riposo, ogni decisione, sia vitale sia quotidiana, tutto è in funzione di questo servizio.

    In terzo luogo, con l’umiltà, sapendo che sono in cammino, bisognoso di quella preghiera, più ancora di coloro che sono stato chiamato a servire.

    Lo stesso Signore, nel frangente della croce, venne confortato da un angelo (cfr.

    Lc 22, 43).

    Non sottovalutate il potere dell’intercessione di coloro che Dio ha posto sul vostro cammino: dei formatori, dei vostri compagni sacerdoti, del vostro ambiente più prossimo.

    In poche parole, confidate nella preghiera di tutti i membri del Popolo fedele di Dio e non dimenticatevi di pregare per i suoi Pastori, e per me.

    Che Gesù vi benedica e Santa Maria di Guadalupe, Imperatrice dell’America, vi custodisca.

    Grazie. 

    ___________________________

    L'Osservatore Romano, Anno CLXIV n.

    77, giovedì 4 aprile 2024, p.

    8.

    Ai Partecipanti al Colloquio promosso dal Dicastero per il Dialogo Interreligioso (4 Apr 2024)
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    Signor Presidente del Senato,
    Eminenza, Eccellenze,
    Autorità del Kazakhstan,
    fratelli e sorelle,

    Vi do il benvenuto in occasione del vostro Colloquio, che vede impegnati il Dicastero per il Dialogo Interreligioso e, da parte kazaka, il Congresso dei Leader delle Religioni Tradizionali e Mondiali, il Senato della Repubblica e il Centro Nursultan Nazarbayev per il Dialogo Interreligioso e tra le Civiltà.

    È per me motivo di gioia vedere in questo evento un primo significativo frutto del Protocollo d’Intesa stipulato tra il Nazarbayev Center e il suddetto Dicastero.

    Questo incontro mi dà l’occasione di fare memoria del VII Congresso dei Leader delle Religioni Tradizionali e Mondiali, al quale ho partecipato nel 2022, recandomi ad Astana.

    Il Congresso è una piattaforma unica e ben sperimentata per il dialogo non solo tra responsabili religiosi, ma anche con il mondo della politica, della cultura, dei mezzi di comunicazione.

    È un’iniziativa meritoria, che ben corrisponde alla vocazione del Kazakhstan a essere Paese dell’incontro.

    Oltre che nel viaggio apostolico, ho avuto modo di manifestare la mia vicinanza al popolo kazako in occasione della visita in Vaticano, lo scorso gennaio, del Signor Presidente della Repubblica, che tanto cortesemente mi aveva accolto nel Paese, e nell’incontro con S.E.

    il Sig.

    Ashimbayev, Presidente del Senato e Capo del Segretariato del Congresso, che partecipa al vostro colloquio come capo della Delegazione kazaka.

    È necessario sostenerci nel coltivare l’armonia tra le religioni, le etnie e le culture, armonia della quale il vostro grande Paese può essere fiero.

    In particolare, sono tre gli aspetti della vostra realtà che vorrei sottolineare: il rispetto delle diversità, l’impegno per la “casa comune” e la promozione della pace.

    Per quanto riguarda il rispetto delle diversità, elemento imprescindibile nella democrazia – che va costantemente promossa –, contribuisce molto a creare armonia il fatto che lo Stato sia “secolare”.

    Parliamo ovviamente di una sana laicità, che non mescola religione e politica, ma le distingue per il bene di entrambe, e che riconosce allo stesso tempo alle religioni il loro ruolo essenziale nella società, a servizio del bene comune.

    Inoltre, pace e armonia sociale sono favorite, nel vostro modello, da un trattamento equo e paritario delle diverse componenti etniche, religiose e culturali per quanto riguarda il lavoro, l’accesso agli uffici pubblici e la partecipazione alla vita politica e sociale del Paese, affinché nessuno si senta discriminato o favorito a motivo della sua specifica identità.

    Circa il secondo punto – l’impegno per la salvaguardia del creato – sottolineo il tema che avete scelto: La nostra casa comune: un dono divino da amare e di cui prendersi cura.

    Tra i documenti di lavoro, oltre alla Laudato si’ e alla Laudate Deum, avete preso in considerazione il testo “2023-2033 Development Concept”, voluto dal Signor Presidente della Repubblica, che offre una visione panoramica del Congresso e delle sue attività nella decade a venire, con speciale attenzione alle questioni ambientali.

    È importante: il rispetto per il creato, infatti, è conseguenza irrinunciabile dell’amore per il Creatore, per i fratelli e le sorelle con cui condividiamo la vita sul pianeta, e in modo particolare per le generazioni future, nei riguardi delle quali siamo chiamati a tramandare un’eredità da custodire, non un debito ecologico da scontare.

    Auspico che la vostra iniziativa costituisca un importante contributo in questo senso.

    Il vostro incontro ha infine una terza dimensione: la promozione della pace.

    Oggi tanti, troppi parlano di guerra: la retorica bellicista è purtroppo tornata di moda.

    È brutto questo! Ma mentre si spargono parole d’odio, le persone muoiono nella brutalità dei conflitti.

    Abbiamo bisogno invece di parlare di pace, di sognare la pace, di dare creatività e concretezza alle attese di pace, che sono le vere aspettative dei popoli e della gente.

    Si faccia ogni sforzo in tal senso, dialogando con tutti.

    Il vostro incontrarvi nel rispetto delle diversità e con l’intento di arricchirvi vicendevolmente sia di esempio a non vedere nell’altro una minaccia, ma un dono e un interlocutore prezioso per la crescita reciproca.

    Cari amici, vi auguro di trascorrere giornate di fraternità, feconde di amicizia e di progetti di bene, e di condividere fruttuosamente i risultati del vostro lavoro.

    Su di voi invoco la benedizione dell’Onnipotente, amante della pace.

    Grazie!

    Udienza Generale del 3 Apr 2024 - Catechesi. I vizi e le virtù. 13. La giustizia
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    Il testo qui di seguito include anche parti non lette che sono date ugualmente come pronunciate.


    Catechesi.

    I vizi e le virtù.

    13. La giustizia

    Cari fratelli e sorelle, buona Pasqua, buongiorno!

    Eccoci alla seconda delle virtù cardinali: oggi parleremo della giustizia.

    È la virtù sociale per eccellenza.

    Il Catechismo della Chiesa Cattolica la definisce così: «La virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto» (n.

    1807).

    Questa è la giustizia.

    Spesso, quando si nomina la giustizia, si cita anche il motto che la rappresenta: “unicuique suum” cioè “a ciascuno il suo”.

    È la virtù del diritto, che cerca di regolare con equità i rapporti tra le persone.

    È rappresentata allegoricamente dalla bilancia, perché si propone di “pareggiare i conti” tra gli uomini, soprattutto quando rischiano di essere falsati da qualche squilibrio.

    Il suo fine è che in una società ognuno sia trattato secondo la sua dignità.

    Ma già gli antichi maestri insegnavano che per questo sono necessari anche altri atteggiamenti virtuosi, come la benevolenza, il rispetto, la gratitudine, l’affabilità, l’onestà: virtù che concorrono alla buona convivenza delle persone.

    La giustizia è una virtù per una buona convivenza delle persone.

    Tutti comprendiamo come la giustizia sia fondamentale per la convivenza pacifica nella società: un mondo senza leggi che rispettano i diritti sarebbe un mondo in cui è impossibile vivere, assomiglierebbe a una giungla.

    Senza giustizia, non c’è pace.

    Senza giustizia non c’è pace.

    Infatti, se la giustizia non viene rispettata, si generano conflitti.

    Senza giustizia, si sancisce la legge della prevaricazione del forte sui deboli, e questo non è giusto.

    Ma giustizia è una virtù che agisce tanto nel grande, quanto nel piccolo: non riguarda solo le aule dei tribunali, ma anche l’etica che contraddistingue la nostra vita quotidiana.

    Stabilisce con gli altri rapporti sinceri: realizza il precetto del Vangelo, secondo cui il parlare cristiano dev’essere: «“Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno» (Mt 5,37).

    Le mezze verità, i discorsi sottili che vogliono raggirare il prossimo, le reticenze che occultano i reali propositi, non sono atteggiamenti consoni alla giustizia.

    L’uomo giusto è retto, semplice e schietto, non indossa maschere, si presenta per quello che è, ha un parlare vero.

    Sulle sue labbra si trova spesso la parola “grazie”: sa che, per quanto ci sforziamo di essere generosi, restiamo sempre debitori nei confronti del prossimo.

    Se amiamo, è anche perché siamo stati prima amati.

    Nella tradizione si possono trovare innumerevoli descrizioni dell’uomo giusto.

    Vediamone alcune.

    L’uomo giusto ha venerazione per le leggi e le rispetta, sapendo che esse costituiscono una barriera che protegge gli inermi dalla tracotanza dei potenti.

    L’uomo giusto non bada solo al proprio benessere individuale, ma vuole il bene dell’intera società.

    Dunque non cede alla tentazione di pensare solo a sé stesso e di curare i propri affari, per quanto legittimi, come se fossero l’unica cosa che esiste al mondo.

    La virtù della giustizia rende evidente – e mette nel cuore l’esigenza – che non ci può essere un vero bene per me se non c’è anche il bene di tutti.

    Perciò l’uomo giusto vigila sul proprio comportamento, perché non sia lesivo nei riguardi degli altri: se sbaglia, si scusa.

    L’uomo giusto si scusa sempre.

    In qualche situazione arriva a sacrificare un bene personale per metterlo a disposizione della comunità.

    Desidera una società ordinata, dove siano le persone a dare lustro alle cariche, e non le cariche a dare lustro alle persone.

    Aborrisce le raccomandazioni e non commercia favori.

    Ama la responsabilità ed è esemplare nel vivere e promuovere la legalità.

    Essa, infatti, è la via della giustizia, l’antidoto alla corruzione: quanto è importante educare le persone, in particolare i giovani, alla cultura della legalità! È la via per prevenire il cancro della corruzione e per debellare la criminalità, togliendole il terreno sotto i piedi.

    Ancora, il giusto rifugge comportamenti nocivi come la calunnia, la falsa testimonianza, la frode, l’usura, il dileggio, la disonestà.

    Il giusto mantiene la parola data, restituisce quanto ha preso in prestito, riconosce il corretto salario a tutti gli operai – un uomo che non riconosce il giusto salario agli operai, non è giusto, è ingiusto – si guarda bene dal pronunciare giudizi temerari nei confronti del prossimo, difende la fama e il buon nome altrui.

    Nessuno di noi sa se nel nostro mondo gli uomini giusti siano numerosi oppure rari come perle preziose.

    Ma sono uomini che attirano grazia e benedizioni sia su di sé, sia sul mondo in cui vivono.

    Non sono dei perdenti rispetto a quanti sono “furbi e scaltri”, perché, come dice la Scrittura, «chi ricerca la giustizia e l’amore troverà vita e gloria» (Pr 21,21).

    I giusti non sono moralisti che vestono i panni del censore, ma persone rette che «hanno fame e sete della giustizia» (Mt 5,6), sognatori che custodiscono in cuore il desiderio di una fratellanza universale.

    E di questo sogno, specialmente oggi, abbiamo tutti un grande bisogno.

    Abbiamo bisogno di essere uomini e donne giusti, e questo ci farà felici.

    ________________________

    Saluti

    Je salue cordialement les pèlerins de langue française, en particulier: les paroisses et les jeunes venus de France.

    En cette semaine de Pâques, que la lumière du Seigneur Ressuscité nous éclaire dans la rechercher la justice, pour bâtir un monde fraternel.

    Que Dieu vous bénisse.

    [Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese, in particolare le parrocchie e i giovani francesi.

    In questa settimana di Pasqua, la luce del Signore risorto ci illumini nella ricerca della giustizia, per costruire un mondo fraterno.

    Dio vi benedica.]

    I extend a warm welcome to the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially the groups from Sweden, Malta, Korea and the United States of America.

    In the joy of the Risen Christ, I invoke upon you and your families the loving mercy of God our Father.

    May the Lord bless you all!

    [Do il benvenuto a tutti i pellegrini di lingua inglese, specialmente ai gruppi provenienti da Svezia, Malta, Corea, Canada e Stati Uniti d’America.

    Nella gioia del Cristo Risorto, invoco su di voi e sulle vostre famiglie l’amore misericordioso di Dio nostro Padre.

    Il Signore vi benedica!]

    Herzlich grüße ich die Pilger deutscher Sprache.

    Jedes Jahr gewährt uns Christus die Freude, seine Auferstehung zu feiern.

    Sein Ostersieg schenke der ganzen Welt Hoffnung und führe uns zum ewigen Leben.

    Euch allen ein gesegnetes Osterfest!

    [Saluto cordialmente i pellegrini di lingua tedesca.

    Ogni anno Cristo ci concede la gioia di celebrare la Sua Risurrezione.

    La Sua vittoria pasquale doni speranza al mondo intero e ci conduca alla vita eterna.

    Buona Pasqua a tutti voi!]

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española.

    Que la luz de Cristo resucitado nos guíe por caminos de justicia y de paz, y la fuerza vivificante de su amor nos haga audaces constructores de un mundo más fraterno y solidario.

    Que Jesús los bendiga y la Virgen Santa los cuide.

    Muchas gracias.

    Saúdo os peregrinos de língua portuguesa, invocando para todos as consolações e luzes do Espírito de Deus, a fim de que, vencidos pessimismos e desilusões da vida, possam cruzar, juntamente com os seus entes queridos, o limiar da esperança que temos em Cristo ressuscitado.

    Conto com as vossas orações.

    Obrigado!

    [Saluto i pellegrini di lingua portoghese, invocando per tutti le consolazioni e le luci dello Spirito di Dio affinché, vinti i pessimismi e le delusioni della vita, possano attraversare, insieme ai loro cari, la soglia della speranza che abbiamo nel Cristo risorto.

    Conto sulle vostre preghiere.

    Grazie!]

    أُحَيِّي المُؤمِنينَ النَّاطِقينَ باللغَةِ العربِيَّة.

    رجاؤُنا يُدعَى يسوع.

    هو دَخَلَ في قبرِ خَطايانا، ومِن أحلَكِ أعماقِ مَوتِنا، أَيقَظَنا ومَنَحَنا حياةً جديدةً.

    أتمنَّى لكُم جميعًا فِصحًا مجيدًا.

    [Saluto i fedeli di lingua araba.

    La nostra speranza si chiama Gesù.

    Egli è entrato dentro il sepolcro del nostro peccato e dagli abissi più oscuri della nostra morte, ci ha risvegliati e ci ha dato una nuova vita.

    A tutti voi, Buona Pasqua!]

    Pozdrawiam serdecznie Polaków.

    Przypadająca w najbliższych dniach Niedziela Bożego Miłosierdzia przypomina nam o przesłaniu przekazanym za pośrednictwem św.

    Faustyny Kowalskiej.

    Nigdy nie powątpiewajmy o Bożej miłości, lecz wytrwale i z ufnością zawierzajmy Panu nasze życie i świat, prosząc Go w szczególności o sprawiedliwy pokój dla udręczonych przez wojnę narodów.

    Z serca wam błogosławię.

    [Saluto cordialmente i polacchi.

    La Domenica della Divina Misericordia, che cade nei prossimi giorni, ci ricorda il messaggio trasmesso da Santa Faustina Kowalska.

    Non dubitiamo mai dell'amore di Dio, ma affidiamo con costanza e fiducia la nostra vita e il mondo al Signore, chiedendogli in particolare una pace giusta per le nazioni martoriate dalla guerra.

    Vi benedico di cuore.]

    ________________________________

    APPELLO

    Purtroppo continuano a giungere tristi notizie dal Medio Oriente.

    Torno a rinnovare la mia ferma richiesta di un immediato cessate-il-fuoco nella Striscia di Gaza.

    Esprimo il mio profondo rammarico per i volontari uccisi mentre erano impegnati nella distribuzione degli aiuti umanitari a Gaza.

    Prego per loro e le loro famiglie.

    Rinnovo l’appello a che sia permesso a quella popolazione civile, stremata e sofferente, l’accesso agli aiuti umanitari e siano subito rilasciati gli ostaggi.

    Si eviti ogni irresponsabile tentativo di allargare il conflitto nella regione e ci si adoperi affinché al più presto possano cessare questa e altre guerre che continuano a portare morte e sofferenza in tante parti del mondo.

    Preghiamo e operiamo senza stancarci perché tacciano le armi e torni a regnare la pace.

    E non dimentichiamo la martoriata Ucraina, tanti morti! Ho nelle mani un rosario e un libro del Nuovo Testamento lasciato da un soldato morto nella guerra.

    Questo ragazzo si chiamava Oleksandr, Alessandro, 23 anni.

    Alessandro leggeva il Nuovo Testamento e i Salmi e aveva sottolineato, nel Libro dei Salmi, il salmo 129: “Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce”.

    Questo ragazzo di 23 anni è morto ad Avdiïvka, nella guerra.

    Ha lasciato davanti una vita.

    E questo è il suo rosario e il suo Nuovo Testamento, che lui leggeva e pregava.

    Io vorrei fare in questo momento un po’ di silenzio, tutti, pensando a questo ragazzo e a tanti altri come lui, morti in questa pazzia della guerra.

    La guerra distrugge sempre! Pensiamo a loro e preghiamo.

    * * *

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

    In particolare, saluto i Preadolescenti dell’Arcidiocesi di Milano, venuti a Roma per coronare il loro cammino di formazione catechetica mediante la professione di fede presso le tombe degli Apostoli.

    Cari ragazzi – a voi mi rivolgo! –, sappiate testimoniare con l’entusiasmo e la generosità proprie della vostra giovane età la fedeltà al Vangelo seguendo sempre Cristo, luce del mondo.

    Farete questo voi? [Sì!] Non rispondete… più forte! [rispondono: Sì!]

    Accolgo con affetto i Cresimandi delle Diocesi di Treviso, Cremona e Cuneo-Fossano.

    Con la forza dello Spirito Santo, che nella Cresima vi conferma come battezzati, figli di Dio e membri della Chiesa, possiate essere “pietre vive” per costruire la comunità cristiana.

    Saluto altresì il Gruppo della Via Crucis, di Barile esprimendo apprezzamento per l’impegno nella rappresentazione sacra dei misteri della passione di Cristo.

    Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati, agli anziani e agli sposi novelli.

    A ciascuno auguro di accogliere nel cuore la gioia e la pace, doni di Gesù Risorto.

    A tutti la mia Benedizione!

    Regina Caeli, 1° Apr 2024, Lu dell'Angelo
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    Cari fratelli e sorelle, buongiorno e Buona Pasqua!

    Oggi, Lunedì dell’Ottava di Pasqua, il Vangelo (cfr Mt 28,8-15) ci mostra la gioia delle donne per la risurrezione di Gesù: esse, dice il testo, abbandonarono il sepolcro con «gioia grande» e «corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli» (v.

    8).

    Questa gioia, che nasce proprio dall’incontro vivo con il Risorto, è un’emozione prorompente, che le spinge a diffondere e raccontare ciò che hanno visto.

    Condividere la gioia è un’esperienza meravigliosa, che impariamo fin da piccoli: pensiamo a un ragazzo che prende un bel voto a scuola e non vede l’ora di mostrarlo ai genitori, o a un giovane che raggiunge i primi successi sportivi, o a una famiglia in cui nasce un bambino.

    Proviamo a ricordare, ciascuno di noi, un momento tanto felice che era persino difficile esprimerlo a parole, ma che abbiamo desiderato raccontare subito a tutti!

    Ecco, le donne, il mattino di Pasqua, vivono quest’esperienza, ma in un modo molto più grande.

    Perché? Perché la risurrezione di Gesù non è solo una notizia stupenda o il lieto fine di una storia, ma qualcosa che cambia la nostra vita completamente e la cambia per sempre! È la vittoria della vita sulla morte, questa è la resurrezione di Gesù.

    È la vittoria della speranza sullo sconforto.

    Gesù ha squarciato il buio del sepolcro e vive per sempre: la sua presenza può riempire di luce qualsiasi cosa.

    Con Lui ogni giorno diventa la tappa di un cammino eterno, ogni “oggi” può sperare in un “domani”, ogni fine in un nuovo inizio, ogni istante è proiettato oltre i limiti del tempo, verso l’eternità.

    Fratelli, sorelle, la gioia della Risurrezione non è qualcosa di lontano.

    È vicinissima, è nostra, perché ci è stata donata nel giorno del Battesimo.

    Da allora anche noi, come le donne, possiamo incontrare il Risorto ed Egli, come a loro, ci dice: «Non temete!» (v 10).

    Fratelli e sorelle, non rinunciamo alla gioia della Pasqua! Ma come alimentare questa gioia? Come hanno fatto le donne: incontrando il Risorto, perché è Lui la fonte di una gioia che non si esaurisce mai.

    Affrettiamoci a cercarlo nell’Eucaristia, nel suo perdono, nella preghiera e nella carità vissuta! La gioia, quando si condivide, aumenta.

    Condividiamo la gioia del Risorto.

    E la Vergine Maria, che nella Pasqua si è rallegrata per il suo Figlio risorto, ci aiuti a esserne testimoni gioiosi.

    Dopo il Regina Caeli

    Cari fratelli e sorelle!

    Rinnovo a tutti gli auguri pasquali e ringrazio di cuore coloro che, in diversi modi, mi hanno inviato messaggi di vicinanza e di preghiera.

    A queste persone, famiglie e comunità giunga il dono della pace del Signore Risorto.

    E vorrei che questo dono della pace arrivasse là dove più ce n’è bisogno: alle popolazioni stremate dalla guerra, dalla fame, da ogni forma di oppressione. 

    E con affetto saluto voi, romani e pellegrini di diversi Paesi!

    Saluto i ragazzi e i sacerdoti della Comunità pastorale Beato Carlo Gnocchi in Inverigo e quelli del Decanato di Appiano Gentile.

    Buon Lunedì dell’Angelo! Continua la gioia della Pasqua! Per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

    Buon pranzo e arrivederci.

    "Urbi et Orbi" - Pasqua 2024
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    Cari fratelli e sorelle, buona Pasqua!

    Oggi risuona in tutto il mondo l’annuncio partito duemila anni fa da Gerusalemme: “Gesù Nazareno, il crocifisso, è risorto!” (cfr Mc 16,6).

    La Chiesa rivive lo stupore delle donne che andarono al sepolcro all’alba del primo giorno della settimana.

    La tomba di Gesù era stata chiusa con una grossa pietra; e così anche oggi massi pesanti, troppo pesanti chiudono le speranze dell’umanità: il masso della guerra, il masso delle crisi umanitarie, il masso delle violazioni dei diritti umani, il masso della tratta di persone umane, e altri ancora.

    Anche noi, come le donne discepole di Gesù, ci chiediamo l’un l’altro: “Chi ci farà rotolare via queste pietre?” (cfr Mc 16,3).

    Ed ecco la scoperta del mattino di Pasqua: la pietra, quella pietra così grande, è stata già fatta rotolare.

    Lo stupore delle donne è il nostro stupore: la tomba di Gesù è aperta ed è vuota! Da qui comincia tutto.

    Attraverso quel sepolcro vuoto passa la via nuova, quella che nessuno di noi ma solo Dio ha potuto aprire: la via della vita in mezzo alla morte, la via della pace in mezzo alla guerra, la via della riconciliazione in mezzo all’odio, la via della fraternità in mezzo all’inimicizia.

    Fratelli e sorelle, Gesù Cristo è risorto, e solo Lui è capace di far rotolare le pietre che chiudono il cammino verso la vita.

    Anzi, Lui stesso, il Vivente, è la Via: la Via della vita, della pace, della riconciliazione, della fraternità.

    Lui ci apre il passaggio umanamente impossibile, perché solo Lui toglie il peccato del mondo e perdona i nostri peccati.

    E senza il perdono di Dio quella pietra non si toglie.

    Senza il perdono dei peccati non si esce dalle chiusure, dai pregiudizi, dai sospetti reciproci, dalle presunzioni che sempre assolvono sé stessi e accusano gli altri.

    Solo Cristo Risorto, donandoci il perdono dei peccati, apre la via per un mondo rinnovato.

    Solo lui ci apre le porte della vita, quelle porte che continuamente chiudiamo con le guerre che dilagano nel mondo.

    Oggi volgiamo anzitutto lo sguardo verso la Città Santa di Gerusalemme, testimone del mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù e a tutte le comunità cristiane della Terra Santa.

    Il mio pensiero va soprattutto alle vittime dei tanti conflitti che sono in corso nel mondo, a cominciare da quelli in Israele e Palestina, e in Ucraina.

    Cristo Risorto apra una via di pace per le martoriate popolazioni di quelle regioni.

    Mentre invito al rispetto dei principi del diritto internazionale, auspico uno scambio generale di tutti i prigionieri tra Russia e Ucraina: tutti per tutti!

    Inoltre, faccio nuovamente appello a che sia garantita la possibilità di accesso agli aiuti umanitari a Gaza, esortando nuovamente a un pronto rilascio degli ostaggi rapiti il 7 ottobre scorso e a un immediato cessate-il-fuoco nella Striscia.

    Non permettiamo che le ostilità in atto continuino ad avere gravi ripercussioni sulla popolazione civile, ormai stremata, e soprattutto sui bambini.

    Quanta sofferenza vediamo negli occhi dei bambini: hanno dimenticato di sorridere quei bambini in quelle terre di guerra! Con il loro sguardo ci chiedono: perché? Perché tanta morte? Perché tanta distruzione? La guerra è sempre un’assurdità, la guerra è sempre una sconfitta! Non lasciamo che venti di guerra sempre più forti spirino sull’Europa e sul Mediterraneo.

    Non si ceda alla logica delle armi e del riarmo.

    La pace non si costruisce mai con le armi, ma tendendo le mani e aprendo i cuori.

    E fratelli e sorelle, non dimentichiamoci della Siria, che da tredici anni patisce le conseguenze di una guerra lunga e devastante.

    Tantissimi morti, persone scomparse, tanta povertà e distruzione aspettano risposte da parte di tutti, anche dalla Comunità internazionale.

    Il mio sguardo va oggi in modo speciale al Libano, da tempo interessato da un blocco istituzionale e da una profonda crisi economica e sociale, aggravate ora dalle ostilità alla frontiera con Israele.

    Il Risorto conforti l’amato popolo libanese e sostenga tutto il Paese nella sua vocazione ad essere una terra di incontro, convivenza e pluralismo.

    Un pensiero particolare rivolgo alla Regione dei Balcani Occidentali, dove si stanno compiendo passi significativi verso l’integrazione nel progetto europeo: le differenze etniche, culturali e confessionali non siano causa di divisione, ma diventino fonte di ricchezza per tutta l’Europa e per il mondo intero.

    Parimenti incoraggio i colloqui tra l’Armenia e l’Azerbaigian, perché, con il sostegno della Comunità internazionale, possano proseguire il dialogo, soccorrere gli sfollati, rispettare i luoghi di culto delle diverse confessioni religiose e arrivare al più presto ad un accordo di pace definitivo.

    Cristo risorto apra una via di speranza alle persone che in altre parti del mondo patiscono violenze, conflitti, insicurezza alimentare, come pure gli effetti dei cambiamenti climatici.

    Il Signore doni conforto alle vittime di ogni forma di terrorismo.

    Preghiamo per quanti hanno perso la vita e imploriamo il pentimento e la conversione degli autori di tali crimini.

    Il Risorto assista il popolo haitiano, affinché cessino quanto prima le violenze che lacerano e insanguinano il Paese ed esso possa progredire nel cammino della democrazia e della fraternità.

    Dia conforto ai Rohingya, afflitti da una grave crisi umanitaria, e apra la strada della riconciliazione in Myanmar lacerato da anni di conflitti interni, affinché si abbandoni definitivamente ogni logica di violenza.

    Il Signore apra vie di pace nel continente africano, specialmente per le popolazioni provate in Sudan e nell’intera regione del Sahel, nel Corno d’Africa, nella Regione del Kivu nella Repubblica Democratica del Congo e nella Provincia di Capo Delgado in Mozambico, e faccia cessare la prolungata situazione di siccità che interessa vaste aree e provoca carestia e fame.

    Il Risorto faccia risplendere la sua luce sui migranti e su coloro che stanno attraversando un periodo di difficoltà economica, offrendo loro conforto e speranza nel momento del bisogno.

    Cristo guidi tutte le persone di buona volontà ad unirsi nella solidarietà, per affrontare insieme le molte sfide che incombono sulle famiglie più povere nella loro ricerca di una vita migliore e della felicità.

    In questo giorno in cui celebriamo la vita che ci è donata nella risurrezione del Figlio, ricordiamoci dell’amore infinito di Dio per ciascuno di noi: un amore che supera ogni limite e ogni debolezza.

    Eppure come è tanto spesso disprezzato il prezioso dono della vita.

    Quanti bambini non possono nemmeno vedere la luce? Quanti muoiono di fame o sono privi di cure essenziali o sono vittime di abusi e violenze? Quante vite sono fatte oggetto di mercimonio per il crescente commercio di essere umani?

    Fratelli e sorelle, nel giorno in cui Cristo ci ha resi liberi dalla schiavitù della morte, esorto quanti hanno responsabilità politiche perché non risparmino sforzi nel combattere il flagello della tratta di esseri umani, lavorando instancabilmente per smantellarne le reti di sfruttamento e portare libertà a coloro che ne sono vittime.

    Il Signore consoli le loro famiglie, soprattutto quelle che attendono con ansia notizie dei loro cari, assicurando loro conforto e speranza.

    Possa la luce della risurrezione illuminare le nostre menti e convertire i nostri cuori, rendendoci consapevoli del valore di ogni vita umana, che deve essere accolta, protetta e amata.

    Buona Pasqua a tutti!

    Veglia Pasquale nella Notte Santa (30 Mar 2024)
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    Le donne vanno al sepolcro alle prime luci dell’alba, ma dentro di sé conservano il buio della notte.

    Pur essendo in cammino, sono ancora ferme: il loro cuore è rimasto ai piedi della croce.

    Annebbiate dalle lacrime del Venerdì Santo, sono paralizzate dal dolore, sono rinchiuse nella sensazione che ormai sia tutto finito, che sopra la vicenda di Gesù sia stata messa una pietra.

    E proprio la pietra è al centro dei loro pensieri.

    Si chiedono infatti: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?» (Mc 16,3).

    Quando arrivano sul luogo, però, la sorprendente potenza della Pasqua le sconvolge: «alzando lo sguardo – dice il testo – osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande» (Mc 16,4).

    Fermiamoci, cari fratelli e sorelle, su questi due momenti, che ci portano alla gioia inaudita della Pasqua: in un primo momento, le donne si chiedono angosciate chi farà rotolare via la pietra; poi, secondo momento, alzando lo sguardo, vedono che essa è già stata fatta rotolare.

    Anzitutto – primo momento – c’è la domanda che assilla il loro cuore spezzato dal dolore: chi ci farà rotolare via la pietra dal sepolcro? Quella pietra rappresentava la fine della storia di Gesù, sepolta nella notte della morte.

    Lui, la vita venuta nel mondo, è stato ucciso; Lui, che ha manifestato l’amore misericordioso del Padre, non ha ricevuto pietà; Lui, che ha sollevato i peccatori dal peso della condanna, è stato condannato alla croce.

    Il Principe della pace, che aveva liberato un’adultera dalla furia violenta delle pietre, giace sepolto dietro una grossa pietra.

    Quel masso, ostacolo insormontabile, era il simbolo di ciò che le donne portavano nel cuore, il capolinea della loro speranza: contro di esso tutto si era infranto, con il mistero oscuro di un tragico dolore che aveva impedito ai loro sogni di realizzarsi.

    Fratelli e sorelle, questo può accadere anche a noi.

    A volte sentiamo che una pietra tombale è stata pesantemente poggiata all’ingresso del nostro cuore, soffocando la vita, spegnando la fiducia, imprigionandoci nel sepolcro delle paure e delle amarezze, bloccando la via verso la gioia e la speranza.

    Sono “macigni della morte” e li incontriamo, lungo il cammino, in tutte quelle esperienze e situazioni che ci rubano l’entusiasmo e la forza di andare avanti: nelle sofferenze che ci toccano e nelle morti delle persone care, che lasciano in noi vuoti incolmabili; li incontriamo nei fallimenti e nelle paure che ci impediscono di compiere quanto di buono abbiamo a cuore; li troviamo in tutte le chiusure che frenano i nostri slanci di generosità e non ci permettono di aprirci all’amore; li troviamo nei muri di gomma dell’egoismo – sono veri muri di gomma –, egoismo e indifferenza, che respingono l’impegno a costruire città e società più giuste e a misura d’uomo; li troviamo in tutti gli aneliti di pace spezzati dalla crudeltà dell’odio e dalla ferocia della guerra.

    Quando sperimentiamo queste delusioni, abbiamo la sensazione che tanti sogni siano destinati ad essere infranti e anche noi ci chiediamo angosciati: chi ci rotolerà la pietra dal sepolcro?

    Eppure, queste stesse donne che avevano il buio nel cuore ci testimoniano qualcosa di straordinario: alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande.

    Ecco la Pasqua di Cristo, ecco la forza di Dio: la vittoria della vita sulla morte, il trionfo della luce sulle tenebre, la rinascita della speranza dentro le macerie del fallimento.

    È il Signore, il Dio dell’impossibile che, per sempre, ha rotolato via la pietra e ha cominciato ad aprire i nostri cuori, perché la speranza non abbia fine.

    Verso di Lui, allora, anche noi dobbiamo alzare lo sguardo.

    E allora - secondo momento – : alziamo lo sguardo a Gesù: Egli, dopo aver assunto la nostra umanità, è disceso negli abissi della morte e li ha attraversati con la potenza della sua vita divina, aprendo uno squarcio infinito di luce per ciascuno di noi.

    Risuscitato dal Padre nella sua, nella nostra carne con la forza dello Spirito Santo, ha aperto una pagina nuova per il genere umano.

    Da quel momento, se ci lasciamo prendere per mano da Gesù, nessuna esperienza di fallimento e di dolore, per quanto ci ferisca, può avere l’ultima parola sul senso e sul destino della nostra vita.

    Da quel momento, se ci lasciamo afferrare dal Risorto, nessuna sconfitta, nessuna sofferenza, nessuna morte potranno arrestare il nostro cammino verso la pienezza della vita.

    Da quel momento, «noi cristiani diciamo che questa storia … ha un senso, un senso che abbraccia ogni cosa, un senso che non è più contaminato da assurdità e oscurità … un senso che noi chiamiamo Dio … Verso di lui confluiscono tutte le acque della nostra trasformazione; esse non sprofondano negli abissi del nulla e dell’assurdità … poiché il suo sepolcro è vuoto e lui, che era morto, si è mostrato come il vivente» (K.

    Rahner, Che cos’è la risurrezione? Meditazioni sul Venerdì santo e sulla Pasqua, Brescia 2005, 33-35).

    Fratelli e sorelle, Gesù è la nostra Pasqua, Lui è Colui che ci fa passare dal buio alla luce, che si è legato a noi per sempre e ci salva dai baratri del peccato e della morte, attirandoci nell’impeto luminoso del perdono e della vita eterna.

    Fratelli e sorelle, alziamo lo sguardo a Lui, accogliamo Gesù, Dio della vita, nelle nostre vite, rinnoviamogli oggi il nostro “sì” e nessun macigno potrà soffocarci il cuore, nessuna tomba potrà rinchiudere la gioia di vivere, nessun fallimento potrà relegarci nella disperazione.

    Fratelli e sorelle, alziamo lo sguardo a Lui e chiediamogli che la potenza della sua risurrezione rotoli via i massi che ci opprimono l’anima.

    Alziamo lo sguardo a Lui, il Risorto, e camminiamo nella certezza che sul fondo oscuro delle nostre attese e delle nostre morti è già presente la vita eterna che Egli è venuto a portare.

    Sorella, fratello, esploda di giubilo il tuo cuore in questa notte, in questa notte santa! Insieme cantiamo la risurrezione di Gesù: «Cantatelo, cantatelo tutti, fiumi e pianure, deserti e montagne … cantate il Signore della vita che sorge dalla tomba, più splendente di mille soli.

    Popoli spezzati dal male e percossi dall’ingiustizia, popoli senza luogo, popoli martiri, allontanate in questa notte i cantori della disperazione.

    L’uomo dei dolori non è più in prigione: ha aperto una breccia nel muro, si affretta a venire presso di voi.

    Nasca nel buio il grido inatteso: è vivo, è risorto! E voi, fratelli e sorelle, piccoli e grandi … voi nella fatica del vivere, voi che vi sentite indegni di cantare … una fiamma nuova traversi il vostro cuore, una freschezza nuova pervada la vostra voce.

    È la Pasqua del Signore – fratelli e sorelle – è la festa dei viventi» (J-Y.

    Quellec, Dieu face nord, Ottignies 1998, 85-86).

    Santa Messa nella Cena del Signore (Casa Circondariale Femminile di Rebibbia, 28 Mar 2024)
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    In questo momento della cena, due episodi attirano la nostra attenzione.

    La lavanda dei piedi di Gesù: Gesù si umilia, e con questo gesto ci fa capire quello che aveva detto: «Io non sono venuto per essere servito, ma per servire» (cfr Mc 10,45).

    Ci insegna il cammino del servizio.

    L’altro episodio – triste – è il tradimento di Giuda che non è capace di portare avanti l’amore, e poi i soldi, l’egoismo lo portano a questa cosa brutta.

    Ma Gesù perdona tutto.

    Gesù perdona sempre.

    Soltanto chiede che noi chiediamo il perdono.

    Una volta, ho sentito una vecchietta, saggia, una vecchietta nonna, del popolo … Ha detto così: «Gesù non si stanca mai di perdonare: siamo noi a stancarci di chiedere perdono».

    Chiediamo oggi al Signore la grazia di non stancarci.

    Sempre, tutti noi abbiamo piccoli fallimenti, grandi fallimenti: ognuno ha la propria storia.

    Ma il Signore ci aspetta sempre, con le braccia aperte, e non si stanca mai di perdonare.

    Adesso faremo lo stesso gesto che ha fatto Gesù: lavare i piedi.

    È un gesto che attira l’attenzione sulla vocazione del servizio.

    Chiediamo al Signore che ci faccia crescere, tutti noi, nella vocazione del servizio.

    Grazie.

    Santa Messa del Crisma (28 Mar 2024)
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    «Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui» (Lc 4,20).

    Colpisce sempre questo passaggio del Vangelo, che porta a visualizzare la scena: a immaginare quel momento di silenzio in cui tutti gli sguardi erano concentrati su Gesù, in un misto di meraviglia e di diffidenza.

    Sappiamo tuttavia come andò a finire: dopo che Gesù ebbe smascherato le false aspettative dei suoi compaesani, essi «si riempirono di sdegno» (Lc 4,28), uscirono e lo cacciarono fuori della città.

    I loro occhi avevano fissato Gesù, ma i loro cuori non erano disposti a cambiare sulla sua parola.

    Così persero l’occasione della vita.

    Ma nella sera di oggi, Giovedì santo, avviene un incrocio di sguardi alternativo.

    Protagonista è il primo Pastore della nostra Chiesa, Pietro.

    Pure lui all’inizio non prestò fiducia alla parola “smascherante” che il Signore gli aveva rivolto: «Tre volte mi rinnegherai» (Mc 14,30).

    Così “perse di vista” Gesù e lo rinnegò al canto del gallo.

    Ma poi, quando «il Signore si voltò e fissò lo sguardo» su di lui, questi «si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto […] E uscito fuori, pianse amaramente» (Lc 22,61-62).

    I suoi occhi furono inondati di lacrime che, sgorgate da un cuore ferito, lo liberarono da convinzioni e giustificazioni fasulle.

    Quel pianto amaro gli cambiò la vita.

    Le parole e i gesti di Gesù per anni non avevano smosso Pietro dalle sue attese, simili a quelle della gente di Nazaret: anche lui aspettava un Messia politico e potente, forte e risolutore, e di fronte allo scandalo di un Gesù debole, arrestato senza opporre resistenza, dichiarò: «Non lo conosco!» (Lc 22,57).

    Ed è vero, non lo conosceva: cominciò a conoscerlo quando, nel buio del rinnegamento, fece spazio alle lacrime della vergogna, alle lacrime del pentimento.

    E lo conoscerà davvero quando, «addolorato che per la terza volta gli domandasse: “Mi vuoi bene?”», si lascerà pienamente attraversare dallo sguardo di Gesù.

    Allora dal «non lo conosco» passerà a dire: «Signore, tu conosci tutto» (Gv 21,17).

    Cari fratelli sacerdoti, la guarigione del cuore di Pietro, la guarigione dell’Apostolo, la guarigione del Pastore avvengono quando, feriti e pentiti, ci si lascia perdonare da Gesù: passano attraverso le lacrime, il pianto amaro, il dolore che consente di riscoprire l’amore.

    Per questo ho sentito di condividere con voi, qualche pensiero su un aspetto della vita spirituale piuttosto tralasciato, ma essenziale; lo ripropongo oggi con una parola forse desueta, ma che credo ci faccia bene riscoprire: la compunzione.

    La parola evoca il pungere: la compunzione è “una puntura sul cuore”, una trafittura che lo ferisce, facendo sgorgare le lacrime del pentimento.

    Un episodio, che riguarda ancora San Pietro, ci aiuta.

    Egli, trafitto dallo sguardo e dalle parole di Gesù risorto, nel giorno di Pentecoste, purificato e infuocato dallo Spirito, proclamò agli abitanti di Gerusalemme: «Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso» (cfr At 2,36).

    Gli ascoltatori avvertirono insieme il male che avevano compiuto e la salvezza che il Signore elargiva loro, e «all’udire queste cose – dice il testo – si sentirono trafiggere il cuore» (At 2,37).

    Ecco la compunzione: non un senso di colpa che butta a terra, non una scrupolosità che paralizza, ma è una puntura benefica che brucia dentro e guarisce, perché il cuore, quando vede il proprio male e si riconosce peccatore, si apre, accoglie l’azione dello Spirito Santo, acqua viva che lo smuove facendo scorrere le lacrime sul volto.

    Chi getta la maschera e si lascia guardare da Dio nel cuore riceve il dono di queste lacrime, le acque più sante dopo quelle del Battesimo [1].

    Cari fratelli sacerdoti, oggi vi auguro questo.

    Occorre però comprendere bene che cosa significhi piangere su noi stessi.

    Non significa piangerci addosso, come spesso siamo tentati di fare.

    Ciò avviene, ad esempio, quando siamo delusi o preoccupati per le nostre attese andate a vuoto, per la mancanza di comprensione da parte degli altri, magari dei confratelli e dei superiori.

    Oppure quando, per uno strano e insano piacere dell’animo, amiamo rimestare nei torti ricevuti per auto-commiserarci, pensando di non aver ricevuto ciò che meritavamo e immaginando che il futuro non potrà che riservarci continue sorprese negative.

    Questa – ci insegna San Paolo – è la tristezza secondo il mondo, opposta a quella tristezza secondo Dio [2].

    Piangere su noi stessi, invece, è pentirci seriamente di aver rattristato Dio col peccato; è riconoscere di essere sempre in debito e mai in credito; è ammettere di aver smarrito la via della santità, non avendo tenuto fede all’amore di Colui che ha dato la vita per me [3].

    È guardarmi dentro e dolermi della mia ingratitudine e della mia incostanza; è meditare con tristezza le mie doppiezze e falsità; è scendere nei meandri della mia ipocrisia, l’ipocrisia clericale, cari fratelli, quella ipocrisia nella quale scivoliamo tanto, tanto…State attenti alla ipocrisia clericale.

    Per poi, rialzare lo sguardo al Crocifisso e lasciarmi commuovere dal suo amore che sempre perdona e risolleva, che non lascia mai deluse le attese di chi confida in Lui.

    Così le lacrime continuano a scendere e purificano il cuore.

    La compunzione, infatti, richiede fatica ma restituisce pace; non provoca angoscia, ma alleggerisce l’anima dai pesi, perché agisce nella ferita del peccato, disponendoci a ricevere proprio lì la carezza del Signore che trasforma il cuore quando è «contrito e affranto» (Sal 51,19), ammorbidito dalle lacrime.

    La compunzione è dunque l’antidoto alla sclerocardia, quella durezza del cuore tanto denunciata da Gesù (cfr Mc 3,5; 10,5).

    Il cuore, infatti, senza pentimento e pianto, si irrigidisce: dapprima diventa abitudinario, poi insofferente per i problemi e indifferente alle persone, quindi freddo e quasi impassibile, come avvolto da una scorza infrangibile, e infine cuore di pietra.

    Ma, come la goccia scava la pietra, così le lacrime lentamente scavano i cuori induriti.

    Si assiste così al miracolo della tristezza, della buona tristezza che conduce alla dolcezza.

    Capiamo allora perché i maestri spirituali insistono sulla compunzione.

    San Benedetto invita ogni giorno a «confessare a Dio con lacrime e gemiti le proprie colpe passate» [4], e afferma che pregando «non saremo esauditi per le nostre parole, ma per la purezza del cuore e per la compunzione che strappa le lacrime» [5].

    E se per San Giovanni Crisostomo una sola lacrima spegne un braciere di colpe [6], l’ Imitazione di Cristo raccomanda: «Abbandonati alla compunzione del cuore», in quanto «per leggerezza di cuore e noncuranza dei nostri difetti spesso non ci rendiamo conto dei guai della nostra anima» [7].

    La compunzione è il rimedio, perché ci riporta alla verità di noi stessi, così che la profondità del nostro essere peccatori riveli la realtà infinitamente più grande del nostro essere perdonati, la gioia di essere perdonato.

    Non stupisce pertanto l’affermazione di Isacco di Ninive: «Colui che dimentica la misura dei propri peccati, dimentica la misura della grazia di Dio nei suoi confronti» [8].

    È vero, cari fratelli e sorelle, ogni nostra rinascita interiore scaturisce sempre dall’incontro tra la nostra miseria e la sua misericordia - si incontrano la nostra miseria e la sua misericordia -, ogni rinascita interiore passa attraverso la nostra povertà di spirito che permette allo Spirito Santo di arricchirci.

    Si comprendono in questa luce le forti affermazioni di tanti maestri spirituali.

    Pensiamo a quelle, paradossali, ancora di Sant’Isacco: «Colui che conosce i propri peccati […] è più grande di colui che con la preghiera risuscita i morti.

    Colui che piange un’ora su se stesso è più grande di chi serve il mondo intero con la contemplazione […].

    Colui al quale è dato di conoscere se stesso è più grande di colui a cui è dato di vedere gli angeli» [9].

    Fratelli, veniamo a noi, sacerdoti, e chiediamoci quanto la compunzione e le lacrime siano presenti nel nostro esame di coscienza e nella nostra preghiera.

    Domandiamoci se, col passare degli anni, le lacrime aumentano.

    Sotto questo aspetto è bene che avvenga il contrario rispetto alla vita biologica, dove, quando si cresce, si piange meno di quando si è bambini.

    Nella vita spirituale, invece, dove conta diventare bambini (cfr Mt 18,3), chi non piange regredisce, invecchia dentro, mentre chi raggiunge una preghiera più semplice e intima, fatta di adorazione e commozione davanti a Dio, quello matura.

    Si lega sempre meno a sé stesso e più a Cristo, e diventa povero in spirito.

    In tal modo si sente più vicino ai poveri, i prediletti di Dio, che prima – come scrive San Francesco nel suo testamento – teneva lontani in quanto era nei peccati, ma la cui compagnia, poi, da amara diventa dolce [10].

    E così chi si compunge nel cuore si sente sempre più fratello di tutti i peccatori del mondo, si sente più fratello, senza parvenza di superiorità o asprezza di giudizio, ma sempre con desiderio di amare e riparare.

    E questa, fratelli cari, è un’altra caratteristica della compunzione: la solidarietà.

    Un cuore docile, affrancato dallo spirito delle Beatitudini, diventa naturalmente incline a fare compunzione per gli altri: anziché adirarsi e scandalizzarsi per il male compiuto dai fratelli, piange per i loro peccati.

    Non si scandalizza.

    Avviene una sorta di ribaltamento, dove la tendenza naturale a essere indulgenti con sé stessi e inflessibili con gli altri si capovolge e, per grazia di Dio, si diventa fermi con sé stessi e misericordiosi con gli altri.

    E il Signore cerca, specialmente tra chi è consacrato a Lui, chi pianga i peccati della Chiesa e del mondo, facendosi strumento di intercessione per tutti.

    Quanti testimoni eroici nella Chiesa ci indicano questa via! Pensiamo ai monaci del deserto, in Oriente e in Occidente; all’intercessione continua, fatta di gemiti e lacrime, di San Gregorio di Narek; all’offerta francescana per l’Amore non amato; a sacerdoti, come il Curato d’Ars, che vivevano di penitenza per la salvezza altrui.

    Cari fratelli, non è poesia questo, questo è sacerdozio!

    Cari fratelli, a noi, suoi Pastori, il Signore non chiede giudizi sprezzanti su chi non crede, ma amore e lacrime per chi è lontano.

    Le situazioni difficili che vediamo e viviamo, la mancanza di fede, le sofferenze che tocchiamo, a contatto con un cuore compunto non suscitano la risolutezza nella polemica, ma la perseveranza nella misericordia.

    Quanto abbiamo bisogno di essere liberi da durezze e recriminazioni, da egoismi e ambizioni, da rigidità e insoddisfazioni, per affidarci e affidare a Dio, trovando in Lui una pace che salva da ogni tempesta! Adoriamo, intercediamo e piangiamo per gli altri: permetteremo al Signore di compiere meraviglie.

    E non temiamo: Lui ci sorprenderà!

    Il nostro ministero ne gioverà.

    Oggi, in una società secolare, corriamo il rischio di essere molto attivi e al tempo stesso di sentirci impotenti, col risultato di perdere l’entusiasmo ed essere tentati di “tirare i remi in barca”, di chiuderci nella lamentela e far prevalere la grandezza dei problemi sulla grandezza di Dio.

    Se ciò avviene, diventiamo amari e pungenti sempre sparlando, sempre trovando qualche occasione per lamentarsi.

    Ma se invece l’amarezza e la compunzione si rivolgono, anziché al mondo, al proprio cuore, il Signore non manca di visitarci e rialzarci.

    Come esorta a fare l’ Imitazione di Cristo: «Non portare dentro di te le faccende degli altri, non impicciarti neppure di quello che fanno le persone più in vista; piuttosto vigila sempre e in primo luogo su di te, e rivolgi il tuo ammonimento particolarmente a te stesso, prima che ad altre persone, anche care.

    Non rattristarti se non ricevi il favore degli uomini; quello che ti deve pesare, rattristare, invece, è la constatazione di non essere del tutto e sicuramente sulla via del bene» [11].

    Da ultimo, vorrei sottolineare un aspetto essenziale: la compunzione non è tanto frutto del nostro esercizio, ma è una grazia e come tale va chiesta nella preghiera.

    Il pentimento è dono di Dio, è frutto dell’azione dello Spirito Santo.

    Per facilitarne la crescita, condivido due piccoli consigli.

    Il primo è quello di non guardare la vita e la chiamata in una prospettiva di efficienza e di immediatezza, legata solo all’oggi e alle sue urgenze e aspettative, ma nell’insieme del passato e del futuro.

    Del passato, ricordando la fedeltà di Dio - Dio è fedele - , facendo memoria del suo perdono, ancorandoci al suo amore; e del futuro, pensando alla meta eterna a cui siamo chiamati, al fine ultimo della nostra esistenza.

    Allargare gli orizzonti, cari fratelli, allargare gli orizzonti aiuta a dilatare il cuore, stimola a rientrare in sé stessi con il Signore e a vivere la compunzione.

    Un secondo consiglio, che viene di conseguenza: riscopriamo la necessità di dedicarci a una preghiera che non sia dovuta e funzionale, ma gratuita, calma e prolungata.

    Fratello, com’è la tua preghiera? Torniamo all’adorazione - ti sei dimenticato di adorare? - e torniamo alla preghiera del cuore.

    Ripetiamo: Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore.

    Sentiamo la grandezza di Dio nella nostra bassezza di peccatori, per guardarci dentro e lasciarci attraversare dal suo sguardo.

    Riscopriremo la sapienza della Santa Madre Chiesa, che ci introduce alla preghiera sempre con l’invocazione del povero che grida: O Dio, vieni a salvarmi.

    Carissimi, torniamo infine a San Pietro e alle sue lacrime.

    L’altare posto sopra la sua tomba non può che farci pensare a quante volte noi, che lì ogni giorno diciamo: «Prendete, e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi», quante volte deludiamo e rattristiamo Colui che ci ama al punto da fare delle nostre mani gli strumenti della sua presenza.

    È bene pertanto fare nostre quelle parole con cui ci prepariamo sottovoce: «Umili e pentiti accoglici, o Signore», e ancora: «Lavami, o Signore, dalla mia colpa, dal mio peccato rendimi puro».

    In tutto, fratelli, ci consola la certezza consegnataci oggi dalla Parola: il Signore, consacrato con l’unzione (cfr Lc 4,18), è venuto «a fasciare le piaghe dei cuori spezzati» (Is 61,1).

    Dunque, se il cuore si spezza potrà essere fasciato e guarito da Gesù.

    Grazie, cari sacerdoti, grazie per il vostro cuore aperto e docile; grazie per le vostre fatiche e grazie per i vostri pianti; grazie perché portate la meraviglia della misericordia – perdonate sempre, siate misericordiosi – e portate questa misericordia, portate Dio ai fratelli e alle sorelle del nostro tempo.

    Cari sacerdoti, Il Signore vi consoli, vi confermi e vi ricompensi.

    Grazie.

    __________________________________________


    [1] «La Chiesa ha l’acqua e le lacrime: l’acqua del Battesimo, le lacrime della Penitenza» (S.

    Ambrogio, Epistula extra collectionem, I, 12).

    [2] «La tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte» ( 2 Cor 7,10).

    [3] Cfr S.

    Giovanni Crisostomo, De compunctione, I, 10.

    [4] Regola, IV,57.

    [5] Ivi, XX,3.

    [6] Cfr De paenitentia, VII,5.

    [7] Cap.

    XXI.

    [8] Discorsi ascetici (III Coll.), XII.

    [9] Discorsi ascetici (I Coll.), XXXIV (vers.

    greca).

    [10] Cfr FF 110.

    [11] Cap.

    XXI.

    Lettera del Santo Padre ai cattolici di Terra Santa (Settimana Santa 2024)
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    Cari fratelli e sorelle,

    da tempo vi penso e ogni giorno prego per voi.

    Ma ora, alla vigilia di questa Pasqua, che per voi sa tanto di Passione e ancora poco di Risurrezione, sento il bisogno di scrivervi per dirvi che vi porto nel cuore.

    Sono vicino a tutti voi, nei vostri vari riti, cari fedeli cattolici sparsi su tutto il territorio della Terra Santa: in particolare a quanti, in questi frangenti, stanno patendo più dolorosamente il dramma assurdo della guerra, ai bambini cui viene negato il futuro, a quanti sono nel pianto e nel dolore, a quanti provano angoscia e smarrimento.

    La Pasqua, cuore della nostra fede, è ancora più significativa per voi che la celebrate nei Luoghi in cui il Signore è vissuto, morto e risorto: non solo la storia, ma neanche la geografia della salvezza esisterebbe senza la Terra che voi abitate da secoli, dove volete restare e dov’è bene che possiate restare.

    Grazie per la vostra testimonianza di fede, grazie per la carità che c’è tra di voi, grazie perché sapete sperare contro ogni speranza.

    Desidero che ciascuno di voi senta il mio affetto di padre, che conosce le vostre sofferenze e le vostre fatiche, in particolare quelle di questi ultimi mesi.

    Insieme al mio affetto, possiate percepire quello di tutti i cattolici del mondo! Il Signore Gesù, nostra Vita, come Buon Samaritano versi sulle ferite del vostro corpo e della vostra anima l’olio della consolazione e il vino della speranza.

    Pensandovi, torna alla memoria il pellegrinaggio che ho compiuto in mezzo a voi dieci anni fa; e faccio mie le parole che San Paolo VI, primo Successore di Pietro pellegrino in Terra Santa, rivolse a tutti i credenti cinquant’anni fa: «Il protrarsi dello stato di tensione nel Medio Oriente, senza che siano compiuti passi conclusivi verso la pace, costituisce un grave e costante pericolo, che minaccia non solo la tranquillità e la sicurezza di quelle popolazioni – e la pace del mondo intero – ma anche certi valori sommamente cari, per diversi motivi, a tanta parte dell’umanità» (Esort.

    Ap.

    Nobis in Animo).

    Cari fratelli e sorelle, la comunità cristiana di Terra Santa non è stata soltanto, lungo i secoli, custode dei Luoghi della salvezza, ma ha costantemente testimoniato, attraverso le proprie sofferenze, il mistero della Passione del Signore.

    E, con la sua capacità di rialzarsi e andare avanti, ha annunciato e continua ad annunciare che il Crocifisso è Risorto, che con i segni della Passione è apparso ai discepoli e salito al cielo, portando al Padre la nostra umanità tormentata ma redenta.

    In questi tempi oscuri, in cui sembra che le tenebre del Venerdì santo ricoprano la vostra Terra e troppe parti del mondo sfigurate dall’inutile follia della guerra, che è sempre e per tutti una sanguinosa sconfitta, voi siete fiaccole accese nella notte; siete semi di bene in una terra lacerata da conflitti.

    Per voi e con voi prego: “Signore, tu che sei la nostra pace (cfr Ef 2,14-22), tu che hai proclamato beati gli operatori di pace (cfr Mt 5,9), libera il cuore dell’uomo dall’odio, dalla violenza e dalla vendetta.

    Noi guardiamo te e seguiamo te, che perdoni, che sei mite e umile di cuore (cfr Mt 11,29).

    Fa’ che nessuno ci rubi dal cuore la speranza di rialzarci e di risorgere con te, fa’ che non ci stanchiamo di affermare la dignità di ogni uomo, senza distinzione di religione, di etnia o di nazionalità, a partire dai più fragili: dalle donne, dagli anziani, dai piccoli e dai poveri”.

    Fratelli, sorelle, voglio dirvi: non siete soli e non vi lasceremo soli, ma rimarremo solidali con voi attraverso la preghiera e la carità operosa, sperando di poter tornare presto da voi come pellegrini, per guardarvi negli occhi e abbracciarvi, per spezzare il pane della fraternità e contemplare quei virgulti di speranza cresciuti dai vostri semi, sparsi nel dolore e coltivati con pazienza.

    So che i vostri Pastori, i religiosi e le religiose vi sono vicini: li ringrazio di cuore per quanto hanno fatto e continuano a fare.

    Cresca e risplenda, nel crogiolo della sofferenza, l’oro dell’unità, anche con i fratelli e le sorelle delle altre Confessioni cristiane, ai quali pure desidero manifestare la mia spirituale vicinanza ed esprimere il mio incoraggiamento.

    Tutti porto nella preghiera.

    Vi benedico e invoco su di voi la protezione della Beata Vergine Maria, figlia della vostra Terra.

    Rinnovo l’invito a tutti i cristiani del mondo a farvi sentire il loro sostegno concreto e a pregare senza stancarsi, perché l’intera popolazione della vostra cara Terra sia finalmente nella pace.

    Fraternamente, 

    Roma, San Giovanni in Laterano, Settimana Santa 2024
     

    FRANCESCO

    Udienza Generale del 27 Mar 2024 - Catechesi. I vizi e le virtù. La pazienza
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    Il testo qui di seguito include anche parti non lette che sono date ugualmente come pronunciate.


    Catechesi.

    I vizi e le virtù.

    La pazienza

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Oggi l’udienza era prevista in Piazza, ma per la pioggia è stata trasferita qui dentro.

    È vero che sarete un po’ ammucchiati, ma almeno saremo non bagnati! Grazie della vostra pazienza.

    Domenica scorsa abbiamo ascoltato il racconto della Passione del Signore.

    Alle sofferenze che subisce, Gesù risponde con una virtù che, pur non contemplata tra quelle tradizionali, è tanto importante: la virtù della pazienza.

    Essa riguarda la sopportazione di ciò che si patisce: non a caso pazienza ha la stessa radice di passione.

    E proprio nella Passione emerge la pazienza di Cristo, che con mitezza e mansuetudine accetta di essere arrestato, schiaffeggiato e condannato ingiustamente; davanti a Pilato non recrimina; sopporta gli insulti, gli sputi e la flagellazione dei soldati; porta il peso della croce; perdona chi lo inchioda al legno e sulla croce non risponde alle provocazioni, ma offre misericordia.

    Questa è la pazienza di Gesù.

    Tutto questo ci dice che la pazienza di Gesù non consiste in una stoica resistenza nel soffrire, ma è il frutto di un amore più grande.

    L’Apostolo Paolo, nel cosiddetto “Inno alla carità” (cfr 1 Cor 13,4-7), congiunge strettamente amore e pazienza.

    Infatti, nel descrivere la prima qualità della carità, utilizza una parola che si traduce con “magnanima”, “paziente”.

    La carità è magnanima, è paziente.

    Essa esprime un concetto sorprendente, che torna spesso nella Bibbia: Dio, di fronte alla nostra infedeltà, si mostra «lento all’ira» (cfr Es 34,6; cfr Nm 14,18): anziché sfogare il proprio disgusto per il male e il peccato dell’uomo, si rivela più grande, pronto ogni volta a ricominciare da capo con infinita pazienza.

    Questo per Paolo è il primo tratto dell’amore di Dio, che davanti al peccato propone il perdono.

    Ma non solo: è il primo tratto di ogni grande amore, che sa rispondere al male col bene, che non si chiude nella rabbia e nello sconforto, ma persevera e rilancia.

    La pazienza che ricomincia.

    Dunque, alla radice della pazienza c’è l’amore, come dice Sant’Agostino: «Uno è tanto più forte a sopportare qualunque male, quanto in lui è maggiore l’amore di Dio» (De patientia, XVII).

    Si potrebbe allora dire che non c’è migliore testimonianza dell’amore di Gesù che incontrare un cristiano paziente.

    Ma pensiamo anche a quante mamme e papà, lavoratori, medici e infermieri, ammalati che ogni giorno, nel nascondimento, abbelliscono il mondo con una santa pazienza! Come afferma la Scrittura, «è meglio la pazienza che la forza di un eroe» (Pr 16,32).

    Tuttavia, dobbiamo essere onesti: siamo spesso carenti di pazienza.

    Nel quotidiano siamo impazienti, tutti.

    Ne abbiamo bisogno come della “vitamina essenziale” per andare avanti, ma ci viene istintivo spazientirci e rispondere al male col male: è difficile stare calmi, controllare l’istinto, trattenere brutte risposte, disinnescare litigi e conflitti in famiglia, al lavoro o nella comunità cristiana.

    Subito viene la risposta, non siamo capaci di essere pazienti.

    Ricordiamo però che la pazienza non è solo una necessità, è una chiamata: se Cristo è paziente, il cristiano è chiamato a essere paziente.

    E ciò chiede di andare controcorrente rispetto alla mentalità oggi diffusa, in cui dominano la fretta e il “tutto subito”; dove, anziché attendere che maturino le situazioni, si spremono le persone, pretendendo che cambino all’istante.

    Non dimentichiamo che la fretta e l’impazienza sono nemiche della vita spirituale.

    Perché? Dio è amore, e chi ama non si stanca, non è irascibile, non dà ultimatum, Dio è paziente, Dio sa attendere.

    Pensiamo al racconto del Padre misericordioso, che aspetta il figlio andato via di casa: soffre con pazienza, impaziente solo di abbracciarlo appena lo vede tornare (cfr Lc 15,21); o pensiamo alla parabola del grano e della zizzania, con il Signore che non ha fretta di sradicare il male prima del tempo, perché nulla vada perduto (cfr Mt 13,29-30).

    La pazienza ci fa salvare tutto.

    Ma, fratelli e sorelle, come si fa ad accrescere la pazienza? Essendo, come insegna San Paolo, un frutto dello Spirito Santo (cfr Gal 5,22), va chiesta proprio allo Spirito di Cristo.

    Lui ci dà la forza mite della pazienza – è una forza mite la pazienza –, perché «è proprio della virtù cristiana non solo operare il bene, ma anche saper sopportare i mali» (S.

    Agostino, Discorsi, 46,13).

    Specialmente in questi giorni ci farà bene contemplare il Crocifisso per assimilarne la pazienza.

    Un bell’esercizio è anche quello di portare a Lui le persone più fastidiose, domandando la grazia di mettere in pratica nei loro riguardi quell’opera di misericordia tanto nota quanto disattesa: sopportare pazientemente le persone moleste.

    E non è facile.

    Pensiamo se noi facciamo questo: sopportare pazientemente le persone moleste.

    Si comincia dal chiedere di guardarle con compassione, con lo sguardo di Dio, sapendo distinguere i loro volti dai loro sbagli.

    Noi abbiamo l’abitudine di catalogare le persone con gli sbagli che fanno.

    No, non è buono questo.

    Cerchiamo le persone per i loro volti, per il loro cuore e non per gli sbagli!

    Infine, per coltivare la pazienza, virtù che dà respiro alla vita, è bene ampliare lo sguardo.

    Ad esempio, non restringendo il campo del mondo ai nostri guai, come invita a fare l’Imitazione di Cristo: «Occorre dunque che tu rammenti le sofferenze più gravi degli altri, per imparare a sopportare le tue, piccole», ricordando che «non c’è cosa, per quanto piccola, purché sopportata per amore di Dio, che passi senza ricompensa presso Dio» (III, 19).

    E ancora, quando ci sentiamo nella morsa della prova, come insegna Giobbe, è bene aprirsi con speranza alla novità di Dio, nella ferma fiducia che Egli non lascia deluse le nostre attese.

    Pazienza è saper sopportare i mali.

    E qui oggi, in questa udienza, ci sono due persone, due papà: uno israeliano e uno arabo.

    Ambedue hanno perso le loro figlie in questa guerra e ambedue sono amici.

    Non guardano all’inimicizia della guerra, ma guardano l’amicizia di due uomini che si vogliono bene e che sono passati per la stessa crocifissione.

    Pensiamo a questa testimonianza tanto bella di queste due persone che hanno sofferto nelle loro figlie la guerra della Terra Santa.

    Cari fratelli, grazie per la vostra testimonianza!

    _____________________________________

    Saluti

    Je salue cordialement les pèlerins de langue française, en particulier:  le Club Guerlédan de Rennes.

    Que la contemplation de la Passion du Seigneur nous donne la force de persévérer humblement dans la foi malgré les épreuves de la vie.

    Que Dieu vous bénisse.

    [Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese, in particolare il Club Guerlédan di Rennes.

    La contemplazione della Passione del Signore ci dia la forza di perseverare umilmente nella fede nonostante le prove della vita.

    Dio vi benedica.]

    I extend a warm welcome to the English-speaking pilgrims and visitors participating in today’s Audience, especially the groups from the Philippines, Pakistan, Canada and the United States of America.  As we prepare for the Sacred Triduum, I invoke upon all of you the grace and peace of our Lord Jesus Christ.  God bless you!  

    [Do il benvenuto a tutti i pellegrini di lingua inglese che partecipano all’Udienza di oggi, specialmente ai gruppi provenienti da Filippine, Pakistan, Canada e Stati Uniti d’America.

    Preparandoci al Sacro Triduo, invoco su tutti voi la grazia e la pace di nostro Signore Gesù Cristo.

    Dio vi benedica!]

    Einen herzlichen Gruß richte ich an die Pilger deutscher Sprache.

    Die Karwoche recht leben, bedeutet sich immer mehr auf die Logik der Liebe Gottes einzulassen, die Logik der Liebe und der Hingabe.

    Die Feier des Heiligen Triduums stärke uns in der Nachfolge Christi und lasse uns an seinem Ostersieg Anteil erlangen.

    [Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua tedesca.

    Vivere in modo giusto la Settimana Santa, significa entrare sempre più nella logica di Dio, quella dell’amore e del dono di sé.

    La celebrazione del Triduo Santo ci rafforzi nell’imitazione di Cristo e ci renda partecipi della sua vittoria pasquale.]

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, de manera especial a los participantes en el Encuentro UNIV 2024.

    Los invito a vivir estos días santos contemplando a Cristo crucificado, que con su ejemplo nos enseña a amar y a ser pacientes, en la espera gozosa de la Resurrección.

    Que Jesús los bendiga y la Virgen Santa los cuide.

    Muchas gracias.

    Dou as boas-vindas a todos os peregrinos de língua portuguesa, de modo particular aos fiéis brasileiros de São Carlos.

    Nos dias do Tríduo Pascal, somos convidados a contemplar, em silêncio orante, o Crucifixo.

    Isto ajudar-nos-á a crescer, à semelhança de Jesus, na humildade e na paciência, das quais o nosso tempo tem tanta necessidade.

    Obrigado.

    [Do il benvenuto a tutti i pellegrini di lingua portoghese, in particolare ai fedeli brasiliani di São Carlos.

    Nei giorni del Triduo Pasquale, siamo invitati a contemplare, nel silenzio orante, il Crocifisso.

    Ci aiuterà a crescere nell’umiltà e nella pazienza a somiglianza di Gesù.

    E il nostro tempo ne ha tanto bisogno.

    Grazie.]

    أُحيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ بِاللُّغَةِ العَرَبِيَّة.

    باقتِرابِ عيدِ الفِصح، لِنَحمِلْ فِي أذهانِنا وفِي قُلوبِنا آلامَ المرضَى والفُقراءِ والمُهَمَّشِين، ولْنَتَذَكَّرْ ضحايا الحروبِ الأبرِياء، حتَّى يَمنَحَهُم المسيحُ جميعًا، بقِيامَتِهِ مِن بَينِ الأموات، السَّلامَ والتَّعزِيَة.

    باركَكُم الرّبُّ جَميعًا وحَماكُم دائِمًا مِن كُلِّ شَرّ!

    [Saluto i fedeli di lingua araba.

    Avvicinandosi la festa della Pasqua, portiamo nella mente e nel cuore le sofferenze dei malati, dei poveri e degli emarginati, ricordando anche le vittime innocenti delle guerre, affinché il Cristo, con la sua Resurrezione, conceda a tutti la pace e la consolazione.

    Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male‎‎‎‏!]

    Serdecznie pozdrawiam pielgrzymów polskich.

    W tych dniach mocno przemawia do nas prawda o bezgranicznej miłości Boga do grzesznego człowieka.

    Skoro Bóg tyle wycierpiał, by okazać każdemu z nas swoje miłosierdzie, jesteśmy wezwani aby otworzyć nasze serca na tę miłość, okazując także wielką cierpliwość bliźniemu.

    Z serca Wam błogosławię.

    [Saluto cordialmente i pellegrini polacchi.

    In questi giorni, ci parla con forza la verità dell’amore sconfinato di Dio verso l’uomo peccatore.

    Poiché Dio ha sofferto così tanto per mostrare la sua misericordia a ciascuno di noi, siamo chiamati ad aprire i nostri cuori a questo amore, mostrando anche una grande pazienza verso il prossimo.

    Vi benedico di cuore.]

    * * *

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana: parrocchie, associazioni e scuole, in particolare agli alunni dell’Istituto Marconi di Gorgonzola e a quelli dell’Istituto Carlo Alberto Dalla Chiesa di Afragola.

    Nell’intenso clima spirituale della Settimana Santa, saluto con affetto i giovani, i malati, gli anziani e gli sposi novelli.

    Invito ciascuno a vivere questi giorni nella preghiera, per aprirsi alla grazia di Cristo Redentore, fonte di gioia e di misericordia.

    Fratelli e sorelle, preghiamo per la pace.

    Che il Signore ci dia la pace nella martoriata Ucraina, che sta soffrendo tanto sotto i bombardamenti; anche in Israele e Palestina, che ci sia la pace nella Terra Santa.

    Che il Signore dia la pace a tutti, come dono della sua Pasqua!

    A tutti la mia Benedizione.

    Videomessaggio del Santo Padre ai fedeli di Rosario (26 Mar 2024)
    Visita il link

    Cari fratelli e sorelle di Rosario,

    Mi viene in mente in questo momento un versetto del Vangelo di Matteo: «Beati gli operatori di pace» (Mt 5, 9).

    È una delle beatitudini.

    E in un momento di crisi, come quelli che vive la città del Rosario, comprendiamo il bisogno della presenza delle forze di sicurezza per portare tranquillità alla comunità.

    Tuttavia sappiamo che nel cammino della pace si devono percorrere risposte complesse e integrali, con la collaborazione di tutte le istituzioni che formano la vita di una società.

    È necessario rafforzare la comunità.

    Ogni popolo ha in sé gli strumenti per superare ciò che attenta alla sua integrità, alla vita dei suoi figli più deboli.  Contro te che attenti, bisogna rafforzare la comunità.  Nessuna persona di buona volontà può sentirsi né essere esclusa dal grande compito di far sì che Rosario sia un luogo in cui tutti possano sentirsi fratelli.

    Senza complicità di un settore del potere politico, giudiziario, economico, finanziario e della polizia non sarebbe possibile arrivare alla situazione in cui si trova la città di Rosario.

    È necessario «rivalutare la politica, che “è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità, perché cerca il bene comune”» (Lettera enciclica Fratelli tutti, n.

    180).  Tutti i settori politici sono chiamati a percorrere il grande cammino del consenso e del dialogo per generare leggi e politiche pubbliche che accompagnino un processo di recupero del tessuto sociale.

    L’alternanza delle amministrazioni deve sostenere la continuità dei processi di cambiamento.

    Occorre lavorare non solo sull’offerta, ma anche sulla domanda di droghe, attraverso politiche di prevenzione e di assistenza.

    Il silenzio dello Stato in questo campo fa solo sembrare naturale e facilita la promozione del consumo di droghe e la loro commercializzazione.

    In un contesto come questo, è necessario che il sistema democratico vegli sull’istituzionalità della giustizia, di modo che possa essere indipendente, per indagare sulle reti della corruzione e del riciclaggio di denaro che favoriscono l’avanzare del narcotraffico.

    Ogni membro del potere giudiziario è responsabile di custodire la sua integrità, il che inizia dalla rettitudine del suo cuore.

    Allo stesso modo, vanno ringraziati tutti quegli uomini e quelle donne che, con il loro silenzioso impegno con la giustizia, tante volte mettono a rischio la propria vita per il bene comune in un contesto spesso disumanizzato.

    «L’imprenditore è una figura fondamentale di ogni buona economia: non c’è buona economia senza buon imprenditore».

    Purtroppo, non c’è neppure una cattiva economia senza la complicità di una parte del settore privato.

    Si prospetta quindi un grande compito nel settore imprenditoriale, non solo impedendo la complicità negli affari con le organizzazioni mafiose, ma anche impegnandosi socialmente.

    Ci sono grandi esempi di ciò nella vita dell’imprenditoria argentina, tra i quali quello di Enrique Shaw.

    Nessuno si salva da solo, anche nei quartieri privati si possono trovare l’insicurezza e la minaccia del consumo per i propri figli.

    La pace è un’impresa che esige la creatività e l’impegno di tutti coloro che hanno il dono d’intraprendere e d’innovare, e voi sapete come farlo.

    Grazie per questo.

    Dato che, in ogni sistema mafioso, i poveri sono il materiale “usa e getta”, vi invito a compiere sforzi e a unire sforzi affinché lo Stato e le istituzioni intermedie possano offrire spazi comunitari nei quartieri vulnerabili.

    E possono anche creare condizioni affinché i bambini, gli adolescenti e i giovani abbiano uno sviluppo umano integrale, per un futuro migliore di quello che hanno avuto i loro genitori e i loro nonni.

    Tutti noi — istituzioni sociali, civili e religiose — dobbiamo essere uniti per fare ciò che sappiamo fare meglio: creare comunità.  Rosario può contare su una grande ricchezza di istituzioni al servizio degli altri.

    È una ricchezza che voi avete.

    Tutti possiamo collaborare e partecipare agli spazi sportivi, educativi e comunitari.

    Il timore isola sempre, il timore paralizza.

    Non dovete aver paura d’impegnarvi insieme ad altri per essere risposta pacifica e ispiratrice.

    Fratelli e sorelle, la Chiesa, come Madre e samaritana, è sempre chiamata ad accompagnare spiritualmente e organicamente i familiari delle vittime che hanno perso la vita a causa della violenza, accompagnare i malati, accompagnare quanti vivono la piaga delle dipendenze e i loro familiari, accompagnare quanti si trovano in carcere e hanno poi bisogno di un cammino di reinserimento, accompagnare quanti vivono in situazioni di vulnerabilità estrema.  La parrocchia è la Chiesa che si fa vicina, è la comunità dove tutti possono sentirsi amati.

    Per molti bambini, adolescenti e giovani vulnerabili sarà forse l’unica esperienza di famiglia che avranno l’opportunità di conoscere.

    In questi tempi, l’amore, la carità, sarà l’annuncio più esplicito del Vangelo per una società che si sente minacciata.

    Cari fratelli e sorelle di Rosario, vi sono vicino.

    La Vergine del Rosario intercede giorno e notte per tutti i suoi figli, soprattutto, come sono solite fare le mamme, con un’attenzione speciale per quanti hanno maggiori fragilità.

    Che Dio vi benedica, un abbraccio.

    ____________________________________

    L’Osservatore Romano, Anno CLXIV n.

    70, martedì 26 marzo 2024, p.

    8.

    Messaggio del Santo Padre per il 5° anniversario dell'Esortazione Apostolica Christus Vivit (25 Mar 2024)
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    Cari giovani,

    Cristo vive e vi vuole vivi! È una certezza che sempre riempie di gioia il mio cuore e che mi spinge ora a scrivervi questo messaggio, a cinque anni dalla pubblicazione dell’Esortazione apostolica Christus vivit, frutto dell’Assemblea del Sinodo dei Vescovi che aveva come tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.

    Vorrei anzitutto che le mie parole ravvivassero in voi la speranza.

    Nell’attuale contesto internazionale, infatti, segnato da tanti conflitti, da tante sofferenze, posso immaginare che molti di voi si sentano scoraggiati.

    Perciò desidero ripartire insieme a voi dall’annuncio che sta a fondamento della speranza per noi e per l’intera umanità: “Cristo vive!”.

    Lo dico a ciascuno di voi in particolare: Cristo vive e ti ama, infinitamente.

    E il suo amore per te non è condizionato dalle tue cadute o dai tuoi errori.

    Lui, che ha dato la sua vita per te, non aspetta, per amarti, la tua perfezione.

    Guarda le sue braccia aperte sulla croce e «lasciati salvare sempre nuovamente» [1], cammina con Lui come con un amico, accoglilo nella tua vita e lasciagli condividere le gioie e le speranze, le sofferenze e le angosce della tua giovinezza.

    Vedrai che il tuo cammino si illuminerà e che anche i pesi più grandi diventeranno meno gravosi, perché ci sarà Lui a portarli con te.

    Per questo, invoca ogni giorno lo Spirito Santo, che «ti fa entrare sempre più nel cuore di Cristo, affinché tu sia sempre più colmo del suo amore, della sua luce e della sua forza» [2].

    Quanto vorrei che questo annuncio arrivasse a ciascuno di voi, e che ognuno lo percepisse vivo e vero nella propria vita e sentisse il desiderio di condividerlo coi suoi amici! Sì, perché voi avete questa grande missione: testimoniare a tutti la gioia che nasce dall’amicizia con Cristo.

    All’inizio del mio Pontificato, durante la GMG di Rio de Janeiro, vi ho detto con forza: fatevi sentire! “Hagan lio!”.

    E ancora oggi torno a chiedervelo: fatevi sentire, gridate, non tanto con la voce ma con la vita e con il cuore, questa verità: Cristo vive! Perché tutta la Chiesa sia spinta a rialzarsi, a mettersi sempre di nuovo in cammino e a portare il suo annuncio a tutto il mondo.

    Il prossimo 14 aprile ricorderemo i 40 anni dal primo grande raduno dei giovani che, nel contesto dell’Anno Santo della Redenzione, fu il germoglio delle future Giornate Mondiali della Gioventù.

    Alla fine di quell’anno giubilare, nel 1984, San Giovanni Paolo II consegnò la Croce ai giovani con la missione di portarla in tutto il mondo come segno e ricordo che solo in Gesù morto e risorto c’è salvezza e redenzione.

    Come ben sapete, si tratta di una Croce di legno senza il Crocifisso, così voluta per ricordarci che essa celebra soprattutto il trionfo della Risurrezione, la vittoria della vita sulla morte, per dire a tutti: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto» ( Lc 24,5-6).

    E voi Gesù contemplatelo così: vivo e traboccante di gioia, vincitore della morte, amico che vi ama e vuole vivere in voi [3].

    Solo così, nella luce della sua presenza, la memoria del passato sarà feconda e avrete il coraggio di vivere il presente e affrontare il futuro con speranza.

    Potrete assumere con libertà la storia delle vostre famiglie, dei vostri nonni, dei vostri genitori, le tradizioni religiose dei vostri Paesi, per essere a vostra volta costruttori del domani, “artigiani” del futuro.

    L’Esortazione Christus vivit è frutto di una Chiesa che vuole camminare insieme e che perciò si mette in ascolto, in dialogo e in costante discernimento della volontà del Signore.

    Per questo, più di cinque anni fa, in vista del Sinodo sui giovani, a tanti di voi, di varie parti del mondo, è stato chiesto di condividere le proprie attese e i propri desideri.

    Centinaia di giovani sono venuti a Roma e hanno lavorato insieme per alcuni giorni, raccogliendo idee da proporre: grazie al loro lavoro i Vescovi hanno potuto conoscere e approfondire una visione più ampia e profonda del mondo e della Chiesa.

    È stato un vero “esperimento sinodale”, che ha portato molti frutti e che ha preparato la strada anche per un nuovo Sinodo, quello che stiamo vivendo adesso, in questi anni, proprio sulla sinodalità.

    Come leggiamo nel Documento Finale del 2018, infatti, «la partecipazione dei giovani ha contribuito a “risvegliare” la sinodalità, che è una “dimensione costitutiva della Chiesa”» [4].

    E ora, in questa nuova tappa del nostro percorso ecclesiale, abbiamo più che mai bisogno della vostra creatività per esplorare vie nuove, sempre nella fedeltà alle nostre radici.

    Cari giovani, voi siete speranza viva di una Chiesa in cammino! Per questo vi ringrazio della vostra presenza e del vostro apporto alla vita del Corpo di Cristo.

    E mi raccomando: non fateci mai mancare il vostro chiasso buono, la vostra spinta come quella di un motore pulito e agile, il vostro modo originale di vivere e annunciare la gioia di Gesù Risorto! Per questo prego; e anche voi, per favore, pregate per me.

    Roma, San Giovanni in Laterano, 25 marzo 2024, Lunedì Santo.

     

    FRANCESCO

    _________________________________________


    [1] Esort.

    ap.

    postsin.

    Christus vivit, 123.

    [2]  Ivi, 130.

    [3] Cfr ivi, 126.

    [4] Sinodo dei Vescovi, XV Assemblea Generale Ordinaria, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale.

    Documento Finale, 121.

    Alla comunità dei Nigeriani in Roma (25 Mar 2024)
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    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Rivolgo un cordiale saluto e benvenuto a tutti voi, qui convenuti per celebrare i venticinque anni di presenza della comunità cattolica nigeriana a Roma.

    La data odierna, 25 marzo, coincide con una ricorrenza liturgica molto importante, cioè la Solennità dell’Annunciazione; quest’anno, però, a causa della Settimana Santa, l’Annunciazione viene spostata in un altro giorno.

    Queste due realtà, la prima che ci ricorda l’Incarnazione del Signore e l’altra che ci introduce nei misteri pasquali della salvezza, ci mostrano che il Verbo, che si è fatto carne e ha abitato in mezzo a noi (cfr Gv 1,14), ha vissuto, è morto ed è risorto per realizzare la riconciliazione e la pace tra Dio e l’umanità.

    Egli ci ha donato la sua vita!

    A questo proposito, vorrei soffermarmi brevemente su tre elementi che ritengo vitali per la vita della vostra comunità: la gratitudine, la ricchezza nella diversità e il dialogo.

    Innanzitutto la gratitudine.

    Vi ringrazio per tutto ciò che avete fatto e continuate a fare testimoniando il gioioso messaggio del Vangelo.

    Mi unisco a voi anche nel ringraziare Dio Onnipotente per i numerosi giovani nigeriani che hanno ascoltato la chiamata del Signore al sacerdozio e alla vita consacrata e hanno risposto con generosità, umiltà e perseveranza.

     Ce ne sono alcuni qui tra di voi, giovani sacerdoti e giovani suore.

    A ciascun seguace di Gesù, infatti, secondo la sua particolare vocazione, è affidata la responsabilità di servire Dio e il prossimo nell’amore, rendendo Cristo presente nella vita dei fratelli.

    Possiate essere sempre discepoli missionari, grati che il Signore vi abbia scelti per seguirlo e vi abbia inviato a proclamare con zelo la nostra fede e a contribuire alla costruzione di un mondo più giusto e umano.

    In secondo luogo, la ricchezza nella diversità.

    Su questo, vorrei dire che la diversità di etnie, tradizioni culturali e lingue nella vostra Nazione non costituisce un problema, ma è un dono che arricchisce il tessuto della Chiesa come quello dell’intera società, e consente di promuovere i valori della comprensione reciproca e della convivenza.

    Spero che la vostra comunità qui a Roma, nell’accogliere e accompagnare i fedeli nigeriani e gli altri credenti, assomigli sempre a una grande famiglia inclusiva, dove tutti possano mettere a frutto i propri talenti diversi, che sono frutti dello Spirito Santo, per sostenervi e rafforzarvi a vicenda nei momenti di gioia e di dolore, di successo e di difficoltà.

    In questo modo, sarete in grado di seminare i semi dell’amicizia sociale e della concordia per le generazioni presenti e future.

    E state attenti a un pericolo, il pericolo della chiusura: non essere universali ma chiudersi in un isolamento – mi permetto la parola – tribale.

    No.

    Le vostre radici si chiudono, si isolano in questo atteggiamento tribale e non universale, non comunitario.

    Comunità sì, tribù no.

    Questo è molto importante.

    E vale per tutti noi, per tutti, ognuno secondo la sua posizione.

    L’universalità è non chiudersi nella propria cultura.

    È vero, la propria cultura è un dono, ma non per chiuderlo: per darlo, per offrirlo.

    Universale, universalità.

    E infine, cari fratelli e sorelle, il dialogo.

    Purtroppo, molte regioni del mondo stanno attraversando conflitti e sofferenze e anche la Nigeria sta vivendo un periodo di difficoltà.

    Nell’assicurarvi la mia preghiera per la sicurezza, l’unità e il progresso spirituale ed economico della vostra Nazione, invito tutti a favorire il dialogo e ad ascoltarsi a vicenda con cuore aperto, senza escludere nessuno a livello politico, sociale e religioso.

    Integrare, dialogare, universalizzare, sempre a partire dalla propria identità.

    Allo stesso tempo, vi incoraggio ad essere annunciatori della grande misericordia del Signore, operando per la riconciliazione tra tutti i vostri fratelli e sorelle, contribuendo ad alleviare il peso dei poveri e dei più bisognosi e facendo vostro lo stile di Dio.

    E qual è lo stile di Dio? Vicinanza, compassione e tenerezza.

    Non dimenticatevi questo.

    Lo stile di Dio è vicinanza, compassione e tenerezza.

    In questo modo tutti i nigeriani potranno continuare a camminare insieme nella solidarietà fraterna e nell’armonia.

    Cari amici, vi ringrazio ancora una volta per la vostra presenza in questa città, nel cuore della Chiesa.

    È una grazia provvidenziale che vi offre l’opportunità di approfondire la consapevolezza della vostra chiamata battesimale a vivere sempre come fedeli discepoli del Signore, a dedicarvi al servizio di Dio e del suo popolo santo con la carità che Gesù ci chiede, e a celebrare la ricchezza della vostra peculiare eredità come nigeriani.

    Una grande ricchezza, sì, per donarla.

    Affido la vostra comunità alla protezione amorevole della Vergine Maria, Regina e Patrona della Nigeria, e di cuore vi benedico.

    E per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

    Grazie!

    Angelus, 24 Mar 2024, Da delle Palme
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    Cari fratelli e sorelle,

    esprimo la mia vicinanza alla Comunità San Josè de Apartado, in Colombia, dove alcuni giorni fa sono stati assassinati una giovane donna e un ragazzo.

    Questa Comunità nel 2018 è stata premiata come esempio di impegno per l’economia solidale, la pace e i diritti umani.

    E assicuro la mia preghiera per le vittime del vile attentato terroristico compiuto l’altra sera a Mosca.

    Il Signore le accolga nella sua pace e conforti le loro famiglie.

    Egli converta i cuori di quanti progettano, organizzano e attuano queste azioni disumane, che offendono Dio, il quale ha comandato: «Non ucciderai» (Es 20,13).

    Saluto tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini di vari Paesi.

    In particolare saluto la delegazione della città di Sanremo, che anche quest’anno, fedele a una tradizione di quattro secoli, ha offerto le foglie di palma intrecciate per questa celebrazione.

    Grazie, Sanremesi! Il Signore vi benedica.

    Cari fratelli e sorelle, Gesù è entrato in Gerusalemme come Re umile e pacifico: apriamo a Lui i nostri cuori! Solo Lui ci può liberare dall’inimicizia, dall’odio, dalla violenza, perché Lui è la misericordia e il perdono dei peccati.

    Preghiamo per tutti i fratelli e le sorelle che soffrono a causa della guerra; in modo speciale penso alla martoriata Ucraina, dove tantissima gente si trova senza elettricità a causa degli intensi attacchi contro le infrastrutture che, oltre a causare morti e sofferenze, comportano il rischio di una catastrofe umanitaria di ancora più ampie dimensioni.

    Per favore, non dimentichiamo la martoriata Ucraina! E pensiamo a Gaza, che soffre tanto, e a tanti altri luoghi di guerra.

    Ed ora ci rivolgiamo in preghiera alla Vergine Maria: impariamo da Lei a stare vicino a Gesù nei giorni della Settimana Santa, per arrivare alla gioia della Risurrezione.

    Ai dirigenti e al personale della RAI-Radiotelevisione Italiana (23 Mar 2024)
    Visita il link

    Cari amici, buongiorno e benvenuti!

    Saluto l’Amministratore delegato, il Direttore generale, i membri del Consiglio di Amministrazione, i dirigenti, i giornalisti, i collaboratori, gli artisti, i tecnici, e le vostre famiglie.

    È bello che siate qui come una grande comunità.

    Sono contento di incontrarvi e auguro a tutti voi un buon anniversario!

    Settant’anni di televisione, cento di radio: un doppio compleanno, che da un lato vi invita a guardare indietro, alla vostra storia, tanto intrecciata con quella italiana; e dall’altro vi sfida a guardare avanti, al futuro, al ruolo che avrete in un tempo tutto da costruire, dove ogni vita è sempre più connessa con le altre, a livello globale.

    Inoltre, siamo in Vaticano, e molti di voi conoscono bene questi luoghi, perché la RAI fin dalla sua nascita ha sempre seguito da vicino i passi dei Successori di Pietro.

    Essa, però, in tutti questi anni, non è stata solo testimone dei processi di cambiamento della nostra società: in parte, li ha anche costruiti, e da protagonista.

    I media, infatti, influiscono sulle nostre identità, nel bene e nel male.

    E qui è il senso del servizio pubblico che svolgete.

    Perciò vorrei riflettere con voi proprio su queste due parole – servizio e pubblico –, perché esse descrivono molto bene il fondamento della vostra missione: la comunicazione come dono alla comunità.

    La prima parola, su cui mi soffermerò di più, è servizio.

    È una parola che spesso riduciamo al suo significato strumentale, finendo per confondere il servire con il servirsi, la dedizione con l’uso.

    Il vostro lavoro, invece, vuole essere soprattutto una risposta ai bisogni dei cittadini, in spirito di apertura universale, con un’azione capace di articolarsi sul territorio senza diventare localista, nel rispetto e nella promozione della dignità di ogni persona.

    Un contributo alla verità e al bene comune che assume risvolti precisi nell’informazione, nell’intrattenimento, nella cultura e nella tecnologia.

    Nel campo dell’informazione, servire significa essenzialmente cercare e promuovere la verità, tutta la verità, ad esempio contrastando il diffondersi delle fake news e il subdolo disegno di chi cerca di influenzare l’opinione pubblica in modo ideologico, mentendo e disgregando il tessuto sociale.

    La verità è una, è armonica, non si può dividere con gli interessi personali.

    Significa evitare ogni riduzione ingannevole, ricordando che la verità è “sinfonica” e che la si coglie meglio imparando ad ascoltare la varietà delle voci – come in un coro – piuttosto che gridando sempre e soltanto la propria idea.

    Ho voluto sottolineare questo.

    Significa, ancora, servire il diritto dei cittadini a una corretta informazione, trasmessa senza pregiudizi, non traendo conclusioni affrettate ma prendendo il tempo necessario per capire e per riflettere e combattendo l’inquinamento cognitivo,perché anche l’informazione dev’essere “ecologica”.

    Significa, infine, garantire un pluralismo rispettoso delle diverse opinioni e fonti perché, come già affermava San Giovanni Paolo II, «la verità […], anche quando la si è raggiunta — e ciò avviene sempre in modo limitato e perfettibile — non può mai essere imposta.

    La verità è proposta, mai imposta. Il rispetto della coscienza altrui, nella quale si riflette l’immagine stessa di Dio (cfr Gen 1,26-27), consente solo di proporre la verità all'altro, al quale spetta poi di responsabilmente accoglierla» (Messaggio per la XXXV Giornata Mondiale della Pace 1° gennaio 2002).

    Per questo vi esorto a coltivare il dialogo, tessendo trame di unità.

    E per coltivare il dialogo bisogna ascoltare.

    Tante volte vediamo che l’ascolto serve a prepararmi per dare la risposta, ma non è vero ascolto pensare alla mia posizione senza ricevere quella degli altri.

    Il vostro servizio pubblico però non riguarda solo l’informazione.

    Il pluralismo riguarda anche i linguaggi della comunicazione.

    Penso al cinema, alla fiction, alle serie tv, ai programmi culturali e di intrattenimento, al racconto dello sport, ai programmi per bambini.

    In proposito, nella nostra epoca ricca di tecnica ma a volte povera di umanità, è importante promuovere la ricerca della bellezza, avviare dinamiche di solidarietà, custodire la libertà, lavorare perché ogni espressione artistica aiuti tutti e ciascuno ad elevarsi, a riflettere, a emozionarsi, a sorridere e anche a piangere di commozione, per trovare nella vita un senso, una prospettiva di bene, un significato che non sia quello di arrendersi al peggio.

    Quanto alla tecnica e alla tecnologia, poi, sono tante le domande che ci interpellano.

    In particolare oggi «è necessario agire preventivamente, proponendo modelli di regolamentazione etica per arginare i risvolti dannosi e discriminatori, socialmente ingiusti, dei sistemi di intelligenza artificiale e per contrastare il loro utilizzo nella riduzione del pluralismo, nella polarizzazione dell’opinione pubblica o nella costruzione di un pensiero unico» (Messaggio per la LVIII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 24 gennaio 2024).

    Dunque, tutto questo era riferito al servizio.

    Veniamo ora alla seconda parola: pubblico.Essa sottolinea prima di tutto che il vostro lavoro è connesso al bene comune di tutti e non solo di qualcuno.

    Ciò comporta in primo luogo l’impegno a considerare e a dar voce specialmente agli ultimi, ai più poveri, a chi non ha voce, a chi è scartato.

    Implica inoltre la vocazione ad essere strumento di crescita nella conoscenza, a far riflettere e non ad alienare, ad aprire nuovi sguardi sulla realtà e non ad alimentare bolle di indifferenza autosufficiente, a educare i giovani a sognare in grande, con la mente e gli occhi aperti.

    Questa parola può spaventarci: sognare.

    Non perdere mai le capacità di sognare, ma sognare alla grande!

    L’intero sistema dei media, in questo senso, a livello globale, ha bisogno di essere provocato e stimolato a uscire da sé e a mettersi in discussione, per guardare al di là, oltre.

    Ed è, questa, una responsabilità alla quale non potete sottrarvi, se volete tenere alto il livello della comunicazione.

    Non bisogna inseguire gli ascolti a scapito dei contenuti: si tratta piuttosto di costruire, attraverso la vostra offerta, una domanda diffusa di qualità.

    Del resto la comunicazione, proprio in quanto dialogo per il bene di tutti, può svolgere nel nostro tempo un ruolo fondamentale anche nel ritessere valori socialmente vitali come la cittadinanza e la partecipazione.

    Cari fratelli e sorelle, la RAI entra ogni giorno in tante case italiane, praticamente in tutte, ed è bello pensare alla sua presenza non come a una “cattedra di tuttologi”, ma a un gruppo di amici che bussano alla porta per fare una sorpresa – non dimenticare questo: la vera comunicazione è sempre una sorpresa, ti sorprende: tu aspetti una cosa e ti sorprende –, per offrire compagnia, per condividere gioie e dolori, per promuovere in famiglia e nella società unità e riconciliazione, ascolto e dialogo, per informare e anche per mettersi in ascolto, con rispetto e umiltà.

    Vi incoraggio a camminare su questa strada, è bella!

    Invoco su di voi la benedizione di Dio, affidando ciascuno alla materna intercessione di Maria Santissima.

    E per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

    Grazie!

    Dopo la benedizione:

    Un tempo i Papi usavano la sedia gestatoria, oggi le cose sono andate avanti e uso questa, che è molto pratica!

    Messaggio del Santo Padre nel 420° anniversario della Confraternita di Gesù Nazareno di Sonsonate (El Salvador) (22 Mar 2024)
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    A Sua Eccellenza Reverendissima
    Mons.

    Constantino Barrera
    Vescovo di Sonsonate
    e a tutti i devoti di Gesù Nazareno

    Cari fratelli e sorelle,

    Vi ringrazio per avermi reso partecipe della commemorazione dell’arrivo dell’immagine di Gesù Nazareno in queste terre, nel 1604, e per l’opportunità di unirmi alla vostra celebrazione in questo solenne santo Venerdì.

    È significativo vedere come il Signore si avvale del nostro povero linguaggio per farci giungere il messaggio divino.

    Anche oggi attendiamo, come fecero i nostri antenati più di 400 anni fa, di vedere apparire l’immagine di Gesù Nazareno.

    Ma, che cosa vogliamo vedere? Una bella statua? Un’opera d’arte preziosa? Il trambusto della gente? Niente di tutto ciò, come ogni anno, se ci affacciamo alla porta delle nostre case è per vedere giungere Gesù, ricordando, in qualche modo, l’atteggiamento del Popolo d’Israele, quando, ognuno all’ingresso della propria tenda, seguiva con lo sguardo Mosè che andava incontro alla Gloria di Dio (cfr.

    Es 33, 8).

    Come Mosè, anche noi possiamo salire alla presenza del Signore per conversare con Lui, “faccia a faccia, come un uomo parla con un amico” (cfr.

    11).

    Lo possiamo fare nella preghiera, se imitiamo la sua fede.

    In quella preghiera Mosè chiedeva al Signore qualcosa che anche noi cerchiamo, che “gli indicasse la sua via” (cfr.

    Es 33, 13).

    Dio gli promise: “o camminerò con te e ti darò riposo” (v.

    14), e con quella fiducia il profeta attraversò il deserto.

    Tuttavia, essendo Dio così grande, Mosè non ebbe l’opportunità di vedere il suo volto (cfr.

    v.

    20) e dinanzi alle prove della vita spesso la sua fiducia venne meno.

    Noi, invece, sì possiamo contemplare il volto divino e sentire i suoi piedi camminare al nostro fianco.

    È questa la promessa che Dio ci fa quando il Nazareno devia i propri passi per entrare nel nostro quartiere, attraversare la nostra strada e fermarsi alla porta delle nostre case.

    Il suo sguardo di amore spogliato ci scruta e c’interpella, come fa con san Pietro, dicendoci: “mi ami?” (cfr.

    Lc 22, 61; Gv 21, 15-17).

    Fratelli, nonostante la nostra indegnità, le nostre continue ingratitudini, rispondiamogli sempre con generosità: “Signore, tu lo sai che ti amo”.

    Perché, rispondendo così, replichiamo nella nostra vita l’atteggiamento degli israeliti, che restavano “prostrati”, ognuno all’ingresso della propria tenda, quando la Gloria di Dio discendeva su di loro (cfr.

    10).

    In questo atteggiamento di adorazione, mostriamoci docili alle mozioni del suo Spirito che, come la nube di fuoco, guida i nostri passi in questo deserto (cfr.

    Es 40, 37).

    Che triste sarebbe se ogni anno, in questo santo Venerdì, i nostri cuori rimanessero semplicemente a “guardare dal balcone” una curiosa scena, senza prostrarsi al passaggio di Gesù, senza sentire come Pietro il suo invito a seguirlo (cfr.

    Gv 21, 19).

    Che peccato se non comprendessimo che è aggrappati alla sua Croce che siamo capaci di camminare con Lui, e non percepissimo che è Lui che porta questo giogo affinché noi possiamo trovare il nostro riposo.

    Fratelli, oggi il Signore, come ogni anno, come ogni istante, ci viene incontro, seguiamolo, portandolo sulle nostre spalle, consolandolo nella piaga aperta dei nostri fratelli che soffrono.

    Chiediamogli di mostrarci come dobbiamo “glorificare Dio” con la nostra vita, facendo del nostro servizio una lode, nel lavoro quotidiano, in famiglia, nell’impegno per creare una società più fraterna, in sostanza, nella testimonianza di bene che tutti possiamo dare, indipendentemente dalla vocazione a cui siamo stati chiamati (cfr.

    Gv 21, 19).

    Che Gesù Nazareno dal Calvario vi benedica e sua Madre Addolorata vi custodisca.

    E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

    Fraternamente,

    Roma, San Giovanni in Laterano, 22 marzo 2024, Venerdì di Dolore.

    Francesco

    _________________________________________

    L'Osservatore Romano, Anno CLXIV n.

    72, giovedì 28 marzo 2024, p.

    10.

    Lettera del Santo Padre a un gruppo di migranti riuniti a Lajas Blancas, Panama (21 Mar 2024)
    Visita il link

    Cari migranti,

    Vorrei essere lì con voi in questo momento.

    Anche io sono figlio di migranti che sono partiti alla ricerca di un futuro migliore.

    Ci sono stati momenti in cui sono rimasti senza nulla, fino a patire la fame; con le mani vuote, ma con il cuore pieno di speranza.

    Ringrazio i miei fratelli vescovi e gli agenti di pastorale che mi rappresentano davanti a voi.

    Essi sono il volto di una Chiesa madre che cammina con i suoi figli e le sue figlie, nei quali scopre il volto di Cristo e, come la Veronica, con affetto, offre sollievo e speranza nella via crucis della migrazione.

    Grazie per esservi impegnati con i nostri fratelli e le nostre sorelle migranti che rappresentano la carne sofferente di Cristo, quando si vedono costretti ad abbandonare la propria terra, ad affrontare i rischi e le tribolazioni di un cammino duro, non trovando altra via d’uscita.

    Fratelli e sorelle migranti, non dimenticatevi mai della vostra dignità umana.

    Non abbiate paura di guardare gli altri negli occhi, perché non siete uno scarto, ma fate parte anche voi della famiglia umana e della famiglia dei figli di Dio.

    E grazie per essere lì riuniti.

    Che Gesù vi benedica e la Vergine Santa vi custodisca.

    E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

    Fraternamente,

    Roma, San Giovanni in Laterano, 21 marzo 2024

    FRANCESCO

    ___________________________________________

    L'Osservatore Romano, Anno CLXIV n.

    66, giovedì 21 marzo 2024, p.

    8.

    Udienza Generale del 20 Mar 2024 - Catechesi. I vizi e le virtù. 12. La prudenza
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    Catechesi.

    I vizi e le virtù.

    12.

    La prudenza

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    La catechesi di oggi la dedichiamo alla virtù della prudenza.

    Essa, insieme a giustizia, fortezza e temperanza forma le virtù cosiddette cardinali, che non sono prerogativa esclusiva dei cristiani, ma appartengono al patrimonio della sapienza antica, in particolare dei filosofi greci.

    Perciò uno dei temi più interessanti nell’opera di incontro e di inculturazione fu proprio quello delle virtù.

    Negli scritti medievali, la presentazione delle virtù non è una semplice elencazione di qualità positive dell’anima.

    Riprendendo gli autori classici alla luce della rivelazione cristiana, i teologi hanno immaginato il settenario delle virtù – le tre teologali e le quattro cardinali – come una sorta di organismo vivente, dove ogni virtù ha uno spazio armonico da occupare.

    Ci sono virtù essenziali e virtù accessorie, come pilastri, colonne e capitelli.

    Ecco, forse niente quanto l’architettura di una cattedrale medievale può restituire l’idea dell’armonia che c’è nell’uomo e della sua continua tensione verso il bene.

    Dunque, partiamo dalla prudenza.

    Essa non è la virtù della persona timorosa, sempre titubante circa l’azione da intraprendere.

    No, questa è un’interpretazione sbagliata.

    Non è nemmeno solo la cautela.

    Accordare un primato alla prudenza significa che l’azione dell’uomo è nelle mani della sua intelligenza e libertà.

    La persona prudente è creativa: ragiona, valuta, cerca di comprendere la complessità del reale e non si lascia travolgere dalle emozioni, dalla pigrizia, dalle pressioni dalle illusioni.

    In un mondo dominato dall’apparire, dai pensieri superficiali, dalla banalità sia del bene che del male, l’antica lezione della prudenza merita di essere recuperata.

    San Tommaso, sulla scia di Aristotele, la chiamava “recta ratio agibilium”.

    È la capacità di governare le azioni per indirizzarle verso il bene; per questo motivo essa è soprannominata il “cocchiere delle virtù”.

    Prudente è colui o colei che è capace di scegliere: finché resta nei libri, la vita è sempre facile, ma in mezzo ai venti e alle onde del quotidiano è tutt’altra cosa, spesso siamo incerti e non sappiamo da che parte andare.

    Chi è prudente non sceglie a caso: anzitutto sa che cosa vuole, quindi pondera le situazioni, si fa consigliare e, con visione ampia e libertà interiore, sceglie quale sentiero imboccare.

    Non è detto che non possa sbagliare, in fondo restiamo sempre umani; ma almeno eviterà grosse sbandate.

    Purtroppo, in ogni ambiente c’è chi tende a liquidare i problemi con battute superficiali o a sollevare sempre polemiche.

    La prudenza invece è la qualità di chi è chiamato a governare: sa che amministrare è difficile, che i punti di vista sono tanti e bisogna cercare di armonizzarli, che si deve fare non il bene di qualcuno ma di tutti.

    La prudenza insegna anche che, come si suol dire, “l’ottimo è nemico del bene”.

    Il troppo zelo, infatti, in qualche situazione può combinare disastri: può rovinare una costruzione che avrebbe richiesto gradualità; può generare conflitti e incomprensioni; può addirittura scatenare la violenza.

    La persona prudente sa custodire la memoria del passato, non perché ha paura del futuro, ma perché sa che la tradizione è un patrimonio di saggezza.

    La vita è fatta di un continuo sovrapporsi di cose antiche e cose nuove, e non fa bene pensare sempre che il mondo cominci da noi, che i problemi dobbiamo affrontarli partendo da zero.

    E la persona prudente è anche previdente.

    Una volta decisa la meta a cui tendere, bisogna procurarsi tutti i mezzi per raggiungerla.

    Tanti passi del Vangelo ci aiutano a educare la prudenza.

    Ad esempio: è prudente chi costruisce la sua casa sulla roccia e imprudente chi la costruisce sulla sabbia (cfr Mt 7,24-27).

    Sagge sono le damigelle che portano con sé l’olio per le loro lampade e stolte quelle che non lo fanno (cfr Mt 25,1-13).

    La vita cristiana è un connubio di semplicità e di scaltrezza.

    Preparando i suoi discepoli per la missione, Gesù raccomanda: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Mt 10,16).

    Come dire che Dio non ci vuole solo santi, ci vuole santi intelligenti, perché senza la prudenza è un attimo sbagliare strada!

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    Saluti

    Je salue cordialement les personnes de langue française, particulièrement les jeunes provenant des établissements scolaires de France et leurs accompagnateurs.

    Frères et sœurs, à l’école de saint Joseph, que nous venons de fêter, apprenons à redécouvrir les vertus de courage et de prudence afin d’accomplir efficacement notre mission de baptisés dans notre société actuelle.

    Que Dieu vous bénisse !

    [Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua francese, in particolare ai giovani provenienti dagli Istituti scolastici di Francia e ai loro accompagnatori.

    Fratelli e sorelle, alla scuola di San Giuseppe, che abbiamo appena celebrato, impariamo a riscoprire le virtù del coraggio e della prudenza per svolgere efficacemente la nostra missione di battezzati nella società odierna.

    Dio vi benedica!]

    I greet all the English-speaking pilgrims, especially those coming from England, the Netherlands, Denmark, the Faroe Islands, Japan, Korea and the United States of America.

    May the Lentern journey bring us to Easter with hearts purified and renewed by the grace of the Holy Spirit.

    Upon you and your families, I invoke joy and peace in Christ!

    [Do il benvenuto a tutti i pellegrini di lingua inglese, specialmente ai gruppi provenienti da Inghilterra, Paesi Bassi, Danimarca, Isole Faroe, Giappone, Corea e Stati Uniti d’America.

    A tutti auguro che il cammino quaresimale porti alla gioia di Pasqua con cuori purificati e rinnovati dalla grazia dello Spirito Santo.

    Su voi e sulle vostre famiglie invoco la gioia e la pace di Cristo!]

    Liebe Brüder und Schwestern deutscher Sprache, bitten wir den Heiligen Geist, er möge uns erleuchten, auf dass unsere Entscheidungen immer von der Klugheit geleitet seien.

    Auf diese Weise werden wir den Willen des Herrn in jeder Lebenslage erkennen und ihm folgen können.

    [Cari fratelli e sorelle di lingua tedesca, chiediamo allo Spirito Santo di illuminarci perché le nostre scelte siano sempre guidate dalla prudenza.

    Così potremo discernere e seguire la volontà del Signore in ogni situazione della nostra vita.]

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española.

    Pidamos al Señor que nos ayude a crecer en la virtud de la prudencia para que, en medio de las tormentas y los vientos que pueden sacudir nuestra vida, permanezcamos cimentados en Cristo, la piedra angular.

    Que Jesús los bendiga y la Virgen Santa los cuide.

    Muchas gracias.

    Saúdo cordialmente os fiéis de língua portuguesa.

    Na próxima semana celebraremos o mistério Pascal, a paixão, morte e ressurreição do Senhor, razão da nossa fé e da nossa esperança.

    Que Ele vos abençoe abundantemente e que Nossa Senhora vos guarde!

    [Saluto cordialmente i fedeli di lingua portoghese.

    La prossima settimana celebreremo il mistero Pasquale, la passione, morte e risurrezione del Signore, ragione della nostra fede e della nostra speranza.

    Egli vi benedica abbondantemente e la Madonna vi custodisca!]

    أُحيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ باللُغَةِ العَرَبِيَّة.

    اللهُ لا يُريدُنا أنْ نكون قِدِّيسينَ فقط، بل يُريدُنا أنْ نكون قِدِّيسينَ عاقِلِين، لأنَّهُ مِن دونِ الفِطنَةِ يُمكِنُنا أنْ نُخطِئَ الطَّريقَ في لَحظَةٍ واحدة! بارَكَكُم الرَّبُّ جَميعًا وَحَماكُم دائِمًا مِن كُلِّ شَرّ!

    [Saluto i fedeli di lingua araba.

    Dio non ci vuole solo santi, ci vuole santi intelligenti, perché senza la prudenza è un attimo sbagliare strada! Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

    Serdecznie pozdrawiam Polaków.

    Co roku 24 marca obchodzicie w Polsce Narodowy Dzień Życia.

    Myśląc o waszej Ojczyźnie, chciałbym odnieść do niej moje marzenie, jakie kilka lat temu wyraziłem, pisząc o Europie.

    Niech Polska będzie ziemią, która chroni życie w każdym jego momencie, od chwili, gdy pojawia się w łonie matki, aż do jego naturalnego kresu.

    Nie zapominajcie, że nikt nie jest panem życia, czy to swojego, czy też innych.

    Z serca wam błogosławię.

    [Saluto cordialmente i polacchi.

    Ogni anno il 24 marzo celebrate in Polonia la Giornata Nazionale della Vita.

    Pensando alla vostra patria, vorrei riferirvi il mio sogno, che ho espresso qualche anno fa scrivendo sull’Europa.

    Che la Polonia sia una terra che tuteli la vita in ogni suo istante, da quando sorge nel grembo materno fino alla sua fine naturale.

    Non dimenticate che nessuno è padrone della vita, né propria né di quella degli altri.

    Vi benedico di cuore.]

    * * *

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare alla Rete delle città legate al culto di Sant’Oronzo, Vescovo e martire.

    Cari fratelli e sorelle, la testimonianza del vostro celeste protettore, di cui sarò lieto di benedire l’immagine, susciti in ciascuno il desiderio di aderire sempre più generosamente a Cristo e al Vangelo.

    Saluto altresì la parrocchia di San Pietro in Grignano di Prato, i podisti di Boves e gli alunni dell’Istituto comprensivo di Sora.

    Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati, agli anziani e agli sposi novelli.

    Abbiamo celebrato ieri la solennità di San Giuseppe, Patrono della Chiesa universale.

    Vorrei insieme a voi affidare al suo patrocinio la Chiesa e il mondo intero, soprattutto tutti i papà che in lui hanno un modello singolare da imitare.

    A San Giuseppe raccomandiamo anche le popolazioni della martoriata Ucraina e della Terra Santa – la Palestina, Israele –, che tanto soffrono l’orrore della guerra.

    E non dimentichiamo mai: la guerra sempre è una sconfitta.

    Non si può andare avanti in guerra.

    Dobbiamo fare tutti gli sforzi per trattare, per negoziare, per finire la guerra.

    Preghiamo per questo.

    A tutti la mia Benedizione!

    Chirografo di Sua Santità Francesco per l'approvazione dello Statuto e del Regolamento del Capitolo della Basilica Papale di Santa Maria Magre (19 Mar 2024)
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    Il Capitolo della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore, da diversi secoli, custodisce la venerata effige della Salus Populi Romani e la insigne reliquia della Sacra Culla, cura il decoro delle celebrazioni liturgiche del Tempio liberiano e accoglie i fedeli che ivi si radunano.

    Il 14 dicembre 2021 ho affidato a un Commissario Straordinario, affiancato da un’apposita Commissione, l’incarico di provvedere al riordino della vita del Capitolo e della Basilica, per il maggior bene del popolo di Dio.

    Oggi, al termine del commissariamento, ritengo opportuno liberare i Canonici da ogni incombenza di carattere economico e amministrativo, affinché possano dedicarsi, pienamente e con rinnovato vigore, all’accompagnamento spirituale e pastorale che i pellegrini di tutto il mondo cercano e desiderano trovare, varcando le soglie del primo Santuario mariano d’Occidente.

    Per questa ragione, ispirandosi ai Principi e ai Criteri della Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium, è stato stilato un nuovo Statuto e predisposto un nuovo Regolamento del Capitolo della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore che, come di seguito riportati, con il presente Chirografo, approvo.

    Al contempo, conferisco a S.E.R.

    Mons.

    Rolandas Makrickas, Arciprete Coadiutore della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore, tutte le facoltà necessarie per la moderazione e l’applicazione della nuova normativa e per il governo del Capitolo.

    Dispongo, inoltre, che ne continui ad esercitare la Legale Rappresentanza, e che mantenga, fino all’insediamento del Consiglio di Amministrazione, la potestà di porre atti di ordinaria e straordinaria amministrazione.

    Infine, gli attribuisco le mansioni spettanti al Vicario dell’Arciprete, al Delegato per la Pastorale e al Delegato per l’Amministrazione, fino alle rispettive nomine.

    Tutto quanto qui ho stabilito ha pieno e stabile vigore, nonostante qualsiasi disposizione contraria, anche degna di speciale menzione, entra in vigore con la pubblicazione su L’Osservatore Romano e, successivamente,sarà inserito negli Acta Apostolicae Sedis.

    Dato a Roma, presso San Giovanni in Laterano, il 19 marzo 2024, dodicesimo del Pontificato.

     

    FRANCESCO

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    Messaggio per la 61a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni 2024
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    Chiamati a seminare la speranza e a costruire la pace

    Cari fratelli e sorelle!

    La Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni ci invita, ogni anno, a considerare il dono prezioso della chiamata che il Signore rivolge a ciascuno di noi, suo popolo fedele in cammino, perché possiamo prendere parte al suo progetto d’amore e incarnare la bellezza del Vangelo nei diversi stati di vita.

    Ascoltare la chiamata divina, lungi dall’essere un dovere imposto dall’esterno, magari in nome di un’ideale religioso; è invece il modo più sicuro che abbiamo di alimentare il desiderio di felicità che ci portiamo dentro: la nostra vita si realizza e si compie quando scopriamo chi siamo, quali sono le nostre qualità, in quale campo possiamo metterle a frutto, quale strada possiamo percorrere per diventare segno e strumento di amore, di accoglienza, di bellezza e di pace, nei contesti in cui viviamo.

    Così, questa Giornata è sempre una bella occasione per ricordare con gratitudine davanti al Signore l’impegno fedele, quotidiano e spesso nascosto di coloro che hanno abbracciato una chiamata che coinvolge tutta la loro vita.

    Penso alle mamme e ai papà che non guardano anzitutto a sé stessi e non seguono la corrente di uno stile superficiale, ma impostano la loro esistenza sulla cura delle relazioni, con amore e gratuità, aprendosi al dono della vita e ponendosi al servizio dei figli e della loro crescita.

    Penso a quanti svolgono con dedizione e spirito di collaborazione il proprio lavoro; a coloro che si impegnano, in diversi campi e modi, per costruire un mondo più giusto, un’economia più solidale, una politica più equa, una società più umana: a tutti gli uomini e le donne di buona volontà che si spendono per il bene comune.

    Penso alle persone consacrate, che offrono la propria esistenza al Signore nel silenzio della preghiera come nell’azione apostolica, talvolta in luoghi di frontiera e senza risparmiare energie, portando avanti con creatività il loro carisma e mettendolo a disposizione di coloro che incontrano.

    E penso a coloro che hanno accolto la chiamata al sacerdozio ordinato e si dedicano all’annuncio del Vangelo e spezzano la propria vita, insieme al Pane eucaristico, per i fratelli, seminando speranza e mostrando a tutti la bellezza del Regno di Dio.

    Ai giovani, specialmente a quanti si sentono lontani o nutrono diffidenza verso la Chiesa, vorrei dire: lasciatevi affascinare da Gesù, rivolgetegli le vostre domande importanti, attraverso le pagine del Vangelo, lasciatevi inquietare dalla sua presenza che sempre ci mette beneficamente in crisi.

    Egli rispetta più di ogni altro la nostra libertà, non si impone ma si propone: lasciategli spazio e troverete la vostra felicità nel seguirlo e, se ve lo chiederà, nel donarvi completamente a Lui.

    Un popolo in cammino

    La polifonia dei carismi e delle vocazioni, che la Comunità cristiana riconosce e accompagna, ci aiuta a comprendere pienamente la nostra identità di cristiani: come popolo di Dio in cammino per le strade del mondo, animati dallo Spirito Santo e inseriti come pietre vive nel Corpo di Cristo, ciascuno di noi si scopre membro di una grande famiglia, figlio del Padre e fratello e sorella dei suoi simili.

    Non siamo isole chiuse in sé stesse, ma siamo parti del tutto.

    Perciò, la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni porta impresso il timbro della sinodalità: molti sono i carismi e siamo chiamati ad ascoltarci reciprocamente e a camminare insieme per scoprirli e per discernere a che cosa lo Spirito ci chiama per il bene di tutti.

    Nel presente momento storico, poi, il cammino comune ci conduce verso l’Anno Giubilare del 2025.

    Camminiamo come pellegrini di speranza verso l’Anno Santo, perché nella riscoperta della propria vocazione e mettendo in relazione i diversi doni dello Spirito, possiamo essere nel mondo portatori e testimoni del sogno di Gesù: formare una sola famiglia, unita nell’amore di Dio e stretta nel vincolo della carità, della condivisione e della fraternità.

    Questa Giornata è dedicata, in particolare, alla preghiera per invocare dal Padre il dono di sante vocazioni per l’edificazione del suo Regno: «Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!» (Lc 10,2).

    E la preghiera – lo sappiamo – è fatta più di ascolto che di parole rivolte a Dio.

    Il Signore parla al nostro cuore e vuole trovarlo aperto, sincero e generoso.

    La sua Parola si è fatta carne in Gesù Cristo, il quale ci rivela e ci comunica tutta la volontà del Padre.

    In quest’anno 2024, dedicato proprio alla preghiera in preparazione al Giubileo, siamo chiamati a riscoprire il dono inestimabile di poter dialogare con il Signore, da cuore a cuore, diventando così pellegrini di speranza, perché «la preghiera è la prima forza della speranza.

    Tu preghi e la speranza cresce, va avanti.

    Io direi che la preghiera apre la porta alla speranza.

    La speranza c’è, ma con la mia preghiera apro la porta» (Catechesi, 20 maggio 2020).

    Pellegrini di speranza e costruttori di pace

    Ma cosa vuol dire essere pellegrini? Chi intraprende un pellegrinaggio cerca anzitutto di avere chiara la meta, e la porta sempre nel cuore e nella mente.

    Allo stesso tempo, però, per raggiungere quel traguardo, occorre concentrarsi sul passo presente, per affrontare il quale bisogna essere leggeri, spogliarsi dei pesi inutili, portare con sé l’essenziale e lottare ogni giorno perché la stanchezza, la paura, l’incertezza e le oscurità non blocchino il cammino intrapreso.

    Così, essere pellegrini significa ripartire ogni giorno, ricominciare sempre, ritrovare l’entusiasmo e la forza di percorrere le varie tappe del percorso che, nonostante le fatiche e le difficoltà, sempre aprono davanti a noi orizzonti nuovi e panorami sconosciuti.

    Il senso del pellegrinaggio cristiano è proprio questo: siamo posti in cammino alla scoperta dell’amore di Dio e, nello stesso tempo, alla scoperta di noi stessi, attraverso un viaggio interiore ma sempre stimolato dalla molteplicità delle relazioni.

    Dunque, pellegrini perché chiamati: chiamati ad amare Dio e ad amarci gli uni gli altri.

    Così, il nostro camminare su questa terra non si risolve mai in un affaticarsi senza scopo o in un vagare senza meta; al contrario, ogni giorno, rispondendo alla nostra chiamata, cerchiamo di fare i passi possibili verso un mondo nuovo, dove si viva in pace, nella giustizia e nell’amore.

    Siamo pellegrini di speranza perché tendiamo verso un futuro migliore e ci impegniamo a costruirlo lungo il cammino.

    Questo è, alla fine, lo scopo di ogni vocazione: diventare uomini e donne di speranza.

    Come singoli e come comunità, nella varietà dei carismi e dei ministeri, siamo tutti chiamati a “dare corpo e cuore” alla speranza del Vangelo in un mondo segnato da sfide epocali: l’avanzare minaccioso di una terza guerra mondiale a pezzi; le folle di migranti che fuggono dalla loro terra alla ricerca di un futuro migliore; il costante aumento dei poveri; il pericolo di compromettere in modo irreversibile la salute del nostro pianeta.

    E a tutto ciò si aggiungono le difficoltà che incontriamo quotidianamente e che, a volte, rischiano di gettarci nella rassegnazione o nel disfattismo.

    In questo nostro tempo, allora, è decisivo per noi cristiani coltivare uno sguardo pieno di speranza, per poter lavorare con frutto, rispondendo alla vocazione che ci è stata affidata, al servizio del Regno di Dio, Regno di amore, di giustizia e di pace.

    Questa speranza – ci assicura San Paolo – «non delude» (Rm 5,5), perché si tratta della promessa che il Signore Gesù ci ha fatto di restare sempre con noi e di coinvolgerci nell’opera di redenzione che Egli vuole compiere nel cuore di ogni persona e nel “cuore” del creato.

    Tale speranza trova il suo centro propulsore nella Risurrezione di Cristo, che «contiene una forza di vita che ha penetrato il mondo.

    Dove sembra che tutto sia morto, da ogni parte tornano ad apparire i germogli della risurrezione.

    È una forza senza uguali.

    È vero che molte volte sembra che Dio non esista: vediamo ingiustizie, cattiverie, indifferenze e crudeltà che non diminuiscono.

    Però è altrettanto certo che nel mezzo dell’oscurità comincia sempre a sbocciare qualcosa di nuovo, che presto o tardi produce un frutto» (Esort.

    ap. Evangelii gaudium, 276).

    Ancora l’apostolo Paolo afferma che «nella speranza» noi «siamo stati salvati» (Rm 8,24).

    La redenzione realizzata nella Pasqua dona la speranza, una speranza certa, affidabile, con la quale possiamo affrontare le sfide del presente.

    Essere pellegrini di speranza e costruttori di pace, allora, significa fondare la propria esistenza sulla roccia della risurrezione di Cristo, sapendo che ogni nostro impegno, nella vocazione che abbiamo abbracciato e che portiamo avanti, non cade nel vuoto.

    Nonostante fallimenti e battute d’arresto, il bene che seminiamo cresce in modo silenzioso e niente può separarci dalla meta ultima: l’incontro con Cristo e la gioia di vivere nella fraternità tra di noi per l’eternità.

    Questa chiamata finale dobbiamo anticiparla ogni giorno: la relazione d’amore con Dio e con i fratelli e le sorelle inizia fin d’ora a realizzare il sogno di Dio, il sogno dell’unità, della pace e della fraternità.

    Nessuno si senta escluso da questa chiamata! Ciascuno di noi, nel suo piccolo, nel suo stato di vita può essere, con l’aiuto dello Spirito Santo, seminatore di speranza e di pace.

    Il coraggio di mettersi in gioco

    Per tutto questo dico, ancora una volta, come durante la Giornata Mondiale della Gioventù a Lisbona: “Rise up! – Alzatevi!”.

    Svegliamoci dal sonno, usciamo dall’indifferenza, apriamo le sbarre della prigione in cui a volte ci siamo rinchiusi, perché ciascuno di noi possa scoprire la propria vocazione nella Chiesa e nel mondo e diventare pellegrino di speranza e artefice di pace! Appassioniamoci alla vita e impegniamoci nella cura amorevole di coloro che ci stanno accanto e dell’ambiente che abitiamo.

    Ve lo ripeto: abbiate il coraggio di mettervi in gioco! Don Oreste Benzi, un infaticabile apostolo della carità, sempre dalla parte degli ultimi e degli indifesi, ripeteva che nessuno è così povero da non aver qualcosa da dare, e nessuno è così ricco da non aver bisogno di ricevere qualcosa.

    Alziamoci, dunque, e mettiamoci in cammino come pellegrini di speranza, perché, come Maria fece con Santa Elisabetta, anche noi possiamo portare annunci di gioia, generare vita nuova ed essere artigiani di fraternità e di pace.

    Roma, San Giovanni in Laterano, 21 aprile 2024, IV Domenica di Pasqua.

    FRANCESCO

    Lettera del Santo Padre per il 30° Anniversario dell'uccisione di Don Giuseppe Diana (19 Mar 2024)
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    Al Caro Fratello
    Mons.

    Angelo SPINILLO
    Vescovo di Aversa

    Il ricordo del tragico evento consumatosi trent’anni orsono, quando Don Giuseppe Diana, Parroco di San Nicola di Bari a Casal di Principe, nella mattina del 19 marzo 1994, fu barbaramente ucciso, suscita nell’animo di quanti lo hanno conosciuto e amato commozione oltre che gratitudine a Dio Padre per aver donato alla Chiesa questo “servo buono e fedele” (Mt 25,14), che ha operato profeticamente calandosi nel deserto esistenziale di un popolo a lui tanto caro, servito e difeso fino al sacrificio della propria esistenza.

    Desidero, dunque, rivolgere un pensiero paterno all’intera Comunità diocesana e specialmente ai fedeli della Parrocchia di Casal di Principe che, nel fare memoria di Don Peppe, come affettuosamente veniva chiamato, vuole vivere la sua stessa speranza di camminare insieme incarnando la profezia cristiana, che ci invita a costruire un mondo libero dal giogo del male e da ogni tipo di prepotenza malavitosa.

    La mia riconoscenza va anche a coloro che continuano l’opera pastorale che Don Diana ha avviato come assistente spirituale di associazioni e di gruppi di fedeli, in particolare di giovani e di realtà legate agli Scout.

    Esprimo vicinanza e incoraggiamento a tutti Voi che, orientati dall’annuncio profetico “Per amore del mio popolo…” (Is 62,1), perseverate sulla via tracciata da Don Diana e, con impegno quotidiano, coltivate pazientemente il seme della giustizia e il sogno dello sviluppo umano e sociale per la vostra terra.

    Ancora oggi si ripete la triste vicenda narrata dalla Sacra Scrittura del primo fratricidio di Caino contro il fratello Abele (cfr. Gen 4,8).

    Questa storia tragica conserva la sua attualità quando un essere umano alza la mano per colpire l’altro, così come avviene nelle tante forme di odio e di sopruso che feriscono l’uomo e talvolta bagnano di sangue le strade dei nostri quartieri e delle nostre città.

     Pertanto, la commemorazione del sacrificio di Don Giuseppe ci sprona a ravvivare in noi quella evangelica inquietudine che ha animato il suo sacerdozio e lo ha portato senza alcuna esitazione a contemplare il volto del Padre in ogni fratello, testimoniando a chi si sente ferito il progetto di Dio, perché ciascuno potesse vivere nella giustizia, nella pace e nella libertà.

    A fronte di quella violenza e della prepotenza disumana che nega la giustizia e annulla la dignità delle persone, i cristiani sono coloro che annunziano il Vangelo e vivono la vocazione ad essere con Cristo segno di un’umanità nuova, fecondata dalla fraternità e dalla comunione.

    Tale consapevolezza, già nel 1982, spinse i Vescovi della Campania a “levare alta la voce della denuncia e riproporre con forza il progetto dell’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella verità (cfr.

    Ef 4,24) … e sottolineare la contrapposizione stridente che esiste tra i falsi messaggi della camorra e il messaggio di Gesù Cristo” (Conferenza Episcopale Campana, Per amore del mio popolo non tacerò, 1982).

    Allo stesso tempo sentiamo forte l’attualità delle parole che Don Peppe Diana, con i Parroci della zona pastorale di Casal di Principe, pronunciò nel Natale del 1991: “Come battezzati in Cristo, come pastori… Dio ci chiama ad essere profeti.

    Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (cfr.

    Ez 3,16-18)” (Forania di Casal di Principe, Per amore del mio popolo, 1991).

    In tale significativo anniversario dell’uccisione di questo coraggioso discepolo del Maestro, invito a rafforzare la fede e la speranza nella verità di Dio, ad accogliere la sua Parola e a custodire il proposito di edificare una società, finalmente purificata dalle ombre del peccato, capace di osare un avvenire di concordia e di fraternità.

    Prima di concludere, mosso da sentimenti di fiducia, esorto Voi giovani, volto bello e limpido di codesta terra: non lasciatevi rubare la speranza, coltivate ideali alti e costruite un futuro diverso con mani non sporche di sangue ma di lavoro onesto, senza cedere a compromessi facili ma illusori, raccogliendo l’eredità spirituale di Don Peppe per divenire, a vostra volta, artigiani di pace.

    Mentre affido tutti alla materna protezione della Beata Vergine Maria e all’intercessione di San Giuseppe, uomo giusto e padre nella tenerezza, di cuore Vi benedico, chiedendo per favore di non dimenticarVi di pregare per me.

    Fraternamente

    Roma, da San Giovanni in Laterano, 19 marzo 2024
    Solennità di San Giuseppe Sposo della B.V.M.
    Patrono della Chiesa Universale

    Francesco

    Messaggio del Santo Padre ai partecipanti all’Incontro dei Vescovi di Colombia e Costa Rica e di Panama [Panama, 19-22 Mar 2024] (19 Mar 2024)
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    Saluto cordialmente i partecipanti al convegno “Pasqua con i nostri fratelli migranti.

    Incontro dei Vescovi di frontiera di Colombia e Costa Rica e dei Vescovi di Panama”.

    Sono lieto che il vostro convegno si aggiunga a iniziative come il IX incontro dei Vescovi di frontiera di Canada, Stati Uniti, Messico, America Centrale e Caraibi tenutosi a El Salvador; il II Incontro dei Vescovi di frontiera di Colombia e Venezuela svoltosi a Cúcuta; e l’Incontro dei Vescovi di Frontiera tra Colombia ed Ecuador celebrato a Pasto.

    L’evangelista Matteo ci dice che «il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: “Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua?”» (26, 17).

    Oggi, la Chiesa che peregrina in Colombia, Costa Rica e Panamá, unendosi al Signore, vuole rispondere: «Nel Darién, con i fratelli e le sorelle migranti».

    È lì che ci aspettano, sulla riva terrestre di un mare di lacrime e di morte che unisce uomini e donne, adulti e bambini delle più diverse latitudini.

    La migrazione in questa regione include venezuelani, ecuadoregni, colombiani, haitiani che, lungo il cammino, si uniscono a gruppi di nicaraguensi e altri migranti centroamericani, come pure di altri continenti.

    Con il suo volto multiculturale, questa carovana umana passa per il Tapón del Darién, una giungla che è un trionfo della natura, ma che oggi sta diventando una vera e propria via crucis, che non solo mette in evidenza i limiti della gestione dei migranti nell’emisfero occidentale, ma alimenta anche un fiorente business che permette di accumulare profitti illeciti provenienti dalla tratta di esseri umani.

    Né i pericoli che presuppongono il passaggio e i ricatti illegali, né i crescenti respingimenti o trattenimenti in Paesi dove questi fratelli e sorelle non sono desiderati riducono l’attrazione (reale o illusoria) di soddisfare i bisogni di lavoro e di migliori condizioni di vita o, persino, di una sperata riunificazione familiare.

    La Chiesa in America Latina e nei Caraibi, come testimoniano le cinque conferenze generali del suo Consiglio Episcopale, ha sempre espresso la sua preoccupazione per il tema della migrazione, cercando di essere una Chiesa senza frontiere, Madre di tutti.

    È per questo che, come cristiani, ogni rifugiato o migrante che abbandona la sua patria c’interpella.

    Nei nostri popoli troviamo al tempo stesso la fratellanza ospitale che accoglie con sensibilità umana ma, purtroppo, anche l’indifferenza, che insanguina il Darién.

    Vi incoraggio a lavorare instancabilmente affinché sia possibile sradicare questa indifferenza, di modo che quando un fratello o una sorella migrante giunge, trovi nella Chiesa un posto dove non si senta giudicato, bensì accolto; dove possa placare la fame e la sete, e ravvivare la speranza.

    Per questo la pastorale della mobilità umana ci spinge, come dice Isaia, ad allargare lo spazio della tenda (cfr.

    54, 2) e così, riconoscendoci a nostra volta forestieri, con le nostre vulnerabilità e carenze, possiamo creare le condizioni necessarie per accogliere il prossimo come un fratello o una sorella, e renderlo partecipe della nostra quotidianità.

    Riconosco con gratitudine che la Chiesa in America, da nord a sud, includendo i Caraibi, possiede un ampio e diversificato sistema di ministero pastorale, caritativo e di mobilità umana a livello nazionale e locale, che si manifesta attraverso una vasta e solida risposta nell’assistenza diretta ai migranti, e che si plasma in case di accoglienza, centri per rimpatriati, assistenza umanitaria di emergenza, assistenza medica, assistenza psicosociale, consulenza legale, sostegno spirituale, rafforzamento dei collettivi di migranti, mezzi di sussistenza e processi d’impatto politico.

    Per favore, non trascurate queste strutture, che sono opportunità di accoglienza e carità per i fratelli più bisognosi.

    Un approccio regionale alla migrazione rappresenta inoltre un’opportunità pastorale.

    Nel mio messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2023 ho ricordato che il diritto a non migrare si presenta a noi come soluzione, sebbene a lungo termine, alla migrazione forzata, attraverso l’integrazione regionale dei Paesi che respingono e di quelli di passaggio, destinazione e ritorno di migranti.

    Vi esorto quindi a unire gli sforzi con tutte le istanze della comunità internazionale affinché tutti abbiano questo diritto a rimanere nella propria terra con una vita dignitosa e pacifica.

    Il cammino della migrazione ha bisogno di pastori e di agenti di pastorale che osino superare i limiti di quanto stabilito, che non temano di riconoscere alcun sentiero, perché hanno perso la paura che paralizza, capaci di ritornare all’essenziale, abbandonando l’indifferenza, perché sono consapevoli che, solo camminando al ritmo di Dio con il suo popolo santo, si potranno superare le barriere del convenzionale, portando la Chiesa, insieme con i fratelli e le sorelle migranti, lungo vie di speranza.

    Cari fratelli e sorelle, che possiamo formare una sola Chiesa disposta ad accogliere, proteggere, promuovere e integrare tutti, senza distinzioni e senza escludere nessuno, riconoscendo il diritto che ognuno ha di offrire il proprio contributo, attraverso il lavoro e l’impegno personale, al bene di tutti e alla protezione della nostra casa comune.

    Vi incoraggio a vivere questi giorni con gioia e speranza, e che la Pasqua che si avvicina sia il motivo che vi ricordi che tutti gli sforzi valgono la pena.

    Che Gesù vi benedica e la Vergine Santa vi custodisca e, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

    Fraternamente,

    Roma, San Giovanni in Laterano, 19 marzo 2024

    Francesco

    ___________________________________________

    L'Osservatore Romano, Anno CLXIV n.

    65, mercoledì 20 marzo 2024, p.

    6.

    Angelus, 17 Mar 2024
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    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Oggi, quinta Domenica di Quaresima, mentre ci avviciniamo alla Settimana Santa, Gesù nel Vangelo (cfr Gv 12,20-33) ci dice una cosa importante: che sulla Croce vedremo la gloria sua e del Padre (cfr vv.

    23.28).

    Ma com’è possibile che la gloria di Dio si manifesti proprio lì, sulla Croce? Verrebbe da pensare che ciò avvenga nella Risurrezione, non sulla Croce, che è una sconfitta, un fallimento! Invece oggi Gesù, parlando della sua Passione, dice: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato» (v.

    23).

    Cosa vuole dirci?

    Vuole dirci che la gloria, per Dio, non corrisponde al successo umano, alla fama o alla popolarità; la gloria, per Dio, non ha nulla di autoreferenziale, non è una manifestazione grandiosa di potenza cui seguono gli applausi del pubblico.

    Per Dio la gloria è amare fino a dare la vita.

    Glorificarsi, per Lui, vuol dire donarsi, rendersi accessibile, offrire il suo amore.

    E questo è avvenuto in modo culminante sulla Croce, proprio lì, dove Gesù ha dispiegato al massimo l’amore di Dio, rivelandone pienamente il volto di misericordia, donandoci la vita e perdonando i suoi crocifissori.

    Fratelli e sorelle, dalla Croce, “cattedra di Dio”, il Signore ci insegna che la gloria vera, quella che non tramonta mai e rende felici, è fatta di dono e perdono.

    Dono e perdono sono l’essenza della gloria di Dio.

    E sono per noi la via della vita.

    Dono e perdono: criteri molto diversi da ciò che vediamo attorno a noi, e anche in noi, quando pensiamo alla gloria come a qualcosa da ricevere più che da dare; come qualcosa da possedere anziché da offrire.

    No, la gloria mondana passa e non lascia la gioia nel cuore; nemmeno porta al bene di tutti, ma alla divisione, alla discordia, all’invidia.

    E allora possiamo chiederci: qual è la gloria che desidero per me, per la mia vita, che sogno per il mio futuro? Quella di impressionare gli altri per la mia bravura, per le mie capacità o per le cose che possiedo? Oppure la via del dono e del perdono, quella di Gesù Crocifisso, la via di chi non si stanca di amare, fiducioso che ciò testimonia Dio nel mondo e fa risplendere la bellezza della vita? Quale gloria voglio per me? Ricordiamo infatti che, quando doniamo e perdoniamo, in noi risplende la gloria di Dio.

    Proprio lì: quando doniamo e perdoniamo.

    La Vergine Maria, che ha seguito con fede Gesù nell’ora della Passione, ci aiuti ad essere riflessi viventi dell’amore di Gesù.

    Dopo l’Angelus

    Cari fratelli e sorelle!

    Ho appreso con sollievo che ad Haiti sono stati liberati un’insegnante e quattro dei sei religiosi dell’Istituto Frères du Sacré-Cœur rapiti lo scorso 23 febbraio.

    Chiedo che siano liberati al più presto gli altri due religiosi e tutte le persone ancora sotto sequestro in quell’amato Paese provato da tanta violenza.

    Invito tutti gli attori politici e sociali ad abbandonare ogni interesse particolare e a impegnarsi in spirito solidale nella ricerca del bene comune, sostenendo una transizione serena verso un Paese che, con l’aiuto della Comunità internazionale, sia dotato di solide istituzioni capaci di riportare l’ordine e la tranquillità tra i suoi cittadini.

    Continuiamo a pregare per le popolazioni martoriate dalla guerra, in Ucraina, in Palestina e in Israele, in Sudan.

    E non dimentichiamo la Siria, un Paese che soffre tanto per la guerra, da tempo.

    Saluto tutti voi che siete venuti da Roma, dall’Italia e da tante parti del mondo.

    In particolare, saluto gli studenti spagnoli della rete di residenze universitarie “Camplus”, i gruppi parrocchiali di Madrid, Pescara, Chieti, Locorotondo e della parrocchia di San Giovanni Leonardi in Roma.

    Saluto la Cooperativa Sociale San Giuseppe di Como, i bambini di Perugia, i giovani di Bologna in cammino verso la Professione di Fede, e i ragazzi della Cresima di Pavia, Iolo di Prato e Cavaion Veronese.

    Accolgo con piacere i partecipanti alla Maratona di Roma, tradizionale festa dello sport e della fraternità.

    Anche quest’anno, per iniziativa di Athletica Vaticana, numerosi atleti sono coinvolti nelle “staffette della solidarietà”, diventando testimoni di condivisione.

    E a tutti auguro una buona domenica.

    Per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

    Buon pranzo e arrivederci!

    Messaggio di cordoglio del Santo Padre per la scomparsa di Sua Santità Neofit, Metropolita di Sofia e Patriarca della Chiesa Ortodossa di Bulgaria (16 Mar 2024)
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    Ho appreso con profonda tristezza della morte del vostro amato Patriarca, Sua Santità Neofit, che è stato un grande testimone della fede della Chiesa ortodossa bulgara, e invio sentite condoglianze a lei, al Santo Sinodo che presiede, e all’intera Chiesa ortodossa bulgara. 

    Sua Santità Neofit ha reso un prezioso servizio al Vangelo e al dialogo e, nonostante le sue molte sofferenze, è rimasto un uomo di umiltà e gioia, un esempio di una vita consacrata al Signore e alla sua Chiesa.

    Poiché il Corpo di Cristo sulla terra — la Chiesa — è la porta d’accesso alla vita del Signore risorto, così per i fedeli cristiani, la morte segna un passaggio da questo mondo alla Vita Eterna.

    Pertanto, è nostra orante speranza che Sua Santità Neofit stia ora vivendo «dove non vi è dolore né affanno né gemito» (Trisàghion per i defunti).

    Assicuro Sua Eminenza, il Santo Sinodo e tutti i membri della Chiesa ortodossa bulgara di un ricordo speciale nelle mie preghiere; che Gesù Cristo — il quale «è risuscitato dai morti.

    Con la sua morte ha vinto la morte, ai morti ha dato la vita» (Tropario di Pasqua) — possa riempire i vostri cuori di consolazione e pace.

    FRANCESCO

    Roma, San Giovanni in Laterano, 15 marzo 2024

     


    ____________________________________________

    L'Osservatore Romano, Anno CLXIV n.

    63, sabato 16 marzo 2024, p.

    10.

    Ai Dirigenti e al Personale dell'Ospedale Pediatrico "Bambino Gesù" (16 Mar 2024)
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    Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti tutti!

    Sono molto contento di incontrarvi, mentre ricordate il primo centenario di fondazione dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù.

    Un secolo fa, esso veniva donato alla Santa Sede dalla famiglia Salviati: primo vero ospedale dedicato ai bambini.

    Il dono fu accolto da Pio XI, che vide nell’opera l’espressione della carità del Papa e della Chiesa verso i piccoli infermi, e da allora è conosciuto come “Ospedale del Papa”.

    Fermiamoci allora un momento a riflettere, con riconoscenza, sulla ricchezza di questa istituzione, sviluppatasi in un secolo di storia, sottolineandone tre aspetti: il dono, la cura e la comunità.

    Primo aspetto: il dono.

    Oggi il “Bambino Gesù” è un centro di ricerca e di cura pediatrica tra i più grandi in Europa, punto di riferimento per famiglie che vengono da tutto il mondo.

    Resta però fondamentale, nella sua storia e nella sua vocazione, l’elemento del dono, con i valori di gratuità, generosità, disponibilità e umiltà.

    È bello ricordare, in proposito, il gesto dei figli della duchessa Arabella Salviati che, all’inizio della vostra storia, regalarono alla mamma il loro salvadanaio per realizzare un ospedale per i bambini: esso ci dice che questa grande opera si fonda anche su doni umili, come quello di questi ragazzi a beneficio dei loro coetanei malati.

    E nella stessa ottica fa bene, ai nostri giorni, menzionare la generosità dei molti benefattori grazie a cui si è potuto realizzare, a Passoscuro, un Centro di Cure Palliative per giovanissimi pazienti affetti da malattie inguaribili. 

    Solo in questa luce si può comprendere appieno il valore di ciò che fate, dalle cose più piccole alle più grandi, e si può continuare a sognare per il futuro.

    Pensiamo, ad esempio, alla prospettiva di una nuova sede a Roma, di cui sono state poste recentemente le premesse, con un accordo tra la Santa Sede e lo Stato Italiano.

    Come pure al notevole impegno economico ordinario e straordinario, legato alla tutela e manutenzione di strutture e apparecchiature; alla garanzia di qualità professionale di medici e operatori; alla ricerca scientifica; fino a giungere all’accoglienza di bambini bisognosi provenienti da ogni parte del mondo, offerta senza distinzione di condizione sociale, nazionalità o religione.

    In tutto questo il dono è un elemento indispensabile del vostro essere e del vostro agire.

    Secondo aspetto: la cura.

    La scienza, e di conseguenza la capacità di cura, si può dire il primo dei compiti che caratterizza oggi l’Ospedale Bambino Gesù.

    Essa è la risposta concreta che date alle accorate richieste di aiuto di famiglie che domandano per i loro figli assistenza e, ove possibile, guarigione.

    L’eccellenza nella ricerca biomedica è dunque importante.

    Vi incoraggio a coltivarla con lo slancio di offrire il meglio di voi stessi e con un’attenzione speciale nei confronti dei più fragili, come i pazienti affetti da malattie gravi, rare o ultra-rare.

    Non solo, ma perché la scienza e la competenza non restino privilegio di pochi, vi esorto a continuare a mettere i frutti della vostra ricerca a disposizione di tutti, specialmente là dove ce n’è più bisogno, come fate ad esempio contribuendo alla formazione di medici e infermieri africani, asiatici e mediorientali.

    A proposito di cura, sappiamo che la malattia di un bambino coinvolge tutti i suoi familiari.

    Per questo, è una grande consolazione sapere che sono tante le famiglie seguite dai vostri servizi, accolte in strutture legate all’ospedale e accompagnate dalla vostra gentilezza e vicinanza.

    Questo è un elemento qualificante, che non va mai trascurato, anche se so che a volte lavorate in condizioni difficili.

    Piuttosto sacrifichiamo qualcos’altro, ma non la gentilezza e la tenerezza.

    Non c’è cura senza relazione, prossimità e tenerezza, a tutti i livelli.

    E infine veniamo al terzo punto: la comunità.

    Una delle più belle espressioni che descrivono la missione del “Bambino Gesù” è “Vite che aiutano la vita”.

    È bella, perché parla di una missione portata avanti insieme, con un agire comune in cui trova posto il dono di ciascuno.

    Questa è la vostra vera forza e il presupposto per affrontare anche le sfide più difficili.

    Il vostro infatti non è un lavoro come tanti altri: è una missione, che ognuno esercita in modo diverso.

    Per alcuni essa comporta la dedizione di una vita intera; per altri l’offerta del proprio tempo nel volontariato; per altri ancora il dono del proprio sangue, del proprio latte – per i neonati ricoverati le cui mamme non possono provvederlo –, fino al dono di organi, cellule e tessuti, offerti da persone viventi o prelevati dal corpo di persone decedute.

    L’amore spinge alcuni genitori al gesto eroico di acconsentire alla donazione degli organi dei loro bambini che non ce l’hanno fatta.

    In tutto questo ciò che emerge è un “fare insieme”, dove i diversi doni concorrono al bene dei piccoli pazienti.

    Cari fratelli e sorelle, vi confesso che quando vengo al “Bambino Gesù” provo due sentimenti contrastanti: provo dolore per la sofferenza dei bambini malati e dei loro genitori; ma nello stesso tempo provo una grande speranza, vedendo tutto quello che lì si fa per curarli.

    Grazie! Grazie di tutto questo.

    Andate avanti in quest’opera benedetta.

    Vi benedico di cuore e prego per voi.

    E anche voi, per favore, pregate per me.

    Grazie.

    Adesso darò la benedizione a tutti: ai malati, ai medici, agli infermieri e a tutte le persone che lavorano in questo Ospedale e per questo Ospedale.

    Preghiamo la Madonna perché ci aiuti ad andare avanti.

    Ave o Maria,…

    [Benedizione]

    Ai membri della Fondazione "Mons. Camillo Faresin", di Maragnole di Breganze (Vicenza) (16 Mar 2024)
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    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Sono contento di accogliervi in occasione del ventesimo anniversario della vostra Fondazione.

    Oggi portate qui con voi vent’anni ricchi di iniziative a servizio degli ultimi, percorsi sulle orme di Mons.

    Camillo Faresin, per lungo tempo Vescovo di Guiratinga nel Mato Grosso, esempio di sensibilità missionaria e di fede nella Provvidenza, e anche dei suoi due fratelli: don Santo, pure lui missionario salesiano, e don Giovanni Battista, sacerdote diocesano.

    Vi siete proposti di raccogliere il testimone della loro carità facendone vostra la tenacia e l’ampiezza di vedute nel servire il prossimo.

    E questo vi ha portato a svolgere la vostra opera in Brasile, in Italia e in altre parti del mondo, estendendola a diversi campi: dalla formazione all’assistenza sociale, alla cura sanitaria, all’offerta di condizioni di vita dignitose e di opportunità di lavoro per tante persone.

    Guardando al vostro impegno, vorrei sottolineare e incoraggiare due linee d’azione importanti: lavorare tra gli ultimi e lavorare insieme.

    Primo: lavorare tra gli ultimi.

    Monsignor Faresin e i suoi fratelli erano persone di estrazione umile.

    Hanno imparato il valore della carità e il fervore missionario nel contesto di una famiglia semplice, devota, modesta e dignitosa, una famiglia come tante delle nostre.

    In quell’ambiente hanno saputo cogliere, con la grazia di Dio, un messaggio e un invito per il loro futuro a stare tra gli ultimi per aiutare gli ultimi, e lo hanno fatto con instancabile amore, con generosità e intelligenza, anche tra grandi difficoltà.

    Ricordiamo, in proposito, che il nome del Vescovo Camillo è annoverato, a Gerusalemme, tra quelli del “Giardino dei Giusti”, proprio perché, prima ancora di poter partire per il Brasile, bloccato a Roma a causa della seconda guerra mondiale, non si è lasciato fermare dalle circostanze, prodigandosi con carità e coraggio nell’assistere gli ebrei perseguitati.

    Così è stato per tutta la sua vita, come sacerdote e poi come vescovo, con un impulso irresistibile a farsi vicino ai più sfortunati.

    Fino a quando, terminato il suo mandato episcopale, ha chiesto e ottenuto di poter rimanere fra la sua gente, nel Mato Grosso, fino alla sua morte, come umile servo degli umili, continuando così nel nascondimento, come amico e compagno di cammino, lo stesso ministero che per tanti anni aveva svolto come guida e pastore.

    Quello che ci ha lasciato è un esempio grande da imitare: stare con gli ultimi, sempre! Ma in che modo? Scegliendo e privilegiando, nei vostri progetti, le realtà più povere e disprezzate come luoghi speciali in cui rimanere, e come “terre promesse” verso cui mettervi in marcia e in cui “piantare le vostre tende” per iniziare nuove opere (cfr Dt 1,8).

    E farlo con una presenza concreta e vicina alle comunità che servite, dal di dentro, in loco, lavorando tra i poveri e condividendone il più possibile la vita.

    Solo così, infatti, si sente “il polso” dei bisogni reali dei fratelli e delle sorelle che il Signore mette sulla nostra strada; e soprattutto ci si arricchisce della luce, della forza e della saggezza che vengono dallo stare con Gesù, presente in modo unico nelle membra più sofferenti del suo Corpo.

    E veniamo al secondo punto: lavorare insieme.

    Nelle vostre attività vi esorto a cercare sempre di fare sinergia, tra voi e con altre realtà religiose e associative.

    So che già collaborate, in varie opere, con le Suore Missionarie della Divina Volontà di Bassano del Grappa e con altre organizzazioni.

    È la strada giusta.

    Fare insieme, infatti, è già in sé un annuncio di Vangelo vissuto; e per voi, oltre che un modo intelligente di ottimizzare le risorse, è una via di formazione alla carità e alla comunione.

    Lo avete sottolineato dando a un vostro recente evento questo titolo: Agire insieme per progredire insieme”. Proprio così: agire insieme, infatti, non significa solo fare del bene, ma anche e soprattutto crescere uniti nel bene, gli uni a servizio e sostegno degli altri.

    Fare insieme, infine, è anche un’espressione di fede nella Divina Provvidenza.

    Mons.

    Faresin la definiva “la fonte che maggiormente garantisce le risorse” per le opere che Dio richiede.

    E le risorse più importanti per le opere del Signore non sono le cose, ma siamo noi, messi sapientemente gli uni vicino agli altri perché condividiamo ciò che siamo: la nostra passione, la nostra creatività, le nostre competenze ed esperienze, e anche le nostre debolezze e fragilità.

    Da questo paziente mettere in comune, nella valorizzazione del contributo di ciascuno, vengono frutti di grande dinamicità e concretezza, come testimonia la storia passata e presente della vostra Fondazione.

    Cari fratelli e sorelle, grazie per ciò che fate e per come lo fate; e perché con esso mantenete viva la memoria del cuore pastorale grande e generoso di Mons.

    Camillo Faresin.

    La Madonna vi custodisca nella carità umile e coraggiosa.

    Benedico voi e le vostre famiglie; e vi chiedo, per favore, di pregare per me.

    Ai Partecipanti alla Plenaria del Dicastero per l'Evangelizzazione (Sezione per le questioni fondamentali dell'Evangelizzazione nel mondo) (15 Mar 2024)
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    Cari fratelli e sorelle!

    Sono lieto di dare il benvenuto a voi, Superiori, Membri e Consultori del Dicastero per l’Evangelizzazione – Sezione per le questioni fondamentali nel mondo, riuniti in assemblea plenaria.

    È un momento importante per il confronto che i problemi dell’evangelizzazione comportano, soprattutto se lo sguardo è rivolto alle diverse regioni del mondo, così differenti tra loro per cultura e tradizione.

    Il primo pensiero va alla condizione in cui versano diverse Chiese locali dove il secolarismo dei decenni passati ha creato enormi difficoltà: dalla perdita del senso di appartenenza alla comunità cristiana, all’indifferenza per quanto concerne la fede e i suoi contenuti.

    Sono problemi seri, con cui tanti fratelli ogni giorno devono confrontarsi, ma non bisogna perdersi d’animo.

    Il secolarismo è stato studiato e si sono scritte valanghe di pagine in proposito.

    Conosciamo gli effetti negativi che ha prodotto, ma questo è il tempo favorevole per comprendere quale risposta efficace siamo chiamati a dare alle giovani generazioni perché possano recuperare il senso della vita.

    Il richiamo all’autonomia della persona, avanzato come una delle pretese del secolarismo, non può essere teorizzato come indipendenza da Dio, perché è proprio Dio che garantisce la libertà all’agire personale.

    E riguardo alla nuova cultura digitale, che presenta tanti aspetti interessanti per il progresso dell’umanità – pensiamo alla medicina e alla salvaguardia del creato –, essa porta con sé anche una visione dell’uomo che appare problematica se riferita all’esigenza di verità che alberga in ogni persona, unita all’esigenza di libertà nei rapporti interpersonali e sociali.

    Dunque, la grande problematica che sta davanti a noi è comprendere come superare la rottura che si è determinata nella trasmissione della fede.

    A tale scopo è urgente recuperare un’efficace relazione con le famiglie e con i centri di formazione.

    La fede nel Signore risorto, che è il cuore dell’evangelizzazione, per essere trasmessa richiede un’esperienza significativa vissuta in famiglia e nella comunità cristiana come incontro con Gesù Cristo che cambia la vita.

    Senza questo incontro, reale ed esistenziale, si sarà sempre sottoposti alla tentazione di fare della fede una teoria e non una testimonianza di vita.

    Sempre riguardo alla questione prioritaria della trasmissione della fede, vi ringrazio per il servizio che date nel campo della catechesi.

    E lo fate anche avvalendovi del nuovo Direttorio, da voi elaborato nel 2020.

    Esso è uno strumento valido e può essere efficace, non solo per il rinnovamento della metodologia catechistica, ma direi soprattutto per il coinvolgimento della comunità cristiana nel suo insieme.

    In questa missione, un ruolo specifico è affidato a coloro che hanno ricevuto e riceveranno il ministero di Catechista, per essere rafforzati nel loro impegno al servizio dell’evangelizzazione.

    Auspico che i Vescovi sappiano alimentare e accompagnare le vocazioni a tale ministero, soprattutto tra i giovani, per consentire che sia ridotto il divario tra le generazioni e la trasmissione della fede non appaia come un compito affidato solo alle persone anziane.

    In questo senso, vi incoraggio a trovare le forme perché il Catechismo della Chiesa Cattolica possa continuare ad essere conosciuto, studiato, valorizzato, così che se ne traggano le risposte alle nuove esigenze che si manifestano con il passare dei decenni.

    Un secondo tema che mi preme condividere con voi è la spiritualità della misericordia, come contenuto fondamentale nell’opera di evangelizzazione.

    La misericordia di Dio non viene mai meno e noi siamo chiamati a testimoniarla e a farla, per così dire, circolare nelle vene del corpo della Chiesa.

    Dio è misericordia: questo messaggio perenne è stato rilanciato con forza e modalità rinnovate da San Giovanni Paolo II per la Chiesa e l’umanità all’inizio del terzo millennio.

    La pastorale dei Santuari, che è una vostra competenza, richiede di essere impregnata di misericordia, perché quanti giungono in quei luoghi vi possano trovare delle oasi di pace e serenità.

    Missionari della misericordia, con il loro servizio generoso al Sacramento della Riconciliazione, offrono una testimonianza che dovrebbe aiutare tutti i sacerdoti a riscoprire la grazia e la gioia di essere ministri di Dio che perdona sempre e senza limiti.

    Ministri di Dio che non solo attende ma va incontro, va in cerca, perché è Padre misericordioso, non padrone, è buon Pastore, non mercenario, ed è pieno di gioia quando può accogliere una persona che ritorna, oppure la ritrova mentre va errando nei suoi labirinti (cfr Gv 10; Lc 15).

    Quando l’evangelizzazione è compiuta con l’unzione e lo stile della misericordia trova maggior ascolto, e il cuore si apre con più disponibilità alla conversione.

    Si è toccati, infatti, in ciò di cui sentiamo di avere più bisogno, cioè l’amore puro, gratuito, che è sorgente di vita nuova.

    Il terzo tema che desidero proporvi è la preparazione al Giubileo Ordinario del prossimo anno.

    Sarà un Giubileo in cui dovrà emergere la forza della speranza.

    Tra qualche settimana renderò pubblica la Lettera Apostolica per la sua indizione ufficiale: auspico che quelle pagine possano aiutare molti a riflettere e soprattutto a vivere concretamente la speranza.

    Questa virtù teologale è stata vista poeticamente come la “sorella più piccola” in mezzo alle altre due, fede e carità, ma senza la quale queste due non vanno avanti, non esprimono al meglio sé stesse.

    Il popolo santo di Dio ne ha tanto bisogno! Conosco il grande impegno che quotidianamente il Dicastero sta mettendo nell’organizzazione del prossimo Giubileo.

    Vi ringrazio e sono certo che tanta fatica porterà i suoi frutti.

    L’accoglienza dei pellegrini, comunque, ha bisogno di esprimersi, oltre che nelle opere strutturali e culturali che sono necessarie, anche nel consentire loro di vivere l’esperienza di fede, di conversione e di perdono, incontrando una comunità viva che ne dà testimonianza gioiosa e convinta.

    E non dimentichiamo che questo anno che precede il Giubileo è dedicato alla preghiera.

    Abbiamo bisogno di riscoprire la preghiera come esperienza di stare alla presenza del Signore, di sentirci compresi, accolti e amati da Lui.

    Come ci ha insegnato Gesù, non si tratta di moltiplicare le nostre parole quanto, piuttosto, di dare spazio al silenzio per ascoltare la sua Parola e accoglierla nella nostra vita (cfr Mt 6,5-9).

    Incominciamo noi, fratelli e sorelle, a pregare di più, a pregare meglio, alla scuola di Maria e dei santi e delle sante.

    Vi ringrazio del vostro lavoro di questi giorni e del vostro servizio alla Chiesa.

    Vi benedico di cuore e prego per voi.

    E anche voi, per favore, pregate per me.

    Grazie!

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