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    Preghiere Messaggi

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    Rito ambrosiano

    Da Evangelizo.org:

    Me 7 Dic : Libro dell’Ecclesiastico 50,1ab.44,16a.17ab.19b-20a.21a.21d.23abc.45,3b.12a.7.15e-16c.
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    Ecco il sommo sacerdote, che nella sua vita piacque al Signore. Fu trovato perfetto e giusto, al tempo dell'ira fu riconciliazione. Nessuno ci fu simile a lui nella gloria. Egli custodì la legge dell'Altissimo. Per questo Dio gli promise con giuramento di innalzare la sua discendenza. Dio fece posare sulla sua testa la benedizione di tutti gli uomini e l'alleanza; lo confermò nelle sue benedizioni. Lo glorificò davanti ai re. Sopra il turbante gli pose una corona d'oro. Stabilì con lui un'alleanza perenne e gli diede il sacerdozio tra il popolo.

    Lo onorò con splendidi ornamenti e gli fece indossare una veste di gloria, esercitare il sacerdozio incenso e profumo come memoriale.

    Me 7 Dic : Salmi 89(88),2-3a.4.21-22.25.36-38.
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    Canterò senza fine le grazie del Signore, con la mia bocca annunzierò la tua fedeltà nei secoli, perché hai detto: "La mia grazia rimane per sempre"; la tua fedeltà è fondata nei cieli. "Ho stretto un'alleanza con il mio eletto, ho giurato a Davide mio servo: Ho trovato Davide, mio servo, con il mio santo olio l'ho consacrato; la mia mano è il suo sostegno, il mio braccio è la sua forza. La mia fedeltà e la mia grazia saranno con lui e nel mio nome si innalzerà la sua potenza. Sulla mia santità ho giurato una volta per sempre: certo non mentirò a Davide. In eterno durerà la sua discendenza, il suo trono davanti a me quanto il sole, sempre saldo come la luna, testimone fedele nel cielo".

    Me 7 Dic : Lettera di san Paolo apostolo agli Efesini 3,2-11.
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    penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro beneficio: come per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero di cui sopra vi ho scritto brevemente. Dalla lettura di ciò che ho scritto potete ben capire la mia comprensione del mistero di Cristo. Questo mistero non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come al presente è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che i Gentili cioè sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa per mezzo del vangelo, del quale sono divenuto ministro per il dono della grazia di Dio a me concessa in virtù dell'efficacia della sua potenza. A me, che sono l'infimo fra tutti i santi, è stata concessa questa grazia di annunziare ai Gentili le imperscrutabili ricchezze di Cristo, e di far risplendere agli occhi di tutti qual è l'adempimento del mistero nascosto da secoli nella mente di Dio, creatore dell'universo, perché sia manifestata ora nel cielo, per mezzo della Chiesa, ai Principati e alle Potestà la multiforme sapienza di Dio, secondo il disegno eterno che ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore,

    Me 7 Dic : Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 9,40a.10,11-16.
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    Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo forse ciechi anche noi?». Io sono il buon pastore.

    Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore.

    Me 7 Dic : San Giovanni Paolo II
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    "Il buon pastore offre la vita per le pecore" (Gv 10,11).

    Mentre Gesù pronunciava queste parole, gli Apostoli non sapevano che parlava di se stesso.

    Non lo sapeva nemmeno Giovanni, l’apostolo prediletto.

    Lo comprese sul Calvario, ai piedi della Croce, vedendolo offrire silenziosamente la vita per "le sue pecore".

    Quando venne per lui e per gli altri Apostoli il tempo di assumere questa stessa missione, allora si ricordarono delle sue parole.

    Si resero conto che, soltanto perché aveva assicurato che sarebbe stato lui stesso ad operare per mezzo loro, essi sarebbero stati in grado di portare a compimento la missione.

    Ne fu ben consapevole in particolare Pietro, "testimone delle sofferenze di Cristo" (1 Pt 5,1), che ammoniva gli anziani della Chiesa: "Pascete il gregge di Dio che vi è affidato" (1 Pt 5, 2). Nel corso dei secoli i successori degli Apostoli, guidati dallo Spirito Santo, hanno continuato a radunare il gregge di Cristo e a guidarlo verso il Regno dei cieli, consapevoli di poter assumere una così grande responsabilità soltanto "per Cristo, con Cristo e in Cristo". Questa medesima consapevolezza ho avuto io quando il Signore mi chiamò a svolgere la missione di Pietro in questa amata città di Roma e al servizio del mondo intero.

    Sin dall’inizio del pontificato, i miei pensieri, le mie preghiere e le mie azioni sono state animate da un unico desiderio: testimoniare che Cristo, il Buon Pastore, è presente e opera nella sua Chiesa.

    Egli è in continua ricerca di ogni pecora smarrita, la riconduce all’ovile, ne fascia le ferite; cura la pecora debole e malata e protegge quella forte (Ez 34,16).

    Ecco perché, sin dal primo giorno, non ho mai cessato di esortare: "Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà!".

    Ripeto oggi con forza: "Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!" Lasciatevi guidare da lui! Fidatevi del suo amore!

    Ma 6 Dic : Libro di Geremia 10,11-16.
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    Direte loro: "Gli dei che non hanno fatto il cielo e la terra scompariranno dalla terra e sotto il cielo". Egli ha formato la terra con potenza, ha fissato il mondo con sapienza, con intelligenza ha disteso i cieli. Al rombo della sua voce rumoreggiano le acque nel cielo.

    Egli fa salire le nubi dall'estremità della terra, produce lampi per la pioggia e manda fuori il vento dalle sue riserve. Rimane inebetito ogni uomo, senza comprendere; resta confuso ogni orafo per i suoi idoli, poiché è menzogna ciò che ha fuso e non ha soffio vitale. Essi sono vanità, opere ridicole; al tempo del loro castigo periranno. Non è tale l'eredità di Giacobbe, perché egli ha formato ogni cosa.

    Israele è la tribù della sua eredità, Signore degli eserciti è il suo nome.

    Ma 6 Dic : Salmi 115(113B),1-6.8-9.11.
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    Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome dà gloria, per la tua fedeltà, per la tua grazia. Perché i popoli dovrebbero dire: "Dov'è il loro Dio?". Il nostro Dio è nei cieli, egli opera tutto ciò che vuole. Gli idoli delle genti sono argento e oro, opera delle mani dell'uomo. Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano. Sia come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida. Israele confida nel Signore: egli è loro aiuto e loro scudo. Confida nel Signore, chiunque lo teme: egli è loro aiuto e loro scudo.

    Ma 6 Dic : Libro di Zaccaria 9,11-17.
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    Quanto a te, per il sangue dell'alleanza con te, estrarrò i tuoi prigionieri dal pozzo senz'acqua. Ritornate alla cittadella, prigionieri della speranza! Ve l'annunzio fino da oggi: vi ripagherò due volte. Tendo Giuda come mio arco, Efraim come un arco teso; ecciterò i tuoi figli, Sion, contro i tuoi figli, Grecia, ti farò come spada di un eroe. Allora il Signore comparirà contro di loro, come fulmine guizzeranno le sue frecce; il Signore darà fiato alla tromba e marcerà fra i turbini del mezzogiorno. Il Signore degli eserciti li proteggerà: divoreranno e calpesteranno le pietre della fionda, berranno il loro sangue come vino, ne saranno pieni come bacini, come i corni dell'altare. Il Signore loro Dio in quel giorno salverà come un gregge il suo popolo, come gemme di un diadema brilleranno sulla sua terra. Quali beni, quale bellezza! Il grano darà vigore ai giovani e il vino nuovo alle fanciulle.

    Ma 6 Dic : Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 19,23-30.
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    Gesù allora disse ai suoi discepoli: «In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli». A queste parole i discepoli rimasero costernati e chiesero: «Chi si potrà dunque salvare?». E Gesù, fissando su di loro lo sguardo, disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile». Allora Pietro prendendo la parola disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne otterremo?». E Gesù disse loro: «In verità vi dico: voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna. Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi».

    Ma 6 Dic : San Bernardo
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    "Seminate nella giustizia, dice il Signore, e raccoglierete la speranza della vita".

    Non ti rimanda all'ultimo giorno, quando tutto ti sarà dato realmente e non più nella speranza; egli parla del presente.

    Certo, grande sarà la nostra gioia, infinita la nostra esultanza, quando comincerà la vita vera.

    Ma già la speranza di una tale gioia non può essere senza gioia.

    "Siate lieti nella speranza", dice l'apostolo Paolo (Rm 12,12).

    E Davide non dice che sarà nella gioia, bensì che vi è stato il giorno in cui ha sperato di entrare nella casa del Signore (Sal 122,1).

    Non possedeva ancora la vita, eppure aveva già mietuto la speranza della vita.

    E faceva l'esperienza della verità della Scrittura che dice che non soltanto la ricompensa ma anche "l'attesa dei giusti finirà in gioia" (Prv 10,28).

    Nell'animo di chi ha seminato per la giustizia, questa gioia è prodotta dalla convinzione che i suoi peccati sono perdonati... Chiunque tra voi, dopo gli inizi amari della conversione, ha la fortuna di vedersi alleggerito dalla speranza dei beni che attende...

    raccoglie fin d'ora il frutto delle sue lacrime.

    Ha visto Dio e lo ha sentito dire: "Dategli del frutto delle sue mani" (Prv 31,31).

    Come è possibile che colui che ha "gustato e visto quanto è buono il Signore" (Sal 34,9) non abbia visto Dio? Il Signore Gesù si mostra molto buono verso chi riceve da lui non soltanto la remissione delle sue colpe, ma anche il dono della santità e, meglio ancora, la promessa della vita eterna.

    Beato chi ha già raccolto una così bella messe...

    Il profeta dice il vero: "Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo" (Sal 126,5)...

    Nessun profitto né onore terreno potrà superare la nostra speranza e questa gioia di sperare, ormai profondamente radicata nei nostri cuori: "La speranza non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato" (Rm 5,5).

    Lu 5 Dic : Libro di Geremia 10,1-10.
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    Ascoltate la parola che il Signore vi rivolge, casa di Israele. Così dice il Signore: "Non imitate la condotta delle genti e non abbiate paura dei segni del cielo, perché le genti hanno paura di essi. Poiché ciò che è il terrore dei popoli è un nulla, non è che un legno tagliato nel bosco, opera delle mani di chi lavora con l'ascia. È ornato di argento e di oro, è fissato con chiodi e con martelli, perché non si muova. Gli idoli sono come uno spauracchio in un campo di cocòmeri, non sanno parlare, bisogna portarli, perché non camminano.

    Non temeteli, perché non fanno alcun male, come non è loro potere fare il bene". Non sono come te, Signore; tu sei grande e grande la potenza del tuo nome. Chi non ti temerà, re delle nazioni? Questo ti conviene, poiché fra tutti i saggi delle nazioni e in tutti i loro regni nessuno è simile a te. Sono allo stesso tempo stolti e testardi; vana la loro dottrina, come un legno. Argento battuto e laminato portato da Tarsìs e oro di Ofir, lavoro di artista e di mano di orafo, di porpora e di scarlatto è la loro veste: tutti lavori di abili artisti. Il Signore, invece, è il vero Dio, egli è Dio vivente e re eterno; al suo sdegno trema la terra, i popoli non resistono al suo furore.

    Lu 5 Dic : Salmi 135(134),15-21.
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    Gli idoli dei popoli sono argento e oro, opera delle mani dell'uomo. Hanno bocca e non parlano; hanno occhi e non vedono; hanno orecchi e non odono; non c'è respiro nella loro bocca. Sia come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida. Benedici il Signore, casa d'Israele; benedici il Signore, casa di Aronne; Benedici il Signore, casa di Levi; voi che temete il Signore, benedite il Signore. Da Sion sia benedetto il Signore.

    che abita a Gerusalemme.

    Alleluia.

    Lu 5 Dic : Libro di Zaccaria 9,1-8.
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    Oracolo.

    La parola del Signore è sulla terra di Cadràch e si posa su Damasco, poiché al Signore appartiene la perla di Aram e tutte le tribù d'Israele; anche Amat sua confinante e Sidòne, che è tanto saggia. Tiro si è costruita una fortezza e vi ha accumulato argento come polvere e oro come fango delle strade. Ecco, il Signore se ne impossesserà, sprofonderà nel mare le sue ricchezze ed essa sarà divorata dal fuoco. Ascalòna vedrà e ne sarà spaventata, Gaza sarà in grandi dolori, come anche Ekròn, perché svanirà la sua fiducia; scomparirà il re da Gaza e Ascalòna rimarrà disabitata. Bastardi dimoreranno in Asdòd, abbatterò l'orgoglio del Filisteo. Toglierò il sangue dalla sua bocca e i suoi abomini dai suoi denti.

    Diventerà anche lui un resto per il nostro Dio, sarà come una famiglia in Giuda ed Ekròn sarà simile al Gebuseo. Mi porrò come sentinella per la mia casa contro chi va e chi viene, non vi passerà più l'oppressore, perché ora io stesso sorveglio con i miei occhi.

    Lu 5 Dic : Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 19,16-22.
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    Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?». Egli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono.

    Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Ed egli chiese: «Quali?».

    Gesù rispose: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso». Il giovane gli disse: «Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». Udito questo, il giovane se ne andò triste; poiché aveva molte ricchezze.

    Lu 5 Dic : Beato Columba Marmion
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    Contempliamo Nostro Signore che è il nostro modello in tutte le cose e che vogliamo seguire per amore.

    Cosa ci insegna la sua vita? Ha sposato la povertà, per così dire. Era Dio.

    (...) Ed ecco che questo Dio si incarna per riportarci a lui.

    Quale strada sceglie? Quella della povertà.

    Quando il Verbo è venuto in questo mondo, lui, il Re del cielo e della terra, nella sua divina saggezza, ha voluto disporre i dettagli della sua nascita, della sua vita e della sua morte in modo tale che ciò che più risalta è la sua povertà, il suo disprezzo per i beni di questo mondo.

    I più poveri nascono almeno sotto un tetto; lui è nato in una stalla, sulla paglia, perché "non c'era posto per sua madre nella locanda" (Lc 2,7).

    A Nazareth, conduceva la vita oscura di un povero artigiano (cfr.

    Mt 13,55).

    Più tardi, nella sua vita pubblica, non aveva dove posare il capo, "mentre le volpi hanno le loro tane" (Lc 9,58).

    Nell'ora della morte, ha voluto essere spogliato dei suoi vestiti e legato nudo alla croce.

    Lasciò che i suoi carnefici prendessero la tunica tessuta da sua madre; i suoi amici lo abbandonarono; dei suoi apostoli, vide solo San Giovanni vicino a lui.

    Almeno sua madre rimane con lui: ma no, la dà al suo discepolo (cfr.

    Gv 19,27).

    Non è questa un'abnegazione assoluta? Tuttavia, trova il modo di andare oltre questo grado estremo di indigenza.

    Ci sono ancora le gioie celesti di cui suo Padre inonda la sua umanità; egli vi rinuncia, perché ecco che suo Padre lo abbandona (cfr.

    Mt 22,46).

    Rimane solo, sospeso tra il cielo e la terra.

    (...) Quando contempliamo il povero Gesù nella culla, a Nazareth, sulla croce, che ci porge le mani e ci dice: "È per voi", capiamo le follie degli amanti della povertà.

    Teniamo dunque gli occhi fissi sul divino povero di Betlemme, Nazareth e Golgota.


    Rito romano

    Da Evangelizo.org:

    Me 7 Dic : Libro di Isaia 40,25-31.
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    "A chi potreste paragonarmi quasi che io gli sia pari?" dice il Santo. Levate in alto i vostri occhi e guardate: chi ha creato quegli astri? Egli fa uscire in numero preciso il loro esercito e li chiama tutti per nome; per la sua onnipotenza e il vigore della sua forza non ne manca alcuno. Perché dici, Giacobbe, e tu, Israele, ripeti: "La mia sorte è nascosta al Signore e il mio diritto è trascurato dal mio Dio?". Non lo sai forse? Non lo hai udito? Dio eterno è il Signore, creatore di tutta la terra.

    Egli non si affatica né si stanca, la sua intelligenza è inscrutabile. Egli dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato. Anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono; ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi.

    Me 7 Dic : Salmi 103(102),1-2.3-4.8.10.
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    Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome. Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici. Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue malattie; salva dalla fossa la tua vita, ti corona di grazia e di misericordia. Buono e pietoso è il Signore, lento all'ira e grande nell'amore. Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe.

    Me 7 Dic : Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 11,28-30.
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    In quel tempo, Gesù disse: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».

    Me 7 Dic : Papa Francesco
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    La pienezza cui Gesù porta la fede ha un altro aspetto decisivo.

    Nella fede, Cristo non è soltanto Colui in cui crediamo, la manifestazione massima dell’amore di Dio, ma anche Colui al quale ci uniamo per poter credere.

    La fede, non solo guarda a Gesù, ma guarda dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione al suo modo di vedere.

    In tanti ambiti della vita ci affidiamo ad altre persone che conoscono le cose meglio di noi.

    Abbiamo fiducia nell’architetto che costruisce la nostra casa, nel farmacista che ci offre il medicamento per la guarigione, nell’avvocato che ci difende in tribunale.

    Abbiamo anche bisogno di qualcuno che sia affidabile ed esperto nelle cose di Dio.

    Gesù, suo Figlio, si presenta come Colui che ci spiega Dio (cfr Gv 1,18.

    La vita di Cristo — il suo modo di conoscere il Padre, di vivere totalmente nella relazione con Lui — apre uno spazio nuovo all’esperienza umana e noi vi possiamo entrare.

    San Giovanni ha espresso l’importanza del rapporto personale con Gesù per la nostra fede attraverso vari usi del verbo credere.

    Insieme al "credere che" è vero ciò che Gesù ci dice (cfr Gv 14,10; 20,31), Giovanni usa anche le locuzioni "credere a" Gesù e "credere in" Gesù.

    "Crediamo a" Gesù, quando accettiamo la sua Parola, la sua testimonianza, perché egli è veritiero (cfr Gv 6,30).

    "Crediamo in" Gesù, quando lo accogliamo personalmente nella nostra vita e ci affidiamo a Lui, aderendo a Lui nell’amore e seguendolo lungo la strada (cfr Gv 2,11; 6,47; 12,44). Per permetterci di conoscerlo, accoglierlo e seguirlo, il Figlio di Dio ha assunto la nostra carne, e così la sua visione del Padre è avvenuta anche in modo umano, attraverso un cammino e un percorso nel tempo.

    (...) La fede nel Figlio di Dio fatto uomo in Gesù di Nazaret non ci separa dalla realtà, ma ci permette di cogliere il suo significato più profondo, di scoprire quanto Dio ama questo mondo e lo orienta incessantemente verso di Sé; e questo porta il cristiano a impegnarsi, a vivere in modo ancora più intenso il cammino sulla terra.

    Ma 6 Dic : Libro di Isaia 40,1-11.
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    "Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù, è stata scontata la sua iniquità, perché ha ricevuto dalla mano del Signore doppio castigo per tutti i suoi peccati". Una voce grida: "Nel deserto preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in pianura. Allora si rivelerà la gloria del Signore e ogni uomo la vedrà, poiché la bocca del Signore ha parlato". Una voce dice: "Grida" e io rispondo: "Che dovrò gridare?".

    Ogni uomo è come l'erba e tutta la sua gloria è come un fiore del campo. Secca l'erba, il fiore appassisce quando il soffio del Signore spira su di essi. Secca l'erba, appassisce il fiore, ma la parola del nostro Dio dura sempre.

    Veramente il popolo è come l'erba. Sali su un alto monte, tu che rechi liete notizie in Sion; alza la voce con forza, tu che rechi liete notizie in Gerusalemme.

    Alza la voce, non temere; annunzia alle città di Giuda: "Ecco il vostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza, con il braccio egli detiene il dominio.

    Ecco, egli ha con sé il premio e i suoi trofei lo precedono. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri".

    Ma 6 Dic : Salmi 96(95),1-2.3.10ac.11-12.13.
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    Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore da tutta la terra. Cantate al Signore, benedite il suo nome, annunziate di giorno in giorno la sua salvezza. In mezzo ai popoli raccontate la sua gloria, a tutte le nazioni dite i suoi prodigi. Dite tra i popoli: "Il Signore regna!", giudica le nazioni con rettitudine. Gioiscano i cieli, esulti la terra, frema il mare e quanto racchiude; esultino i campi e quanto contengono, si rallegrino gli alberi della foresta. Esultino davanti al Signore che viene, perché viene a giudicare la terra.

    Giudicherà il mondo con giustizia e con verità tutte le genti.

    Ma 6 Dic : Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 18,12-14.
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    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta? Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli».

    Ma 6 Dic : Basilio di Seleucia
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    Guardiamo Gesù, il nostro pastore; osserviamo il suo amore per gli uomini e la sua dolcezza nel condurli al pascolo.

    Gioisce delle pecore che lo circondano, cerca quelle che si smarriscono.

    Non rifiuta di percorrere monti e foreste, attraversa precipizi per raggiungere quella perduta.

    Se la trova affaticata è mosso a compassione e, presala sulle spalle, cura la fatica della pecora con la propria fatica.

    E' una fatica che lo riempie di gioia, poiché ha ritrovato la pecora perduta e ciò lo guarisce dal dolore: «Chi tra voi - egli dice - se ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove nel deserto, per andare in cerca di quella perduta finché non l'ha ritrovata?» La perdita di una sola pecora turba la gioia di tutto il gregge, ma la gioia di essere di nuovo insieme scaccia ogni tristezza: «Ritrovatala, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta» (Lc 15,6).

    Ecco perché Cristo, che è questo pastore, diceva: «Io sono il buon pastore» (Gv 10,11).

    «Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all'ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata» (Ez 34,16).

    Lu 5 Dic : Libro di Isaia 35,1-10.
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    Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo.

    Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saròn.

    Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio. Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: "Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina.

    Egli viene a salvarvi". Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa. La terra bruciata diventerà una palude, il suolo riarso si muterà in sorgenti d'acqua.

    I luoghi dove si sdraiavano gli sciacalli diventeranno canneti e giuncaie. Ci sarà una strada appianata e la chiameranno Via santa; nessun impuro la percorrerà e gli stolti non vi si aggireranno. Non ci sarà più il leone, nessuna bestia feroce la percorrerà, vi cammineranno i redenti. Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto.

    Lu 5 Dic : Salmi 85(84),9ab-10.11-12.13-14.
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    Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annunzia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli. La sua salvezza è vicina a chi lo teme e la sua gloria abiterà la nostra terra. Misericordia e verità s'incontreranno, giustizia e pace si baceranno. La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo. Quando il Signore elargirà il suo bene, la nostra terra darà il suo frutto. Davanti a lui camminerà la giustizia e sulla via dei suoi passi la salvezza.

    Lu 5 Dic : Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 5,17-26.
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    Un giorno sedeva insegnando.

    Sedevano là anche farisei e dottori della legge, venuti da ogni villaggio della Galilea, della Giudea e da Gerusalemme.

    E la potenza del Signore gli faceva operare guarigioni. Ed ecco alcuni uomini, portando sopra un letto un paralitico, cercavano di farlo passare e metterlo davanti a lui. Non trovando da qual parte introdurlo a causa della folla, salirono sul tetto e lo calarono attraverso le tegole con il lettuccio davanti a Gesù, nel mezzo della stanza. Veduta la loro fede, disse: «Uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi». Gli scribi e i farisei cominciarono a discutere dicendo: «Chi è costui che pronuncia bestemmie? Chi può rimettere i peccati, se non Dio soltanto?». Ma Gesù, conosciuti i loro ragionamenti, rispose: «Che cosa andate ragionando nei vostri cuori? Che cosa è più facile, dire: Ti sono rimessi i tuoi peccati, o dire: Alzati e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati: io ti dico - esclamò rivolto al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e và a casa tua». Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e si avviò verso casa glorificando Dio. Tutti rimasero stupiti e levavano lode a Dio; pieni di timore dicevano: «Oggi abbiamo visto cose prodigiose».

    Chiamata di Levi

    Lu 5 Dic : San Gregorio di Agrigento
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    È dolce questa luce ed è cosa assai buona per la vista dei nostri occhi contemplare questo sole visibile(...); perciò quel primo contemplativo di Dio che fu Mosè disse: E Dio vide la luce e disse che era una cosa buona (Gn 1,4).

    (...) Ma a noi conviene considerare la grande, vera ed eterna luce che “illumina ogni uomo” che viene in questo mondo (Gv 1,9), cioè Cristo Salvatore e redentore del mondo, il quale fattosi uomo, scese fino all’infimo grado della condizione umana.

    Di lui dice il profeta Davide: “Cantate a Dio, inneggiate al suo nome, fate strada a colui che ascende a occidente, a colui che si chiama Signore; ed esultate al suo cospetto (cf Sal 68, 5-6).

    E ancora Isaia disse: “Popoli che camminate nelle tenebre, vedete questa luce.

    Su di voi che abitate in terra tenebrosa una luce rifulgerà” (cf.

    Is 9,1).

    (...) Il Signore promise di sostituire la luce che vediamo cogli occhi corporei con quel sole spirituale di giustizia (Ml 3,20), che è veramente dolcissimo per coloro che sono stati ritenuti degni di essere ammaestrati da lui.

    Essi hanno potuto vederlo con i loro occhi quando viveva e s’intratteneva in mezzo agli uomini come un uomo qualunque, mentre invece non era uno qualunque degli uomini.

    Era infatti anche vero Dio, e per questo ha fatto sì che i ciechi vedessero, gli zoppi camminassero e i sordi udissero; ha mondato i malati di lebbra e con un semplice comando ha richiamato i morti alla vita.


    Santa Marta

    Omelie di Papa Francesco da Santa Marta, via 'cosa resta del giorno':

    Lo Spirito Santo ci ricorda l’accesso al Padre (17 maggio 2020)

    Discorsi e omelie di Papa Francesco

    Lettera Apostolica in forma di  «Motu Proprio» del Sommo Pontefice Francesco sulle persone giuridiche strumentali della Curia Romana (5 Dic 2022)
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    «Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti» (Lc 16,10a).

    In seguito alla riforma complessiva dell’assetto istituzionale della Curia Romana che ho voluto attuare tramite la recente Costituzione Apostolica Preadicate Evangelium, si rende necessario disciplinare anche i diversi fondi, fondazioni ed enti che, nel corso degli anni, sono nati in seno alle Istituzioni curiali e che sono dalle stesse direttamente dipendenti.

    Benché tali enti abbiano una personalità giuridica formalmente separata ed una certa autonomia amministrativa, si deve riconoscere che essi sono strumentali alla realizzazione dei fini propri delle Istituzioni curiali al servizio del ministero del Successore di Pietro e che, pertanto, anch’essi sono, se non diversamente indicato dalla normativa che li istituisce in qualche modo, enti pubblici della Santa Sede.

    Poiché i loro beni temporali sono parte del patrimonio della Sede Apostolica, è necessario che essi siano sottoposti non solo alla supervisione delle Istituzioni curiali dalle quali dipendono, ma anche al controllo e alla vigilanza degli Organismi economici della Curia Romana.

    In questo modo, considerando il can.

    116 § 1 del Codex Iuris Canonici, le persone giuridiche strumentali vengono ad essere chiaramente distinte dalle altre fondazioni, associazioni ed enti senza scopo di lucro che, benché aventi sede nello Stato della Città del Vaticano, sono tuttavia nati dall’iniziativa di privati e non sono strumentali alla realizzazione dei fini propri delle Istituzioni curiali.

    Essi sono retti da propri statuti e non da queste norme, a meno che non si disponga espressamente altro.

    Pertanto, con la presente Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio, stabilisco:

    Articolo 1

    Ambito di applicazione

    La presente disciplina si applica alle persone giuridiche strumentali, intendendo per tali gli Enti che fanno riferimento alla Santa Sede iscritti nell’elenco di cui all’articolo 1 § 1 dello Statuto del Consiglio per l’Economia e aventi sede nello Stato della Città del Vaticano, con esclusione delle Istituzioni curiali e degli Uffici della Curia Romana, delle Istituzioni collegate con la Santa Sede e del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano.

    Articolo 2

    Supervisione istituzionale

    L’Istituzione curiale da cui dipende canonicamente la persona giuridica cura il corretto funzionamento dell’ente nel perseguimento delle finalità statutarie.

    A tal fine, provvede:

    a) alla nomina e alla sostituzione degli amministratori o dei rappresentanti legali, qualora gli stessi non rispondano ai requisiti di onorabilità, di cui al successivo art.

    7, comma 1, lett.

    h);

    b) ad annullare, sentiti gli amministratori e l’organo di controllo interno, gli atti contrari a norme di legge o allo statuto.

    L’annullamento dell’atto non pregiudica eventuali diritti acquisiti da terzi in buona fede;

    c) allo scioglimento del consiglio di amministrazione e alla nomina di un commissario straordinario, qualora gli amministratori abbiano agito in grave difformità dalla legge o dallo statuto;

    d) alla valutazione dei contenuti del piano di attività della persona giuridica con possibilità di far pervenire indicazioni sulla rispondenza dello stesso alle finalità statutarie;

    e) ad analizzare i verbali dell’organo cui spetta l’amministrazione della persona giuridica, che gli devono essere trasmessi, con possibilità di far pervenire osservazioni sulla rispondenza delle decisioni assunte alle finalità statutarie;

    f)  a esprimere le proprie valutazioni sulla corrispondenza degli atti di amministrazione straordinaria alle finalità istituzionali, per l’approvazione ad validitatem della Segreteria per l’Economia;

    g) a far pervenire le proprie osservazioni sul progetto di bilancio preventivo e consuntivo, prima che siano presentati per l’approvazione.

    Articolo 3

    Vigilanza e controllo in materia economico-finanziaria

    1.

    La Segreteria per l’Economia esercita la vigilanza e il controllo sulle persone giuridiche strumentali a norma del proprio statuto.

    In particolare:

    a) analizza le scritture contabili e fornisce assistenza e supporto;

    b) sentita l’Istituzione curiale da cui dipende canonicamente la persona giuridica, rilascia l’autorizzazione ad validitatem per gli atti di straordinaria amministrazione;

    c) nomina il presidente del collegio dei sindaci o dei revisori, ovvero il sindaco o il revisore unico, ove previsti dagli Statuti degli enti indicati in un’apposita lista approvata dal Consiglio per l’Economia, verificandone l’onorabilità, la professionalità e l’assenza di conflitti di interesse;

    d) può condurre verifiche in loco;

    e) analizza il rendimento della gestione economica e amministrativa e formula raccomandazioni su eventuali azioni correttive che si rendano necessarie.

    2.

    La Segreteria per l’Economia, sentiti l’Autorità di Supervisione e Informazione Finanziaria e l’Ufficio del Revisore Generale, per quanto di competenza, adotta o raccomanda l’adozione da parte delle persone giuridiche strumentali delle misure adeguate per la prevenzione e il contrasto di attività criminose.

    Articolo 4

    Scritture contabili

    1.

    Le persone giuridiche strumentali devono presentare alla Segreteria per l’Economia il bilancio preventivo e quello consuntivo nei termini stabiliti dalla medesima Segreteria.

    2.

    Su richiesta del Consiglio per l’Economia o della Segreteria per l’Economia, le scritture contabili devono essere sottoposte all’Ufficio del Revisore Generale o a un revisore esterno indicato dal Consiglio per l’Economia.

    3.

    I bilanci preventivi e consuntivi delle persone giuridiche strumentali, muniti delle relazioni previste dallo statuto e dalla legge, sono trasmessi alla Segreteria per l’Economia, che li presenta per l’approvazione al Consiglio per l’Economia.

    L’organo amministrativo della persona giuridica strumentale, prima di presentare la proposta di bilancio per l’approvazione, deve ottenere il parere dell’Istituzione curiale da cui dipende canonicamente.

    Articolo 5

    Scambio di informazioni

    1.

    L’Istituzione curiale da cui dipende canonicamente la persona giuridica, la Segreteria per l’Economia e l’Ufficio del Revisore Generale possono sempre accedere a:

    a) le scritture contabili, i documenti giustificativi e le informazioni relative alle transazioni finanziarie;

    b) i dati identificativi di:

    - associati;
    - titolari effettivi;
    - membri degli organi di governo;
    - prestatori di servizio volontario;
    - donatori;
    - beneficiari delle attività oppure, qualora ciò non sia possibile per la natura delle prestazioni, le categorie di beneficiari.

    2.

    Le autorità della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano scambiano informazioni ai fini dello svolgimento delle proprie funzioni istituzionali secondo la disciplina vigente nello Stato.

    Articolo 6

    Estinzione e devoluzione dei beni

    1.

    Oltre che per le cause previste dalla legge, dall’atto costitutivo o dallo statuto, le persone giuridiche strumentali sono soppresse e poste in liquidazione con decreto dell’Istituzione curiale da cui dipendono canonicamente, quando lo scopo è stato raggiunto o è divenuto impossibile o contrario alla legge, ovvero, in caso di associazioni, quando la riduzione del numero degli associati ne impedisca il funzionamento.

    Il decreto è comunicato senza indugio al Prefetto della Segreteria per l’Economia.

    2.

    In mancanza di una specifica previsione dello statuto o dell’atto costitutivo, l’Istituzione curiale da cui dipende canonicamente la persona giuridica nomina uno o più commissari liquidatori.

    3.

    Soddisfatti i creditori e devoluti i beni, i liquidatori devono redigere il bilancio finale di liquidazione e trasmetterlo alla Segreteria per l’Economia che lo sottopone al Consiglio per l’Economia per l’approvazione.

    4.

    Su indicazione dell’Istituzione curiale da cui dipende canonicamente la persona giuridica, i liquidatori provvedono alla devoluzione del patrimonio residuo alle persone giuridiche indicate dall’atto costitutivo o dallo statuto.

    In ogni altro caso, esso è devoluto alla Sede Apostolica.

    5.

    Di seguito, la Segreteria per l’Economia comunica l’approvazione del bilancio di liquidazione al Presidente del Governatorato, che, con proprio decreto, prende atto dell’estinzione dell’ente e ne dispone la cancellazione dal registro delle persone giuridiche.

    6.

    Le scritture contabili, i documenti e i dati di cui agli articoli 4 e 5, e i libri sociali dell’ente soppresso devono essere depositati presso l’Ufficio Giuridico del Governatorato che provvede a conservarli per un termine di 10 anni dall’estinzione della persona giuridica.

    Articolo 7

    Rinvio alla legge vaticana

    1.

    Fatto salvo quanto diversamente previsto dalla presente normativa, alle persone giuridiche strumentali si applicano le disposizioni generali stabilite dalla legge vaticana in materia di:

    a) requisiti di costituzione della persona giuridica;

    b) iscrizione della persona giuridica nel registro dello Stato della Città del Vaticano;

    c) libri sociali obbligatori;

    d) obblighi di registrazione e conservazione;

    e) misure di contrasto al riciclaggio, al finanziamento del terrorismo e alla proliferazione di armi di distruzione di massa;

    f) organizzazioni senza scopo di lucro e organizzazioni di volontariato, se applicabili;

    g) sanzioni amministrative;

    h) requisiti che devono essere posseduti dai membri dell’organo di gestione e dai liquidatori.

    2.

    Per la costituzione delle persone giuridiche strumentali e per la loro iscrizione nel registro dello Stato della Città del Vaticano è richiesta la preventiva autorizzazione della Segreteria di Stato.

    Articolo 8

    Norma transitoria

    Le persone giuridiche strumentali esistenti devono adeguarsi alle disposizioni del presente Motu proprio entro tre mesi dall’entrata in vigore.

     

    Stabilisco che la presente Lettera Apostolica in forma di «Motu Proprio» venga promulgata mediante la pubblicazione su L’Osservatore Romano, e successivamente inserita negli Acta Apostolicae Sedis.

    Dispongo che quanto stabilito abbia pieno e stabile valore, anche abrogando tutte le disposizioni incompatibili, a partire dall’8 dicembre 2022.

    Dato a Roma, presso San Pietro, il 5 dicembre dell’anno 2022, decimo del Pontificato.

     

    FRANCESCO

    Angelus, 4 Dic 2022
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    Cari fratelli e sorelle, buongiorno, buona domenica!

    Oggi, seconda domenica di Avvento, il Vangelo della Liturgia ci presenta la figura di Giovanni Battista.

    Il testo dice che «portava un vestito di peli di cammello», che il «suo cibo erano locuste e miele selvatico» (Mt 3,4) e che invitava tutti alla conversione: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!» (v.

    2).

    Predicava la vicinanza del Regno.

    Insomma un uomo austero e radicale, che a prima vista può apparirci un po’ duro e incutere un certo timore.

    Ma allora ci chiediamo: perché la Chiesa lo propone ogni anno come principale compagno di viaggio durante questo tempo di Avvento? Cosa si nasconde dietro la sua severità, dietro la sua apparente durezza? Qual è il segreto di Giovanni? Qual è il messaggio che la Chiesa ci dà oggi con Giovanni?

    In realtà il Battista, più che un uomo duro, è un uomo allergico alla doppiezza.

    Ad esempio, quando si avvicinano a lui farisei e sadducei, noti per la loro ipocrisia, la sua “reazione allergica” è molto forte! Alcuni di loro, infatti, probabilmente andavano da lui per curiosità o per opportunismo, perché Giovanni era diventato molto popolare.

    Quei farisei e sadducei si sentivano a posto e, di fronte all’appello sferzante del Battista, si giustificavano dicendo: «Abbiamo Abramo per padre» (v.

    9).

    Così, tra doppiezze e presunzione, non coglievano l’occasione di grazia, l’opportunità di cominciare una vita nuova; erano chiusi nella presunzione di essere giusti.

    Perciò Giovanni dice loro: «Fate frutti degni di conversione!» (v.

    8).

    È un grido di amore, come quello di un padre che vede il figlio rovinarsi e gli dice: “Non buttare via la tua vita!”.

    In effetti, cari fratelli e sorelle, l’ipocrisia è il pericolo più grave, perché può rovinare anche le realtà più sacre.

    L’ipocrisia è un pericolo grave! Per questo il Battista – come poi anche Gesù – è duro con gli ipocriti.

    Possiamo leggere per esempio il capitolo 23 di Matteo, dove Gesù parla agli ipocriti del tempo, così forte! E perché fa così il Battista e anche Gesù? Per scuoterli.

    Invece quelli che si sentivano peccatori «accorrevano a lui e, confessando i loro peccati, si facevano battezzare» (v.

    5).

    È così: per accogliere Dio non importa la bravura, ma l’umiltà.

    Questa è la strada per accogliere Dio, non la bravura: “siamo forti, siamo un popolo grande…”, no, l’umiltà: “sono un peccatore”; ma non in astratto, no, “per questo, questo, questo”, ognuno di noi deve confessare, prima di tutto a sé stesso, i propri peccati, le proprie mancanze, le proprie ipocrisie; bisogna scendere dal piedistallo e immergersi nell’acqua del pentimento.

    Cari fratelli e sorelle, Giovanni, con le sue “reazioni allergiche”, ci fa riflettere.

    Non siamo anche noi a volte un po’ come quei farisei? Magari guardiamo gli altri dall’alto in basso, pensando di essere migliori di loro, di tenere in mano la nostra vita, di non aver bisogno ogni giorno di Dio, della Chiesa, dei fratelli.

    Dimentichiamo che soltanto in un caso è lecito guardare un altro dall’alto in basso: quando è necessario aiutarlo a sollevarsi; l’unico caso, gli altri non sono leciti.

    L’Avvento è un tempo di grazia per toglierci le nostre maschere – ognuno di noi ne ha – e metterci in coda con gli umili; per liberarci dalla presunzione di crederci autosufficienti, per andare a confessare i nostri peccati, quelli nascosti, e accogliere il perdono di Dio, per chiedere scusa a chi abbiamo offeso.

    Così comincia una vita nuova.

    E la via è una sola, quella dell’umiltà: purificarci dal senso di superiorità, dal formalismo e dall’ipocrisia, per vedere negli altri dei fratelli e delle sorelle, dei peccatori come noi, e in Gesù vedere il Salvatore che viene per noi – non per gli altri, per noi – così come siamo, con le nostre povertà, miserie e difetti, soprattutto con il nostro bisogno di essere rialzati, perdonati e salvati.

    E ricordiamoci ancora una cosa: con Gesù la possibilità di ricominciare c’è sempre: mai è troppo tardi, sempre c’è la possibilità di ricominciare.

    Abbiate coraggio, Lui è vicino a noi e questo è un tempo di conversione.

    Ognuno può pensare: “Ho questa situazione dentro, questo problema che mi fa vergognare…”.

    Ma Gesù è accanto a te, ricomincia, sempre c’è la possibilità di fare un passo in più.

    Egli ci aspetta e non si stanca mai di noi.

    Mai si stanca! E noi siamo noiosi, ma mai si stanca.

    Ascoltiamo l’appello di Giovanni Battista di tornare a Dio e non lasciamo passare questo Avvento come i giorni del calendario, perché questo è un tempo di grazia, di grazia anche per noi, adesso, qui! Maria, l’umile serva del Signore, ci aiuti a incontrare Lui e i fratelli sulla via dell’umiltà, che è l’unica che ci farà andare avanti.

    _____________________________________

    Dopo l'Angelus

    Cari fratelli e sorelle!

    Saluto con affetto tutti voi, provenienti dall’Italia e da vari Paesi: famiglie, parrocchie, associazioni e singole persone.

    Vedo anche bandiere spagnole, polacche, argentine…, tante.

    Benvenuti tutti! In particolare, saluto i pellegrini spagnoli di Madrid, Salamanca, Bolaños de Calatrava e La Solana.

    Nel salutare i polacchi, desidero ringraziare quanti sostengono la Giornata di Preghiera e di raccolta fondi per la Chiesa nell’Europa dell’est.

    Sono lieto di accogliere l’Azione Cattolica di Aversa con il Vescovo Mons.

    Angelo Spinillo; come pure i fedeli di Palermo, Sutrio e Saronno, i ragazzi della Cresima di Pattada – Diocesi di Ozieri – e quelli della parrocchia di Sant’Enrico in Roma.

    Auguro a tutti una buona domenica e un buon proseguimento del cammino di Avvento.

    Giovedì prossimo celebreremo la solennità dell’Immacolata.

    Alla sua intercessione affidiamo la nostra preghiera per la pace, specialmente per il martoriato popolo ucraino.

    Per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

    Buon pranzo e arrivederci!

    Messaggio del Santo Padre in occasione della Giornata internazionale delle persone con disabilità (3 Dic 2022)
    Visita il link

    Cari fratelli e sorelle!

    Tutti noi, come direbbe l’apostolo Paolo, portiamo il tesoro della vita in vasi di creta (cfr 2 Cor 4,7), e la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità ci invita a comprendere che la nostra fragilità non offusca in alcun modo «lo splendore del glorioso vangelo di Cristo», ma rivela «che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi» ( 2 Cor 4,4.7).

    Ad ognuno, infatti, senza meriti e senza distinzioni, è donato il vangelo tutto intero e, con esso, il gioioso compito di annunciarlo.

    «Tutti siamo chiamati ad offrire agli altri la testimonianza dell’amore salvifico del Signore, che al di là delle nostre imperfezioni ci offre la sua vicinanza, la sua Parola, la sua forza, e dà senso alla nostra vita» (Esort.

    ap.

    Evangelii gaudium, 121).

    Comunicare il vangelo, infatti, non è un compito riservato solo ad alcuni, ma diventa una necessità imprescindibile di chiunque abbia sperimentato l’incontro e l’amicizia con Gesù.

    [1]

    La fiducia nel Signore, l’esperienza della sua tenerezza, il conforto della sua compagnia non sono privilegi riservati a pochi, né prerogative di chi ha ricevuto un’accurata e prolungata formazione.

    La sua misericordia, al contrario, si lascia conoscere e incontrare in maniera tutta particolare da chi non confida in sé e sente la necessità di abbandonarsi al Signore e di condividere con i fratelli.

    Si tratta di una saggezza che cresce man mano che aumenta la coscienza del proprio limite, e che permette di apprezzare ancora di più la scelta d’amore dell’Onnipotente di chinarsi sulla nostra debolezza.

    È una consapevolezza che libera dalla tristezza del lamento – anche il più motivato – e permette al cuore di aprirsi alla lode.

    La gioia che riempie il volto di chi incontra Gesù e a Lui affida la propria esistenza non è un’illusione o frutto di ingenuità, è l’irrompere della forza della sua Risurrezione in una vita segnata dalla fragilità.

    Si tratta di un vero e proprio magistero della fragilità che, se venisse ascoltato, renderebbe le nostre società più umane e fraterne, inducendo ognuno di noi a comprendere che la felicità è un pane che non si mangia da soli.

    Quanto la consapevolezza di aver bisogno l’uno dell’altro ci aiuterebbe ad avere relazioni meno ostili con chi ci sta accanto! E quanto la constatazione che neanche i popoli si salvano da soli spingerebbe a cercare soluzioni per i conflitti insensati che stiamo vivendo!

    Oggi vogliamo ricordare la sofferenza di tutte le donne e di tutti gli uomini con disabilità che vivono in situazione di guerra, o di coloro che si trovano a portare una disabilità a causa dei combattimenti.

    Quante persone – in Ucraina e negli altri teatri di guerra – rimangono imprigionate nei luoghi dove si combatte e non hanno nemmeno la possibilità di fuggire? È necessario prestare loro speciale attenzione e facilitare in ogni modo il loro accesso agli aiuti umanitari.

    Il magistero della fragilità è un carisma del quale voi – sorelle e fratelli con disabilità – potete arricchire la Chiesa: la vostra presenza «può contribuire a trasformare le realtà in cui viviamo, rendendole più umane e più accoglienti.

    Senza vulnerabilità, senza limiti, senza ostacoli da superare, non ci sarebbe vera umanità».

    [2] Ed è per questo che mi rallegro che il cammino sinodale si stia dimostrando un’occasione propizia per ascoltare finalmente anche la vostra voce, e che l’eco di tale partecipazione sia giunta nel documento preparatorio per la tappa continentale del Sinodo.

    In esso si afferma: «Numerose sintesi segnalano la mancanza di strutture e modalità di accompagnamento appropriate alle persone con disabilità, e invocano nuovi modi per accogliere il loro contributo e promuovere la loro partecipazione: a dispetto dei suoi stessi insegnamenti, la Chiesa rischia di imitare il modo in cui la società le mette da parte.

    Le forme di discriminazione elencate – la mancanza di ascolto, la violazione del diritto di scegliere dove e con chi vivere, il diniego dei Sacramenti, l’accusa di stregoneria, gli abusi – ed altre, descrivono la cultura dello scarto nei confronti delle persone con disabilità.

    Esse non nascono per caso, ma hanno in comune la stessa radice: l’idea che la vita delle persone con disabilità valga meno delle altre».

    [3]

    Il Sinodo, soprattutto, con il suo invito a camminare insieme e ad ascoltarsi a vicenda, ci aiuta a comprendere come nella Chiesa – anche per quello che riguarda la disabilità – non esista un noi e un loro, ma un unico noi, con al centro Gesù Cristo, dove ognuno porta i propri doni e i propri limiti.

    Tale consapevolezza, fondata sul fatto che siamo tutti parte della stessa umanità vulnerabile assunta e santificata da Cristo, elimina qualsiasi arbitraria distinzione e apre le porte alla partecipazione di ciascun battezzato alla vita della Chiesa.

    Ma, ancor più, laddove il Sinodo è stato davvero inclusivo, esso ha permesso di sfatare pregiudizi radicati.

    Sono infatti l’incontro e la fraternità ad abbattere i muri di incomprensione e a vincere la discriminazione; per questo auspico che ogni comunità cristiana si apra alla presenza di sorelle e fratelli con disabilità assicurando sempre ad essi l’accoglienza e la piena inclusione.

    Che si tratti di una condizione che riguarda noi, non loro, lo si scopre quando la disabilità, in maniera temporanea o per il naturale processo di invecchiamento, coinvolge noi stessi o qualcuno dei nostri cari.

    In questa situazione si inizia a guardare alla realtà con occhi nuovi, e ci si rende conto della necessità di abbattere anche quelle barriere che prima sembravano insignificanti.

    Tutto questo, tuttavia, non scalfisce la certezza che qualsiasi condizione di disabilità – temporanea, acquisita o permanente – non modifica in alcun modo la nostra natura di figli dell’unico Padre e non altera la nostra dignità.

    Il Signore ci ama tutti dello stesso amore tenero, paterno e incondizionato.

    Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio per le iniziative con cui animate questa Giornata Internazionale per le Persone con Disabilità.

    Le accompagno con la preghiera.

    Di cuore benedico tutti voi, e vi chiedo per favore di pregare per me.

    Roma, San Giovanni in Laterano, 3 dicembre 2022

    FRANCESCO
     

    _______________________________________________________

    [1] Cfr Messaggio in occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, 20 novembre 2021.

    [2]  La Chiesa è la nostra casa.

    Sintesi della consultazione sinodale speciale di persone con disabilità, a cura del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, n.

    2: cfr Sito web del Dicastero LFV.

    [3]  Documento di lavoro per la tappa continentale del Sinodo sulla sinodalità, 36.

    Ai Donatori dell’albero di Natale e del Presepio in Piazza San Pietro (3 Dic 2022)
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    Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

    Vi accolgo nel giorno in cui vengono presentati il presepe e l’albero di Natale, collocati in Piazza San Pietro, come pure il presepe allestito in quest’Aula.

    Vi saluto tutti con affetto, a iniziare dal Vescovo di Trivento e dal Parroco di Sutrio – in rappresentanza dell’Arcivescovo di Udine –ringraziandoli per le loro gentili parole.

    Saluto le Autorità civili, in particolare il Ministro degli Affari Esteri del Guatemala, il Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, l’Assessore della Regione Abruzzo e i Sindaci di Sutrio e di Rosello.

    Vi ringrazio per il dono di questi simboli natalizi, su cui si poserà lo sguardo di numerosi pellegrini provenienti da ogni parte del mondo.

    Vorrei rivolgere un pensiero speciale agli artigiani del legno, che hanno scolpito le statue del presepe; ai ragazzi della struttura “Quadrifoglio” di Rosello, che hanno realizzato parte degli addobbi dell’albero; a quanti hanno coltivato nel vivaio di Palena l’abete e gli alberi più piccoli destinati ad altri ambienti vaticani.

    La mia riconoscenza va pure ai tecnici e al personale del Governatorato, qui convenuti con il Cardinale Fernando Vergez e con Suor Raffaella Petrini.

    L’albero e il presepe sono due segni che continuano ad affascinare piccoli e grandi.

    L’albero, con le sue luci, ricorda Gesù che viene a rischiarare le nostre tenebre, la nostra esistenza spesso rinchiusa nell’ombra del peccato, della paura, del dolore.

    E ci suggerisce un’ulteriore riflessione: come gli alberi, così anche gli uomini hanno bisogno di radici.

    Poiché solo chi è radicato in un buon terreno, rimane saldo, cresce, “matura”, resiste ai venti che lo scuotono e diventa un punto di riferimento per chi lo guarda.

    Ma, cari, senza radici nulla di ciò avviene: senza basi salde si rimane traballanti.

    È importante custodire le radici, nella vita come nella fede.

    A questo proposito l’Apostolo Paolo ricorda il fondamento nel quale radicare la vita per restare saldi: dice di rimanere «radicati in Gesù Cristo» (Col 2,7).

    Ecco che cosa ci ricorda l’albero di Natale: essere radicati in Gesù Cristo.

    E veniamo così al presepe, che ci parla della nascita del Figlio di Dio fattosi uomo per essere vicino a ciascuno di noi.

    Nella sua genuina povertà, il presepe ci aiuta a ritrovare la vera ricchezza del Natale, e a purificarci da tanti aspetti che inquinano il paesaggio natalizio.

    Semplice e familiare, il presepe richiama un Natale diverso da quello consumistico e commerciale: è un’altra cosa; ricorda quanto ci fa bene custodire dei momenti di silenzio e di preghiera nelle nostre giornate, spesso travolte dalla frenesia.

    Il silenzio favorisce la contemplazione del Bambino Gesù, aiuta a diventare intimi con Dio, con la semplicità fragile di un piccolo neonato, con la mitezza del suo essere adagiato, con il tenero affetto delle fasce che lo avvolgono.

    Radici e contemplazione: l’albero ci insegna le radici, il presepio ci invita alla contemplazione.

    Non dimenticare questi due atteggiamenti umani e cristiani.

    E se vogliamo festeggiare davvero il Natale riscopriamo attraverso il presepe la sorpresa e lo stupore della piccolezza, la piccolezza di Dio, che si fa piccolo, che non nasce nei fasti dell’apparenza, ma nella povertà di una stalla.

    E per incontrarlo bisogna raggiungerlo lì, dove Egli sta; occorre abbassarsi, occorre farsi piccoli, lasciare ogni vanità, per arrivare dove Lui è.

    E la preghiera è la via migliore per dire grazie di fronte a questo dono d’amore gratuito, dire grazie a Gesù che desidera entrare nelle nostre case e nei nostri cuori.

    Sì, Dio ci ama così tanto da condividere la nostra umanità e la nostra vita. Non ci lascia mai soli, è al nostro fianco in ogni circostanza, nella gioia come nel dolore.

    Anche nei momenti più brutti, Lui è lì, perché Lui è l’Emmanuele, il Dio con noi, la luce che illumina le oscurità e la presenza tenera che ci accompagna nel cammino.

    Cari fratelli e sorelle, vi rinnovo la gratitudine per i doni natalizi dell’albero e del presepe, e auguro a ciascuno di voi, ai vostri familiari e alle vostre comunità un santo Natale, affidandovi alla materna protezione di Maria, Madre di Dio e nostra.

    E vi chiedo, per favore, di pregare per me Grazie.

    _______________________________________________

    Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede, 3 dicembre 2022

    A un Gruppo di Disabili in occasione della Giornata Internazionale delle Persone con disabilità (3 Dic 2022)
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    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Sono lieto di incontrarvi oggi, in occasione della Giornata mondiale delle persone con disabilità.

    Ringrazio Mons.

    Giuseppe Baturi per le sue parole e anche per l’impegno delle Chiese in Italia di mantenere viva l’attenzione verso le persone con disabilità, con un’azione pastorale attiva e inclusiva.

    Promuovere il riconoscimento della dignità di ogni persona è una responsabilità costante della Chiesa: è la missione di continuare nel tempo la vicinanza di Gesù Cristo ad ogni uomo e ogni donna, in particolare a quanti sono più fragili e vulnerabili.

    Il Signore è vicino.

    Accogliere le persone con disabilità e rispondere ai loro bisogni è un dovere della comunità civile e di quella ecclesiale, perché la persona umana, «anche quando risulta ferita nella mente o nelle sue capacità sensoriali e intellettive, è un soggetto pienamente umano, con i diritti sacri e inalienabili propri di ogni creatura umana» (S.

    GIOVANNI PAOLO II, Discorso ai partecipanti al Simposio “Dignità e diritti della persona con disabilità”, 8 gennaio 2004).

    Questo era lo sguardo di Gesù sulle persone che incontrava: uno sguardo di tenerezza e di misericordia soprattutto per coloro che erano esclusi dall’attenzione dei potenti e persino delle autorità religiose del suo tempo.

    Per questo, ogni volta che la comunità cristiana trasforma l’indifferenza in prossimità - questa è una vera conversione: trasformare l’indifferenza in prossimità e in vicinanza - ogni volta che la Chiesa fa questo e trasforma l’esclusione in appartenenza, adempie la propria missione profetica.

    In effetti, non basta difendere i diritti delle persone; occorre adoperarsi per rispondere anche ai loro bisogni esistenziali, nelle diverse dimensioni, corporea, psichica, sociale e spirituale.

    Ogni uomo e ogni donna, infatti, in qualsiasi condizione si trovi, è portatore, oltre che di diritti che devono essere riconosciuti e garantiti, anche di istanze ancora più profonde, come il bisogno di appartenere, di relazionarsi e di coltivare la vita spirituale fino a sperimentarne la pienezza e benedire il Signore per questo dono irripetibile e meraviglioso.

    Generare e sostenere comunità inclusive – questa parola è importante, inclusive, sempre - significa, allora, eliminare ogni discriminazione e soddisfare concretamente l’esigenza di ogni persona di sentirsi riconosciuta e di sentirsi parte.

    Non c’è inclusione, infatti, se manca l’esperienza della fraternità e della comunione reciproca.

    Non c’è inclusione se essa resta uno slogan, una formula da usare nei discorsi politicamente corretti, una bandiera di cui appropriarsi.

    Non c’è inclusione se manca una conversione nelle pratiche della convivenza e delle relazioni.

    È doveroso garantire alle persone con disabilità l’accesso agli edifici e ai luoghi di incontro, rendere accessibili i linguaggi e superare barriere fisiche e pregiudizi.

    Questo però non basta.

    Occorre promuovere una spiritualità di comunione, così che ognuno si senta parte di un corpo, con la sua irripetibile personalità.

    Solo così ogni persona, con i suoi limiti e le sue doti, si sentirà incoraggiata a fare la propria parte per il bene dell’intero corpo ecclesiale e per il bene di tutta la società.

    Auguro a tutte le comunità cristiane di essere luoghi in cui “appartenenza” e “inclusione” non rimangano parole da pronunciare in certe occasioni, ma diventino un obiettivo dell’azione pastorale ordinaria.

    In tal modo potremo essere credibili quando annunciamo che il Signore ama tutti, che è salvezza per tutti e invita tutti alla mensa della vita, nessuno escluso.

    A me colpisce tanto quando il Signore narra la storia di quell’uomo che aveva fatto la festa per le nozze del figlio e non sono venuti gli invitati (cfr Mt 22,1-14).

    Chiama i servitori e dice: “Andate all’incrocio delle strade e portate tutti”.

    “Tutti” dice il Signore: giovani, vecchi, ammalati, non ammalati, piccoli, grandi, peccatori e non peccatori… Tutti, tutti, tutti! Questo è il Signore: tutti, senza esclusione.

    La Chiesa è la casa di tutti, il cuore del cristiano è la casa di tutti, senza esclusione.

    Dobbiamo imparare questo.

    Noi siamo, a volte, un po’ tentati di andare sulla strada dell’esclusione.

    No: inclusione.

    Il Signore ci ha insegnato: tutti.

    “Ma questo è brutto, questo è così…”.

    Tutti, tutti.

    L’inclusione.

    Cari fratelli e sorelle, in questo tempo, nel quale sentiamo quotidianamente bollettini di guerra, la vostra testimonianza è un segno concreto di pace, un segno di speranza per un mondo più umano e fraterno, per tutti.

    Andate avanti in questo cammino! Vi benedico di cuore e prego per voi.

    Grazie di quello che fate, grazie! E vi chiedo di pregare per me.

    Grazie!

    Ai Membri del Forum delle Associazioni familiari (2 Dic 2022)
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    Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

    Ringrazio il Presidente Gianluigi De Palo per le sue parole e per il lavoro di questi anni al Forum delle Associazioni Familiari – non è timido davvero! –.

    E ringrazio tutti voi perché cercate di tenere alta in Italia la voce delle famiglie: una voce non lamentosa, ma propositiva; una voce non ideologica, ma capace di interpretare la realtà e i bisogni delle famiglie italiane, specialmente di quelle con più figli, che si trovano ingiustamente penalizzate.

    Prima ancora, però, vorrei dirvi che vedo in voi una testimonianza della gioia di essere famiglia, cioè del messaggio centrale che ho voluto dare con l’Esortazione Amoris laetitia.

    Gioia di essere famiglia non vuol dire che tutto va bene, che non ci sono problemi… No, non è questo.

    Tutti sappiamo che la vita familiare è fatta di momenti felici e altri dolorosi, di periodi più sereni e di altri più difficili, a volte duri.

    Ma c’è una gioia che può attraversare tutte queste situazioni, perché sta a un livello più profondo, e che viene proprio dall’essere famiglia, percepito come dono, con un senso intimo di gratitudine.

    Una riconoscenza che si rivolge prima di tutto Dio, e poi ai nostri antenati, ai bisnonni, ai nonni, ai genitori; ma anche ai figli e ai nipoti, certo, perché i piccoli rigenerano l’amoris laetitia nei vecchi e negli adulti.

    Ripeto: non parlo di una famiglia ideale, di un modello standard da applicare per essere felici.

    Ogni famiglia ha il suo cammino e la sua storia, come ce l’ha ogni persona.

    Parlo della realtà concreta di tante famiglie in cui genitori e figli, insieme ai nonni, agli zii, ai cugini, cercano giorno per giorno di andare avanti non inseguendo i modelli mondani ma con uno stile di semplicità e di servizio.

    Questa è la prima cosa che sento di condividere con voi e di cui vi sono grato: la testimonianza che essere famiglia è un dono gioioso che suscita gratitudine.

    Un secondo aspetto che riconosco in voi e per cui vi incoraggio è che cercate di stimolare una buona politica per le famiglie e con le famiglie.

    Lo fate non a partire da una particolare ideologia, ma sulla base della dottrina e della prassi sociale della Chiesa.

    E lo fate applicando il metodo del dialogo: dialogare con tutte le istituzioni responsabili delle politiche familiari, non per fare gli interessi di una parte, di una categoria, ma ricercando il bene comune.

    Questo secondo aspetto è complementare al primo.

    In effetti, una famiglia cristiana non può mai chiudersi nel proprio guscio; non può dire: stiamo bene noi, gli altri si arrangino! La famiglia cristiana – ma direi ogni famiglia fondata sull’amore – è aperta e attenta a ciò che accade fuori di casa, cerca di essere accogliente e solidale, a partire dalle situazioni di vicinato, di condominio, di quartiere, fino a quelle a livello sociale più ampio, come pure di altri Paesi e altri continenti.

    La famiglia è chiamata ad essere un fattore di fraternità e di amicizia sociale, radicata in un territorio e nello stesso tempo aperta al mondo.

    E non pensiamo che questa sia una novità dei nostri tempi! Nell’Ottocento le riviste missionarie portavano nelle case della gente più semplice, insieme con i racconti dei missionari, anche tante notizie su Paesi e popoli lontani.

    Del resto, questa apertura appartiene al DNA della Chiesa, che per sua natura educa a una mentalità cattolica, a un orizzonte universale.

    Ritorniamo però al vostro impegno in Italia.

    Come dicevo, si tratta anche di un impegno politico in senso ampio e alto, come contributo al bene comune del Paese, perché le famiglie non siano sfruttate e poi penalizzate, ma promosse e sostenute.

    Questa è l’unica strada per arrivare a un’inversione di tendenza del tasso di natalità.

    Noi qui siamo in un brutto inverno demografico, bruttissimo.

    Qui tocchiamo un punto che condivido con voi e sul quale, anzi, vi ringrazio, perché mi avete aiutato a conoscere meglio la situazione.

    Grazie anche alle vostre iniziative, il tema della natalità è ormai emerso in primo piano nelle agende politiche.

    Ma si tratta di passare dalle parole ai fatti; e poi di passare dai palliativi a una terapia vera ed efficace.

    E voi, giustamente, non volete limitarvi a denunciare il problema.

    Sarebbe troppo facile e troppo comodo.

    Cercate invece di seguirne gli sviluppi, di vigilare sul lavoro delle istituzioni preposte, non – come spesso avviene – per criticare l’operato degli avversari politici, ma in atteggiamento costruttivo, facendo proposte realistiche e documentate, offrendo la consulenza di esperti al di sopra delle parti.

    Questo è un servizio che può fare una realtà come la vostra, che cerca di pensare e agire politicamente “al di qua” degli schieramenti partitici.

    Cari amici, andate avanti su queste due strade: la testimonianza gioiosa dell’essere famiglia e l’impegno per una buona politica per e con le famiglie.

    Ma devo aggiungere: abbiate cura di voi stessi, come coppie e come famiglie! Prendetevi il tempo necessario per la preghiera, per il dialogo tra voi coniugi e con i figli, e per la vita comunitaria nella Chiesa.

    E prendete il tempo anche per giocare con i figli! Giocare, “perdere tempo” con i figli, giocare.

    Le famiglie che vogliono impegnarsi a livello associativo e sociale devono, a maggior ragione, alimentare la vita spirituale e la spiritualità coniugale e familiare.

    L’ho detto, ma voglio ripeterlo: stiamo vivendo un inverno demografico grave e dobbiamo reagire a questo, con tutte le nostre forze, con il nostro lavoro, con le nostre idee per convincere.

    Il mio segretario mi ha detto che l’altro giorno, passando per Piazza San Pietro, ha visto una signora con la carrozzina dei bambini, voleva guardare i bambini… e c’era dentro un cagnolino! È un simbolo, per questo lo dico.

    Ci vogliono figli.

    Abbiamo bisogno di figli.

    Vi ricordo l’esempio dei Beati Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi.

    Vi benedico di cuore e vi affido alla protezione della Vergine Maria e di San Giuseppe.

    E per favore, non dimenticatevi di pregare per me, che ne ho bisogno.

    Grazie!

    Alla Delegazione del Seminario Rabbinico Latino Americano (2 Dic 2022)
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    Te l’ho detto per scherzo, ma è la verità.

    Quando uno dice queste cose di giustizia, che i profeti continuamente ripetono: l’orfano, la vedova, il forestiero, il povero, non è vero? Ti dicono che sei comunista.

    E guarda, a me lo dicono.

    “Questo Papa, invece di parlare di Dio, sta parlando di cose sociali”.

    Le due cose vanno insieme: la giustizia, la giustizia del cuore, in tutta la Bibbia, è sempre con Dio e con il prossimo.

    Vanno insieme.

    Ossia adorare e servire, adorare e aiutare.

    Chi aiuta soltanto e non adora è un ateo buono, niente di più.

    Chi adora e non aiuta, è un cinico, un bugiardo.

    Le due cose vanno insieme.

    E dobbiamo lottare per questo, che la nostra fede si faccia opere e che le nostre opere ci portino alla fede.

    È un circolo.

    Mi piace quello che hai detto e dobbiamo sottolinearlo, perché il metodo di fraintendere le cose che noi operatori pastorali diciamo è il nostro pane quotidiano: prendono un pezzetto di quello che abbiamo detto e non tutto il resto; e lo decontestualizzano tutto.

    E una parola pensando a quello che è successo al tuo bisnonno, tuo nonno.

    Un crimine non ha marcia indietro.

    Potrai perdonare, ti potrai rassegnare, ma il segno rimane.

    Come in un’operazione, ti resta la cicatrice.

    Mi disturba questo della guerra, mi fa soffrire.

    Fratelli contro fratelli, ma non solo questo.

    Pensare che in un secolo ci sono state tre guerre mondiali: 39-45, 14-18 e questa.

    Pensare che se non si facessero armi per un anno, finirebbe la fame nel mondo, perché penso che è l’industria più grande.

    Pensare che una guerra si fa quando un impero si sente debole, allora uccide per sentirsi forte e per usare le armi che deve vendere o dare per farne di nuove.

    Mi fa soffrire vedere provare quei droni che giravano sull’Ucraina.

    Che sono armi nuove che stanno provando, a spese della gente che muore.

    Una cultura della mitezza, dell’uomo giusto.

    Chi è l’uomo giusto? Lì Geremia lo mostra bene.

    Contro una cultura della crudeltà, dell’uomo lupo per l’uomo, lavoriamo a partire dalla nostra fede, con questi libri sacri comuni e dando esempio di fraternità.

    Vi ringrazio per questa visita, davvero.

    Tra l’altro mi porta buona aria “portegna”, che manca da queste parti.

    Vi ringrazio di cuore.

    E avanti!

    _____________________________

    L'Osservatore Romano, Anno CLXII n.

    278, lunedì 5 dicembre 2022, p.

    11.

    Alla Delegazione di "Leaders pour la Paix" (2 Dic 2022)
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    Signore e Signori!

    Sono lieto di questo momento di incontro con Voi, membri dei Leader pour la Paix, e vi ringrazio per la presenza e l’attività della vostra Scuola Itinerante di Pace, che si tiene in questi giorni alla Pontificia Università Lateranense.

    Essere un Leader pour la Paix nel momento che stiamo attraversando è una grande responsabilità e non solo un impegno.

    Ci siamo accorti che la famiglia umana, minacciata dalla guerra, corre un pericolo più grave: la mancata volontà di costruire la pace.

    La vostra esperienza vi insegna che, di fronte alla guerra, far tacere le armi è il primo passo da compiere, ma poi sarà da ricostruire il presente e il futuro della convivenza, delle istituzioni, delle strutture e dei servizi.

    La pace richiede forme di riconciliazione, valori condivisi e – cosa indispensabile – percorsi di educazione e formazione.

    Costruire la pace ci chiede di essere creativi, di superare, se necessario, gli schemi abituali delle relazioni internazionali, e nel contempo di contrastare quanti affidano alla guerra il compito di risolvere le controversie tra gli Stati e negli Stati, o addirittura pensano di realizzare con la forza le condizioni di giustizia necessarie alla coesistenza tra i popoli.

    Non possiamo dimenticare che il sacrificio di vite umane, le sofferenze della popolazione, la distruzione indiscriminata di strutture civili, la violazione del principio di umanità non sono “effetti collaterali” della guerra, no, sono crimini internazionali.

    Questo dobbiamo dirlo e ripeterlo.

    Usare le armi per risolvere i conflitti è segno di debolezza e di fragilità.

    Negoziare, procedere nella mediazione e avviare la conciliazione richiede coraggio.

    Il coraggio di non sentirsi superiori agli altri; il coraggio di affrontare le cause del conflitto, abbandonando interessi e disegni di egemonia; il coraggio di superare la categoria del nemico, per diventare costruttori della fraternità universale, che trova forza nelle diversità e unità nelle aspirazioni comuni ad ogni persona.

    Ancora di più è richiesto il coraggio di lavorare insieme di fronte alla sfida degli ultimi che domandano non una pace teorica, ma speranza di vita.

    Costruire la pace significa allora avviare e sostenere processi di sviluppo per eliminare la povertà, sconfiggere la fame, garantire la salute e la cura, custodire la casa comune, promuovere i diritti fondamentali e superare le discriminazioni determinate dalla mobilità umana.

    Solo allora la pace diventerà sinonimo di dignità per ogni nostro fratello e sorella.

    Su tutti voi e sul vostro lavoro invoco ogni grazia di Dio e vi chiedo di non dimenticare di pregare per me.

    E se qualcuno non prega perché non sa o non può, almeno mandatemi “buone onde”: ne ho bisogno per questo lavoro! Grazie.

    Conferimento del Premio Ratzinger 2022 (1° Dic 2022)
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    Signori Cardinali, fratelli Vescovi,
    Onorevoli Autorità,
    distinti Rappresentanti religiosi e della società civile,
    cari fratelli e sorelle!

    A tutti il mio benvenuto.

    Ringrazio il Card.

    Ravasi e il P.

    Lombardi per le loro parole di introduzione e di presentazione delle personalità insignite del Premio Ratzinger, che saluto con grande cordialità: il Padre Michel Fédou e il Prof.

    Joseph Halevi Horowitz Weiler.

    Sono lieto di presiedere anche quest’anno la cerimonia di consegna del Premio.

    Come sapete, non mancano per me momenti di incontro personale, fraterno e affettuoso, con il Papa emerito.

    Inoltre tutti sentiamo la sua presenza spirituale e il suo accompagnamento nella preghiera per la Chiesa intera: quegli occhi contemplativi che sempre mostra.

    Ma questa occasione è importante per riaffermare che anche il contributo della sua opera teologica e più in generale del suo pensiero continua ad essere fecondo e operante.

    Abbiamo recentemente commemorato il 60° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II.

    Come sappiamo, Benedetto XVI vi ha partecipato personalmente come esperto e ha avuto un ruolo importante nella genesi di alcuni documenti; e poi è stato chiamato a guidare la comunità ecclesiale nella sua attuazione, sia al fianco di San Giovanni Paolo II, sia come Pastore della Chiesa universale.

    Egli ci ha aiutato a leggere i documenti conciliari in profondità, proponendoci una “ermeneutica della riforma e della continuità”.

    Ancora molto recentemente ha voluto evidenziare come il Concilio eserciti in modo durevole la sua funzione cruciale, poiché ci ha dato gli orientamenti necessari per riformulare la questione centrale della natura e della missione della Chiesa nel nostro tempo (cfr Messaggio per il X Simposio internazionale della Fondazione Ratzinger, 7 ottobre 2022).

    Oltre al magistero pontificio di Papa Benedetto, i suoi contributi teologici vengono nuovamente offerti alla nostra riflessione grazie alla pubblicazione dell’Opera Omnia, la cui edizione tedesca si avvicina ormai al compimento, mentre quelle in altre lingue continuano a progredire.

    Questi contributi ci offrono una base teologica solida per il cammino della Chiesa: una Chiesa “viva”, che egli ci ha insegnato a vedere e vivere come comunione, e che è in cammino – in synodos – guidata dallo Spirito del Signore, sempre aperta alla missione di annuncio del Vangelo e di servizio al mondo in cui vive (cfr Omelia di inaugurazione del Pontificato, 24 aprile 2005; Ultima udienza pubblica, 27 febbraio 2013).

    In questa prospettiva si colloca il servizio della Fondazione vaticana Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, nella convinzione che il suo magistero e il suo pensiero non sono diretti verso il passato, ma sono fecondi per il futuro, per l’attuazione del Concilio e per il dialogo fra la Chiesa e il mondo di oggi, nei campi più attuali e dibattuti, come l’ecologia integrale, i diritti umani, l’incontro fra le diverse culture.

    Colgo questa occasione per incoraggiare anche la collaborazione con le Fondazioni vaticane intitolate al Beato Giovanni Paolo I e a San Giovanni Paolo II, cosicché la memoria e la vitalità del messaggio di questi tre Pontefici siano promosse in unione di intenti nella comunità ecclesiale.

    Oggi siamo riuniti per conferire a due eminenti personalità il riconoscimento per la notevole opera da loro compiuta nei rispettivi campi di studio e insegnamento.

    Sono campi differenti, ma ambedue coltivati da Joseph Ratzinger e da lui considerati di vitale importanza.

    Il Padre Michel Fédou – come abbiamo sentito dalla presentazione – è un maestro della teologia cristiana.

    Nella sua vita, dedicata allo studio e all’insegnamento, ha approfondito in particolare le opere dei Padri della Chiesa di Oriente e di Occidente, e lo sviluppo della cristologia nel corso dei secoli.

    Ma il suo sguardo non si è chiuso sul passato.

    La conoscenza della tradizione della fede ha alimentato in lui un pensiero vivo, che ha saputo affrontare anche temi attuali nel campo dell’ecumenismo e in quello dei rapporti con le altre religioni.

    In lui riconosciamo e rendiamo omaggio a un valente erede e continuatore della grande tradizione della teologia francese, che ha dato alla Chiesa maestri della levatura del Padre Henri De Lubac e imprese culturali solide e coraggiose come le Sources Chrétiennes, la cui pubblicazione iniziò ottant’anni or sono.

    Senza l’apporto di questa teologia francese non sarebbe stata possibile la ricchezza, la profondità e l’ampiezza di riflessione di cui si è nutrito il Concilio Vaticano II, e dobbiamo augurarci che essa continui a dare frutti per la sua attuazione nel lungo periodo.

    Il Professor Weiler è la prima personalità di religione ebraica a cui viene attribuito il Premio Ratzinger, di cui finora erano stati insigniti studiosi appartenenti a diverse confessioni cristiane.

    Ne sono veramente felice.

    In un momento difficile, in cui ciò era stato messo in dubbio, il Papa Benedetto ha affermato con decisione e fierezza che «un obiettivo del suo personale lavoro teologico era stata fin dall’inizio la condivisione e la promozione di tutti i passi di riconciliazione fra cristiani ed ebrei fatti a partire dal Concilio» (Lettera ai Vescovi della Chiesa cattolica, 10 marzo 2009).

    Le occasioni in cui ha portato avanti tale intento durante il suo pontificato sono state molte; non è qui il caso di enumerarle.

    Sulla stessa linea ho proseguito a mia volta, con passi ulteriori, nello spirito di dialogo e di amicizia con gli ebrei che mi ha sempre animato durante il ministero in Argentina.

    La sintonia fra il Papa emerito e il Prof.

    Weiler riguarda in particolare temi di sostanziale importanza: il rapporto tra la fede e la ragione giuridica nel mondo contemporaneo; la crisi del positivismo giuridico e i conflitti generati da un’estensione senza limiti dei diritti soggettivi; la giusta comprensione dell’esercizio della libertà religiosa in una cultura che tende a relegare la religione all’ambito privato.

    Papa Benedetto ha sempre considerato centrali questi temi per il dialogo della fede con la società contemporanea.

    E il Prof.

    Weiler non solo ha condotto su di essi studi approfonditi, ma ha anche preso posizioni coraggiose, passando, quando necessario, dal piano accademico a quello della discussione – e noi potremmo dire del “discernimento” – per la ricerca del consenso su valori fondamentali e il superamento dei conflitti per il bene comune.

    Che in ciò credenti ebrei e cristiani possano trovarsi uniti è un segno di grande speranza.

    Questi Premi, dunque, oltre a rappresentare un meritato riconoscimento, offrono l’indicazione di linee di impegno, di studio e di vita di grande significato, che suscitano la nostra ammirazione e chiedono di venire proposte all’attenzione di tutti.

    Rinnovo le mie congratulazioni agli illustri premiati ed auguro il meglio per il proseguimento del loro impegno.

    Di cuore invoco la benedizione del Signore su di loro, sui familiari e gli amici, sui membri e i sostenitori della Fondazione Ratzinger e su tutti i presenti.

    E vi chiedo, per favore, di pregare per me.

    Grazie.

    Messaggio del Santo Padre ai partecipanti all’VIII Conferenza Rome MED Dialogues [1-3 Dic 2022] (1° Dic 2022)
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    Illustri Signore e Signori!

    A tutti Voi un cordiale saluto in occasione dell’VIII Conferenza Rome MED Dialogues, che costituisce da diversi anni un appuntamento promosso dal Ministero italiano per gli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale e dall’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, al fine di promuovere politiche condivise nell’area del Mediterraneo.

    Il metodo di questa Conferenza è di per sé significativo e importante, vale a dire l’impegno nel dialogo, nel confronto, nella riflessione comune, alla ricerca di soluzioni o anche solo di approcci coordinati verso quelli che sono – e non possono che essere – gli interessi comuni dei popoli che, nella diversità delle rispettive culture, si affacciano sul mare nostrum.

    Un mare, che, nella sua storia di medium terrarum, ha una vocazione di progresso, sviluppo e cultura che sembra purtroppo avere smarrito nel passato recente e che necessita di recuperare appieno e con convinzione.

    Il Mediterraneo, infatti, ha la grande potenzialità di mettere in contatto tre continenti: un collegamento che storicamente, anche tramite la migrazione, è stato grandemente fecondo.

    Con esso confinano Africa, Asia ed Europa, ma troppo spesso dimentichiamo che le linee che delimitano sono anche quelle che mettono in contatto, e che l’ambivalenza del termine “confine” può alludere anche a un fine comune: cum-finis.

    Un aspetto, questo, di cui erano ben consapevoli le civiltà che ci hanno preceduto e delle quali il Mediterraneo è stato la culla.

    Con rammarico dobbiamo constatare che questo stesso mare, oggi, stenta ad essere vissuto come luogo di incontro, di scambio, di condivisione e di collaborazione.

    Eppure, nello stesso tempo, è proprio in questo crocevia di umanità che ci attendono tante opportunità.

    Dobbiamo dunque riprendere la cultura dell’incontro di cui abbiamo tanto beneficiato, e non solo nel passato.

    Così si potrà ricostruire un senso di fraternità, sviluppando, oltre a  rapporti economici più giusti, anche relazioni più umane, comprese quelle con i migranti.

    La presente Conferenza ha il pregio di rilanciare la centralità del Mediterraneo, attraverso il confronto su un’agenda particolarmente ricca di argomenti, che spazia dai temi di geo-politica e sicurezza, alla tutela delle libertà fondamentali della persona, alla sfida delle migrazioni, alla crisi climatica e ambientale.

    L’importanza e la molteplicità degli argomenti sottoposti alla vostra riflessione sollecita una considerazione di fondo.

    Questa varietà è essa stessa già significativa di come i temi etico-sociali non possano essere disgiunti dalle molteplici situazioni di crisi geopolitica e anche dalle stesse problematiche ambientali.

    L’idea di affrontare i singoli temi in modo settoriale, separatamente e a prescindere dagli altri è, in tal senso, un pensiero fuorviante.

    Esso infatti comporta il rischio di giungere a soluzioni parziali, difettose, che non solo non risolvono i problemi ma li cronicizzano.

    Penso in particolare all’incapacità di trovare soluzioni comuni alla mobilità umana nella regione, che continua a comportare una perdita di vite umane inammissibile e quasi sempre evitabile, soprattutto nel Mediterraneo.

    La migrazione è essenziale per il benessere di quest’area e non può essere fermata.

    Pertanto, è nell’interesse di tutte le parti trovare una soluzione comprensiva dei vari aspetti e delle giuste istanze, che sia vantaggiosa per tutti, che garantisca sia la dignità umana sia la prosperità condivisa.

    L’interconnessione delle problematiche richiede che vengano esaminate insieme, in una visione coordinata e la più ampia possibile, come emerso in modo prepotente già nel corso della crisi pandemica, altra evidente conferma che nessuno si salva da solo.

    Tale globalizzazione dei problemi si ripropone oggi a proposito del drammatico conflitto bellico in corso all’interno dell’Europa, tra Russia e Ucraina, dal quale, oltre ai danni incalcolabili di ogni guerra in termini di vittime, civili e militari, conseguono la crisi energetica, la crisi finanziaria, la crisi umanitaria per tanta gente innocente costretta a lasciare la propria casa e a perdere i beni più cari e, infine, la crisi alimentare, che colpisce un numero crescente di persone in tutto il mondo, soprattutto nei Paesi più poveri.

    Il conflitto ucraino sta infatti producendo enormi ripercussioni nei Paesi nordafricani, che dipendono per l’80% dal grano proveniente dall’Ucraina o dalla Russia.

    Questa crisi ci esorta a prendere in considerazione la totalità della situazione reale in un’ottica globale, così come globali ne sono gli effetti.

    Pertanto, come non è possibile pensare di affrontare la crisi energetica a prescindere da quella politica, non si può al tempo stesso risolvere la crisi alimentare a prescindere dalla persistenza dei conflitti, o la crisi climatica senza prendere in considerazione il problema migratorio, o il soccorso alle economie più fragili o ancora la tutela delle libertà fondamentali.

    Né si può prendere in considerazione la vastità delle sofferenze umane senza tener conto della crisi sociale, in cui, per un profitto economico o politico, il valore della persona umana viene sminuito e i diritti umani vengono calpestati.

    Tutti noi dobbiamo acquisire una sempre maggiore consapevolezza del fatto che il grido del nostro pianeta maltrattato è inseparabile dal grido dell’umanità sofferente.

    Risuonano a questo proposito quanto mai attuali le parole dettate circa duemila anni fa da San Paolo nella Lettera ai Romani, là dove presenta il destino comune dell’umanità e della creazione, la quale – dice l’Apostolo – nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio, in vista della quale tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto (cfr 8,21-22).

    Questo non è solo un obiettivo ultramondano, ma anche l’orizzonte dell’impegno di uomini e donne di buona volontà.

    Che possa essere anche l’orizzonte dei vostri dialoghi! Con questo auspicio vi auguro un sereno e fruttuoso lavoro, assicurando per questo la mia preghiera e invocando su tutti Voi la benedizione di Dio.

    Dal Vaticano, 1 dicembre 2022     
     

    Francesco

    Messaggio del Santo Padre a Sua Santità Bartolomeo I, Patriarca Ecumenico, in occasione della Festa di Sant’Andrea (30 Nov 2022)
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    A Sua Santità Bartolomeo
    Arcivescovo di Costantinopoli
    Patriarca ecumenico

    In occasione, quest’anno, della commemorazione liturgica dell’Apostolo Andrea, il primo chiamato, fratello di Pietro, sono lieto di essere rappresentato ancora una volta da una delegazione della Chiesa di Roma al Fanar, alle celebrazioni del santo patrono della Chiesa di Costantinopoli e del Patriarcato Ecumenico.

    Ho chiesto alla delegazione di portarle, Santità, l’assicurazione del mio affetto fraterno e della mia sentita preghiera per lei e per la Chiesa affidata alle sue cure.

    Porgo inoltre cordiali saluti e buoni auspici ai membri del Santo Sinodo, nonché al clero e ai fedeli laici che partecipano alla Divina Liturgia nella chiesa patriarcale di San Giorgio.

    L’incontro della Chiesa di Roma con la Chiesa di Costantinopoli in occasione delle loro rispettive feste patronali è un’espressione della profondità dei vincoli che ci uniscono e un segno visibile della speranza a noi cara di una comunione sempre più profonda.

    Il pieno ripristino della comunione tra tutti coloro che credono in Gesù Cristo è un impegno irrevocabile per ogni cristiano, poiché l’“unità di tutti” (cfr.

    Liturgia di san Giovanni Crisostomo ) non è solo volontà di Dio, ma anche una priorità urgente nel mondo attuale.

    Di fatto, il mondo presente ha un grande bisogno di riconciliazione, fratellanza e unità.

    La Chiesa, dunque, dovrebbe risplendere come «il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Lumen gentium, n.

    1).

    Grande attenzione è stata giustamente posta sulle ragioni storiche e teologiche che sono alle origini delle nostre divisioni.

    Questo esame comune deve proseguire e svilupparsi in uno spirito che non sia polemico né apologetico, bensì caratterizzato da dialogo autentico e apertura reciproca.

    Dobbiamo anche riconoscere che le divisioni sono il risultato di azioni e atteggiamenti deplorevoli che ostacolano l’azione dello Spirito Santo, il quale guida i fedeli nell’unità nella legittima diversità.

    Ne consegue che solo la crescita in santità di vita può portare a un’unità autentica e duratura.

    Siamo dunque chiamati a lavorare per il ripristino dell’unità tra cristiani non solo attraverso accordi firmati, ma anche attraverso la fedeltà alla volontà del Padre e il discernimento dei suggerimenti dello Spirito.

    Possiamo essere grati a Dio che le nostre Chiese non sono rassegnate alle esperienze passate e presenti di divisione, ma che, al contrario, attraverso la preghiera e la carità fraterna, cercano invece di realizzare la piena comunione che un giorno, nei tempi di Dio, ci permetterà di riunirci attorno alla stessa mensa eucaristica.

    Mentre procediamo verso questo obiettivo, ci sono già molti ambiti in cui la Chiesa cattolica e il Patriarcato Ecumenico stanno lavorando insieme per il bene comune della famiglia umana salvaguardando il creato, difendendo la dignità di ogni persona, combattendo le forme moderne di schiavitù e promuovendo la pace.

    Uno degli ambiti più fecondi di questa cooperazione è il dialogo interreligioso.

    A questo proposito ricordo con gratitudine il nostro recente incontro nel Regno del Bahrein, in occasione del Forum for Dialogue: East and West for Human Coexistence.

    Il dialogo e l’incontro sono l’unico cammino percorribile per superare i conflitti e tutte le forme di violenza.

    A tale riguardo, affido alla misericordia di Dio Onnipotente coloro che hanno perso la vita o sono stati feriti nel recente attacco nella sua città, e prego perché Egli converta i cuori di quanti promuovono o sostengono queste azioni malvage.

    Invocando su di lei i doni di Dio Onnipotente di serenità e gioia, rinnovo i miei auguri per la festa di Sant’Andrea e scambio con lei, Santità, un abbraccio fraterno di pace nel Signore.

    Roma, da San Giovanni in Laterano, 30 novembre 2022

    Francesco

    _____________________________________________________

    L'Osservatore Romano, Anno CLXII n.

    274, mercoledì 30 novembre 2022, p.

    8.

    Udienza Generale del 30 Nov 2022 - Catechesi sul Discernimento. 10. La consolazione autentica
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    Catechesi sul Discernimento.

    10. La consolazione autentica

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Proseguendo la nostra riflessione sul discernimento, e in particolare sull’esperienza spirituale chiamata “consolazione”, della quale abbiamo parlato l’altro mercoledì, ci chiediamo: come riconoscere la vera consolazione? È una domanda molto importante per un buon discernimento, per non essere ingannati nella ricerca del nostro vero bene.

    Possiamo trovare alcuni criteri in un passo degli Esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola.

    «Se nei pensieri tutto è buono – dice Sant’Ignazio – il principio, il mezzo e la fine, e se tutto è orientato verso il bene, questo è un segno dell’angelo buono.

    Può darsi invece che nel corso dei pensieri si presenti qualche cosa cattiva o distrattiva o meno buona di quella che l’anima prima si era proposta di fare, oppure qualche cosa che indebolisce l’anima, la rende inquieta, la mette in agitazione e le toglie la pace, le toglie la tranquillità e la calma che aveva prima: questo allora è un chiaro segno che quei pensieri provengono dallo spirito cattivo» (n.

    333).

    Perché è vero: c’è una vera consolazione, ma anche ci sono delle consolazioni che non sono vere.

    E per questo bisogna capire bene il percorso della consolazione: come va e dove mi porta? Se mi porta a una cosa che va meno, che non è buona, la consolazione non è vera, è “finta”, diciamo così.

    E queste sono indicazioni preziose, che meritano un breve commento.

    Cosa significa che il principio è orientato al bene, come dice Sant’Ignazio di una buona consolazione? Ad esempio ho il pensiero di pregare, e noto che si accompagna ad affetto verso il Signore e il prossimo, invita a compiere gesti di generosità, di carità: è un principio buono.

    Può invece accadere che quel pensiero sorga per evitare un lavoro o un incarico che mi è stato affidato: ogni volta che devo lavare i piatti o pulire la casa, mi viene una grande voglia di mettermi a pregare! Succede questo, nei conventi.

    Ma la preghiera non è una fuga dai propri compiti, al contrario è un aiuto a realizzare quel bene che siamo chiamati a compiere, qui e ora.

    Questo riguardo al principio.

    C’è poi il mezzo: Sant’Ignazio diceva che il principio, il mezzo e la fine devono essere buoni.

    Il principio è questo: io ho voglia di pregare per non lavare i piatti: vai, lava i piatti e poi vai a pregare.

    Poi c’è il mezzo, vale a dire ciò che viene dopo, ciò che segue quel pensiero.

    Rimanendo nell’esempio precedente, se comincio a pregare e, come fa il fariseo della parabola (cfr Lc 18,9-14), tendo a compiacermi di me stesso e a disprezzare gli altri, magari con animo risentito e acido, allora questi sono segni che lo spirito cattivo ha usato quel pensiero come chiave di accesso per entrare nel mio cuore e trasmettermi i suoi sentimenti.

    Se io vado a pregare e mi viene in mente quello del fariseo famoso – “ti ringrazio, Signore, perché io prego, non sono come l’altra gente che non ti cerca, non prega” – lì, quella preghiera finisce male.

    Quella consolazione di pregare è per sentirsi un pavone davanti a Dio.

    E questo è il mezzo che non va.

    E poi c’è la fine: il principio, il mezzo e la fine.

    La fine è un aspetto che abbiamo già incontrato, e cioè: dove mi porta un pensiero? Per esempio, dove mi porta il pensiero di pregare.

    Ad esempio, qui può capitare che mi impegni a fondo per un’opera bella e meritevole, ma questo mi spinge a non pregare più, perché sono indaffarato da tante cose, mi scopro sempre più aggressivo e incattivito, ritengo che tutto dipenda da me, fino a perdere fiducia in Dio.

    Qui evidentemente c’è l’azione dello spirito cattivo.

    Io mi metto a pregare, poi nella preghiera mi sento onnipotente, che tutto deve essere nelle mie mani perché io sono l’unico, l’unica che sa portare avanti le cose: evidentemente non c’è il buono spirito lì.

    Occorre esaminare bene il percorso dei nostri sentimenti e il percorso dei buoni sentimenti, della consolazione, nel momento in cui io voglio fare qualcosa.

    Come è il principio, come è la metà e come è la fine.

    Lo stile del nemico – quando parliamo del nemico, parliamo del diavolo, perché il demonio esiste, c’è! – il suo stile, lo sappiamo, è di presentarsi in maniera subdola, mascherata: parte da ciò che ci sta maggiormente a cuore e poi ci attrae a sé, a poco a poco: il male entra di nascosto, senza che la persona se ne accorga.

    E con il tempo la soavità diventa durezza: quel pensiero si rivela per come è veramente.

    Da qui l’importanza di questo paziente ma indispensabile esame dell’origine e della verità dei propri pensieri; è un invito ad apprendere dalle esperienze, da quello che ci capita, per non continuare a ripetere i medesimi errori.

    Quanto più conosciamo noi stessi, tanto più avvertiamo da dove entra il cattivo spirito, le sue “password”, le porte d’ingresso del nostro cuore, che sono i punti su cui siamo più sensibili, così da farvi attenzione per il futuro.

    Ognuno di noi ha i punti più sensibili, i punti più deboli della propria personalità: e da lì entra il cattivo spirito e ci porta per la strada non giusta, o ci toglie dalla vera strada giusta.

    Vado a pregare ma mi toglie dalla preghiera.

    Gli esempi potrebbero essere moltiplicati a piacere, riflettendo sulle nostre giornate.

    Per questo è così importante l’esame di coscienza quotidiano: prima di finire la giornata, fermarsi un po’.

    Cosa è successo? Non nei giornali, non nella vita: cosa è successo nel mio cuore? Il mio cuore è stato attento? È cresciuto? È stata una strada che ha passato tutto, a mia insaputa? Cosa è successo nel mio cuore? E questo esame è importante, è la fatica preziosa di rileggere il vissuto sotto un particolare punto di vista.

    Accorgersi di ciò che capita è importante, è segno che la grazia di Dio sta lavorando in noi, aiutandoci a crescere in libertà e consapevolezza.

    Noi non siamo soli: è lo Spirito Santo che è con noi.

    Vediamo come sono andate le cose.

    La consolazione autentica è una sorta di conferma del fatto che stiamo compiendo ciò che Dio vuole da noi, che camminiamo sulle sue strade, cioè nelle strade della vita, della gioia, della pace.

    Il discernimento, infatti, non verte semplicemente sul bene o sul massimo bene possibile, ma su ciò che è bene per me qui e ora: su questo sono chiamato a crescere, mettendo dei limiti ad altre proposte, attraenti ma irreali, per non essere ingannato nella ricerca del vero bene.

    Fratelli e sorelle, bisogna capire, andare avanti nel capire cosa succede nel mio cuore.

    E per questo ci vuole l’esame di coscienza, per vedere cosa è successo oggi.

    “Oggi mi sono arrabbiato lì, non ho fatto quello …”: ma perché? Andare oltre il perché è cercare la radice di questi sbagli.

    “Ma, oggi sono stato felice ma ero noioso perché dovevo aiutare quella gente, ma alla fine mi sono sentito pieno, piena per quell’aiuto”: e c’è lo Spirito Santo.

    Imparare a leggere nel libro del nostro cuore cosa è successo durante la giornata.

    Fatelo, solo due minuti, ma vi farà bene, ve lo assicuro.

    _____________________________________________

    Saluti

    Je salue cordialement les pèlerins de langue française, particulièrement le lycée Sainte Marie de Neuilly, de Paris.

    Frères et sœurs, nous sommes entrés dans le temps de l’Avent pleins d’espérance et nous implorons le Prince de la Paix avec ferveur afin qu’il apporte à nos cœurs blessés, ainsi qu’aux nations meurtries par les guerres et les crises de tout genre, la consolation authentique, pour une vie digne et sereine.

    Que Dieu vous bénisse !

    [Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese, in particolare il liceo Sainte Marie de Neuilly, di Parigi.

    Fratelli e sorelle, siamo entrati nel tempo di Avvento pieni di speranza e imploriamo con fervore il Principe della Pace perché porti la consolazione ai nostri cuori feriti, come pure alle nazioni provate da guerre e crisi di ogni genere, per una vita dignitosa e serena.

    Dio vi benedica!]

    I greet the English-speaking pilgrims taking part in today’s Audience, especially those from England, Australia, Vietnam and the United States of America.

    I pray that each of you, and your families, may experience a blessed Advent in preparation for the coming, at Christmas, of the newborn Jesus, Son of God and Saviour of the world.

    God bless you!

    [Do il benvenuto a tutti i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente quelli provenienti da Inghilterra, Australia, Vietnam e Stati Uniti d’America.

    A ciascuno di voi e alle vostre famiglie giunga l’augurio di un fecondo cammino di Avvento, per accogliere, a Natale, il Bambino Gesù, Figlio di Dio e Principe della pace.

    Dio vi benedica!]

    Einen herzlichen Gruß richte ich an die Pilger deutscher Sprache.

    In dieser Adventszeit möge die Lampe unseres Glaubens an Christus euer Leben hell erleuchten.

    Wenn wir unsere Hoffnung im Herrn verankern, können wir jede Täuschung überwinden, um zur vollkommenen Freude zu gelangen.

    [Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua tedesca.

    In questo tempo di Avvento la lampada della nostra fede in Cristo illumini le vostre vite.

    Ancorando la nostra speranza nel Signore, possiamo superare ogni inganno per giungere alla piena felicità.]

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española.

    Hoy celebramos la fiesta de san Andrés, el hermano de Pedro.

    Que este santo apóstol nos enseñe a buscar al Mesías en cada momento de nuestra vida y a anunciarlo con alegría a cuantos nos rodean.

    Que Jesús los bendiga y la Virgen Santa los cuide.

    Gracias. 

    Saúdo cordialmente os peregrinos de língua portuguesa, especialmente os grupos da Paróquia Nossa Senhora do Perpétuo Socorro, em Cascavel, e da Paróquia Santo António, em Salir de Matos! Começamos o tempo de Advento, em preparação para a vinda de Jesus.

    É tempo propício para fazer um bom exame de consciência e, se encontramos algo que não está bem, pedir perdão ao Senhor e retomar o caminho certo.

    Que Deus vos abençoe e a Virgem Santa vos proteja!

    [Saluto cordialmente i pellegrini di lingua portoghese, in modo speciale i gruppi della Parrocchia Nossa Senhora do Perpétuo Socorro, a Cascavel, e della Parrocchia Santo António, a Salir de Matos! Abbiamo iniziato il tempo di Avvento, in preparazione alla venuta di Gesù.

    È tempo propizio per fare un buon esame di coscienza e, se troviamo qualcosa che non va bene, chiedere perdono al Signore e riprendere il cammino giusto.

    Dio vi benedica e la Vergine Santa vi custodisca!]

    أُحَيِّي المؤمِنينَ الناطِقينَ باللّغَةِ العربِيَّة.

    التَّمييزُ يجبُ ألَّا يُرَكِّزَ ببساطةٍ على الخيرِ أو على أكبرِ خيرٍ مُمكِن، بل على ما هو خيرٌ لِي هنا والآن.

    باركَكُم الرّبُّ جَميعًا وحَماكُم دائِمًا مِن كُلِّ شَرّ!

    [Saluto i fedeli di lingua araba.

    Il discernimento non deve vertere semplicemente sul bene o sul massimo bene possibile, ma su ciò che è bene per me qui e ora.

    Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

    Serdecznie pozdrawiam pielgrzymów polskich; szczególnie przedstawicieli Szkoły Głównej Gospodarstwa Wiejskiego z Warszawy i z powiatu bialskiego, uczestniczących w konferencji zatytułowanej: Prawa człowieka w nauczaniu Jana Pawła II.

    Niech Matka Boża, która towarzyszy naszej adwentowej drodze, wyprasza wam i wszystkim obecnym dar serca otwartego na Boga i drugiego człowieka.

    Z serca wam błogosławię.

    [Saluto cordialmente i pellegrini polacchi.

    In particolare i rappresentanti dell’Università di Scienze della Vita di Varsavia e del distretto di Biała Podlaska, che partecipano alla conferenza intitolata: I diritti umani nell'insegnamento di Giovanni Paolo II.

    La Madonna, che ci accompagna nel cammino di Avvento, ottenga a voi e a tutti i presenti il dono di un cuore aperto a Dio e agli altri.

    Vi benedico di cuore.]

    * * *

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

    In particolare, saluto la Fondazione Pro Loco d’Italia, il gruppo dell’Università Campus Biomedico di Roma e quello dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale.

    Sono lieto di accogliere i ragazzi “speciali” che hanno partecipato al concorso nazionale di pasticceria e gli artisti circensi – li abbiamo visti – “Black Blues Brothers”.

    Il mio pensiero, come di solito, va ai giovani, ai malati, agli anziani e agli sposi novelli.

    Il tempo liturgico dell’Avvento, da poco iniziato, ci invita ad andare incontro al Signore che viene con la preghiera, la penitenza e le opere di carità.

    Preparatevi a celebrare la nascita di Gesù con l’ascolto assiduo della Parola di Dio e la generosa risposta alla sua grazia.

    Celebriamo oggi la Festa dell’apostolo Sant’Andrea, fratello di Simon Pietro, Patrono della Chiesa che è in Costantinopoli, dove si è recata, come di consueto, una Delegazione della Santa Sede.

    Desidero esprimere il mio speciale affetto al caro fratello il Patriarca Bartolomeo I e all’intera Chiesa di Costantinopoli.

    L’intercessione dei Santi fratelli apostoli Pietro e Andrea, conceda presto alla Chiesa di godere pienamente della sua unità e la pace al mondo intero, specialmente in questo momento alla cara e martoriata Ucraina, sempre nel nostro cuore e nelle nostre preghiere.

    Agli studenti partecipanti all’Incontro per l’educazione alla pace e alla cura (28 Nov 2022)
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    Cari ragazzi e ragazze, cari insegnanti, buongiorno e benvenuti!

    Sono contento che abbiate risposto con entusiasmo all’invito della Rete Nazionale delle Scuole per la Pace.

    Grazie di essere venuti! E grazie a tutti coloro che hanno organizzato questo incontro, in particolare al Dottor Lotti.

    Mi congratulo con voi studenti e con i vostri educatori per il ricco programma di attività e di formazione che avete intrapreso, che culminerà con la Marcia Perugia-Assisi nel maggio del prossimo anno, dove avrete la possibilità di presentare i risultati del vostro lavoro e le vostre proposte.

    Assisi è diventata ormai un centro mondiale di promozione della pace, grazie alla figura carismatica di quel giovane assisano spensierato e ribelle di nome Francesco, il quale lasciò la sua famiglia e le ricchezze per seguire il Signore e sposare Madonna povertà.

    Quel giovane sognatore ancora oggi è fonte di ispirazione per ciò che riguarda la pace, la fratellanza, l’amore per i poveri, l’ecologia, l’economia.

    Lungo i secoli San Francesco ha affascinato tante persone, così come ha affascinato anche me che come Papa ho voluto prendere il suo nome.

    Il vostro programma educativo “Per la pace, con la cura” vuole rispondere all’appello per un Patto Educativo Globale, che ho rivolto tre anni fa a tutti coloro che operano nel campo educativo, affinché «si facciano promotori dei valori di cura, di pace, di giustizia, di bene, di bellezza, di accoglienza dell’altro e di fratellanza» (Videomessaggio del 15 ottobre 2020).

    E mi rallegra vedere che non solo le scuole, le università e le organizzazioni cattoliche stanno rispondendo a questo appello, ma anche istituzioni pubbliche, laiche e di altre religioni.

    Perché ci sia la pace, come dice bene il vostro motto, bisogna “prendersi cura”.

    Spesso parliamo di pace quando ci sentiamo direttamente minacciati, come nel caso di un possibile attacco nucleare o di una guerra combattuta alle nostre porte.

    Così come ci interessiamo ai diritti dei migranti quando abbiamo qualche parente o amico emigrato.

    In realtà, la pace ci riguarda sempre, sempre! Come sempre ci riguarda l’altro, il fratello e la sorella, e di lui e di lei dobbiamo prenderci cura.

    Un modello per eccellenza del prendersi cura è quel samaritano del Vangelo, che ha soccorso uno sconosciuto che ha trovato ferito lungo la strada.

    Il samaritano non sapeva se quello sfortunato fosse una brava persona o un furfante, se fosse ricco o povero, istruito o ignorante, giudeo, samaritano come lui o straniero; non sapeva se quella sventura “se la fosse cercata” o no.

    Il Vangelo dice: «Lo vide e ne ebbe compassione» (Lc 10,33).

    Lo vide e ebbe compassione.

    Anche altri, prima di lui, avevano visto quell’uomo, ma erano andati dritti per la loro strada.

    Il samaritano non si è fatto tante domande, ha seguito il movimento della compassione.

    Anche nel nostro tempo possiamo incontrare valide testimonianze di persone o istituzioni che lavorano per la pace e si prendono cura di chi è nel bisogno.

    Pensiamo per esempio a coloro che hanno ricevuto il premio Nobel per la pace, ma anche a tanti sconosciuti che in maniera silenziosa operano per questa causa.

    Oggi vorrei ricordare due figure di testimoni.

    La prima è quella di San Giovanni XXIII. Fu chiamato il “Papa buono”, e anche il “Papa della pace”, perché in quegli inizi difficili degli anni Sessanta marcati da forti tensioni – la costruzione del muro di Berlino, la crisi di Cuba, la guerra fredda e la minaccia nucleare – pubblicò la famosa e profetica Enciclica Pacem in terris.

    L’anno prossimo saranno 60 anni, ed è attualissima! Papa Giovanni si rivolse a tutti gli uomini di buona volontà, chiedendo la soluzione pacifica di tutte le guerre attraverso il dialogo e il disarmo.

    Fu un appello che riscosse una grande attenzione nel mondo, ben oltre la comunità cattolica, perché aveva colto un bisogno di tutta l’umanità, che è ancora quello di oggi.

    Per questo vi invito leggere e studiare la Pacem in terris, e a seguire questa strada per difendere e diffondere la pace.

    Pochi mesi dopo la pubblicazione di quell’Enciclica, un altro profeta del nostro tempo, Martin Luther King, premio Nobel per la pace nel 1964, pronunciò lo storico discorso in cui disse: “Io ho un sogno”.

    In un contesto americano fortemente segnato dalle discriminazioni razziali, aveva fatto sognare tutti con l’idea di un mondo di giustizia, libertà e uguaglianza.

    Disse: “Io ho un sogno: che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione dove non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per la dignità della loro persona”.

    E voi, ragazzi, ragazze: qual è il vostro sogno per il mondo di oggi e di domani? Vi incoraggio a sognare in grande, come Giovanni XXIII e Martin Luther King.

    E per questo vi invito a partecipare, l’anno prossimo, alla Giornata Mondiale della Gioventù, che vivremo a Lisbona.

    Chi di voi potrà venire, si incontrerà con tantissimi altri ragazzi e ragazze di ogni parte del mondo, tutti uniti dal sogno della fraternità basata sulla fede nel Dio che è Pace, il Padre di Gesù Cristo e Padre nostro.

    E se non potrete venire fisicamente, vi invito comunque a seguire e a partecipare, perché ormai, con i mezzi di oggi, questo è possibile.

    Auguro a tutti voi un buon cammino nel tempo di Avvento che abbiamo iniziato ieri: un cammino fatto di tanti piccoli gesti di pace, ogni giorno: gesti di accoglienza, di incontro, di comprensione, di vicinanza, di perdono, di servizio… Gesti fatti con il cuore, come passi verso Betlemme, verso Gesù che è il Re della pace, anzi, che è Lui stesso la pace.

    Il poeta Borges termina, o meglio, non termina una sua poesia con queste parole: “Ringraziare voglio...

    per Whitman e Francesco d’Assisi che scrissero già questa poesia, per il fatto che questa poesia è inesauribile e si confonde con la somma delle creature e non arriverà mai all’ultimo verso e cambia secondo gli uomini”.

    Che anche voi, ragazzi e ragazze, possiate accogliere l’invito del poeta di continuare la sua poesia, aggiungendo ciascuno ciò per cui vuole ringraziare, quello che vuole.

    Che ognuno di voi possa diventare “poeta della pace”! Fatevi poeti di pace: avete capito? Poeti di pace.

    Grazie di essere venuti! Vi benedico tutti di cuore.

    E per favore, pregate per me.

    Grazie.

    Alla Comunità del Pontificio Collegio Pio Latino Americano (28 Nov 2022)
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    Sono contento, cari fratelli e sorelle, di stare oggi con tutti voi, membri della famiglia del Collegio Pio Latino Americano.

    Mi è piaciuto che mi abbiate accolto cantando.

    Io non ho potuto rispondere cantando perché sono stonato come una campana, per cui sarebbe stato un disastro.

    Questi anni in cui state a Roma sono un tempo di grazia che il Signore vi concede per approfondire la formazione, non solo a livello intellettuale e accademico, e per sperimentare la ricchezza e la diversità della Chiesa universale.

    Forse è la cosa più bella, no? Questa ricchezza e diversità.

    Questa ricchezza e diversità caratterizzano anche i vostri popoli dell’America Latina, dove tornerete per continuare a essere pastori del gregge che la Chiesa vi affida.

    Pastori del popolo, e non chierici di Stato, chiaro? Questo è un po’ ciò che la vocazione vi porta.

    Anche i primi cristiani provenivano da popoli e culture diversi.

    E fu lo Spirito Santo, che discese su di loro, a far sì che avessero «un cuore solo e una anima sola» (At 4, 32), che parlassero una stessa lingua — la lingua dell’amore — e che fossero discepoli e missionari di Gesù fino ai confini della terra (cfr.

    Mt 28, 19).

    Pensando ad Andrea apostolo, la cui festa celebriamo mercoledì, vorrei soffermarmi su questi due termini: discepoli e missionari.

    Nel Vangelo di Giovanni vediamo che Andrea fu uno dei primi discepoli di Gesù.

    Di fronte alla sua ansia di conoscere chi era il Maestro, e il suo invito: «Venite e vedrete» (Gv 1, 39), fu, vide dove viveva e rimase con Lui quel giorno.

    E fu lì che cambiò radicalmente la sua vita.

    Per questo, cari fratelli, rinnoviamo sempre, ci farà bene, rinnoviamo questo incontro con il Signore, ogni giorno, condividiamo la sua Parola, rimaniamo in silenzio di fronte a Lui per vedere che cosa ci dice, che cosa fa, come sente, come tace, come ama.

    Lasciamo che sia il “Verbo” nella nostra vita, e, consentitemi l’immagine, lasciamolo “coniugarsi” in noi e attraverso di noi; che sia il Signore.

    Non impediamogli di agire nel nostro ministero in prima Persona.

    Che Gesù abbia voce attiva in ognuna delle nostre decisioni! Siamo suoi ministri, apparteniamo a Lui e ci ha chiamati per “stare con Lui”.

    Questo significa essere discepoli.

    L’incontro di Andrea con Gesù non lo lasciò tranquillo e con le mani in mano, ma lo trasformò, non era più lo stesso di prima, e non poteva non annunciare quello che aveva vissuto.

    E il primo che incontrò per dirglielo fu proprio suo fratello, Simon Pietro: «Abbiamo trovato il Messia» (Gv 1, 41), e lo portò dove si trovava Gesù.

    Comunque In tal modo si “allenò” come missionario.

    E anche noi siamo attesi dai nostri fratelli e sorelle, specialmente quelli che ancora non hanno sperimentato l’amore e la misericordia del Signore, affinché annunciamo loro la Buona Novella di Gesù e li conduciamo a Lui.

    Uscire, muoverci, portare la gioia del Vangelo.

    Questo è essere missionari.

    Marco, nel suo Vangelo, riassume la chiamata di Gesù a essere discepoli e missionari.

    Nel capitolo terzo leggiamo che chiamò gli apostoli affinché «stessero con lui e anche per mandarli a predicare» (v.

    14).

    Stare con Gesù e uscire per annunciarlo.

    Due verbi: “stare” e “uscire”.

    È questo il senso della nostra vita.

    Si tratta di un cammino di “andata e ritorno”, che ha Gesù come punto di partenza e di arrivo.

    Non dimentichiamo che “stare” con Gesù e “uscire” ad annunciarlo è anche stare con i poveri, con i migranti, con i malati, con i detenuti, con i più piccoli, con i più dimenticati della società, e condividere con essi la vita per annunciare loro l’amore incondizionato di Dio.

    Perché Gesù è presente in quei fratelli e sorelle più vulnerabili, lì Lui ci attende in modo speciale (cfr.

    Mt 25, 34-40).

    E non dimenticatevi di tornare da Lui, ogni sera dopo una lunga giornata, ma attenzione, da Lui, non allo schermo di un cellulare.

    Mi rattrista molto quando vedo che un sacerdote buono, lavoratore, si stanca e si dimentica di passare davanti al tabernacolo, e va a dormire perché è stanco.

    Ha ragione, deve dormire, ma prima salutalo! Non essere maleducato! E quante volte vi rifugiate nello schermo di un cellulare? Lo schermo del cellulare ci riempie di stimoli.

    Per favore, non siate dipendenti da questo mondo di fuga.

    Non siate dipendenti.

    Sono diversi passi che pian piano ti tolgono la forza.

    Siate dipendenti dall’incontro con Gesù e Lui sa di che cosa abbiamo bisogno e ha una parola da dirci in ogni occasione.

    C’è una cosa che ho detto prima di sfuggita, ossia che tornate per essere pastori del Popolo di Dio.

    Per favore, non negoziate mai la pastoralità.

    Pastori del Popolo di Dio, non chierici di Stato.

    Non cadete nel clericalismo, che è una delle perversioni peggiori.

    State molto attenti, il clericalismo è una forma di mondanità spirituale.

    Il clericalismo è deformante, è corrotto, e ti porta a una corruzione, a una corruzione “inamidata”, con il naso all’insù, che ti separa dal popolo, ti fa dimenticare il popolo dal quale sei uscito.

    Timoteo lo diceva, scusate...

    Paolo lo diceva a Timoteo: ricordati di tua madre e di tua nonna, ossia torna alle radici, non ti dimenticare di tua madre e di tua nonna.

    Lo dico a ognuno di voi.

    Tornare al gregge da dove siete stati presi: «ti ho preso dalla fine del gregge».

    Per favore, ogni volta che diventate più “raffinati” nel vero senso della parola, cioè più lontani dal popolo, ogni volta che fate questo, vi allontanate dalla grazia di Dio e cadete nella peste del clericalismo.

    Pastori del popolo, non chierici di Stato.

    Chiedete la grazia di saper stare sempre davanti, in mezzo e dietro al popolo, immersi nel popolo dal quale Gesù vi ha presi.

    E chiediamo a Nostra Signora di Guadalupe di aiutarci nel cammino di “discepolato-apostolato” che pian piano ci configura a sua Figlio, che ci accompagni in questo percorso vitale di “andata e ritorno” che parte da Gesù verso i nostri fratelli, per tornare con i fratelli all’incontro con Gesù.

    Supplichiamo l’apostolo sant’Andrea perché interceda per noi.

    E, di nuovo, grazie per questa visita.

    Vi auguro un buon cammino romano, prendete tutte le cose buone che potete trovare a Roma, le altre no, lasciatele a Roma, che qui s’incaricheranno di portarle avanti e, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

    Grazie.

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    L'Osservatore Romano, Anno CLXII n.

    272, lunedì 28 novembre 2022, p.

    13.

    Messaggio del Santo Padre al Forum Internazionale di Azione Cattolica (27 Nov 2022)
    Visita il link

    Cari Fratelli del FIAC,

    Dopo l’elezione delle nuove autorità del Forum Internazionale di Azione Cattolica, mi congratulo con quanti hanno accettato l’impegno di assumerne la direzione per il prossimo periodo, che segue il cammino iniziato più di trent’anni fa.

    In quel momento, il venerabile Cardinale Eduardo Pironio intuì la necessità di creare questo forum affinché la vita dell’Azione Cattolica contribuisse alla sfida della nuova evangelizzazione, arricchita con la peculiarità di ogni luogo e cultura.

    Molti di voi hanno accompagnato fermamente quella intuizione e hanno posto le proprie capacità e il desiderio di annunciare il Vangelo in quel servizio, nonostante le difficoltà proprie dell’epoca, in quanto non si disponeva dei mezzi di comunicazione e dell’avvicinamento tra paesi che esistono oggi.

    Certo, il contesto mondiale che accompagna la nuova tappa non è lo stesso di trent’anni fa, e neppure quello della direzione precedente.

    Le conseguenze sociali della pandemia, come pure quelle personali, continuano a segnare l’animo e lo sguardo di fronte alla vita e al futuro di molti.

    In alcuni ambiti si è ravvivato l’individualismo di una salvezza a misura; senza dimenticare la piaga della violenza tra Paesi e fratelli che sta scuotendo il desiderio di fratellanza universale.

    Tuttavia, le epoche difficili possono rappresentare una sfida e divenire tempi di speranza.

    Come diceva il Cardinale Pironio, uomo di speranza: «Quanto è importante nella vita essere segno! Ma non un segno vuoto o di morte, bensì un segno di luce comunicatore di speranza.

    La speranza è capace di superare le difficoltà, i dissapori, le croci che si presentano nella vita quotidiana».

    Al tempo stesso, come Chiesa stiamo attraversando un tempo in cui abbiamo bisogno che lo spirito sinodale si radichi nel nostro modo di essere Chiesa; ciò significa l’esercizio di camminare insieme nella stessa direzione.

    Sono convinto che è ciò che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio.

    Che riprenda coscienza che è un popolo in cammino e che deve farlo insieme.

    Perciò vorrei chiedervi di animare con questo spirito i gruppi di azione cattolica nelle diverse chiese locali.

    Con spirito sinodale abbiamo bisogno di imparare ad ascoltarci, riapprendere l’arte del parlare con l’altro senza barriere né pregiudizi, anche e in modo particolare con quanti sono fuori, al margine, per cercare la vicinanza, che è lo stile di Dio (cfr.

    Video del Papa per una Chiesa aperta a tutti, ottobre 2022).

    In tale ottica, esorto il nuovo direttivo a essere uomini e donne dell’ascolto.

    Auspico che non siano “dirigenti” da scrivania, di carte e di Zoom, e che non cadano nella tentazione dello strutturalismo istituzionale che pianifica e organizza a partire da statuti, regolamenti e proposte ereditate, che sono state buone e utili a loro tempo, ma che forse oggi non sono significative.

    Per favore, vi chiedo di ascoltare.

    Primo: ascoltate gli uomini, le donne, gli anziani, i giovani e i bambini reali, nelle loro realtà, nelle loro grida silenziose espresse nei loro sguardi e nei loro lamenti profondi.

    Abbiate l’orecchio attento per non dare risposte a domande che nessuno si fa, e neppure dire parole che non interessano nessuno né servono.

    Ascoltate con orecchie aperte la novità e con un cuore samaritano.

    Secondo: ascoltate i battiti dei segni dei tempi, la Chiesa non può stare al margine della storia, invischiata nelle proprie faccende, mantenendo gonfia la sua bolla.

    La Chiesa è chiamata ad ascoltare e a vedere i segni dei tempi, per fare della storia, con le sue complessità e le sue contraddizioni, una storia di salvezza.

    Abbiamo bisogno di una Chiesa vitalmente profetica, a partire dai segni e dai gesti, che mostrino che esiste un’altra possibilità di convivenza, di relazioni umane, di lavoro, di amore, di potere e servizio.

    E, infine, perché questo sia possibile, abbiamo bisogno di ascoltare la voce dello Spirito.

    In ogni epoca, lo Spirito ci apre alla sua novità; “sempre insegna alla Chiesa la necessità vitale di uscire, il bisogno fisiologico di annunciare, di non restare chiusa in sé stessa” (Omelia della Domenica di Pentecoste, 5 giugno 2022).

    Mentre lo spirito mondano ci spinge affinché ci concentriamo solo sui nostri problemi e interessi, sul bisogno di essere importanti, sulla difesa tenace dei nostri beni e del gruppo, lo Spirito ci libera dall’ossessionarci con le urgenze, e ci invita a percorrere cammini antichi e sempre nuovi: quelli della testimonianza, della povertà e della missione, per liberarci di noi stessi e inviarci nel mondo.

    Forse sentite che la proposta di ascoltare è poca cosa, tuttavia non si ascolta passivamente: è l’ascolto attivo che dà il ritmo al nostro lavoro; è l’inalazione necessaria per essere una Chiesa che respira missionariamente.

    Così fece la Santissima Vergine, perché ascoltò, si mise in piedi e s’incamminò per andare a servire.

    Prego affinché possiate fare di questo periodo un tempo di grazia, con l’audacia di saper ascoltare, la serenità per poter discernere e il coraggio per annunciare con la vita e a partire dalla vita.

    Grazie per aver accettato questa sfida.

    Prego Dio per ognuno di voi.

    Per favore, non smettete di pregare per me.

    Che Gesù vi benedica e la Vergine Santa vi custodisca.

    Fraternamente,

    Francesco

    Città del Vaticano, 27 novembre 2022.

     

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    L'Osservatore Romano, Anno CLXII n.

    272, lunedì 28 novembre 2022, p.

    12.

    Angelus, 27 Nov 2022
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    Cari fratelli e sorelle, buongiorno, buona domenica!

    Nel Vangelo della Liturgia odierna ascoltiamo una bella promessa che ci introduce nel Tempo di Avvento: «Il Signore vostro verrà» (Mt 24,42).

    Questo è il fondamento della nostra speranza, è ciò che ci sostiene anche nei momenti più difficili e dolorosi della nostra vita: Dio viene, Dio è vicino e viene.

    Non dimentichiamolo mai! Sempre il Signore viene, il Signore ci fa visita, il Signore si fa vicino, e ritornerà alla fine dei tempi per accoglierci nel suo abbraccio.

    Davanti a questa parola, ci chiediamo: come viene il Signore? E come riconoscerlo e accoglierlo? Soffermiamoci brevemente su questi due interrogativi.

    La prima domanda: come viene il Signore? Tante volte abbiamo sentito dire che il Signore è presente nel nostro cammino, che ci accompagna e ci parla.

    Ma forse, distratti come siamo da tante cose, questa verità rimane per noi solo teorica; sì, sappiamo che il Signore viene ma non la viviamo questa verità oppure immaginiamo che il Signore venga in modo eclatante, magari attraverso qualche segno prodigioso.

    E invece Gesù dice che avverrà “come ai giorni di Noè” (cfr v.

    37).

    E cosa facevano ai giorni di Noè? Semplicemente le cose normali e quotidiane della vita, come sempre: «mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito» (v.

    38).

    Teniamo conto di questo: Dio è nascosto nella nostra vita, sempre c’è, è nascosto nelle situazioni più comuni e ordinarie della nostra vita.

    Non viene in eventi straordinari, ma nelle cose di ogni giorno, si manifesta nelle cose di ogni giorno.

    Lui è lì, nel nostro lavoro quotidiano, in un incontro casuale, nel volto di una persona che ha bisogno, anche quando affrontiamo giornate che appaiono grigie e monotone, proprio lì c’è il Signore, che ci chiama, ci parla e ispira le nostre azioni.

    Tuttavia, c’è una seconda domanda: come riconoscere e accogliere il Signore? Dobbiamo essere svegli, attenti, vigilanti.

    Gesù ci avverte: c’è il pericolo di non accorgerci della sua venuta ed essere impreparati alla sua visita.

    Ho ricordato altre volte quanto diceva Sant’Agostino: «Temo il Signore che passa» (Serm.

    88,14.13), cioè temo che Lui passi e io non lo riconosca! Infatti, di quelle persone del tempo di Noè, Gesù dice che mangiavano e bevevano «e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti» (v.

    39).

    Facciamo attenzione a questo: non si accorsero di nulla! Erano presi dalle loro cose e non si resero conto che stava per venire il diluvio.

    Infatti Gesù dice che, quando Lui verrà, «due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato» (v.

    40).

    In che senso? Qual è la differenza? Semplicemente che uno è stato vigilante, aspettava, capace di scorgere la presenza di Dio nella vita quotidiana; l’altro, invece, era distratto, ha “tirato a campare” e non si è accorto di nulla.

    Fratelli e sorelle, in questo tempo di Avvento lasciamoci scuotere dal torpore e svegliamoci dal sonno! Proviamo a chiederci: sono consapevole di ciò che vivo, sono attento, sono sveglio? Cerco di riconoscere la presenza di Dio nelle situazioni quotidiane, oppure sono distratto e un po’ travolto dalle cose? Se non ci accorgiamo oggi della sua venuta, saremo impreparati anche quando verrà alla fine dei tempi.

    Perciò, fratelli e sorelle, restiamo vigilanti! Aspettando che il Signore venga, aspettando che il Signore ci avvicini, perché Lui c’è, ma aspettando attenti.

    E la Vergine Santa, Donna dell’attesa, che ha saputo cogliere il passaggio di Dio nell’umile e nascosta vita di Nazaret e lo ha accolto nel suo grembo, ci aiuti in questo cammino di essere attenti per aspettare il Signore che è fra noi e passa.

    ____________________________

    Dopo l'Angelus

    Cari fratelli e sorelle!

    Seguo con preoccupazione l’aumento della violenza e degli scontri che da mesi avvengono nello Stato di Palestina e in quello di Israele.

    Mercoledì scorso due vili attentati a Gerusalemme hanno ferito tante persone e ucciso un ragazzo israeliano; e lo stesso giorno, durante gli scontri armati a Nablus, è morto un ragazzo palestinese.

    La violenza uccide il futuro, spezzando la vita dei più giovani e indebolendo le speranze di pace.

    Preghiamo per questi giovani morti e per le loro famiglie, in particolare per le loro mamme.

    Auspico che le autorità israeliane e palestinesi abbiano maggiormente a cuore la ricerca del dialogo, costruendo la fiducia reciproca, senza la quale non ci sarà mai una soluzione di pace in Terra Santa.

    Sono vicino alla popolazione dell’Isola d’Ischia, colpita da un’alluvione.

    Prego per le vittime, per quanti soffrono e per tutti coloro che sono intervenuti in soccorso.

    E ricordo anche Burkhard Scheffler, morto tre giorni fa qui sotto il colonnato di Piazza San Pietro: morto di freddo.

    Saluto con affetto tutti voi, provenienti dall’Italia e da vari Paesi, in particolare i pellegrini di Varsavia e di Granada, i rappresentanti della comunità romena e quelli della comunità di Timor Orientale presenti a Roma, come pure gli ecuadoregni che celebrano la festa della Madonna di El Quinche.

    Saluto i volontari della Croce Rossa di Acerenza, l’Ente Nazionale Pro Loco d’Italia, i fedeli di Torino, Pinerolo, Palermo, Grottammare e Campobasso.

    Un grazie speciale rivolgo ai panificatori italiani, con l’augurio di poter superare le attuali difficoltà.

    Saluto i partecipanti alla Marcia che si è svolta questa mattina per denunciare la violenza sessuale sulle donne, purtroppo una realtà generale e diffusa dappertutto e utilizzata anche come arma di guerra.

    Non stanchiamoci di dire no alla guerra, no alla violenza, sì al dialogo, sì alla pace; in particolare per il martoriato popolo ucraino.

    Ieri abbiamo ricorda la tragedia dell’Holodomor.

    Rivolgo il mio saluto al segretariato del FIAC (Forum Internazionale di Azione Cattolica), riunito a Roma in occasione dell’VIII Assemblea.

    E auguro a tutti una buona domenica e un buon cammino di Avvento.

    Per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

    Buon pranzo e arrivederci!

     

    Ai Partecipanti all'Assemblea dell'Unione dei Superiori Generali (U.S.G.) (26 Nov 2022)
    Visita il link

    Discorso consegnato

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

    Sono contento di accogliere voi tutti, membri dell’Unione dei Superiori Generali, con l’Arcivescovo Segretario del Dicastero degli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica.

    Ringrazio Padre Arturo Sosa per le cortesi parole.

    Nella vostra Assemblea, sulla base dell’Enciclica Fratelli tutti, avete affrontato il tema Chiamati ad essere artigiani della pace.

    Si tratta di un appello urgente che ci riguarda tutti, in modo particolare le persone consacrate: essere artigiani della pace, di quella pace che il Signore ci ha dato e che ci fa sentire tutti fratelli: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace.

    Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14,27).

    Qual è la pace che Gesù ci dona, e in che cosa si differenza da quella che dà il mondo? In questi tempi, ascoltando la parola “pace” pensiamo soprattutto a una situazione di non-guerra o di fine-guerra, uno stato di tranquillità e di benessere.

    Questo – lo sappiamo – non corrisponde pienamente al senso della parola ebraica shalom, che, nel contesto biblico, ha un significato più ricco.

    La pace di Gesù è prima di tutto dono suo, frutto della carità, non è mai una conquista dell’uomo; e, a partire da questo dono, è l’insieme armonico delle relazioni con Dio, con sé stessi, con gli altri e con il creato.

    Pace è anche l’esperienza della misericordia, del perdono e della benevolenza di Dio, che ci rende capaci a nostra volta di esercitare misericordia, perdono, respingendo ogni forma di violenza e di oppressione.

    Ecco perché la pace di Dio come dono è inseparabile dall’essere costruttori e testimoni di pace; come dice Fratelli tutti, «artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia” (n. 225).

    Come ci ricorda San Paolo, Gesù ha abbattuto il muro di separazione dell’inimicizia tra gli uomini, riconciliandoli con Dio (cfr Ef 2,14-16).

    Tale riconciliazione definisce le modalità dell’essere «operatori di pace» (Mt 5,9), perché questa – come dicevamo – non è semplicemente assenza di guerra e neppure un equilibrio tra forze avversarie (cfr Gaudium et spes, 78).

    Si fonda invece sul riconoscimento della dignità della persona umana e richiede un ordine a cui concorrono inseparabilmente la giustizia, la misericordia e la verità (cfr Fratelli tutti, 227).

    “Fare la pace” è, dunque, un lavoro artigianale, da fare con passione, pazienza, esperienza, tenacia, perché è un processo che dura nel tempo (cfr ibid., 226).

    La pace non è un prodotto industriale ma un’opera artigianale.

    Non si realizza in modo meccanico, necessita dell’intervento sapiente dell’uomo.

    Non si costruisce in serie, col solo sviluppo tecnologico, ma richiede lo sviluppo umano.

    Per questo i processi di pace non si possono delegare ai diplomatici o ai militari: la pace è una responsabilità di tutti e di ciascuno.

    «Beati gli operatori di pace» (Mt 5,9).

    Beati noi consacrati se ci impegniamo a seminare pace con le nostre azioni quotidiane, con atteggiamenti e gesti di servizio, di fraternità, di dialogo, di misericordia; e se nella preghiera invochiamo incessantemente da Gesù Cristo «nostra pace» (Ef 2,14) il dono della pace.

    Così la vita consacrata può diventare una profezia di questo dono, se i consacrati imparano ad esserne artigiani, incominciando dalle proprie comunità, costruendo ponti e non muri dentro la comunità e fuori di essa.

    Quando ognuno contribuisce facendo con carità il proprio dovere, nella comunità c’è la pace.

    Il mondo ha bisogno di noi consacrati anche come artigiani di pace!

    Questa riflessione sulla pace, fratelli e sorelle, mi porta a considerare un altro aspetto caratteristico della vita consacrata: la sinodalità, questo processo nel quale siamo chiamati ad entrare tutti in quanto membri del popolo santo di Dio.

    Come consacrati, poi, siamo tenuti in modo particolare a parteciparvi, in quanto la vita consacrata è sinodale per sua natura.

    Essa ha anche molte strutture che possono favorire la sinodalità: penso ai capitoli – generali, provinciali o regionali, e locali –, alle visite fraterne e canoniche, alle assemblee, alle commissioni, e ad altre strutture proprie dei singoli istituti.

    Ringrazio coloro che hanno offerto e stanno offrendo il loro contributo a questo cammino, ai vari livelli e nei diversi ambiti di partecipazione.

    Grazie perché fate sentire la vostra voce come consacrati.

    Ma, come ben sappiamo, non basta avere strutture sinodali: è necessario “rivisitarle”, domandandoci prima di tutto: come vengono preparate e utilizzate queste strutture?

    In tale contesto, si deve vedere e forse rivedere anche il modo di esercitare il servizio dell’autorità.

    Infatti, è necessario vigilare sul pericolo che esso possa degenerare in forme autoritarie, a volte dispotiche, con abusi di coscienza o spirituali che sono terreno propizio anche per abusi sessuali, perché non si rispetta più la persona e i suoi diritti.

    E inoltre vi è il rischio che l’autorità venga esercitata come privilegio, per chi la detiene o per chi la sostiene, quindi anche come una forma di complicità tra le parti, affinché ognuno faccia quello che vuole, favorendo così paradossalmente una specie di anarchia, che tanto danno comporta per la comunità.

    Auspico che il servizio dell’autorità venga esercitato sempre in stile sinodale, rispettando il diritto proprio e le mediazioni che esso prevede, per evitare sia l’autoritarismo, sia i privilegi, sia il “lasciar fare”; favorendo un clima di ascolto, di rispetto per l’altro, di dialogo, di partecipazione e di condivisione.

    I consacrati, con la loro testimonianza, possono apportare molto alla Chiesa in questo processo di sinodalità che stiamo vivendo.

    Purché voi siate i primi a viverla: a camminare insieme, ad ascoltarvi, a valorizzare la varietà dei doni, ad essere comunità accoglienti.

    In questa prospettiva, rientrano anche i percorsi di valutazione di idoneità e attitudine, perché possa avvenire nel modo migliore un rinnovamento generazionale alla guida degli istituti.

    Senza improvvisazioni.

    Infatti, la comprensione dei problemi attuali, spesso inediti e complessi, comporta un’adeguata formazione, altrimenti non si sa bene dove andare e si “naviga a vista”.

    Inoltre, una riorganizzazione o riconfigurazione dell’istituto va fatta sempre nella salvaguardia della comunione, per non ridurre tutto ad accorpamenti di circoscrizioni, che poi possono risultare non facilmente gestibili o motivo di contrasti.

    Al riguardo, è importante che i superiori stiano attenti a evitare che qualche persona non sia ben occupata, perché questo, oltre a danneggiare i soggetti, genera tensioni nella comunità.

    Cari fratelli e sorelle, grazie di questo incontro! Vi auguro di portare avanti con serenità e con frutto il vostro servizio, e di essere artigiani di pace.

    La Madonna vi accompagni.

    Vi benedico tutti di cuore.

    E vi chiedo per favore di pregare per me.

    Ai Componenti della Direzione Centrale Anticrimine (26 Nov 2022)
    Visita il link

    Distinti Signore e Signori, buongiorno e benvenuti!

    Ringrazio il Signor Capo della Polizia per le parole introduttive – grazie davvero, sono state forti – e saluto tutti voi, che formate la Direzione Centrale Anticrimine.

    Sono contento di potervi incontrare proprio all’indomani della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, promossa dalle Nazioni Unite.

    Quest’anno il tema è un appello ad unirsi nella lotta per liberare le donne e le bambine dalle diverse forme di violenza, che purtroppo è permanente, è diffusa ed è trasversale rispetto al corpo sociale.

    Desidero ringraziavi, sia per il lavoro che portate avanti con impegno professionale e umano, sia perché, chiedendo di incontrarmi in questa circostanza, richiamate l’attenzione di tutti sull’esigenza di unire le forze per questo obiettivo di dignità e di civiltà.

    Anzitutto, grazie per il servizio che fate ogni giorno alla società italiana.

    Purtroppo, la cronaca ci riporta continuamente notizie di violenze contro donne e bambine.

    E voi siete un punto di riferimento istituzionale per contrastare questa realtà dolorosa.

    Ci sono tra voi molte donne, e questa è una grande risorsa: donne che aiutano altre donne, che potete meglio capirle, ascoltarle, sostenerle.

    Immagino quanto dev’essere impegnativo per voi, come donne, portare interiormente il peso delle situazioni che incontrate, e che vi coinvolgono sul piano umano.

    Penso quanto è preziosa per questo lavoro una mirata preparazione psicologica.

    E, mi permetto di aggiungere, anche spirituale, perché solo a livello profondo si può trovare e custodire una serenità e una calma che permettono di trasmettere fiducia a chi è preda di violenze brutali.

    Quella forza interiore che Gesù Cristo ci dimostra nella sua Passione, e che ha comunicato a tante donne cristiane, alcune delle quali veneriamo come martiri: da Agata e Lucia fino a Maria Goretti e Suor Maria Laura Mainetti.

    A proposito della vostra responsabilità istituzionale, devo toccare un altro aspetto importante.

    Purtroppo, le donne molto spesso non solamente si trovano sole ad affrontare certe situazioni di violenza, ma poi, quando il caso viene denunciato, non ottengono giustizia, oppure i tempi della giustizia sono troppo lunghi, interminabili.

    Su questo bisogna vigilare e migliorare, senza cadere nel giustizialismo.

    Lo Stato deve garantire che il caso sia accompagnato in ogni fase e che la vittima possa ottenere al più presto giustizia.

    Come pure bisogna che le donne siano “messe in salvo”, cioè occorre fare in modo che esse siano al sicuro dalle minacce attuali e anche dalle recidive, che purtroppo sono frequenti anche dopo un’eventuale pena.

    Cari amici, come vi dicevo, vi sono grato perché il nostro incontro attira l’attenzione sulla Giornata internazionale di quest’anno, che chiama ad unirsi per combattere insieme ogni forma di violenza contro le donne.

    In effetti, per vincere questa battaglia non basta un corpo specializzato, per quanto efficiente; non bastano l’opera di contrasto e le necessarie azioni repressive.

    Bisogna unirsi, collaborare, fare rete: e non solo una rete difensiva, ma soprattutto una rete preventiva! Questo è sempre decisivo quando si cerca di eliminare una piaga sociale che è legata anche ad atteggiamenti culturali, a mentalità e pregiudizi radicati.

    Dunque voi, con la vostra presenza, che può diventare a volte una testimonianza, fungete anche da stimolo nel corpo sociale: uno stimolo a reagire, a non rassegnarsi, ad agire.

    È un’azione – dicevamo – anzitutto di prevenzione.

    Pensiamo alle famiglie.

    Abbiamo visto che la pandemia, con l’isolamento forzato, ha purtroppo esasperato certe dinamiche all’interno delle mura domestiche.

    Le ha esasperate, non create: si tratta infatti di tensioni spesso latenti, che si possono risolvere preventivamente a livello educativo.

    Questa, direi, è la parola-chiave: educazione.

    E qui la famiglia non può essere lasciata sola.

    Se sulle famiglie ricadono in massima parte gli effetti della crisi economica e sociale, ed esse non sono adeguatamente sostenute, non possiamo meravigliarci che lì, nell’ambiente domestico, chiuso, con tanti problemi, esplodano certe tensioni.

    E su questo punto ci vuole prevenzione.

    Un altro aspetto decisivo: se nei mass-media si propongono in continuazione messaggi che alimentano una cultura edonistica e consumistica, dove i modelli, sia maschili sia femminili, obbediscono ai criteri del successo, dell’autoaffermazione, della competizione, del potere di attrarre l’altro e dominarlo, anche qui, non possiamo poi, in modo ipocrita, stracciarci le vesti di fronte a certi fatti di cronaca.

    Questo tipo di condizionamento culturale si contrasta con un’azione educativa che ponga al centro la persona, con la sua dignità.

    Mi viene in mente una Santa dei nostri tempi: Santa Giuseppina Bakhita.

    Sapete che a lei è intitolata l’opera ecclesiale che lavora accanto alle donne vittime della tratta.

    Suor Giuseppina Bakhita ha subito nella sua infanzia e giovinezza pesanti violenze; si è riscattata pienamente accogliendo il Vangelo dell’amore di Dio ed è diventata testimone della sua forza liberatrice e risanatrice.

    Ma non è l’unica: ci sono tante donne, alcune sono “sante della porta accanto”, che sono state guarite dalla misericordia, dalla tenerezza di Cristo, e con la loro vita testimoniano che non bisogna rassegnarsi, che l’amore, la vicinanza, la solidarietà delle sorelle e dei fratelli può salvare dalla schiavitù.

    Per questo dico: alle ragazze e ai ragazzi di oggi, proponiamo queste testimonianze.

    Nelle scuole, nei gruppi sportivi, negli oratori, nelle associazioni, presentiamo storie vere di liberazione e di guarigione, storie di donne che sono uscite dal tunnel della violenza e possono aiutare ad aprire gli occhi sulle insidie, sulle trappole, sui pericoli nascosti dietro i falsi modelli di successo.

    Cari amici, il mio duplice “grazie” lo accompagno con la preghiera per voi e per il vostro lavoro.

    Intercedano per voi la Vergine Maria e Santa Bakhita.

    Di cuore benedico tutti voi e le vostre famiglie.

    E vi chiedo per favore di pregare per me.

    Grazie.

    Lettera del Santo Padre al popolo ucraino a nove mesi dallo scoppio della guerra (24 Nov 2022)
    Visita il link

    Cari fratelli e sorelle ucraini!

    Sulla vostra terra, da nove mesi, si è scatenata l’assurda follia della guerra.

    Nel vostro cielo rimbombano senza sosta il fragore sinistro delle esplosioni e il suono inquietante delle sirene.

    Le vostre città sono martellate dalle bombe mentre piogge di missili provocano morte, distruzione e dolore, fame, sete e freddo.

    Nelle vostre strade tanti sono dovuti fuggire, lasciando case e affetti.

    Accanto ai vostri grandi fiumi scorrono ogni giorno fiumi di sangue e di lacrime.

    Io vorrei unire le mie lacrime alle vostre e dirvi che non c’è giorno in cui non vi sia vicino e non vi porti nel mio cuore e nella mia preghiera.

    Il vostro dolore è il mio dolore.

    Nella croce di Gesù oggi vedo voi, voi che soffrite il terrore scatenato da questa aggressione.

    Sì, la croce che ha torturato il Signore rivive nelle torture rinvenute sui cadaveri, nelle fosse comuni scoperte in varie città, in quelle e in tante altre immagini cruente che ci sono entrate nell’anima, che fanno levare un grido: perché? Come possono degli uomini trattare così altri uomini?

    Nella mia mente ritornano molte storie tragiche di cui vengo a conoscenza.

    Anzitutto quelle dei piccoli: quanti bambini uccisi, feriti o rimasti orfani, strappati alle loro madri! Piango con voi per ogni piccolo che, a causa di questa guerra, ha perso la vita, come Kira a Odessa, come Lisa a Vinnytsia, e come centinaia di altri bimbi: in ciascuno di loro è sconfitta l’umanità intera.

    Ora essi sono nel grembo di Dio, vedono i vostri affanni e pregano perché abbiano fine.

    Ma come non provare angoscia per loro e per quanti, piccoli e grandi, sono stati deportati? È incalcolabile il dolore delle madri ucraine.

    Penso poi a voi, giovani, che per difendere coraggiosamente la patria avete dovuto mettere mano alle armi anziché ai sogni che avevate coltivato per il futuro; penso a voi, mogli, che avete perso i vostri mariti e mordendo le labbra continuate nel silenzio, con dignità e determinazione, a fare ogni sacrificio per i vostri figli; a voi, adulti, che cercate in ogni modo di proteggere i vostri cari; a voi, anziani, che invece di trascorrere un sereno tramonto siete stati gettati nella tenebrosa notte della guerra; a voi, donne che avete subito violenze e portate grandi pesi nel cuore; a tutti voi, feriti nell’anima e nel corpo.

    Vi penso e vi sono vicino con affetto e con ammirazione per come affrontate prove così dure.

    E penso a voi, volontari, che vi spendete ogni giorno per il popolo; a voi, Pastori del popolo santo di Dio, che – spesso con grande rischio per la vostra incolumità – siete rimasti accanto alla gente, portando la consolazione di Dio e la solidarietà dei fratelli, trasformando con creatività luoghi comunitari e conventi in alloggi dove offrire ospitalità, soccorso e cibo a chi versa in condizioni difficili.

    Ancora, penso ai profughi e agli sfollati interni, che si trovano lontano dalle loro abitazioni, molte delle quali distrutte; e alle Autorità, per le quali prego: su di loro incombe il dovere di governare il Paese in tempi tragici e di prendere decisioni lungimiranti per la pace e per sviluppare l’economia durante la distruzione di tante infrastrutture vitali, in città come nelle campagne.

    Cari fratelli e sorelle, in tutto questo mare di male e di dolore – a novant’anni dal terribile genocidio dell’Holodomor –, sono ammirato del vostro buon ardore.

    Pur nell’immane tragedia che sta subendo, il popolo ucraino non si è mai scoraggiato o abbandonato alla commiserazione.

    Il mondo ha riconosciuto un popolo audace e forte, un popolo che soffre e prega, piange e lotta, resiste e spera: un popolo nobile e martire.

    Io continuo a starvi vicino, con il cuore e con la preghiera, con la premura umanitaria, perché vi sentiate accompagnati, perché non ci si abitui alla guerra, perché non siate lasciati soli oggi e soprattutto domani, quando verrà forse la tentazione di dimenticare le vostre sofferenze.

    In questi mesi, nei quali la rigidità del clima rende quello che vivete ancora più tragico, vorrei che l’affetto della Chiesa, la forza della preghiera, il bene che vi vogliono tantissimi fratelli e sorelle ad ogni latitudine siano carezze sul vostro volto.

    Tra poche settimane sarà Natale e lo stridore della sofferenza si avvertirà ancora di più.

    Ma vorrei tornare con voi a Betlemme, alla prova che la Sacra Famiglia dovette affrontare in quella notte, che sembrava solo fredda e buia.

    Invece, la luce arrivò: non dagli uomini, ma da Dio; non dalla terra, ma dal Cielo.

    La Madre sua e nostra, la Madonna, vegli su di voi.

    Al suo Cuore Immacolato, in unione con i Vescovi del mondo, ho consacrato la Chiesa e l’umanità, in particolare il vostro Paese e la Russia.

    Al suo Cuore di madre presento le vostre sofferenze e le vostre lacrime.

    A lei che, come ha scritto un grande figlio della vostra terra, «ha portato Dio nel nostro mondo», non stanchiamoci di chiedere il dono sospirato della pace, nella certezza che «nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37).

    Egli dia compimento alle giuste attese dei vostri cuori, sani le vostre ferite e vi doni la sua consolazione.

    Io sono con voi, prego per voi e vi chiedo di pregare per me.

    Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca.

    Roma, San Giovanni in Laterano, 24 novembre 2022

    FRANCESCO

    Ai Membri della Commissione Teologica Internazionale (24 Nov 2022)
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    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Ringrazio il Cardinale Ladaria per le sue cortesi parole ed esprimo a tutti voi la mia gratitudine per la generosità, la competenza e la passione con cui avete intrapreso il vostro servizio in questo decimo quinquennio di attività della Commissione Teologica Internazionale.

    Grazie agli strumenti di cui oggi disponiamo, avete potuto iniziare i vostri lavori a distanza, superando le difficoltà dovute ancora alla pandemia.

    E mi rallegro anche per l’accoglienza che avete riservato alle proposte dei tre temi da approfondire: il primo è l’attualità irrinunciabile e sempre feconda della fede cristologica professata dal Concilio di Nicea, al compimento dei 1700 anni dalla sua celebrazione (325-2025); il secondo è l’esame di alcune questioni antropologiche oggi emergenti e di significato cruciale per il cammino della famiglia umana, alla luce del disegno divino della salvezza; e il terzo è l’approfondimento – oggi sempre più urgente e decisivo – della teologia della creazione in prospettiva trinitaria, in ascolto del grido dei poveri e della terra.

    Affrontando questi temi, la Commissione Teologica Internazionale continua, con impegno rinnovato, il suo servizio.

    Siete chiamati a compierlo nel solco tracciato dal Concilio Vaticano II, che – a sessant’anni dal suo inizio – costituisce la bussola sicura per il cammino della Chiesa, «sacramento, in Cristo, dell’unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Cost.

    dogm.

    Lumen gentium, 1).

    Vorrei indicarvi tre direttrici di marcia, in questo momento storico; momento arduo eppure, per lo sguardo della fede, carico della promessa e della speranza che scaturiscono dalla Pasqua del Signore crocifisso e risorto.

    La prima direttrice è quella della fedeltà creativa alla Tradizione.

    Si tratta di assumere con fede e con amore e di declinare con rigore e apertura l’impegno di esercitare il ministero della teologia – in ascolto della Parola di Dio, del sensus fidei del Popolo di Dio, del Magistero e dei carismi, e nel discernimento dei segni dei tempi – per il progresso della Tradizione apostolica, sotto l’assistenza dello Spirito Santo, come insegna la Dei Verbum (cfr n.

    8). Benedetto XVI descrive infatti la Tradizione come «il fiume vivo nel quale sempre le origini sono presenti» (Catechesi, 26 aprile 2006); così che essa «irriga diverse terre, alimenta diverse geografie, facendo germogliare il meglio di quella terra, il meglio di quella cultura.

    In questo modo, il Vangelo continua a incarnarsi in tutti gli angoli del mondo, in maniera sempre nuova» (Cost.

    Ap.

    Veritatis gaudium, 4d).

    La tradizione, l’origine della fede, che o cresce o si spegne.

    Perché, diceva uno – credo fosse un musicista – che la tradizione è la garanzia del futuro e non un pezzo di museo.

    È quello che fa crescere la Chiesa dal basso in alto, come l’albero: le radici.

    Invece un altro diceva che il tradizionalismo è la “fede morta dei vivi”: quando tu ti chiudi.

    La tradizione – voglio sottolineare questo – ci fa muovere in questa direzione: da giù in su: verticale.

    Oggi c’è un grande pericolo, che è andare in un’altra direzione: l’“indietrismo”.

    Andare indietro.

    “Sempre è stato fatto così”: è meglio andare indietro, che è più sicuro, e non andare avanti con la tradizione.

    Questa dimensione orizzontale, l’abbiamo vista, ha mosso alcuni movimenti, movimenti ecclesiali, a restare fissi in un tempo, in un indietro.

    Sono gli indietristi.

    Penso – per fare un riferimento storico – a qualche movimento nato alla fine del Vaticano I, cercando di essere fedeli alla tradizione, e così oggi si sviluppano in modo da ordinare donne, e altre cose, fuori da questa direzione verticale, dove cresce, la coscienza morale cresce, la coscienza della fede cresce, con quella bella regola di Vincenzo di Lérins: “ut annis consolidetur, dilatetur tempore, sublimetur aetate”.

    Questa è la regola della crescita.

    Invece l’indietrismo ti porta a dire che “sempre è stato fatto così, è meglio andare avanti così”, e non ti lascia crescere.

    Su questo punto, voi teologi pensate un po’ a come aiutare.

    La seconda direttrice concerne l’opportunità, al fine di realizzare con pertinenza e incisività l’opera di approfondimento e di inculturazione del Vangelo, di aprirsi con prudenza all’apporto delle diverse discipline grazie alla consultazione di esperti, anche non cattolici, come previsto dagli Statuti della Commissione (cfr n.

    10).

    Si tratta – l’ho auspicato nella Costituzione Apostolica Veritatis gaudium – di far tesoro del «principio dell’interdisciplinarietà: non tanto nella sua forma “debole” di semplice multidisciplinarità, come approccio che favorisce una migliore comprensione da più punti di vista di un oggetto di studio; quanto piuttosto nella sua forma “forte” di transdisciplinarità, come collocazione e fermentazione di tutti i saperi entro lo spazio di Luce e di Vita offerto dalla Sapienza che promana dalla Rivelazione di Dio» (n.

    4c).

    La terza direttrice, infine, è quella della collegialità.

    Essa acquista particolare rilevanza e può offrire uno specifico contributo nel contesto del percorso sinodale, in cui è convocato tutto il Popolo di Dio.

    Lo sottolinea il documento elaborato in proposito, nel precedente quinquennio, su La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa: «Come per qualsiasi altra vocazione cristiana, anche il ministero del teologo, oltre ad essere personale, è comunitario e collegiale.

    La sinodalità ecclesiale impegna dunque i teologi a fare teologia in forma sinodale, promuovendo tra loro la capacità di ascoltare, dialogare, discernere e integrare la molteplicità e varietà delle istanze e degli apporti» (n.

    75).

    I teologi devono andare oltre, cercare di andare oltre.

    Ma questo voglio distinguerlo dal catechista: il catechista deve dare la dottrina giusta, la dottrina solida; non le eventuali novità, di cui alcune sono buone, ma ciò che è solido; il catechista trasmette la dottrina solida.

    Il teologo si arrischia ad andare oltre, e sarà il magistero a fermarlo.

    Ma la vocazione del teologo è sempre quella di arrischiarsi ad andare oltre, perché sta cercando, e sta cercando di esplicitare meglio la teologia.

    Ma mai dare catechesi ai bambini e alla gente con dottrine nuove che non sono sicure.

    Questa distinzione non è mia, è di Sant’Ignazio di Loyola, che credo capisse qualcosa meglio di me!

    Vi auguro dunque, in questo spirito di ascolto reciproco, di dialogo e di discernimento comunitario, in apertura alla voce dello Spirito Santo, un sereno e proficuo lavoro.

    I temi affidati alla vostra attenzione e perizia rivestono grande importanza in questa nuova tappa dell’annuncio del Vangelo che il Signore ci chiama a vivere come Chiesa a servizio della fraternità universale in Cristo.

    Essi infatti ci invitano ad assumere pienamente lo sguardo del discepolo, il quale, con stupore sempre nuovo, riconosce che Cristo, «proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione» (Cost.

    past.

    Gaudium et spes, 22); e così Egli ci insegna che «la legge fondamentale dell’umana perfezione, e perciò anche della trasformazione del mondo, è il nuovo comandamento dell’amore» (ibid., 38).

    E ho usato la parola “stupore”.

    Credo che sia importante, forse non tanto per i ricercatori, ma certo per i professori di teologia: domandarsi se le lezioni di teologia provocano stupore in coloro che le seguono.

    È un bel criterio questo, può aiutare.

    Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio per il vostro prezioso servizio, davvero prezioso.

    Di cuore benedico ciascuno di voi e i vostri collaboratori.

    E vi chiedo per favore di pregare per me.

    Credo che forse sarebbe importante aumentare il numero delle donne, non perché siano di moda, ma perché hanno un pensiero diverso dagli uomini e fanno della teologia qualcosa di più profondo e anche di più “saporito”.

    Grazie.

    Udienza Generale del 23 Nov 2022 - Catechesi sul Discernimento. 9. La consolazione
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    Catechesi sul Discernimento.

    9. La consolazione

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Continuiamo le catechesi sul discernimento dello spirito: come discernere quello che succede nel nostro cuore, nella nostra anima.

    E dopo aver considerato alcuni aspetti della desolazione – quel buio dell’anima – parliamo oggi della consolazione, che sarebbe la luce dell’anima, e che è un altro elemento importante per il discernimento, e da non dare per scontato, perché può prestarsi a degli equivoci.

    Noi dobbiamo capire cosa è la consolazione, come abbiamo cercato di capire bene cosa è la desolazione.

    Che cos’è la consolazione spirituale? È un’esperienza di gioia interiore, che consente di vedere la presenza di Dio in tutte le cose; essa rafforza la fede e la speranza, e anche la capacità di fare il bene.

    La persona che vive la consolazione non si arrende di fronte alle difficoltà, perché sperimenta una pace più forte della prova.

    Si tratta dunque di un grande dono per la vita spirituale e per la vita nel suo insieme.

    E vivere questa gioia interiore.

    La consolazione è un movimento intimo, che tocca il profondo di noi stessi.

    Non è appariscente ma è soave, delicata, come una goccia d’acqua su una spugna (cfr S.

    Ignazio di L., Esercizi spirituali, 335): la persona si sente avvolta dalla presenza di Dio, in una maniera sempre rispettosa della propria libertà.

    Non è mai qualcosa di stonato che cerca di forzare la nostra volontà, non è neppure un’euforia passeggera: al contrario, come abbiamo visto, anche il dolore – ad esempio per i propri peccati – può diventare motivo di consolazione.

    Pensiamo all’esperienza vissuta da Sant’Agostino quando parla con la madre Monica della bellezza della vita eterna; o alla perfetta letizia di San Francesco – peraltro associata a situazioni molto dure da sopportare –; e pensiamo a tanti santi e sante che hanno saputo fare grandi cose, non perché si ritenevano bravi e capaci, ma perché conquistati dalla dolcezza pacificante dell’amore di Dio.

    È la pace che notava in sé con stupore Sant’Ignazio quando leggeva le vite dei santi.

    Essere consolato è stare in pace con Dio, sentire che tutto è sistemato in pace, tutto è armonico dentro di noi.

    È la pace che prova Edith Stein dopo la conversione; un anno dopo aver ricevuto il Battesimo, ella scrive – così dice Edith Stein: «Mentre mi abbandono a questo sentimento, a poco a poco una vita nuova comincia a colmarmi e – senza alcuna tensione della mia volontà – a spingermi verso nuove realizzazioni.

    Questo afflusso vitale sembra sgorgare da un’attività e da una forza che non è la mia e che, senza fare alla mia alcuna violenza, diventa attiva in me» (Psicologia e scienze dello spirito, Città Nuova, 1996, 116).

    Cioè una pace genuina è una pace che fa germogliare i buoni sentimenti in noi.

    La consolazione riguarda anzitutto la speranza, è protesa al futuro, mette in cammino, consente di prendere iniziative fino a quel momento sempre rimandate, o neppure immaginate, come il Battesimo per Edith Stein.

    La consolazione è una pace tale ma non per rimanere lì seduti godendola, no, ti dà la pace e ti attira verso il Signore e ti mette in cammino per fare delle cose, per fare cose buone.

    In tempo di consolazione, quando noi siamo consolati, ci viene la voglia di fare tanto bene, sempre.

    Invece quando c’è il momento della desolazione, ci viene la voglia di chiuderci in noi stessi e di non fare nulla.

    La consolazione ti spinge avanti, al servizio degli altri, alla società, alle persone.

    La consolazione spirituale non è “pilotabile” – tu non puoi dire adesso che venga la consolazione, no, non è pilotabile – non è programmabile a piacere, è un dono dello Spirito Santo: consente una familiarità con Dio che sembra annullare le distanze.

    Santa Teresa di Gesù Bambino, visitando a quattordici anni, a Roma, la basilica di Santa Croce in Gerusalemme, cerca di toccare il chiodo lì venerato, uno di quelli con cui fu crocifisso Gesù.

    Teresa avverte questo suo ardimento come un trasporto d’amore e di confidenza.

    E poi scrive: «Fui veramente troppo audace.

    Ma il Signore vede il fondo dei cuori, sa che l’intenzione mia era pura […].

    Agivo con lui da bambina che si crede tutto permesso e considera come propri i tesori del Padre» (Manoscritto Autobiografico, 183).

    La consolazione è spontanea, ti porta a fare tutto spontaneo, come se fossimo bambini.

    I bambini sono spontanei, e la consolazione ti porta ad essere spontaneo con una dolcezza, con una pace molto grande.

    Una ragazza di quattordici anni ci dà una descrizione splendida della consolazione spirituale: si avverte un senso di tenerezza verso Dio, che rende audaci nel desiderio di partecipare della sua stessa vita, di fare ciò che gli è gradito, perché ci sentiamo familiari con Lui, sentiamo che la sua casa è la nostra casa, ci sentiamo accolti, amati, ristorati.

    Con questa consolazione non ci si arrende di fronte alle difficoltà: infatti, con la medesima audacia, Teresa chiederà al Papa il permesso di entrare al Carmelo, benché troppo giovane, e sarà esaudita.

    Cosa vuol dire questo? Vuol dire che la consolazione ci fa audaci: quando noi siamo in tempo di buio, di desolazione, e pensiamo: “Questo non sono capace di farlo”.

    Ti butta giù la desolazione, ti fa vedere tutto buio: “No, io non posso fare, non lo farò”.

    Invece, in tempo di consolazione, vedi le stesse cose in modo diverso e dici: “No, io vado avanti, lo faccio”.

    “Ma sei sicuro?” “Io sento la forza di Dio e vado avanti”.

    E così la consolazione ti spinge ad andare avanti e a fare delle cose che in tempo di desolazione tu non ne saresti capace; ti spinge a fare il primo passo.

    Questo è il bello della consolazione.

    Ma stiamo attenti.

    Dobbiamo distinguere bene la consolazione che è di Dio, dalle false consolazioni.

    Nella vita spirituale avviene qualcosa di simile a quanto capita nelle produzioni umane: ci sono gli originali e ci sono le imitazioni.

    Se la consolazione autentica è come una goccia su una spugna, è soave e intima, le sue imitazioni sono più rumorose e appariscenti, sono puro entusiasmo, sono fuochi di paglia, senza consistenza, portano a ripiegarsi su sé stessi, e a non curarsi degli altri.

    La falsa consolazione alla fine ci lascia vuoti, lontani dal centro della nostra esistenza.

    Per questo, quando noi ci sentiamo felici, in pace, siamo capaci di fare qualsiasi cosa.

    Ma non confondere quella pace con un entusiasmo passeggero, perché l’entusiasmo oggi c’è, poi cade e non c’è più.

    Per questo si deve fare discernimento, anche quando ci si sente consolati.

    Perché la falsa consolazione può diventare un pericolo, se la ricerchiamo come fine a sé stessa, in modo ossessivo, e dimenticandoci del Signore.

    Come direbbe San Bernardo, si cercano le consolazioni di Dio e non si cerca il Dio delle consolazioni.

    Noi dobbiamo cercare il Signore e il Signore, con la sua presenza, ci consola, ci fa andare avanti.

    E non cercare Dio perché ci porta le consolazioni, con questo sottinteso, no, questo non va, non dobbiamo essere interessati a questo.

    È la dinamica del bambino di cui parlavamo la volta scorsa, che cerca i genitori solo per avere da loro delle cose, ma non per loro stessi: va per interesse.

    “Papà, mamma” E i bambini sanno fare questo, sanno giocare e quando la famiglia è divisa, e hanno questa abitudine di cercare lì e cercare qua, questo non fa bene, questo non è consolazione, quello è interesse.

    Anche noi corriamo il rischio di vivere la relazione con Dio in modo infantile, cercando il nostro interesse, cercando di ridurre Dio a un oggetto a nostro uso e consumo, smarrendo il dono più bello che è Lui stesso.

    Così andiamo avanti nella nostra vita, che procede fra le consolazioni di Dio e le desolazioni del peccato del mondo, ma sapendo distinguere quando è una consolazione di Dio, che ti dà pace fino al fondo dell’anima, da quando è un entusiasmo passeggero che non è cattivo, ma non è la consolazione di Dio.

    ______________________________________________________

    Saluti

    Je salue cordialement les personnes de langue française en particulier les pèlerins des diocèses de Troyes et de Lyon, l’Institut Stanislas de Saint-Raphaël et l’Institution Notre-Dame de Sannois.

    Frères et sœurs, apprenons à nous laisser guider au quotidien par les motions du Saint Esprit, ainsi nous pourront goûter à la douceur apaisante de l’amour de Dieu dans les difficultés de notre vie.

    Que Dieu vous bénisse !

    [Saluto cordialmente le persone di lingua francese in particolare i pellegrini delle Diocesi di Troyes e di Lyon, l’Istituto Stanislao di Saint-Raphaël e l’Istituzione Nostra Signora di Sannois.

    Fratelli e sorelle, impariamo a lasciarci guidare ogni giorno dalle mozioni dello Spirito Santo, così potremo gustare la dolcezza pacificante dell’amore di Dio nelle difficoltà della nostra vita. Dio vi benedica!]

    I greet the English-speaking pilgrims taking part in today’s Audience, especially those from the United Kingdom and the United States of America.

    Upon all of you I invoke the joy and peace of Christ our Lord. 

    [Do il benvenuto a tutti i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente a quelli provenienti dal Regno Unito e dagli Stati Uniti d’America.

    Su tutti voi invoco la gioia e la pace di Cristo nostro Signore.]

    Liebe Brüder und Schwestern deutscher Sprache, von den Heiligen können wir lernen, wie wir Gottes Nähe und Liebe in uns aufnehmen können.

    Folgen wir ihrem Beispiel und lassen wir die Gegenwart des Herrn in unserem Leben aufscheinen, damit unser Lobpreis sich einst mit dem Chor der Heiligen im himmlischen Jerusalem vereine.

    [Cari fratelli e sorelle di lingua tedesca, dai santi possiamo imparare come accogliere in noi la vicinanza e l’amore di Dio.

    Seguendo il loro esempio lasciamo risplendere la presenza del Signore nella nostra vita, affinché la nostra lode possa un giorno unirsi al coro degli eletti nella Gerusalemme celeste.]

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, hay muchos mexicanos por aquí.

    El próximo domingo comenzamos el tiempo de Adviento.

    Pidamos al Señor que nos ayude a mantener encendida en nuestra vida la lámpara de la fe y a estar preparados para recibir su visita, que nos llena de paz y alegría.

    Que Jesús los bendiga y la Virgen Santa los cuide.

    Muchas gracias. 

    Dirijo uma saudação cordial aos peregrinos de língua portuguesa, especialmente aos que vêm de Portugal e da diocese de Chapecò no Brasil.

    No domingo passado, foi celebrado nas dioceses o Dia Mundial da Juventude, com o pensamento dirigido para o encontro de jovens que se realizará no próximo ano em Lisboa.

    A alegria de nos encontrarmos e a vontade de estar juntos são sinais fundamentais para o mundo de hoje, dilacerado por confrontos e guerras.

    Que Nossa Senhora guarde o nosso desejo de comunhão e de paz.

    Deus vos abençoe.

    [Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua portoghese, in particolare a quanti vengono dal Portogallo e dalla diocesi di Chapecò nel Brasile.

    Domenica scorsa si è celebrata nelle diocesi la Giornata Mondiale della Gioventù, con il pensiero rivolto all’incontro dei giovani che si terrà a Lisbona nel prossimo anno.

    La gioia di ritrovarci e la volontà di essere insieme sono segni fondamentali per il mondo di oggi, straziato dagli scontri e dalle guerre.

    La Madonna costudisca il nostro desiderio di comunione e di pace.

    Dio vi benedica.]

    أُحَيِّي المؤمِنينَ الناطِقينَ باللّغَةِ العربِيَّة.

    تعزيّةُ الرَّبِّ يسوعَ ليستْ خِداعًا ولا تَخدِيرًا.

    إنَّها حقيقةٌ وقريبةٌ وَتَفتَحُ لنا أبوابَ الرَّجاء.

    باركَكُم الرّبُّ جَميعًا وحَماكُم دائِمًا مِن كُلِّ شَرّ!

    [Saluto i fedeli di lingua araba.

    La consolazione del Signore non è inganno e nemmeno anestesia.

    Ma è veritiera, è vicina e ci apre le porte della speranza.

    Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

    Pozdrawiam serdecznie wszystkich Polaków.

    Jestem wam wdzięczny, że w tych dniach jednoczyliście się z prześladowanymi w świecie chrześcijanami, włączając się w inicjatywę RedWeek oraz modląc się za nich szczególnie w sanktuarium na Jasnej Górze.

    Niech Matka Boża wyjedna im pełną wolność i pocieszenie w utrapieniu.

    Z serca wam błogosławię.

    [Saluto cordialmente tutti i polacchi.

    Vi sono grato perché in questi giorni vi siete uniti con i cristiani perseguitati nel mondo partecipando all'iniziativa del RedWeek e pregando per loro in modo particolare nel santuario di Jasna Góra.

    La Madre di Dio conceda loro piena libertà e consolazione nella sofferenza.

    Vi benedico di cuore.]

    __________________________________

    APPELLI

    Nelle scorse ore l’Isola di Giava, in Indonesia, è stata colpita da un forte terremoto.

    Esprimo la mia vicinanza a quella cara popolazione e prego per i morti e per i feriti.

    Domenica scorsa a Kalongo, in Uganda, è stato beatificato padre Giuseppe Ambrosoli, missionario comboniano, sacerdote e medico.

    Nato nella diocesi di Como, è morto in Uganda nel 1987 dopo aver speso la sua vita per i malati, nei quali vedeva il volto di Cristo.

    La sua straordinaria testimonianza aiuti ciascuno di noi ad essere segno di una Chiesa in “uscita”.

    Un applauso al nuovo Beato!

    Desidero inviare il mio saluto ai giocatori, ai tifosi e agli spettatori che seguono, dai vari Continenti, i campionati mondiali di calcio, che si stanno giocando in Qatar.

    Possa questo importante evento essere occasione di incontro e di armonia tra le Nazioni, favorendo la fratellanza e la pace tra i Popoli.

    Preghiamo per la pace nel mondo e per la fine di tutti i conflitti, con un pensiero particolare per le terribili sofferenze del caro e martoriato popolo ucraino.

    In proposito, sabato prossimo ricorre l’anniversario del terribile genocidio del Holodomor, lo sterminio per la fame nel 1932-33 causato artificiosamente da Stalin in Ucraina.

    Preghiamo per le vittime di questo genocidio e preghiamo per tanti ucraini, bambini, donne e anziani, bimbi, che oggi soffrono il martirio dell’aggressione.

    La Giornata Mondiale della Pesca, celebrata l’altro ieri, possa favorire la sostenibilità nella pesca e nell’acquacoltura, attraverso il rispetto dei diritti dei pescatori, che con il loro lavoro contribuiscono alla sicurezza alimentare, alla nutrizione e alla riduzione della povertà nel mondo.

    * * *

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

    In particolare, saluto i rappresentanti delle Scuole Cattoliche FIDAE ed auspico che venga riconosciuto ad ogni livello il loro rilevante ruolo educativo e sociale.

    Estendo il mio saluto all’Associazione NOI, degli Oratori e dei Circoli parrocchiali, incoraggiando a proseguire la proficua e apprezzata opera al servizio dell’evangelizzazione e della promozione umana.

    Il mio pensiero va infine, come di consueto, ai giovani, ai malati, agli anziani e agli sposi novelli.

    La prossima domenica segnerà l’inizio dell’Avvento, il periodo liturgico che precede e prepara la celebrazione del Santo Natale.

    Auguro a ciascuno di voi di aprire il cuore al Signore - mi raccomando: aprite il cuore al Signore -, per preparare la strada a Colui che viene a colmare con la luce della sua presenza ogni nostra umana debolezza.

    A tutti voi la mia benedizione!

    Ai partecipanti al Convegno del World Jewish Congress (22 Nov 2022)
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    Cari Rappresentanti del World Jewish Congress, vi do il mio fraterno benvenuto! La ringrazio, Ambasciatore Lauder, per le sue cortesi parole.

    Questa visita testimonia e rinsalda i legami di amicizia che ci uniscono: sin dal Concilio Vaticano II, la vostra organizzazione dialoga con la Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo e da anni organizza convegni di grande interesse.

    Ebrei e cattolici, abbiamo in comune inestimabili tesori spirituali.

    Professiamo la fede nel Creatore del cielo e della terra, che non solo ha dato origine all’umanità, ma plasma ogni essere umano a sua immagine e somiglianza (cfr Gen 1,26).

    Crediamo che l’Onnipotente non è rimasto distante dalla sua creazione, ma si è rivelato, non comunicando soltanto con alcuni, isolatamente, ma rivolgendosi a noi come popolo.

    Tramite la fede e la lettura delle Scritture trasmesse nelle nostre tradizioni religiose, possiamo entrare in relazione con Lui e diventare collaboratori della sua provvidente volontà.

    Abbiamo anche uno sguardo simile sulla fine, abitati dalla fiducia che, nel cammino della vita, non procediamo verso il nulla, ma incontro all’Altissimo che ha cura di noi, incontro a Colui che ci ha promesso, alla conclusione dei giorni, un regno eterno di pace, dove terminerà tutto ciò che minaccia la vita e la convivenza umana.

    Il nostro mondo è segnato dalla violenza, dall’oppressione e dallo sfruttamento, ma tutto ciò non ha l’ultima parola: la promessa fedele dell’Eterno ci parla di un futuro di salvezza, di un nuovo cielo e di una nuova terra (cfr Is 65,17-18; Ap 21,1) dove pace e gioia avranno stabile dimora, dove la morte sarà eliminata per sempre, dove Egli asciugherà le lacrime su ogni volto (cfr Is 25,7-8), dove non vi saranno più lutto, lamento a affanno (cfr Ap 21,4).

    Il Signore realizzerà questo futuro, anzi Lui stesso sarà il nostro futuro.

    E, sebbene esistano idee diverse nell’ebraismo e nel cristianesimo su come si configurerà tale compimento, la confortante promessa che abbiamo in comune permane.

    Essa alimenta la nostra speranza, ma non meno il nostro impegno, affinché il mondo che abitiamo e la storia che viviamo rispecchino la presenza di Colui che ci ha chiamati ad essere adoratori suoi e custodi dei nostri fratelli.

    Cari amici, alla luce dell’eredità religiosa che condividiamo, guardiamo al presente come a una sfida che ci accomuna, come a un’esortazione ad agire insieme.

    Alle nostre due comunità di fede è affidato il compito di lavorare per rendere il mondo più fraterno, lottando contro le disuguaglianze e promuovendo una maggiore giustizia, affinché la pace non rimanga una promessa dell’altro mondo, ma sia già realtà in questo.

    Sì, la strada della pacifica convivenza comincia dalla giustizia che, insieme alla verità, all’amore e alla libertà, è una delle condizioni fondamentali per una pace duratura nel mondo (cfr Giovanni XXIII, Lett.

    enc. Pacem in terris, 18.20.25).

    Quanti esseri umani, creati a immagine e somiglianza di Dio, sono sfigurati nella loro dignità, a causa di un’ingiustizia che lacera il pianeta e rappresenta la causa soggiacente a tanti conflitti, la palude in cui ristagnano guerre e violenze! Colui che tutto ha creato secondo ordine e armonia ci invita a bonificare questa palude di ingiustizia che affossa la convivenza fraterna nel mondo, tanto quanto le devastazioni ambientali compromettono la salute della terra.

    Iniziative comuni e concrete volte a promuovere la giustizia richiedono coraggio, collaborazione e creatività.

    E beneficiano grandemente della fede, della capacità di riporre la fiducia nell’Altissimo e di lasciarsi guidare da Lui, piuttosto che da meri interessi terreni, che sono sempre immediati e non lungimiranti, particolari e incapaci di abbracciare l’insieme.

    La fede ci ridesta invece al pensiero che ogni uomo è a immagine e somiglianza dell’Altissimo, chiamato a incamminarsi verso il suo regno.

    Le Scritture, poi, ci ricordano che poco o nulla possiamo fare se Dio non ci dà la forza e l’ispirazione: «Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori» (Sal 127,1).

    In altre parole, le nostre iniziative politiche, culturali e sociali per migliorare il mondo – quello che voi chiamate “Tiqqun Olam” – non potranno avere il buon esito sperato senza la preghiera e senza l’apertura fraterna alle altre creature in nome dell’unico Creatore, il quale ama la vita e benedice gli operatori di pace.

    Oggi, fratelli e sorelle, in tante regioni del mondo, la pace è minacciata.

    Riconosciamo insieme che la guerra, ogni guerra, è sempre, comunque e dovunque una sconfitta per tutta l’umanità! Penso a quella in Ucraina, una guerra grande e sacrilega che minaccia ebrei e cristiani allo stesso modo, privandoli dei loro affetti, delle loro case, dei loro beni, della loro stessa vita! Solo nella volontà seria di avvicinarsi gli uni agli altri e nel dialogo fraterno è possibile preparare il terreno della pace.

    Come ebrei e cristiani, cerchiamo di fare tutto ciò che è umanamente possibile per arrestare la guerra e aprire vie di pace.

    Cari amici, grazie di cuore per questa visita; l’Altissimo, che ha «progetti di pace e non di sventura» (Ger 29,11), benedica le vostre opere buone.

    Egli vi accompagni nel cammino e guidi insieme sulla via della pace.

    Shalom!

    Decreto relativo a Caritas Internationalis (21 Nov 2022)
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    Caritas Internationalis coadiuva il Sommo Pontefice ed i Vescovi nell’esercizio del loro ministero verso i più poveri ed i più bisognosi, partecipando alla gestione delle emergenze umanitarie e collaborando alla diffusione della carità e della giustizia nel mondo alla luce del Vangelo e degli insegnamenti della Chiesa Cattolica.

    Per poter migliorare l’espletamento di tale missione pare necessaria una revisione dell’attuale assetto normativo al fine di renderlo più adeguato alle funzioni statutarie dell’Ente, nonché preparare quest’ultimo alle elezioni da svolgersi durante la prossima Assemblea Generale.

    Con il vivo desiderio di favorire il prospettato rinnovo dell’Istituzione

    nomino

    il Dott.

    Pier Francesco Pinelli Commissario straordinario di Caritas Internationalis, affinché, a far data dal 22 novembre 2022, la diriga temporaneamente ad nutum della Sede Apostolica, con tutti i poteri di governo, a norma del diritto comune e degli Statuti e del Regolamento dell’Ente e con piena facoltà di derogare a questi ultimi, qualora lo ritenesse opportuno o necessario.

    Con l’entrata in vigore del presente provvedimento cessano dai rispettivi incarichi i Membri del Consiglio di Rappresentanza e del Consiglio Esecutivo, il Presidente e i Vice Presidenti, il Segretario Generale, il Tesoriere e l’Assistente Ecclesiastico.

    Il Commissario straordinario, coadiuvato nelle sue funzioni dalla Dott.ssa Maria Amparo Alonso Escobar e supportato dal Rev.do P.

    Manuel Morujão, S.I., per l’accompagnamento personale e spirituale dei dipendenti, provvederà all’aggiornamento degli Statuti e del Regolamento di Caritas Internationalis, per una loro maggiore funzionalità ed efficacia, guidando l’Ente nella preparazione della prossima Assemblea Generale.

    In quest’ultimo compito il Commissario straordinario sarà affiancato dal Card.

    Luis Antonio G.

    Tagle, che si occuperà particolarmente di curare i rapporti con le Chiese locali e con le Organizzazioni Membro di Caritas Internationalis.

    Il Commissario straordinario agirà d’intesa con il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

    Dal Vaticano, 21 novembre 2022

     

    FRANCESCO

    Angelus, 20 Nov 2022, Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell'universo
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    Al termine di questa Celebrazione desidero esprimere la mia riconoscenza alla Diocesi, alla Provincia e alla Città di Asti: grazie per l’accoglienza calorosa che mi avete riservato! Sono tanto grato alle Autorità civili e religiose anche per i preparativi che hanno reso possibile questa desiderata visita.

    A tutti voi vorrei dire che a la fame propri piasi’ encuntreve! [mi ha fatto piacere incontrarvi]; e augurarvi: ch’a staga bin! [state bene!]

    Un pensiero e un abbraccio speciale vorrei rivolgere ai giovani – grazie di essere venuti così numerosi –.

    Dallo scorso anno, proprio nella Solennità di Cristo Re si celebra nelle Chiese particolari la Giornata Mondiale della Gioventù.

    Il tema, lo stesso della prossima GMG di Lisbona, a cui rinnovo l’invito a partecipare, è «Maria si alzò e andò in fretta» (Lc 1,39).

    La Madonna fece questo quand’era giovane, e ci dice che il segreto per rimanere giovani sta proprio in quei due verbi, alzarsi e andare.

    A me piace pensare alla Madonna che andò in fretta, andò proprio di fretta, andò in fretta e tante volte io la prego, la Madonna: “Ma, affrettati a risolvere questo problema!”.

    Alzarsi e andare: non restare fermi a pensare a sé stessi, sprecando la vita a inseguire le comodità o l’ultima moda, ma puntare verso l’Alto, mettersi in cammino, uscire dalle proprie paure per tendere la mano a chi ha bisogno.

    E oggi ci vogliono giovani veramente “trasgressivi”, non conformisti, che non siano schiavi di un cellulare, ma cambino il mondo come Maria, portando Gesù agli altri, prendendosi cura degli altri, costruendo comunità fraterne con gli altri, realizzando sogni di pace!

    Il nostro tempo sta vivendo una carestia di pace: stiamo vivendo una carestia di pace.

    Pensiamo a tanti luoghi del mondo flagellati dalla guerra, in particolare alla martoriata Ucraina.

    Diamoci da fare e continuiamo a pregare per la pace! Preghiamo anche per le famiglie delle vittime del grave incendio avvenuto nei giorni scorsi in un campo di rifugiati a Gaza, in Palestina, dove sono morti anche diversi bambini.

    Il Signore accolga in cielo quanti hanno perso la vita e consoli quella popolazione così provata da anni di conflitto.

    E invochiamo ora la Regina della pace, la Madonna, a cui è dedicata questa bella Cattedrale.

    A lei affido le nostre famiglie, i malati e ciascuno di voi, con le preoccupazioni e le buone intenzioni che portate nel cuore.

    Santa Messa nella Solennità di Cristo Re dell'Universo (Cattedrale di Santa Maria Assunta e San Gottardo di Asti, 20 Nov 2022)
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    Abbiamo visto questo ragazzo, Stefano, che chiede di ricevere il ministero di accolito nel suo percorso verso il sacerdozio.

    Dobbiamo pregare per lui, perché vada avanti nella sua vocazione e sia fedele; ma anche dobbiamo pregare per questa Chiesa di Asti, perché il Signore invii vocazioni sacerdotali, perché come voi vedete la maggioranza sono vecchi, come me: ci vogliono preti giovani, come alcuni di qua che sono bravissimi.

    Preghiamo il Signore perché benedica questa terra.

    E da queste terre mio padre è partito per emigrare in Argentina; e in queste terre, rese preziose da buoni prodotti del suolo e soprattutto dalla genuina laboriosità della gente, sono venuto a ritrovare il sapore delle radici.

    Ma oggi è ancora una volta il Vangelo a riportarci alle radici della fede.

    Esse si trovano nell’arido terreno del Calvario, dove il seme di Gesù, morendo, ha fatto germogliare la speranza: piantato nel cuore della terra ci ha aperto la via al Cielo; con la sua morte ci ha dato la vita eterna; attraverso il legno della croce ci ha portato i frutti della salvezza.

    Guardiamo dunque a Lui, guardiamo al Crocifisso.

    Sulla croce appare una sola frase: «Costui è il re dei Giudei» (Lc 23,38).

    Ecco il titolo: Re.

    Però, osservando Gesù, la nostra idea di re viene ribaltata.

    Proviamo a immaginare visivamente un re: ci verrà in mente un uomo forte seduto su un trono con delle insegne preziose, uno scettro tra le mani e anelli luccicanti tra le dita, mentre proferisce ai sudditi parole solenni.

    Questa, grosso modo, è l’immagine che abbiamo in testa.

    Ma guardando Gesù, vediamo che è tutto il contrario.

    Egli non è seduto su un comodo trono, ma appeso ad un patibolo; il Dio che «rovescia i potenti dai troni» (Lc 1,52) opera come servo messo in croce dai potenti; ornato solo di chiodi e di spine, spogliato di tutto ma ricco di amore, dal trono della croce non ammaestra più le folle con la parola, non alza più la mano per insegnare.

    Fa di più: non punta il dito contro nessuno, ma apre le braccia a tutti.

    Così si manifesta il nostro Re: a braccia aperte, a brasa aduerte.

    Solo entrando nel suo abbraccio noi capiamo: capiamo che Dio si è spinto fino a lì, fino al paradosso della croce, proprio per abbracciare tutto di noi, anche quanto di più distante c’era da Lui: la nostra morte – Lui ha abbracciato la nostra morte -, il nostro dolore, le nostre povertà, le nostre fragilità e le nostre miserie.

    E Lui ha abbracciato tutto questo.

    Si è fatto servo perché ciascuno di noi si senta figlio: ha pagato con la sua servitù la nostra figliolanza; si è lasciato insultare e deridere, perché in ogni umiliazione nessuno di noi sia più solo; si è lasciato spogliare, perché nessuno si senta spogliato della propria dignità; è salito sulla croce, perché in ogni crocifisso della storia vi sia la presenza di Dio.

    Ecco il nostro Re, Re di ognuno di noi, Re dell’universo perché ha valicato i confini più remoti dell’umano, è entrato nei buchi neri dell’odio, nei buchi neri dell’abbandono per illuminare ogni vita e abbracciare ogni realtà.

    Fratelli, sorelle, questo è il Re che oggi festeggiamo! Non è facile capirlo, ma è il nostro Re.

    E la domanda da farci è: questo Re dell’universo è il Re della mia esistenza? Io credo a Lui? Come posso celebrarlo Signore di ogni cosa se non diventa anche il Signore della mia vita? E tu che oggi incominci questa strada verso il sacerdozio non dimenticarti che questo è il tuo modello: non aggrapparti agli onori, no.

    Questo è il tuo modello; se tu non pensi di essere sacerdote come questo Re, meglio fermati lì.

    Fissiamo però ancora gli occhi in Gesù Crocifisso.

    Vedi, Lui non osserva la tua vita per un momento e basta, non ti dedica uno sguardo fugace come spesso facciamo noi con Lui, ma Lui rimane lì, a brasa aduerte, a dirti nel silenzio che niente di te gli è estraneo, che vuole abbracciarti, rialzarti, salvarti così come sei, con la tua storia, le tue miserie, i tuoi peccati.

    "Ma Signore, è vero? Con le mie miserie tu mi ami così?" Ognuno in questo momento pensi alla propria povertà: “Ma, tu mi ami con queste povertà spirituali che ho, con queste limitazioni?”.

    E Lui sorride e ci fa capire che ci ama e ha dato la vita per noi.

    Pensiamo un po' ai nostri limiti, anche alle cose buone: Lui ci ama come noi siamo, come siamo adesso.

    Lui ci dà la possibilità di regnare nella vita, se ti arrendi al suo amore mite che si propone ma non s’impone - l’amore di Dio non si impone mai - al suo amore che sempre ti perdona.

    Noi tante volte ci stanchiamo di perdonare la gente e facciamo la croce, facciamo la sepoltura sociale.

    Lui non si stanca mai di perdonare, mai, mai: sempre ti rimette in piedi, sempre ti restituisce la tua dignità regale.

    Sì, la salvezza da dove viene? Dal lasciarci amare da Lui, perché solo così veniamo liberati dalla schiavitù del nostro io, dalla paura di essere soli, dal pensare di non farcela.

    Fratelli, sorelle, mettiamoci spesso davanti al Crocifisso, lasciamoci amare, perché quelle brasa aduerte dischiudono anche a noi il paradiso, come al “buon ladrone”.

    Sentiamo rivolta a noi quella frase, l’unica che Gesù dice oggi dalla croce: «Con me sarai nel paradiso» (Lc 23,43).

    Questo vuole e vuol dirci Dio, a tutti noi, ogni volta che ci lasciamo guardare da Lui.

    E allora capiamo di non avere un dio ignoto che sta lassù nei cieli, potente e distante, no: un Dio vicino, la vicinanza è lo stile di Dio: la vicinanza, con tenerezza e misericordia.

    Questo è lo stile di Dio, non ha un altro stile.

    Vicino, misericordioso e tenero.

    Tenero e compassionevole, le cui braccia aperte consolano e accarezzano.

    Ecco il nostro Re!

    Fratelli, sorelle, dopo averlo guardato, che cosa possiamo fare? Il Vangelo oggi ci pone davanti a due strade.

    Di fronte a Gesù c’è chi fa da spettatore e chi si coinvolge.

    Gli spettatori sono molti, la maggioranza.

    Guardano, è uno spettacolo veder morire uno in croce.

    Infatti – dice il testo – «il popolo stava a vedere» (v. 35).

    Non era gente cattiva, tanti erano credenti, ma alla vista del Crocifisso restano spettatori: non fanno un passo in avanti verso Gesù, ma lo guardano da lontano, curiosi e indifferenti, senza interessarsi davvero, senza chiedersi che cosa poter fare.

    Avranno commentato, forse: “Ma guarda questo…” avranno espresso giudizi e pareri: “Ma è innocente, guarda questo così…” qualcuno si sarà lamentato, ma tutti sono rimasti a guardare con le mani in mano, a braccia conserte.

    Ma anche vicino alla croce ci sono degli spettatori: i capi del popolo, che vogliono assistere allo spettacolo cruento della fine ingloriosa di Cristo; i soldati, i quali sperano che l’esecuzione finisca presto, per andarsene a casa; uno dei malfattori, che scarica su Gesù la sua rabbia.

    Deridono, insultano, si sfogano.

    E tutti questi spettatori condividono un ritornello, che il testo riporta tre volte: “Se sei re, salva te stesso!” (cfr vv.

    35.37.39) Lo insultano così, lo sfidano! Salva te stesso, esattamente il contrario di quello che sta facendo Gesù, che non pensa a sé, ma a salvare loro, che lo insultano.

    Però il salva te stesso contagia: dai capi ai soldati alla gente, l’onda del male raggiunge quasi tutti.

    Ma pensiamo che il male è contagioso, ci contagia: come quando noi prendiamo una malattia infettiva, ci contagia subito.

    E quella gente parla di Gesù ma non si sintonizza neanche un momento con Gesù.

    Prende la distanza e parla.

    È il contagio letale dell’indifferenza.

    Una brutta malattia l’indifferenza.

    “Questo non tocca me, non tocca me”.

    Indifferenza verso Gesù e indifferenza anche verso i malati, verso i poveri, verso i miseri della terra.

    A me piace domandare alla gente, e domando ad ognuno di voi; so che ognuno di voi dà l’elemosina ai poveri, e io vi domando: “Quando tu dai l’elemosina ai poveri, li guardi negli occhi? Sei capace di guardare agli occhi di quel povero o quella povera che ti chiede l’elemosina? Quando tu dai l’elemosina ai poveri, tu butti la moneta o gli tocchi la mano? Sei capace di toccare una miseria umana?”.

    Ognuno poi si dia la risposta oggi.

    Quella gente era nell’indifferenza.

    Quella gente parla di Gesù ma non sintonizza con Gesù.

    E questo è il contagio letale dell’indifferenza: che crea delle distanze con le miserie.

    L’onda del male si propaga sempre così: comincia dal prendere le distanze, dal guardare senza far nulla, dal non curarsi, poi si pensa solo a ciò che interessa e ci abitua a girarsi dall’altra parte.

    È questo è un rischio anche per la nostra fede, che appassisce se resta una teoria non diventa pratica, se non c’è coinvolgimento, se non ci si spende in prima persona, se non ci si mette in gioco.

    Allora si diventa cristiani all’acqua di rose – come io ho sentito dire a casa mia - che dicono di credere in Dio e di volere la pace, ma non pregano e non si prendono cura del prossimo e anche, a loro non interessa Dio, né la pace.

    Questi cristiani soltanto di parola, superficiali!

    Questa era l’onda cattiva, che era lì al Calvario.

    Ma c’è anche l’onda benefica del bene.

    Tra tanti spettatori, uno si coinvolge, cioè il “buon ladrone”.

    Gli altri ridono del Signore, Lui gli parla e lo chiama per nome: “Gesù”; tanti gli gettano addosso la loro rabbia, lui confessa a Cristo i suoi sbagli; molti dicono “salva te stesso”, Lui prega: «Gesù, ricordati di me» (v.

    42).

    Chiede soltanto questo al Signore.

    Bella preghiera questa.

    Se ognuno di noi la recita tutti i giorni è una bella strada: la strada della santità: “Gesù ricordati di me.” Così un malfattore diventa il primo santo: si fa vicino a Gesù per un istante e il Signore lo tiene con sé per sempre.

    Ora, il Vangelo parla del buon ladrone per noi, per invitarci a vincere il male smettendo di rimanere spettatori.

    Per favore, questo è peggio di fare il male, l’indifferenza.

    Da dove cominciare? Dalla confidenza, dal chiamare Dio per nome, proprio come ha fatto il buon ladrone, che alla fine della vita ritrova la fiducia coraggiosa dei bambini, che si fidano, chiedono, insistono.

    E nella confidenza ammette i suoi sbagli, piange ma non su sé stesso, bensì davanti al Signore.

    E noi, abbiamo questa fiducia, portiamo a Gesù quello che abbiamo dentro o ci mascheriamo davanti a Dio, magari con un po’ di sacralità e di incenso? Per favore, non fare la spiritualità del trucco: quella è noiosa.

    Davanti a Dio: acqua e sapone, soltanto, senza trucco, ma l’anima così com’è.

    E da lì viene la salvezza.

    Chi pratica la confidenza, come questo buon ladrone, impara l’intercessione, impara a portare a Dio quello che vede, le sofferenze del mondo, le persone che incontra; a dirgli, come il buon ladrone: “Ricordati, Signore!”.

    Non siamo al mondo solo per salvare noi stessi, no: ma per portare i fratelli e le sorelle nell’abbraccio del Re.

    Intercedere, ricordare al Signore, apre le porte del paradiso.

    Ma noi, quando preghiamo, intercediamo? “Ricordati Signore, ricordati di me, della mia famiglia, ricordati di questo problema, ricordati, ricordati….” Attirare l’attenzione del Signore.

    Fratelli, sorelle, oggi il nostro Re dalla croce ci guarda a brasa aduerte.

    Sta a noi scegliere se essere spettatori o coinvolti.

    Sono spettatore o voglio essere coinvolto? Vediamo le crisi di oggi, il calo della fede, la mancanza di partecipazione...

    Che cosa facciamo? Ci limitiamo a fare teorie, ci limitiamo a criticare, o ci rimbocchiamo le maniche, prendiamo in mano la vita, passiamo dal “se” delle scuse al “sì” della preghiera e del servizio? Tutti pensiamo di sapere che cosa non va nella società, tutti; parliamo tutti i giorni di che cosa non va nel mondo e anche nella Chiesa: tante cose non vanno nella Chiesa.

    Ma poi facciamo qualcosa? Ci sporchiamo le mani come il nostro Dio inchiodato al legno o stiamo con le mani in tasca a guardare? Oggi, mentre Gesù, spogliato sulla croce, toglie ogni velo su Dio e distrugge ogni falsa immagine della sua regalità, guardiamo a Lui, per trovare il coraggio di guardare a noi stessi, di percorrere le vie della confidenza e dell’intercessione, di farci servi per regnare con Lui.

    “Ricordati Signore, ricordati”: Facciamo questa preghiera più spesso.

    Grazie.

    A Sua Santità Mar Awa III Catholicos-Patriarca della Chiesa assira dell’Oriente (19 Nov 2022)
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    Santità,

    La ringrazio per le cortesi parole e per la fraterna visita, la prima che compie in Vaticano in veste di Catholicos-Patriarca della venerabile e cara Chiesa assira dell’Oriente.

    Roma, tuttavia, non è per Vostra Santità estranea: in questo luogo ha vissuto e studiato e vorrei dirLe, parafrasando l’Apostolo Paolo, che qui non è uno straniero né un ospite, ma un concittadino (cfr Ef 2,19), anzi, un fratello amato, sul comune fondamento degli apostoli e dei profeti e soprattutto della pietra angolare che è Cristo Gesù, nostro Signore e nostro Dio (cfr v.

    20).

    A Lui rendo grazie per i legami intessuti negli ultimi decenni tra le nostre Chiese.

    A partire dalle numerose visite a Roma di Sua Santità Mar Dinkha IV, di benedetta memoria: dalla prima nel 1984 a quella di dieci anni più tardi, quando firmò con Papa Giovanni Paolo II la storica Dichiarazione comune cristologica, che pose fine a 1500 anni di controversie dottrinali riguardanti il Concilio di Efeso.

    Conservo poi nel cuore un grato ricordo degli incontri avuti con il Vostro venerato predecessore, Sua Santità Mar Gewargis III.

    In occasione della sua ultima visita a Roma nel 2018 firmammo insieme una Dichiarazione sulla situazione dei cristiani in Medio Oriente.

    Ricordo anche il nostro caloroso abbraccio a Erbil, durante il mio viaggio in Iraq, al termine della Celebrazione eucaristica: quel giorno tanti credenti, che avevano sperimentato immani sofferenze per il solo fatto di essere cristiani, ci circondavano con il loro calore e la loro gioia; il popolo santo di Dio sembrava incoraggiarci sulla strada di una maggiore unità!

    Nel fare memoria del nostro cammino, vorrei salutare i membri della Commissione mista per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa assira dell’Oriente e ricordare con gratitudine il lavoro finora svolto: sin dalla sua creazione nel 1994, la vostra Commissione ha prodotto risultati pregevoli.

    Penso allo studio sull’Anafora degli Apostoli Addai e Mari, che ha permesso nel 2001 la reciproca ammissione all’Eucaristia, in specifiche circostanze, dei fedeli della Chiesa assira dell’Oriente e della Chiesa caldea; come pure alla pubblicazione nel 2017 di una Dichiarazione comune sulla vita sacramentale.

    Gli incontri e il dialogo, con l’aiuto di Dio, hanno prodotto buoni frutti, hanno favorito la collaborazione pastorale per il bene dei nostri fedeli, un ecumenismo pastorale che è la via naturale della piena unità.

    E venendo al presente, mi pare molto bello il tema del nuovo documento che state portando a termine: le immagini della Chiesa nella tradizione patristica siriaca e latina.

    Avete attinto all’ecclesiologia dei Padri, formulata in un linguaggio tipologico e simbolico ispirato alle Scritture.

    Più che presentazioni concettuali e sistematiche, i Padri hanno parlato della Chiesa evocando numerose immagini, come la luna, la tunica inconsutile, il banchetto, la stanza nuziale, la nave, il giardino, la vite… Questo linguaggio semplice, universale e accessibile a tutti, è più simile a quello di Gesù e dunque più vivo e attuale: parla ai nostri contemporanei più di tanti concetti.

    È importante che nel cammino ecumenico ci avviciniamo sempre di più, non solo tornando alle radici comuni, ma anche annunciando insieme al mondo d’oggi, con la testimonianza di vita e con parole di vita, il mistero d’amore di Cristo e della sua sposa, la Chiesa.

    Santità, la vostra Chiesa ha in comune con la Chiesa cattolica caldea una luminosa storia di fede e di missione, la vita esemplare di grandi santi, un ricco patrimonio teologico e liturgico e, soprattutto negli ultimi anni, immani sofferenze e la testimonianza di numerosi martiri.

    Purtroppo il Medio Oriente è ancora ferito da tanta violenza, instabilità e insicurezza, e tanti nostri fratelli e sorelle nella fede hanno dovuto lasciare le loro terre.

    Molti lottano per rimanervi e io rinnovo con Vostra Santità l’appello affinché godano dei loro diritti, in particolare della libertà religiosa e della piena cittadinanza.

    In questo contesto il clero e i fedeli delle nostre Chiese cercano di offrire una testimonianza comune del Vangelo di Cristo in condizioni difficili e vivono già in molti luoghi una comunione quasi completa.

    Questo è vero e questa situazione è un segno dei tempi, un richiamo forte per noi a pregare e a operare intensamente per preparare il giorno tanto atteso in cui potremo celebrare insieme l’Eucaristia, il Santo Qurbana, sullo stesso altare, quale compimento dell’unità delle nostre Chiese, unità che non è né assorbimento né fusione, ma comunione fraterna nella verità e nell’amore.

    Caro Fratello, Santità, so che fra qualche giorno terrà una relazione sulla sinodalità nella tradizione siriaca, nell’ambito del simposio “In ascolto dell’Oriente” organizzato dall’Angelicum, sull’esperienza sinodale delle varie Chiese ortodosse e ortodosse orientali.

    Il cammino della sinodalità, che la Chiesa cattolica sta percorrendo, è e dev’essere ecumenico, così come il cammino ecumenico è sinodale.

    Mi auguro che potremo sempre più fraternamente e concretamente proseguire il nostro “syn-odos”, il nostro “cammino comune”, incontrandoci, prendendoci a cuore, condividendo le speranze e le fatiche e soprattutto, come in questa mattina, la preghiera e la lode del Signore.

    Ringrazio in proposito Vostra Santità per aver dato voce al desiderio di trovare una data comune perché i cristiani celebrino insieme la Pasqua.

    E su questo io vorrei dire – ribadire – quello che San Paolo VI disse a suo tempo: noi siamo pronti ad accettare qualsiasi proposta che venga fatta insieme.

    Il 2025 è un anno importante: si celebrerà l’anniversario del primo Concilio Ecumenico (Nicea), ma è importante anche perché celebreremo la Pasqua nella stessa data.

    Allora, abbiamo il coraggio di porre fine a questa divisione, che alle volte fa ridere: “Il tuo Cristo quando risuscita?” Il segnale da dare è: un solo Cristo per tutti noi.

    Siamo coraggiosi e cerchiamo insieme: io sono disposto, ma non io, la Chiesa cattolica è disposta a seguire quello che disse San Paolo VI.

    Mettetevi d’accordo e noi andremo lì dove dite.

    Oso pure esprimere un sogno: che la separazione con l’amata Chiesa assira dell’Oriente, la prima duratura nella storia della Chiesa, possa essere anche, a Dio piacendo, la prima a venire risolta.

    Affidiamo questo nostro cammino all’intercessione dei martiri e dei santi che, già uniti in Cielo, incoraggiano il nostro percorso in terra.

    In questo senso ho desiderato offrirLe, caro Fratello, una reliquia dell’Apostolo San Tommaso, per il cui dono ringrazio l’Arcivescovo Emidio Cipollone e l’Arcidiocesi di Lanciano-Ortona.

    So che essa sarà collocata nella nuova Cattedrale Patriarcale della Chiesa assira dell’Oriente, a Erbil.

    San Tommaso, che ha toccato con mano le piaghe del Signore, affretti il completo rimarginamento delle nostre ferite passate, perché presto possiamo riconoscere attorno a un solo altare eucaristico il Crocifisso Risorto e dirgli insieme: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28).

    Vorrei dire ancora una parola.

    Avrei voluto condividere con voi il pranzo, per concludere bene, comment il faut, ma devo partire alle 10.30.

    Per favore, scusatemi! Non vorrei che si dica che questo Papa è un po’ tirchio e non ci invita a pranzo! A me piacerebbe tanto condividere la tavola, ma non mancherà un’altra opportunità.

    Grazie, Santità, e grazie a tutti voi!

    Udienza Generale del 16 Nov 2022 - Catechesi sul Discernimento. 8. Perché siamo desolati?
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    Catechesi sul Discernimento.

    8. Perché siamo desolati?

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno, benvenuti!

    Riprendiamo oggi le catechesi sul tema del discernimento.

    Abbiamo visto come sia importante leggere ciò che si muove dentro di noi, per non prendere decisioni affrettate, sull’onda dell’emozione del momento, salvo poi pentircene quando ormai è troppo tardi.

    Cioè leggere cosa succede e poi prendere le decisioni.

    In questo senso, anche lo stato spirituale che chiamiamo desolazione, quando nel cuore è tutto buio, è triste, questo stato della desolazione può essere occasione di crescita.

    Infatti, se non c’è un po’ di insoddisfazione, un po' di tristezza salutare, una sana capacità di abitare nella solitudine e di stare con noi stessi senza fuggire, rischiamo di rimanere sempre alla superficie delle cose e non prendere mai contatto con il centro della nostra esistenza.

    La desolazione provoca uno “scuotimento dell’anima”: quando uno è triste è come se l’anima si scuotesse; mantiene desti, favorisce la vigilanza e l’umiltà e ci protegge dal vento del capriccio.

    Sono condizioni indispensabili per il progresso nella vita, e quindi anche nella vita spirituale.

    Una serenità perfetta ma “asettica”, senza sentimenti, quando diventa il criterio di scelte e comportamenti, ci rende disumani.

    Noi non possiamo non fare caso ai sentimenti: siamo umani e il sentimento è una parte della nostra umanità; senza capire i sentimenti saremmo disumani, senza vivere i sentimenti saremmo anche indifferenti alla sofferenza degli altri e incapaci di accogliere la nostra.

    Senza considerare che tale “perfetta serenità” non la si raggiunge per questa via dell’indifferenza.

    Questa distanza asettica: “Io non mi mischio nelle cose, io prendo le distanze”: questo non è vita, questo è come se vivessimo in un laboratorio, chiusi, per non avere dei microbi, delle malattie.

    Per molti santi e sante, l’inquietudine è stata una spinta decisiva per dare una svolta alla propria vita.

    Questa serenità artificiale, non va, mentre è buona la sana inquietudine, il cuore inquieto, il cuore che cerca di cercare strada.

    È il caso, ad esempio, di Agostino di Ippona o di Edith Stein o di Giuseppe Benedetto Cottolengo o di Charles de Foucauld.

    Le scelte importanti hanno un prezzo che la vita presenta, un prezzo che è alla portata di tutti: ossia, le scelte importanti non vengono dalla lotteria, no; hanno un prezzo e tu devi pagare quel prezzo.

    È un prezzo che tu devi fare con il tuo cuore, è un prezzo della decisione, un prezzo di portare avanti un po' di sforzo.

    Non è gratis, ma è un prezzo alla portata di tutti.

    Noi tutti dobbiamo pagare questa decisione per uscire dallo stato di indifferenza, che ci butta giù, sempre.

    La desolazione è anche un invito alla gratuità, a non agire sempre e solo in vista di una gratificazione emotiva.

    Essere desolati ci offre la possibilità di crescere, di iniziare una relazione più matura, più bella, con il Signore e con le persone care, una relazione che non si riduca a un mero scambio di dare e avere.

    Pensiamo alla nostra infanzia, per esempio, pensiamo: da bambini, capita spesso di cercare i genitori per ottenere da loro qualcosa, un giocattolo, i soldi per comprare un gelato, un permesso… E così li cerchiamo non per sé stessi, ma per un interesse.

    Eppure, il dono più grande sono loro, i genitori, e questo lo capiamo man mano che cresciamo.

    Anche molte nostre preghiere sono un po’ di questo tipo, sono richieste di favori rivolte al Signore, senza un vero interesse nei suoi confronti.

    Andiamo a chiedere, chiedere, chiedere al Signore.

    Il Vangelo nota che Gesù era spesso circondato da tanta gente che lo cercava per ottenere qualcosa, guarigioni, aiuti materiali, ma non semplicemente per stare con Lui.

    Era pressato dalle folle, eppure era solo.

    Alcuni santi, e anche alcuni artisti, hanno meditato su questa condizione di Gesù.

    Potrebbe sembrare strano, irreale, chiedere al Signore: “Come stai?”.

    E invece è una maniera molto bella di entrare in una relazione vera, sincera, con la sua umanità, con la sua sofferenza, anche con la sua singolare solitudine.

    Con Lui, con il Signore, che ha voluto condividere fino in fondo la sua vita con noi.

    Ci fa tanto bene imparare a stare con Lui, a stare con il Signore senza altro scopo, esattamente come ci succede con le persone a cui vogliamo bene: desideriamo conoscerle sempre più, perché è bello stare con loro.

    Cari fratelli e sorelle, la vita spirituale non è una tecnica a nostra disposizione, non è un programma di “benessere” interiore che sta a noi programmare.

    No.

    La vita spirituale è la relazione con il Vivente, con Dio, il Vivente, irriducibile alle nostre categorie.

    E la desolazione allora è la risposta più chiara all’obiezione che l’esperienza di Dio sia una forma di suggestione, una semplice proiezione dei nostri desideri.

    La desolazione è non sentire niente, tutto buio: ma tu cerchi Dio nella desolazione.

    In tal caso, se pensiamo che è una proiezione dei nostri desideri, saremmo sempre noi a programmarla, saremmo sempre felici e contenti, come un disco che ripete la medesima musica.

    Invece, chi prega si rende conto che gli esiti sono imprevedibili: esperienze e passi della Bibbia che ci hanno spesso entusiasmato, oggi, stranamente, non suscitano alcun trasporto.

    E, altrettanto inaspettatamente, esperienze, incontri e letture a cui non si era mai fatto caso o che si preferirebbe evitare – come l’esperienza della croce – portano una pace immensa.

    Non avere paura della desolazione, portarla avanti con perseveranza, non fuggire.

    E nella desolazione cercare di trovare il cuore di Cristo, trovare il Signore.

    E la risposta arriva, sempre.

    Di fronte alle difficoltà, quindi, mai scoraggiarsi, per favore, ma affrontare la prova con decisione, con l’aiuto della grazia di Dio che non ci viene mai a mancare.

    E se sentiamo dentro di noi una voce insistente che vuole distoglierci dalla preghiera, impariamo a smascherarla come la voce del tentatore; e non lasciamoci impressionare: semplicemente, facciamo proprio il contrario di quello che ci dice! Grazie.

    ______________________________________________

    Saluti

    Je salue cordialement les pèlerins de langue française, particulièrement les écoles Fénelon et Blomet de Paris, la paroisse Sacré-Cœur de Jésus de Turgeau en Haïti et la paroisse de Herrlisheim.

    Frères et sœurs, devant les difficultés et les problèmes de la vie, nous nous sentons parfois impuissants, découragés et troublés.

    Demandons la grâce de Dieu pour affronter l’épreuve avec décision et avec foi dans un abandon total à la Providence divine.

    Que Dieu vous bénisse !

    [Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese, in particolare le scuole Fénelon e Blomet di Parigi, la parrocchia Sacro Cuore di Gesù di Turgeau in Haiti e la parrocchia di Herrlisheim.

    Fratelli e sorelle, di fronte alle difficoltà e ai problemi della vita, a volte ci sentiamo impotenti, scoraggiati e turbati.

    Chiediamo la grazia di Dio per affrontare la prova con decisione e con fede in un abbandono totale alla Provvidenza divina.

    Dio vi benedica!]

    I greet the English-speaking pilgrims taking part in today’s Audience, especially those from England, Denmark, the Netherlands, Indonesia, Canada and the United States of America.

    Upon all of you I invoke the joy and peace of Christ our Lord.

    God bless you!

    [Do il benvenuto a tutti i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente a quelli provenienti da Inghilterra, Danimarca, Paesi Bassi, Indonesia, Canada e Stati Uniti d’America.

    Su tutti voi invoco la gioia e la pace di Cristo nostro Signore.

    Dio vi benedica!]

    Liebe Brüder und Schwestern deutscher Sprache, am letzten Sonntag des Kirchenjahres begehen wir das Hochfest Christkönig.

    Vertrauen wir uns dem Herrn der Geschichte in allen Nöten unserer Zeit an – in der Gewissheit, dass er auf dem Thron des Kreuzes das Böse und den Tod besiegt hat.

    [Cari fratelli e sorelle di lingua tedesca, domenica prossima, ultima dell’Anno liturgico, celebreremo la Solennità di Cristo Re.

    Affidiamoci al Signore della storia in tutte le tribolazioni del nostro tempo, nella certezza che sul trono della Croce egli ha sconfitto il male e la morte.]

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española.

    Pidamos a Jesús crucificado, despojado de todo, que clama a su Padre: “Dios mío, Dios mío porqué me has abandonado”, que nos ayude seguirlo también en la desolación, dándonos una fe sólida, una esperanza inquebrantable y una caridad capaz abandonarse incondicionalmente a su voluntad.

    Muchas gracias.

    Saúdo os vários grupos de peregrinos de língua portuguesa, em particular o Instituto Missionário Servos de Jesus Salvador, os fiéis de Curitiba e de Umuarama, os rapresentantes da Rádio Renascença de Portugal.

    Nunca deixeis que eventuais nuvens sobre o vosso caminho vos impeçam de irradiar a glória e a esperança depositadas em vós, louvando sempre ao Senhor em vossos corações, dando graças por tudo a Deus Pai.

    Deus vos abençoe!

    [Saluto i diversi gruppi di pellegrini di lingua portoghese, in particolare l’Istituto Missionario “Servos de Jesus Salvador”, i fedeli di Curitiba e di Umuarama, i rappresentanti di “Rádio Renascença” del Portogallo.

    Non lasciate mai che eventuali nuvole sul vostro cammino vi impediscano d’irradiare la gloria e la speranza depositate in voi, lodando sempre il Signore nei vostri cuori, ringraziando di tutto Dio Padre.

    Dio vi benedica!]

    أُحَيِّي المؤمِنينَ الناطِقينَ باللّغَةِ العربِيَّة.

    أمامَ الصُّعوباتِ يجبُ ألَّا نُصابَ أبدًا بالإحباط، بل يجبُ أنْ نُواجِهَ المِحنَةَ بعزمٍ، بِمُساعَدَةِ نِعمَةِ اللهِ الّتي لا تَخذِلُنا أبدًا.

    باركَكُم الرّبُّ جَميعًا وحَماكُم دائِمًا مِن كُلِّ شَرّ!

    [Saluto i fedeli di lingua araba.

    Di fronte alle difficoltà, mai scoraggiarsi, ma affrontare la prova con decisione, con l’aiuto della grazia di Dio che non ci viene mai a mancare.

    Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

    Witam polskich pielgrzymów.

    Pozdrawiam członków Fundacji SOAR oraz artystów z Polski, z Ukrainy, z Izraela i z innych krajów, uczestników Festiwalu Psalmów Dawidowych, którzy przybyli do Rzymu, aby zaprezentować koncert „Psalmy pokoju i miłosierdzia”.

    Życzę, aby to wydarzenie artystyczne i duchowe sprzyjało intencjom i projektom braterstwa i zgody.

    Wszystkim błogosławię.

    [Do il benvenuto ai pellegrini polacchi.

    Saluto i membri della Fondazione SOAR e gli artisti della Polonia, dell’Ucraina, di Israele e di altri paesi, partecipanti al Festival dei Salmi di Davide, venuti a Roma per presentare il concerto “Salmi di pace e di misericordia”.

    Auguro che quest’evento artistico e spirituale favorisca propositi e progetti di fratellanza e di concordia.

    A tutti la mia benedizione.]

    _____________________________________________________

    APPELLO

    Ho appreso con dolore e con preoccupazione la notizia di un nuovo e ancora più forte attacco missilistico sull’Ucraina che ha causato morti e danni a molte infrastrutture civili.

    Preghiamo affinché il Signore converta i cuori di chi ancora punta sulla guerra e faccia prevalere per la martoriata Ucraina il desiderio di pace, per evitare ogni escalation e aprire la strada al cessate-il-fuoco e al dialogo.

    * * *

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

    In particolare, saluto le Piccole Apostole della Redenzione riunite nel capitolo generale, le Religiose dell’Unione Superiore Maggiori d’Italia, la comunità del Seminario Leoniano di Anagni, - si fanno sentire questi seminaristi - con alcuni Vescovi del Lazio: tutti esorto ad andare avanti con coraggio, consolidando i propositi di fedeltà al Signore e alla Chiesa.

    Accolgo con gioia i Vigili del Fuoco dell’Abruzzo: grazie tante per il vostro importante lavoro.

    Quando io prego per i vigili del fuoco, chiedo una grazia per loro: che non abbiano lavoro.

    Saluto poi i fedeli di Bisceglie e quelli di Moiano ed auspico che il vostro pellegrinaggio sia ricco di frutti spirituali a beneficio delle rispettive Comunità ecclesiali.

    Elevo la mia preghiera per le vittime innocenti dell’attacco terroristico avvenuto nei giorni scorsi a Istanbul.

    La nostra incessante preghiera è anche per la martoriata Ucraina: il Signore dia agli ucraini consolazione, fortezza in questa prova e dia speranza di pace.

    Possiamo pregare per l’Ucraina, dicendo: “Affrettati Signore”.

    Il mio pensiero va infine, come di consueto, ai giovani, ai malati, agli anziani e agli sposi novelli.

    Sull’esempio di santa Margherita di Scozia e di santa Gertrude, delle quali oggi celebriamo la memoria, cercate sempre in Gesù la luce e il sostegno per ogni vostra scelta nella vita quotidiana.

    A tutti la mia benedizione!

    Lettera del Santo Padre all’Em.mo Card. Omella Omella in occasione del V centenario della conversione di Sant’Ignazio di Loyola (12 Set 2022)
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    All’Eminentissimo Cardinale
    Juan José Omella Omella
    Arcivescovo di Barcellona
    e Presidente della Conferenza Episcopale Spagnola

    Caro fratello,

    Il 14 novembre si celebrerà a Barcellona un evento singolare, i 500 anni dall’arrivo di un povero soldato a un luogo recondito della geografia della Spagna, mentre era in cammino verso la Terra Santa.

    Il nostro protagonista, dopo aver servito il re e le sue convinzioni fino a versare il proprio sangue, era ferito nel corpo e nello spirito, si era spogliato di tutto e nutriva il proposito di seguire Cristo in povertà e umiltà.

    A lui in quel momento poco importava alloggiare in ostelli per i poveri o doversi rifugiare in una grotta per pregare, e ancor meno che questo comportasse l’essere “considerato stolto e pazzo” (e.e.

    167).

    Eppure — paradossi del destino — cinque secoli dopo le autorità civili e religiose di quella regione, insieme al preposito generale dell’istituto religioso da lui fondato, la Compagnia di Gesù, si riuniscono in forma istituzionale per celebrare quell’evento.

    Anche io desidero unirmi a questo atto, per il quale ho voluto che mi rappresentassi, pregandoti di far giungere il mio saluto a tutte le autorità presenti, sia civili sia ecclesiastiche e, attraverso di esse, al Popolo fedele di Dio, che ricorda sant’Ignazio di Loyola con devozione e affetto, e agli uomini di buona volontà che lo rispettano in quanto uomo integro e coerente nelle sue convinzioni.

    E anche ai membri della Compagnia di Gesù che come me lo venerano come fondatore.

    È significativo in questo momento pensare che, per portarlo fino a lì, Dio si sia servito di una guerra e di una peste.

    La guerra, che lo fece uscire da Pamplona e fu il detonante della sua conversione, e la peste che gli impedì di arrivare a Barcellona e lo trattenne nella grotta di Manresa.

    È una grande lezione per noi, perché non ci mancano guerre e pesti per farci convertire.

    Possiamo quindi considerarle come un’opportunità per invertire la rotta seguita fino a ora e investire in ciò che è veramente importante, qualunque sia l’ambito in cui ci muoviamo.

    Perché, per mezzo delle crisi, Dio ci dice che non siamo noi i padroni della Storia, con la maiuscola, e neppure delle nostre storie, e per quanto siamo liberi di rispondere o meno alle chiamate della sua grazia, è sempre il suo disegno di amore a guidare il mondo.

    In quella circostanza, Ignazio si dimostrò docile a questa chiamata, ma la cosa più importante è che non trattenne quella grazia per sé, ma la considerò fin dall’inizio come un dono per gli altri, come un cammino, un metodo che poteva aiutare altre persone a incontrare Dio, ad aprire il proprio cuore e a lasciarsi interpellare da Lui.

    Da allora i suoi esercizi spirituali, come altri cammini di perfezione, quali i dodici gradi di umiltà di san Benedetto, las moradas [il castello interiore] di santa Teresa, o più semplicemente ciò che ci propongono le beatitudini o i doni dello Spirito Santo, si presentano a noi come quella scala di Giacobbe che dalla terra ci porta al cielo, e che Gesù promette a quanti lo cercano sinceramente.

    Che il Signore ti benedica, caro fratello, che benedica il Popolo che peregrina in quelle terre, e che la Vergine Santa vi custodisca.

    E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me,

    Fraternamente,

    Francesco

    Roma, san Giovanni in Laterano, 12 settembre 2022

    __________________________________

    L'Osservatore Romano, Anno CLXII n.

    261, martedì 15 novembre 2022, p.8.

    Ai partecipanti alla terza edizione della Partita per la Pace (14 Nov 2022)
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    Ringrazio tutti voi che venite da posti diversi, e posti lontani, per fare una partita: una partita, sì, ma è una partita per la pace!, questo è importante.

    Pensate che le spese più grandi oggi nel mondo sono nell’industria delle armi.

    Perché si pensa sempre a fare guerre per distruggere.

    Voi avete preso il vostro tempo per venire a fare la gratuità della pace.

    E la pace va avanti così, con gesti come questi: gesti di vicinanza, gesti di amicizia, gesti della mano tesa, sempre, non con la pietra in mano per buttarla.

    Vi ringrazio di questo.

    Sono piccoli gesti ma sono dei semi, sono dei semi di pace, sono capaci di cambiare il mondo, perché sono semi di pace.

    Grazie, grazie per questo che fate, per la partita di oggi, grazie perché dite: “Vogliamo la pace”, in un mondo che sempre cerca delle guerre e delle distruzioni.

    Grazie!

    E grazie per dirci che è più importante, più importante un pallone di straccio, con la gratuità del gioco, che la conquista di un territorio con le guerre, quello non va.

    Grazie per la vostra testimonianza.

    Voglio benedire tutti voi, le vostre famiglie, il vostro cuore: che sia un cuore libero, un cuore che vada avanti nella costruzione dell’amicizia.

    Il mondo ha bisogno dell’amicizia, della gratuità.

    [benedizione]

    E tanti auguri a te per il quarto figlio! Quanti anni hai tu? [il papà risponde: 32].

    Trentadue anni e quattro figli, è una bella produzione! Agli italiani dico: c’è bisogno di bambini in Italia, ci mancano i figli! Grazie.

    Ai membri della Rete di Farmacisti "Apoteca Natura" (14 Nov 2022)
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    Cari amici, buongiorno e benvenuti!

    Ringrazio il Dottor Massimo Mercati per le sue parole e per le pubblicazioni che a suo tempo aveva inviato.

    Grazie.

    La vostra esperienza di ricercare in natura le risposte ai problemi di salute mi ha fatto pensare all’Amazzonia.

    Non alle stregonerie dell’Amazzonia, ma all’Amazzonia! So che voi potete ben comprendere questa associazione di idee.

    Le popolazioni autoctone – in Amazzonia come del resto in altre parti del mondo – sono depositarie di ricchi patrimoni di terapie naturali; ma anche questi purtroppo rischiano di perdersi se si estinguono le culture originarie.

    E le culture originarie hanno questo atteggiamento, sempre, con il creato, con l’ambiente, del ben vivere, che non è la dolce vita o passarsela bene, no, è l’armonia del vivere della persona, della famiglia, del popolo con il creato.

    Vedo nel vostro lavoro un positivo segno dei tempi: un modo creativo di fare impresa e di generare occupazione a partire da un’intuizione integralmente ecologica, un’intuizione che risponde all’esigenza prioritaria oggi di ritrovare una nuova armonia tra noi esseri umani e il creato. 

    E nella rete delle vostre farmacie vedo anche un’altra intuizione felice: il tentativo di sviluppare quella che è già di per sé una caratteristica dei farmacisti, cioè un rapporto personalizzato con la gente del territorio, una certa capacità di ascolto per poter consigliare, orientare… Tuttavia, seppure non si tratti di una vostra invenzione, voi vi proponete di “investire” su questo aspetto, che è molto importante nell’ottica di un’assistenza sanitaria di base.

    Purtroppo, per vari motivi, la figura del medico di famiglia è quasi scomparsa, e il rischio è che, per privilegiare le “eccellenze”, si trascuri la buona qualità dei servizi sanitari territoriali; oppure che questi risultino talmente burocratizzati e informatizzati, che le persone anziane o poco istruite si trovino di fatto escluse o emarginate.

    Ovviamente le farmacie non possono supplire a ciò che compete al servizio sanitario nazionale, ma possono senz’altro venire incontro a un bisogno reale della gente compensando certe carenze.

    Torniamo a quella che mi pare sia l’intuizione originaria della vostra attività.

    Si potrebbe riassumere in due parole: armonia e cura.

    Armonia è un concetto che mi sta molto a cuore.

    Ha anche un alto valore teologico e spirituale; addirittura si può considerare un nome di Dio, perché lo Spirito Santo è Egli stesso Armonia.

    Per questo il creato, proprio in quanto tale, cioè “creato” da Dio che è armonia, riflette il disegno del Creatore e, pur essendo intimamente segnato dal male che lo ha inquinato, aspira sempre al bene e all’armonia.

    San Paolo scrivendo ai Romani tocca questa realtà dicendo che «la creazione è stata sottoposta alla caducità» ed essa stessa «geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi» (Rm 8,20.22).

    Nel multiforme fenomeno del cosmo e, in particolare, della vita in tutte le sue espressioni, possiamo riconoscere un disegno, Paolo parla addirittura di «ardente aspettativa della creazione» (Rm 8,19), quasi che la speranza di Dio – speranza di salvezza e di comunione – si riflettesse nella sua creazione.

    Oggi, in un mondo globalizzato e interconnesso, appare ancora più evidente il confronto tra due culture: la cultura del consumismo e dello scarto – è una cultura: ambedue vanno insieme, cultura del consumismo e dello scarto –, che è una forma di nichilismo, e poi la cultura della cura, dall’altra parte.

    Dobbiamo scegliere: non c’è un’altra possibilità di andare avanti! Oggi non ci è concesso di rimanere neutrali.

    Si impone una scelta, perché il grido della terra e il grido dei poveri chiedono responsabilità.

    Rispondere.

    La cultura del consumismo e dello scarto è molto pervasiva e condiziona molti nostri comportamenti quotidiani, e così anche la cultura della cura si esprime in tante piccole e grandi scelte, che ognuno è chiamato a compiere, a seconda del ruolo che occupa.

    L’Enciclica Laudato si’ ha voluto essere, per tutta la Chiesa, e per tutti gli uomini e le donne di buona volontà, un appello ad assumere con consapevolezza e decisione l’atteggiamento della cura.

    E, per come vi conosco, mi pare di poter dire che il vostro lavoro risponde a questa logica e a questo stile di vita: entrare nella cultura della cura.

    Ciascuno, nel proprio ruolo, può contribuire a diffondere la cultura della cura.

    Ringrazio voi per quello che fate, a partire dal vostro campo di lavoro, cercando anche di dare un apporto concreto per far crescere un’economia diversa, un’economia centrata sulla persona e sul bene comune.

    Benedico di cuore tutti voi e le vostre famiglie.

    E per favore, vi chiedo di pregare per me.

    Grazie!

    Ai Membri della Federazione Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario (Focsiv) (14 Nov 2022)
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    Parole a braccio del Santo Padre

    Discorso del Santo Padre consegnato

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    PAROLE A BRACCIO

    Grazie tante per questa visita, grazie tante a Lei, per le sue parole.

    Questo è il discorso che io devo leggere adesso, ma è meglio che voi lo leggiate a casa, e che in questo momento vi dica qualche cosa che mi venga dal cuore, d’accordo? Io lo do alla Presidente, lei si incarica di farlo conoscere.

    Il volontariato è una delle tre cose che ho trovato in Italia come una caratteristica vostra, non l’ho trovato così altrove.

    Le altre cose sono gli oratori parrocchiali, al nord soprattutto, e poi le associazioni di aiuto economico, bancario, perché la gente prenda lì il mutuo e vada avanti, un aiuto di tipo economico.

    Tre cose tipicamente italiane.

    Prendo la prima: il volontariato.

    È una delle cose più belle.

    Perché ognuno con la propria libertà sceglie di fare questo cammino che è un cammino di uscita verso l’altro, uscita con la mano tesa, un cammino di uscita per preoccuparsi degli altri.

    Si deve fare un’azione.

    Io posso rimanere a casa seduto, tranquillo, guardando la tv o facendo altre cose… No, io mi prendo questa fatica di uscire.

    Il volontariato è la fatica di uscire per aiutare altri, è così.

    Non c’è un volontariato da scrivania e non c’è un volontariato da televisione, no.

    Il volontariato è sempre in uscita, il cuore aperto, la mano tesa, le gambe pronte per andare.

    Uscire per incontrare e uscire per dare.

    Queste due parole voglio riprenderle.

    Uscire per incontrare.

    Noi stiamo vivendo una civiltà dello scontro.

    Le guerre sono un grande scontro e oggi nessuno dubita che stiamo vivendo la terza guerra mondiale: in un secolo, uno scontro dietro l’altro, uno dietro l’altro… E non impariamo mai, a livello mondiale, ma anche a livello personale.

    Quante volte si prendono decisioni in base allo scontro: “Tu chi sei?” – “No, io non so chi sono, ma sono contro questo e contro questo”.

    La propria identità è essere-contro, scontrarsi.

    Invece la strada che voi proponete, che voi vivete, e che è una vera proposta cristiana è l’incontro per risolvere, per risanare lo scontro.

    Noi stiamo vivendo la civiltà dello scontro.

    È più facile dire “io sono contro questo, contro quello, contro quell’altro”, che dire “io sono con”.

    Ci costa più fatica questo.

    E voi uscite per trovare gente, per trovare uomini e donne che hanno bisogno di aiuto, hanno bisogno della mano tesa, per camminare insieme, con, non contro.

    Questo è il vostro volontariato, e lo fate senza stipendio; sì forse vi danno qualcosa per il bus, il biglietto, ma niente di più.

    Senza stipendio, non per guadagnarti la vita, ma per vocazione.

    Ed è un investimento del vostro tempo che rende feconda la vita degli altri.

    Continuate su questa strada del volontariato, è una delle ricchezze della vostra cultura italiana.

    Se ci sono dei problemi – sempre ci saranno dei problemi, dappertutto – i problemi non vanno risolti come fa lo struzzo mettendo la testa sotto terra, i problemi si risolvono camminando, andando, litigando… Sì, litigando, fa bene! A volte fa bene una bella litigata… E capirsi bene ma come fratelli, litigando come fratelli, i buoni fratelli sanno litigare bene.

    Io ricordo una volta – una cosa famigliare – noi siamo in cinque e mio fratello, il secondo, si è arrabbiato con la terza, entrambi già sposati, grandi e si sono detti (cose) di tutti i colori! Io lì che li ascoltavo, pensavo: “Dio mio, questi non se le mandano a dire!”.

    “Tu hai fatto… tu sei una cretina… tu sei questo, quell’altro…”.

    Di tutto.

    Poi si sono fermati.

    E mio fratello ha detto: “Io me ne vado perché ho da fare… Ciao bella!”.

    Un bacio ed è finita.

    I fratelli sanno discutere ma senza arrivare a distruggere l’essenziale che è il legame fraterno.

    Noi dobbiamo fare questo, cercare la verità, ci sono punti di vista diversi, si discute, bene, ma quello non si tocca, quello rimane sempre, la fratellanza.

    E il volontariato è un inno alla fratellanza, è un inno ad andare avanti così.

    Per questo, continuate ad andare avanti così, ad aiutare in questo senso, aiutare dando una mano alla gente.

    Questo volevo dirvi prima di dare la benedizione e di salutarvi.

    Sono contentissimo di questo che voi fate.

    Continuate, e che si uniscano a voi altre persone per fare questo bel lavoro di umanità.

    Grazie!

    ___________________________________________________

    DISCORSO CONSEGNATO

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Vi incontro in occasione del 50° di fondazione della vostra Federazione: voi rappresentate le 90 organizzazioni che la compongono, e che operano in oltre ottanta Paesi del mondo.

    Vi rivolgo il mio cordiale saluto e ringrazio il Presidente per le sue cortesi parole.

    La FOCSIV offre un contributo prezioso alla lotta contro ogni forma di povertà ed emarginazione, alla tutela della dignità umana, all’affermazione dei diritti umani e alla promozione della crescita delle comunità e delle istituzioni locali; e tutto ciò cerca di portarlo avanti in coerenza con il Vangelo e la dottrina sociale della Chiesa.

    Grazie per ciò che fate e per come lo fate! Siete un bel segno della Chiesa-madre che genera speranza in un mondo assuefatto agli scandali della fame e delle guerre.

    La vostra testimonianza è una risposta concreta a quanti non credono più in una pace possibile.

    Con il vostro impegno, infatti,  dimostrate che ogni piccolo tassello quotidiano può costruire il grande mosaico della fratellanza.

    Vogliamo un mondo solidale, in cui ciascuno si senta accolto e non sia costretto a rinunciare ai propri sogni.

    Non si tratta di un semplice auspicio, ma di una volontà ben precisa, che un vostro motto esprime così: “Un mondo da costruire insieme, nel rispetto del creato, nel quale ogni persona possa realizzarsi in piena dignità!”.

    È un messaggio quanto mai attuale in questo momento storico: l’ombra di una terza guerra mondiale incombe sul destino di intere nazioni, con conseguenze terribili per le persone.

    Penso, in modo particolare, agli anziani, alle donne, ai bambini.

    Che futuro stiamo costruendo per le nuove generazioni? È una domanda che dovrebbe accompagnare sempre le decisioni a livello internazionale.

    Oggi, dunque, cogliendo il grido dei tanti senza voce a cui le vostre Organizzazioni sono prossime, vorrei riflettere insieme a voi su tre obiettivi che riguardano tutti.

    Il primo ha a che fare con il vostro essere volontari nel mondo.

    Cosa significa oggi? Mi pare si tratti di un deciso e coraggioso segnale di apertura, di disponibilità verso il prossimo, vicino o lontano che sia.

    Perché lo sguardo oltre i confini diventa predisposizione d’animo all’incontro con il “prossimo”, testimonianza di amore per l’umanità.

    Il volontariato si fonda su un radicato atteggiamento di solidarietà, e tutti sappiamo quante povertà, ingiustizie, violenze siano presenti in ogni continente.

    Ebbene, FOCSIV dimostra che si può essere “fratelli tutti” abbracciando ogni essere umano che il Signore pone sulle strade della nostra vita.

    Oggi siamo «di fronte alla grande occasione di esprimere il nostro essere fratelli, di essere altri buoni samaritani che prendono su di sé il dolore dei fallimenti, invece di fomentare odi e risentimenti» (Enc. Fratelli tutti, 77).

    Così l’insegnamento evangelico diventa quotidianità.

    Ed è un invito senza esclusioni: fratelli tutti nell’umanità e nell’amore.

    Un secondo obiettivo interessa la pace, che vediamo ferita, calpestata in Ucraina e in molti altri luoghi del pianeta.

    Quando manca la pace, quando prevalgono le “ragioni” della forza, le persone soffrono, le famiglie vengono divise, i più fragili restano soli.

    Da mesi vediamo immagini di distruzione, di morte.

    La pace nella giustizia è condizione necessaria per una vita dignitosa, per costruire assieme un futuro migliore.

    Voi, volontari FOCSIV, siete chiamati ad alimentare la pace nei vostri cuori e a condividerla con tutti coloro che incontrate nel vostro servizio.

    È il dono più importante che potete portare con voi dovunque andate, perché «il mondo non ha bisogno di parole vuote, ma di testimoni convinti, di artigiani della pace aperti al dialogo senza esclusioni né manipolazioni» (Messaggio per la LIII Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2020).

    Il terzo obiettivo, infine, è lo sviluppo.

    Ogni persona, ogni popolo necessita di condizioni basilari per una vita dignitosa: assieme alla pace le abitazioni, l’assistenza sanitaria, l’istruzione, il lavoro, il dialogo e il reciproco rispetto tra le culture e le fedi.

    La promozione umana rimane un impegno cui dedicarci con disponibilità, vigore, creatività, strumenti adeguati.

    Solo uno sviluppo integrale – della persona e del contesto in cui vive – permette il dispiegarsi di un buon vivere, personale e sociale, sereno e aperto al futuro.

    Ma pensiamo a quanti giovani sono oggi costretti a lasciare la propria terra alla ricerca di un’esistenza dignitosa; a quanti uomini, donne e bambini affrontano viaggi disumani e violenze di ogni tipo, pur di cercare un domani migliore; a quanti continuano a morire sulle rotte della disperazione, mentre si discute sul loro destino o ci si gira dall’altra parte! Le migrazioni forzate – per fuggire a guerre, fame, persecuzioni o mutamenti climatici – sono uno dei grandi mali di questa epoca, che potremo affrontare alla radice solo assicurando un reale sviluppo in ogni Paese.

    E voi, volontari della FOCSIV, siete impegnati anche su questo versante.

    Cari amici, in questi cinquant’anni siete stati tessitori di pace e artigiani di carità e di sviluppo.

    Vi incoraggio ad andare avanti, sulle strade del mondo, prendendovi cura dei fratelli, così come ha fatto il buon samaritano, consapevoli che «vivere indifferenti davanti al dolore non è una scelta possibile; non possiamo lasciare che qualcuno rimanga ai margini della vita» (Fratelli tutti, 68).

    Non lasciatevi scoraggiare dalle difficoltà o dalle delusioni, ma confidate nel Signore, che è roccia e nello stesso tempo è tenerezza.

    Affido ciascuno di voi e tutti i membri dei vostri organismi alla protezione della Vergine Maria.

    Di cuore vi benedico.

    E vi chiedo per favore di pregare per me.

    Grazie!

    Ai Partecipanti all'Incontro promosso da Medici con L'Africa (CUAMM) (19 Nov 2022)
    Visita il link

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti tutti!

    Sono contento di accogliervi.

    Ringrazio l’arcivescovo di Padova per le sue parole così coraggiose.

    Oggi formate la comunità missionaria di “Medici con l’Africa – CUAMM”.

    Mi piace sottolineare il fatto che la vostra storia comincia quando, 70 anni fa nasce, proprio a Padova, un collegio per ospitare giovani studenti di medicina africani.

    Giovani africani.

    Già da qui si vede lo stile vostro: essere con l’Africa, prima ancora di essere per l’Africa.

    E questo è proprio l’atteggiamento buono, perché c’è nell’immaginario, nell’inconscio collettivo, quell’atteggiamento brutto: l’Africa va sfruttata.

    E contro questo c’è il vostro no: essere con l’Africa.

    Così, essere con l’Africa è essere per l’Africa.

    Da quella esperienza è partito un cammino di condivisione e di servizio che in questi 70 anni ha attraversato quasi tutto il continente africano per portare assistenza medica, sempre in un’ottica di sviluppo e prediligendo la formazione del personale locale.

    C’è un grande capitale intellettuale in Africa: dobbiamo aiutare a svilupparlo.

    Un mese fa, più o meno, ho avuto un incontro con studenti universitari di tutta l’Africa, via Zoom.

    Sono rimasto meravigliato della capacità intellettuale di questi giovani e di queste giovani.

    Per favore, che non si perdano; aiutiamoli a progredire, ad andare avanti perché l’Africa non va sfruttata, va promossa.

    La vostra opera è un modo concreto di mettere in pratica una cosa che chiediamo ogni giorno nel “Padre nostro”.

    Noi domandiamo al Padre celeste: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”.

    E questo “pane” è anche la salute.

    La salute è un bene primario, come il pane, come l’acqua, come la casa, come il lavoro.

    Voi vi impegnate perché non manchi il pane quotidiano a tanti fratelli e sorelle che oggi, nel XXI secolo, non hanno accesso a un’assistenza sanitaria normale, di base.

    È vergognoso: l’umanità non è capace di risolvere questo problema, ma è capace di portare avanti l’industria delle armi che distruggono tutto.

    Si spendono miliardi per le armi, si bruciano altre enormi risorse nell’industria dell’effimero e dell’evasione – l’“industria del trucco”, per esempio… Quando preghiamo “dacci oggi il nostro pane quotidiano”, dovremmo pensare bene a quello che diciamo, perché tanti, troppi uomini e donne, di questo pane, ricevono solo le briciole, o nemmeno quelle, semplicemente perché sono nati in certi luoghi del mondo.

    Penso a tante mamme, che non possono avere un parto sicuro e a volte perdono la vita; o a tanti bambini, che si spengono già nella prima infanzia.

    La vostra presenza qui oggi porta il mio cuore vicino a Paesi che mi sono particolarmente cari, come la Repubblica Centrafricana, dove sono stato nel 2015 per aprire la Porta Santa, a Bangui; e il Sud Sudan dove, a Dio piacendo mi recherò all’inizio del prossimo anno.

    Sono paesi poverissimi e fragili, che il mondo considera importanti solo per le risorse da sfruttare e che invece il Signore considera suoi prediletti, nei quali vi manda ad essere buoni samaritani, testimoni del suo Vangelo.

    Non abbiate timore ad affrontare sfide difficili, a intervenire in luoghi remoti e segnati dalla violenza, dove le popolazioni non hanno la possibilità di curarsi.

    Siate con loro! Dovessero occorrere anni di fatiche, dovessero susseguirsi delusioni e fallimenti per ottenere dei risultati, non scoraggiatevi.

    Perseverate con il servizio ostinato e il dialogo aperto a tutti come strumenti per la pace e il superamento dei conflitti.

    Un altro aspetto bello e importante del vostro essere con l’Africa è la collaborazione con le Chiese locali e con le istituzioni dei Paesi in cui operate, sempre in un’ottica di condivisione e di promozione delle popolazioni africane.

    Contro lo sfruttamento, la promozione.

    Vi incoraggio anche a continuare a lavorare insieme con le congregazioni religiose missionarie, impegnate generosamente nel settore sanitario in Africa.

    Lavorare insieme unendo le forze, mettendo a disposizione la vostra esperienza e competenza, sostenendo l’innovazione sociale ispirata dal Vangelo, esplorando anche nuove forme di finanziamento dei servizi sanitari rivolti ai più poveri.

    La pandemia del Covid, la guerra e la grave crisi internazionale stanno mettendo tutti a dura prova.

    Così anche le condizioni di siccità: ho seguito in Kenya i disastri dovuti alla siccità… E se è difficile per il mondo sviluppato, lo è ancora di più per l’Africa, dove le conseguenze sono drammatiche, perché le popolazioni sono già molto povere e mancano sistemi di protezione sociale.

    L’Africa sta tornando indietro e la povertà si sta aggravando.

    I prezzi delle derrate alimentari stanno salendo ovunque portando fame e malnutrizione; i trasporti sanitari sono bloccati per il costo eccessivo del carburante; i farmaci e il materiale sanitario scarseggiano ovunque.

    È una “guerra” nascosta, che nessuno racconta e sembra non esistere e impatta invece in modo durissimo, specie sui più poveri.

    Il Signore vi aiuti ad attraversare con coraggio questa “notte”, con il cuore rivolto all’aurora, che illuminerà quei piccoli germogli di speranza che già intravediamo e di cui voi stessi siete testimoni.

    Vi ringrazio perché vi fate voce di ciò che sta vivendo l’Africa; perché portate a galla le sofferenze nascoste e silenziose dei poveri che incontrate nel vostro impegno quotidiano.

    E vi esorto a continuare a dare voce all’Africa, a darle spazio perché possa esprimersi: l’Africa ha voce, ma non si sente; voi dovete aprire possibilità perché si senta la voce dell’Africa; continuare a dare voce a quello che non si vede, alle sue fatiche e alle sue speranze, per smuovere la coscienza di un mondo a volte concentrato troppo su sé stesso e poco sull’altro.

    Il Signore ascolta il grido del suo popolo oppresso e ci chiede di essere artigiani di un nuovo futuro, umili e tenaci, con i più poveri.

    Infine, vi invito ad avere un’attenzione speciale per i giovani: a favorire in ogni modo, nelle vostre attività, l’inserimento lavorativo della gioventù locale, così desiderosa di vivere il proprio futuro da protagonista soprattutto nei Paesi di origine.

    Io vi dico che sono rimasto commosso di questo incontro via Zoom che ho avuto, di più di un’ora e mezza, con i giovani africani: la loro intelligenza, le loro inquietudini… Aiutateli ad andare avanti: sono un tesoro, sono intelligentissimi, ma che non sentano che i loro progetti non possono andare avanti a causa delle condizioni geografiche, sociali, economiche, o tante volte culturali che li bloccano.

    Le nuove generazioni possono creare nuovi ponti tra l’Italia e l’Africa.

    E queste accade quando i giovani si incontrano, si confrontano e si aprono al mondo senza paure e senza pregiudizi.

    In questa avventura voi potete coinvolgere le università, in modo tale che i percorsi di formazione, ricerca e innovazione, previsti per i giovani italiani, siano rivolti anche alla gioventù africana.

    È in questo scambio che si costruiscono dirigenti capaci di guidare processi di sviluppo umano integrale.

    Io vorrei concludere con una fotografia, con un’immagine.

    Quando ero in visita a Bangui, ho avuto l’opportunità di trovare – per caso – una suorina che da più di cinquant’anni stava in Africa, nella Repubblica Democratica del Congo.

    Era venuta a Bangui in canoa per fare la spesa.

    Era un’ostetrica, aveva alle spalle più di duemila parti: era la mamma lì! Quella donna per cinquant’anni aveva fatto l’ostetrica.

    Era semplice e portava con sé una ragazzina di quattro-cinque anni, che le diceva: “mamma”.

    E io, per scherzare, che cosa ho detto? “Questa è una novizia della tua Congregazione?”.

    E lei: “No, no: è mia figlia”.

    Io la guardai, non capivo.

    E mi ha detto: “Senti, nel parto è morta la mamma, il papà se n’è andato, ha abbandonato tutti.

    Era sola e io l’ho adottata legalmente”.

    Coraggiosa la suora, eh? Si faceva carico di lei.

    E ancora vive lì, nella Repubblica Democratica del Congo, e ancora con la canoa ogni sabato va a fare la spesa a Bangui e ritorna; e ancora continua a fare l’ostetrica.

    Una vita nascosta per dare la vita.

    Voglio lasciarvi soltanto questa fotografia.

    Pensiamo a tanti e a tante che, come questa suora, hanno speso la vita in Africa per aiutare gli africani a crescere.

    Andate avanti, siate coraggiosi con questi pionieri che abbiamo davanti a noi!

    Vi ringrazio tanto per questo incontro e per quello che fate.

    La Madonna vi accompagni sempre nel vostro cammino e nel vostro lavoro.

    Anch’io vi sono vicino con la preghiera.

    Di cuore benedico voi qui presenti, l’intera famiglia del CUAMM e tutte le persone di cui vi prendete cura.

    E per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

    Grazie.

    Angelus, 13 Nov 2022
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    Cari fratelli e sorelle, buongiorno, buona domenica!

    Il Vangelo odierno ci porta a Gerusalemme, nel luogo più sacro: il tempio.

    Lì, attorno a Gesù, alcune persone parlano della magnificenza di quel grandioso edificio, «ornato di belle pietre» (Lc 21,5).

    Ma il Signore afferma: «Di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta» (v.

    6).

    Poi rincara la dose, spiegando come nella storia quasi tutto crolla: ci saranno, dice, rivoluzioni e guerre, terremoti carestie, pestilenze e persecuzioni (cfr vv.

    9-17).

    Come a dire: non bisogna riporre troppa fiducia nelle realtà terrene: passano.

    Sono parole sagge, che però possono darci un po’ di amarezza: già tante cose vanno male, perché anche il Signore fa discorsi così negativi? In realtà il suo intento non è essere negativo, è un altro, è quello di donarci un insegnamento prezioso, cioè la via di uscita da tutta questa precarietà.

    E qual è la via d’uscita? Come possiamo uscire da questa realtà che passa e passa e non ci sarà più?

    Essa sta in una parola che forse ci sorprende.

    Cristo la svela nell’ultima frase del Vangelo, quando dice: «Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita» (v.

    19).

    La perseveranza.

    Che cos’è? La parola indica l’essere “molto severi”; ma severi in che senso? Con sé stessi, ritenendosi non all’altezza? No.

    Con gli altri, diventando rigidi e inflessibili? Nemmeno.

    Gesù chiede di essere “severi”, ligi, persistenti in ciò che a Lui sta a cuore, in ciò che conta.

    Perché, quel che davvero conta, molte volte non coincide con ciò che attira il nostro interesse: spesso, come quella gente al tempio, diamo priorità alle opere delle nostre mani, ai nostri successi, alle nostre tradizioni religiose e civili, ai nostri simboli sacri e sociali.

    Questo va bene, ma gli diamo troppa priorità.

    Sono cose importanti, ma passano.

    Invece Gesù dice di concentrarsi su ciò che resta, per evitare di dedicare la vita a costruire qualcosa che poi sarà distrutto, come quel tempio, e dimenticarsi di edificare ciò che non crolla, di edificare sulla sua parola, sull’amore, sul bene.

    Essere perseveranti, essere severi e decisi nell’edificare su ciò che non passa.

    Ecco allora che cos’è la perseveranza: è costruire ogni giorno il bene.

    Perseverare è rimanere costanti nel bene, soprattutto quando la realtà attorno spinge a fare altro.

    Facciamo qualche esempio: so che pregare è importante, ma anch’io, come tutti, ho sempre molto da fare, e allora rimando: “No, adesso sono indaffarato, non posso, la faccio dopo”.

    Oppure, vedo tanti furbi che approfittano delle situazioni, che “dribblano” le regole, e smetto pure io di osservarle, di perseverare nella giustizia e nella legalità: “Ma se questi furbi lo fanno, lo faccio anch’io”.

    Stai attendo a questo! Ancora: faccio un servizio nella Chiesa, per la comunità, per i poveri, ma vedo che tanta gente nel tempo libero pensa solo a divertirsi, e allora mi vien voglia di lasciar stare e fare come loro.

    Perché non vedo dei risultati o mi annoio o non mi rende felice.

    Perseverare, invece, è restare nel bene.

    Chiediamoci: come va la mia perseveranza? Sono costante oppure vivo la fede, la giustizia e la carità a seconda dei momenti: se mi va prego, se mi conviene sono corretto, disponibile e servizievole, mentre, se sono insoddisfatto, se nessuno mi ringrazia, smetto? Insomma, la mia preghiera e il mio servizio dipendono dalle circostanze o da un cuore saldo nel Signore? Se perseveriamo – ci ricorda Gesù – non abbiamo nulla da temere, anche nelle vicende tristi e brutte della vita, nemmeno del male che vediamo attorno a noi, perché rimaniamo fondati nel bene.

    Dostoevskij scrisse: «Non abbiate paura dei peccati degli uomini, amate l’uomo anche col suo peccato, perché questo riflesso dell’amore divino è il culmine dell’amore sulla terra» (I fratelli Karamazov, II,6,3g).

    La perseveranza è il riflesso nel mondo dell’amore di Dio, perché l’amore di Dio è fedele, è perseverante, non cambia mai.

    La Madonna, serva del Signore perseverante nella preghiera (cfr At 1,12), rafforzi la nostra costanza.

    __________________________

    Dopo l'Angelus

    Cari fratelli e sorelle!

    Domani ricorre il primo anniversario dell’avvio della Piattaforma d’Azione Laudato si’, che promuove la conversione ecologica e stili di vita coerenti con essa.

    Ringrazio quanti hanno aderito a questa iniziativa: si tratta di circa seimila partecipanti, tra cui singole persone, famiglie, associazioni, imprese, istituzioni religiose, culturali e sanitarie.

    È un ottimo inizio per un percorso di sette anni, volto a rispondere al grido della terra e al grido dei poveri.

    Incoraggio questa missione cruciale per il futuro dell’umanità, affinché possa favorire in tutti un concreto impegno per la cura del creato.

    In questa prospettiva, desidero ricordare il Vertice COP27 sul clima, che si sta svolgendo in Egitto.

    Auspico che si facciano passi in avanti, con coraggio e determinazione, nel solco tracciato dall’Accordo di Parigi.

    Rimaniamo sempre vicini ai nostri fratelli e sorelle della martoriata Ucraina.

    Vicini con la preghiera e con la solidarietà concreta.

    La pace è possibile! Non rassegniamoci alla guerra.

    E saluto tutti voi, pellegrini dell’Italia e di vari Paesi, famiglie, parrocchie, associazioni e singoli fedeli.

    In particolare, saluto il gruppo carismatico “El Shaddai” dagli Stati Uniti d’America, i musicisti uruguayani del “bandoneón” – vedo la bandiera lì, bravi! –, la Missione greco-cattolica romena di Parigi, i rappresentanti della pastorale scolastica di Limoges e Tulle con i rispettivi Vescovi, i membri della comunità eritrea di Milano, ai quali assicuro la mia preghiera per il loro Paese.

    Sono lieto di accogliere i ministranti di Ovada, la cooperativa “La Nuova Famiglia” di Monza, la Protezione civile di Lecco, i fedeli di Perugia, Pisa, Sassari, Catania e Bisceglie, e i ragazzi e le ragazze dell’Immacolata.

    Auguro a tutti una buona domenica.

    Per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

    Buon pranzo e arrivederci!

     

     

    Santa Messa in occasione della Giornata Mondiale dei Poveri (13 Nov 2022)
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    Mentre alcuni parlano della bellezza esteriore del tempio e ammirano le sue pietre, Gesù risveglia l’attenzione circa gli eventi travagliati e drammatici che segnano la storia umana.

    Infatti, mentre il tempio costruito dalle mani dell’uomo passerà, come passano tutte le cose di questo mondo, è importante saper discernere il tempo che viviamo, per rimanere discepoli del Vangelo anche in mezzo agli sconvolgimenti della storia.

    E, per indicarci il modo di discernere, il Signore ci offre due esortazioni: non lasciatevi ingannare e rendete testimonianza.

    La prima cosa che Gesù dice ai suoi ascoltatori, preoccupati di “quando” e di “come” avverranno i fatti spaventosi di cui parla, è: «Badate di non lasciarvi ingannare.

    Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”.

    Non andate dietro a loro!» (Lc 21,8).

    E aggiunge: «Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate» (v.

    9).

    E questo nel momento attuale ci viene bene.

    Da quale inganno, dunque, vuole liberarci Gesù? Dalla tentazione di leggere i fatti più drammatici in modo superstizioso o catastrofico, come se fossimo ormai vicini alla fine del mondo e non valesse la pena di impegnarci più in nulla di buono.

    Se pensiamo in questo modo, ci lasciamo guidare dalla paura, e magari poi cerchiamo risposte con morbosa curiosità nelle fandonie di maghi o oroscopi, che non mancano mai – e oggi tanti cristiani vanno a visitare i maghi, cercano l’oroscopo come se fosse la voce di Dio –; o, ancora, ci affidiamo a fantasiose teorie propinate da qualche “messia” dell’ultim’ora, in genere sempre disfattisti e complottisti – anche la psicologia del complotto è cattiva, ci fa male –.

    Qui non c’è lo Spirito del Signore: né nell’andare a cercare i “guru” né in questo spirito di complotto; lì non c’è il Signore.

    Gesù ci avverte: “Non lasciatevi ingannare”, non lasciatevi abbagliare da curiosità credulone, non affrontate gli eventi mossi dalla paura, ma imparate piuttosto a leggere gli avvenimenti con gli occhi della fede, certi che stando vicini a Dio «nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto» (v.

    18).

    Se la storia umana è costellata di eventi drammatici, situazioni di dolore, guerre, rivoluzioni e calamità, è altrettanto vero – dice Gesù – che tutto questo non è la fine (cfr v.

    9); non è un buon motivo per lasciarsi paralizzare dalla paura o cedere al disfattismo di chi pensa che ormai sia tutto perduto e sia inutile impegnarsi nella vita.

    Il discepolo del Signore non si lascia atrofizzare dalla rassegnazione, non cede allo scoraggiamento nemmeno nelle situazioni più difficili, perché il suo Dio è il Dio della risurrezione e della speranza, che sempre risolleva: con Lui sempre si può rialzare lo sguardo, ricominciare e ripartire.

    Il cristiano, allora, davanti alla prova – qualsiasi prova, culturale, storica o personale – si interroga: “Che cosa ci sta dicendo il Signore attraverso questo momento di crisi?”.

    Anch’io faccio questa domanda oggi: che cosa ci sta dicendo il Signore, davanti a questa terza guerra mondiale? Che cosa ci sta dicendo il Signore? E, mentre accadono fatti di male che generano povertà e sofferenza, il cristiano si chiede: “Che cosa, concretamente, io posso fare di bene?”.

    Non fuggire, farsi la domanda: cosa mi dice il Signore e cosa posso fare io di bene?

    Non a caso, la seconda esortazione di Gesù, dopo “non lasciatevi ingannare”, è in positivo.

    Egli dice: «Avrete allora occasione di dare testimonianza» (v.

    13).

    Occasione di dare testimonianza.

    Vorrei sottolineare questa bella parola: occasione.

    Significa avere l’opportunità di fare qualcosa di buono a partire dalle circostanze della vita, anche quando non sono ideali.

    È una bella arte tipicamente cristiana: non restare vittime di quanto accade – il cristiano non è vittima e la psicologia del vittimismo è cattiva, ci fa male –, ma cogliere l’opportunità che si nasconde in tutto ciò che ci capita, il bene che è possibile, quel poco di bene che sia possibile fare, e costruire anche a partire da situazioni negative.

    Ogni crisi è una possibilità e offre occasioni di crescita.

    Perché ogni crisi è aperta alla presenza di Dio, alla presenza dell’umanità.

    Ma cosa ci fa il cattivo spirito? Vuole che noi trasformiamo la crisi in conflitto, e il conflitto è sempre chiuso, senza orizzonte e senza via di uscita.

    No.

    Viviamo la crisi come persone umane, come cristiani, non trasformandola in conflitto, perché ogni crisi è una possibilità e offre occasione di crescita.

    Ce ne accorgiamo se rileggiamo la nostra vicenda personale: nella vita, spesso, i passi in avanti più importanti si fanno proprio all’interno di alcune crisi, di situazioni di prova, di perdita di controllo, di insicurezza.

    E, allora, comprendiamo l’invito che Gesù fa oggi direttamente a me, a te, a ciascuno di noi: mentre vedi attorno a te fatti sconvolgenti, mentre si sollevano guerre e conflitti, mentre accadono terremoti, carestie e pestilenze, tu che cosa fai, io che cosa faccio? Ti distrai per non pensarci? Ti diverti per non farti coinvolgere? Prendi la strada della mondanità, di non prendere in mano, non prendere a cuore queste situazioni drammatiche? Ti giri dall’altra parte per non vedere? Ti adegui, remissivo e rassegnato, a quello che capita? Oppure queste situazioni diventano occasioni per testimoniare il Vangelo? Oggi ognuno di noi deve interrogarsi, davanti a tante calamità, davanti a questa terza guerra mondiale così crudele, davanti alla fame di tanti bambini, di tanta gente: io posso sprecare, sprecare i soldi, sprecare la mia vita, sprecare il senso della mia vita, senza prendere coraggio e andare avanti?

    Fratelli e sorelle, in questa Giornata Mondiale dei Poveri la Parola di Gesù è un monito forte a rompere quella sordità interiore che tutti noi abbiamo e che ci impedisce di ascoltare il grido di dolore soffocato dei più deboli.

    Anche oggi viviamo in società ferite e assistiamo, proprio come ci ha detto il Vangelo, a scenari di violenza – basta pensare alle crudeltà che sta soffrendo il popolo ucraino –, di ingiustizia e di persecuzione; in più, dobbiamo affrontare la crisi generata dai cambiamenti climatici e dalla pandemia, che ha lasciato dietro di sé una scia di malesseri non soltanto fisici, ma anche psicologici, economici e sociali.

    Anche oggi, fratelli e sorelle, vediamo sollevarsi popolo contro popolo e assistiamo angosciati al veemente allargamento dei conflitti, alla sciagura della guerra, che provoca la morte di tanti innocenti e moltiplica il veleno dell’odio.

    Anche oggi, molto più di ieri, tanti fratelli e sorelle, provati e sconfortati, migrano in cerca di speranza, e tante persone vivono nella precarietà per la mancanza di occupazione o per condizioni lavorative ingiuste e indegne.

    E anche oggi, fratelli e sorelle, i poveri sono le vittime più penalizzate di ogni crisi.

    Ma, se il nostro cuore è ovattato e indifferente, non riusciamo a sentire il loro flebile grido di dolore, a piangere con loro e per loro, a vedere quanta solitudine e angoscia si nascondono anche negli angoli dimenticati delle nostre città.

    Bisogna andare agli angoli delle città, questi angoli nascosti, oscuri: lì si vede tanta miseria e tanto dolore e tanta povertà scartata.

    Facciamo nostro l’invito forte e chiaro del Vangelo a non lasciarci ingannare.

    Non diamo ascolto ai profeti di sventura; non facciamoci incantare dalle sirene del populismo, che strumentalizza i bisogni del popolo proponendo soluzioni troppo facili e sbrigative.

    Non seguiamo i falsi “messia” che, in nome del guadagno, proclamano ricette utili solo ad accrescere la ricchezza di pochi, condannando i poveri all’emarginazione.

    Al contrario, rendiamo testimonianza: accendiamo luci di speranza in mezzo alle oscurità; cogliamo, nelle situazioni drammatiche, occasioni per testimoniare il Vangelo della gioia e costruire un mondo fraterno, almeno un po’ più fraterno; impegniamoci con coraggio per la giustizia, la legalità e la pace, stando sempre a fianco dei più deboli.

    Non scappiamo per difenderci dalla storia, ma lottiamo per dare a questa storia che noi stiamo vivendo un volto diverso.

    E dove trovare la forza per tutto questo? Nel Signore.

    Nella fiducia in Dio, che è Padre, che veglia su di noi.

    Se gli apriamo il cuore, accrescerà in noi la capacità di amare.

    Questa è la strada: crescere nell’amore.

    Gesù, infatti, dopo aver parlato di scenari di violenza e di terrore, conclude dicendo: «Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto» (v.

    18).

    Ma cosa significa? Che Lui è con noi, Lui è il nostro custode, Lui cammina con noi.

    Io ho questa fede? Tu hai questa fede che il Signore cammina con te? Questo dobbiamo ripeterci sempre, specialmente nei momenti più dolorosi: Dio è Padre ed è al mio fianco, mi conosce e mi ama, veglia su di me, non prende sonno, ha cura di me e con Lui neanche un capello del mio capo andrà perduto.

    E io come rispondo a questo? Guardando i fratelli e le sorelle che sono nel bisogno, guardando questa cultura dello scarto che scarta i poveri, che scarta le persone con meno possibilità, che scarta i vecchi, che scarta i nascituri… Guardando tutto questo, cosa sento io di dover fare come cristiano in questo momento?

    Amati da Lui, decidiamoci ad amare i figli più scartati.

    Il Signore è lì.

    C’è una vecchia tradizione, anche qui nei paesini dell’Italia, ancora qualcuno la mantiene: alla cena di Natale, lasciare un posto vuoto per il Signore che sicuramente busserà alla porta nella persona di un povero che ha bisogno.

    E il tuo cuore, ha sempre un posto libero per quella gente? Il mio cuore, ha un posto libero per quella gente? O siamo tanto indaffarati con gli amici, gli eventi sociali, gli obblighi? Mai abbiamo un posto libero per quella gente.

    Prendiamoci cura dei poveri, nei quali c’è Cristo, che per noi si è fatto povero (cfr 2 Cor 8,9).

    Lui si identifica con il povero.

    Sentiamoci chiamati in causa perché neanche un capello del loro capo vada perduto.

    Non possiamo restare, come quelli di cui parla il Vangelo, ad ammirare le belle pietre del tempio, senza riconoscere il vero tempio di Dio, l’essere umano, l’uomo e la donna, specialmente il povero, nel cui volto, nella cui storia, nelle cui ferite c’è Gesù.

    L’ha detto Lui.

    Non dimentichiamolo mai.

     

    A Dipendenti e Partecipanti all'Assemblea Plenaria del Dicastero per la Comunicazione (12 Nov 2022)
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    Parole a braccio del Santo Padre

    Discorso del Santo Padre consegnato

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    PAROLE A BRACCIO

    Cari fratelli e care sorelle, buongiorno e benvenuti!

    Ringrazio il Dottor Ruffini per le sue cortesi parole, e saluto tutti voi che partecipate all’assemblea Plenaria del Dicastero per la Comunicazione, che ha per tema “Sinodo e comunicazione: un percorso da sviluppare”.

    E questo è il messaggio, otto pagine… Se io incomincio a leggerle, quando arriverò alla quarta, avrete dimenticato cosa ho detto nella prima! E credo che è meglio che voi questo messaggio lo portiate con voi, il Dottor Ruffini ne farà dare una copia a ognuno.

    E così io posso dirvi qualcosa di più spontaneo e anche “fuori censura”, che è più divertente!

    Quando si parla di comunicazione stiamo parlando di “un’andata e ritorno”, non c’è comunicazione in una sola direzione: va e torna, va e torna.

    E in questo anche si cresce.

    Sono soltanto i pappagalli a comunicare in andata senza ritorno, perché dicono sempre lo stesso, e non importa quello che è l’eco, quello che si dice dall’altra parte.

    Un comunicatore vero deve essere attento al ritorno, a quello che viene, alla reazione che provoca quello che io dico.

    Perché la comunicazione è un collegamento umano.

    Importante non è quello che dico, no, ma quello che dico a ciò che l’altro mi dice, a quello che ascolto.

    Per questo la filosofia “dell’altoparlante” non serve; piuttosto è una filosofia, diciamo, “al telefono”: si ascolta, si risponde.

    Il dialogo: non può esserci comunicazione senza un dialogo e senza movimento, senza muoversi; e questo sempre rischia.

    Perché noi abbiamo questa legge dell’inerzia, dell’inerzia che ti spinge, sempre seduti sulla stessa cosa, dire le cose, dare le notizie e poi zitti.

    No.

    Tu devi ascoltare come è ricevuta quella cosa, e quale reazione provoca.

    E per questo ci sono alcuni di voi che a me toccano tanto, per esempio l’entusiasmo di Monda [Direttore dell’Osservatore Romano].

    Monda non è un giornalista, è un poeta, un creatore, perché lui comunica in poesia, lui con creatività ascolta quello che dice la gente… E poi L’Osservatore – sì, L’Osservatore è un problema, lo sappiamo tutti – e invece di chiudere L’Osservatore, ne fa un altro, quello “di Strada”, e vai! Questo è comunicare, cercare sempre le frontiere, altre, altre… L’inquietudine comunicativa.

    E questo comporta un certo disordine.

    Il comunicatore non riesce ad avere tutto in ordine, sempre c’è qualche disordine, perché siamo così noi umani.

    E tra voi io vedo cose del genere.

    Per esempio – questo da un’altra parte, ma voglio dirlo – ho fatto due filmati con Fabio Marchese Ragona, e ho visto in quelle comunicazioni la capacità di creare cose che hanno avuto un ascolto grande, perché c’era questa ricerca di andare verso l’altro.

    E anzi, quando leggo fra voi, per esempio, un articolo di Gisotti: se tu leggi Gisotti, non fa solo la riflessione, no, lui fa la riflessione e crea delle tensioni interiori.

    Per menzionare soltanto alcuni comunicatori… Questo è comunicare, è rischiare, è creare, è andare oltre.

    Un comunicatore che vuole avere tutto in ordine, ha sbagliato professione, fai l’archivista che lo farai meglio! Il comunicatore deve andare sempre rischiando, sempre sulla strada, sempre nel coinvolgimento con la vita.

    Questo è comunicare.

    E io ringrazio il Prefetto [Dott.

    Paolo Ruffini] – poveretto, ha la maledizione di essere il primo Prefetto laico nella curia! –, lo ringrazio perché lui permette questo, lascia crescere.

    “Devo crescere di più ancora”? Lei lo sa meglio di me, ma Lei lascia crescere, La ringrazio di questo.

    È questo che vedo nel vostro Dicastero.

    Comunicazione in movimento, creativa.

    Poi, comunicazione dei valori.

    Noi non possiamo scendere a una comunicazione priva di valori.

    Noi dobbiamo comunicare con i nostri valori.

    Questo non vuol dire che dobbiamo pregare la novena a un santo tutti i giorni.

    I valori cristiani, i valori che sono dietro, i valori che insegnano ad andare avanti.

    La persona che si gioca per i valori umani.

    Per esempio, vedo qui James Martin.

    “Ah, sì, questo lavora…”.

    Sì, ma questo ha scritto un libro che si chiama “Per imparare a pregare” [Insegnaci a pregare].

    Leggetelo, perché questo ti insegna a pregare.

    Un uomo che ha dei valori, un comunicatore che sa anche come insegnarti la via di comunicazione con Dio.

    Essere comunicatore è questo.

    Andare, camminare, rischiare, con i valori, convinto che sto dando la mia vita con i miei valori, i valori cristiani e i valori umani.

    Sono diffidente dei comunicatori asettici, questi che sono pura tecnica, pura.

    Sì, ma la tecnica da sola non serve, la tecnica ti aiuta se dietro c’è un cuore, c’è una mente, se c’è un uomo, una donna che dà del suo.

    State attenti a non scivolare soltanto sulla tecnica, perché questo ti porta a una comunicazione asettica, priva di valori, e che poi può cadere in mano ai commercialisti o alle ideologie del momento.

    E poi una terza cosa che trovo nel suo Dicastero, Signor Prefetto, e La ringrazio di questo, è l’umanesimo.

    Lei ha dato un clima umano, e questo va conservato.

    Una comunicazione umana, con il calore umano e non puramente tecnica.

    La tecnica è necessaria per lo sviluppo, ma se c’è l’umano.

    Quando tu [si rivolge a Suor Veronica Donatello] vai dai sordomuti e fai così, così [la lingua dei segni], tu conosci tutta la tecnica ma c’è il cuore tuo umano di donna, di madre, di sorella, che sta dietro quella comunicazione.

    Questo è molto importante, comunicare con il cuore e con l’umano, con i valori, e andare avanti.

    Sono le cose che volevo dirvi, le cose che più mi colpiscono di voi.

    Speriamo che Monda non faccia un terzo Osservatore Romano, perché è così entusiasta che non si ferma più! Grazie, grazie di tutto davvero, grazie! Sono contento e andate avanti, rischiate, rischiate, non abbiate paura! Rischiate, per incontrare l’altro nella comunicazione.

    E adesso chiediamo al Signore che ci benedica tutti, che ne abbiamo bisogno della benedizione di Dio, tutti.

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    DISCORSO CONSEGNATO

    Cari fratelli e care sorelle, buongiorno e benvenuti!

    Ringrazio il Dottor Ruffini per le sue cortesi parole, e saluto tutti voi che partecipate all’assemblea Plenaria del Dicastero per la Comunicazione, che ha per tema “Sinodo e comunicazione: un percorso da sviluppare”.

    Il Sinodo non è un semplice esercizio di comunicazione, e nemmeno il tentativo di ripensare la Chiesa con la logica delle maggioranze e delle minoranze che devono trovare un accordo.

    Questo tipo di visione è mondana, e segue il modello di molte esperienze sociali, culturali e politiche.

    Invece l’essenza del percorso sinodale risiede in una verità di fondo che non dobbiamo mai perdere di vista: esso ha lo scopo di ascoltare, capire e mettere in pratica la volontà di Dio.

    Se, come Chiesa, vogliamo conoscere la volontà di Dio per rendere ancora attuale la luce del Vangelo in questo nostro tempo, allora dobbiamo tornare ad avere la consapevolezza che essa non si dà mai al singolo, ma sempre alla Chiesa nella sua interezza.

    È solo nel tessuto vivo delle nostre relazioni ecclesiali che diventiamo capaci di ascoltare e comprendere il Signore che ci parla.

    Senza il “camminare insieme”, possiamo diventare semplicemente un’istituzione religiosa, che però ha perduto la capacità di far risplendere la luce del messaggio del suo Maestro, ha perso la capacità di portare sapore nelle diverse vicende del mondo.

    Gesù ci mette in guardia da una simile deriva.

    Egli ci ripete: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.

    Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa» (Mt 5,13-16).

    Ecco perché la dimensione sinodale è una dimensione costitutiva della Chiesa e la riflessione che ci tiene impegnati in questi anni ha lo scopo di far emergere con forza ciò che in maniera implicita la Chiesa ha sempre creduto.

    La Bibbia è piena di storie di uomini e donne che a volte, erroneamente, immaginiamo come eroi solitari.

    Ad esempio Abramo, il primo a cui Dio rivolge la sua parola, non è un solitario che si mette in viaggio, ma un uomo che prende sul serio la voce di Dio, che lo invita a lasciare la propria terra, e fa questo assieme alla sua famiglia (Gen 12,1-9).

    La storia di Abramo è la storia dei legami di Abramo.

    Anche Mosè, il liberatore di Israele, non avrebbe potuto compiere la sua missione se non grazie all’aiuto del fratello Aronne, della sorella Maria, del suocero Ietro, e di una schiera di altri uomini e donne che lo hanno aiutato ad ascoltare la Parola del Signore e a metterla in pratica per il bene di tutti.

    Egli è un uomo ferito nella propria storia personale, e non ha doti oratorie, anzi, è balbuziente.

    Potremmo quasi dire che è un uomo che  ha difficoltà proprio a comunicare, ma chi gli è accanto supplisce alla sua stessa incapacità (cfr Es 4,10.12-16).

    Maria di Nazareth non avrebbe potuto cantare il suo Magnificat senza la presenza e l’amicizia della cugina Elisabetta (cfr Lc 1,46-55), e non avrebbe potuto difendere il bambino Gesù dall’odio di chi lo voleva uccidere se non ci fosse stato accanto a lei Giuseppe (Mt 2,13-15.19-23).

    Gesù stesso si fa bisognoso di legami, e quando deve affrontare la battaglia decisiva della sua missione a Gerusalemme, la notte dell’arresto porta con sé nell’orto del Getsemani gli amici Pietro, Giacomo e Giovanni (cfr Mt 26, 36-46).  

    Il contributo della comunicazione è proprio quello di rendere possibile questa dimensione comunionale, questa capacità relazionale, questa vocazione ai legami.

    E pertanto comprendiamo come sia compito della comunicazione favorire la vicinanza, dare voce a chi è escluso, attirare l’attenzione su ciò che normalmente scartiamo e ignoriamo.

    La comunicazione è, per così dire, l’artigianato dei legami, dentro i quali la voce di Dio risuona e si fa sentire.

    Tre cose vorrei indicarvi come possibili tracce per un futuro percorso di riflessione in questo ambito.

    Il primo compito della comunicazione dovrebbe essere quello di rendere le persone meno sole.

    Se essa non fa diminuire la sensazione di solitudine a cui tanti uomini e donne si sentono condannati, allora quella comunicazione è solo intrattenimento, non è artigianato di legami come dicevamo prima.

    Per poter attuare una simile missione, bisogna aver chiaro che una persona si sente meno sola quando si accorge che le domande, le speranze, le fatiche che porta dentro trovano espressione al di fuori.

    Solo una Chiesa che è immersa nella realtà conosce davvero ciò che si trova nel cuore dell’uomo contemporaneo.

    Quindi, ogni vera comunicazione è fatta soprattutto di ascolto concreto, è fatta di incontri, di volti, di storie.

    Se non sappiamo stare nella realtà, ci limiteremo solo a indicare dall’alto direzioni a cui nessuno presterà ascolto.

    La comunicazione dovrebbe essere un grande aiuto per la Chiesa, per abitare concretamente nella realtà, favorendo l’ascolto e intercettando le grandi domande degli uomini e delle donne di oggi.

    Collegata a questa prima sfida vorrei aggiungerne un’altra: dare voce a chi non ha voce.

    Molto spesso assistiamo a sistemi di comunicazione che emarginano e censurano ciò che è scomodo e che non vogliamo vedere.

    La Chiesa, grazie allo Spirito Santo, sa bene che è suo compito stare con gli ultimi, e il suo habitat naturale è quello delle periferie esistenziali.

    Ma periferie esistenziali non sono solo coloro che per motivi economici si trovano ai margini della società, ma anche coloro che sono sazi di pane ma vuoti di senso, sono anche quanti vivono situazioni di marginalità a causa di alcune scelte, o di fallimenti familiari, o per vicende personali che hanno segnato in modo indelebile la loro storia.

    Gesù non ha mai avuto paura del lebbroso, del povero, dello straniero, anche se queste persone erano segnate da uno stigma morale.

    Gesù non ha mai ignorato gli irregolari di ogni genere.

    Mi domando se come Chiesa sappiamo dare voce anche noi a questi fratelli e a queste sorelle, se sappiamo ascoltarli, se sappiamo discernere assieme a loro la volontà di Dio, e così rivolgere ad essi una Parola che salva.

    Infine, la terza sfida della comunicazione che vorrei lasciarvi è quella di educarci alla fatica del comunicare.

    Non di rado anche nel Vangelo si registrano fraintendimenti, lentezze nel capire le parole di Gesù, o malintesi che a volte diventano vere e proprie tragedie, così come capita a Giuda Iscariota, il quale confonde la missione del Cristo con un messianismo politico.

    Pertanto dobbiamo accettare nella comunicazione anche questa dimensione di “fatica”.

    Molto spesso coloro che guardano la Chiesa da fuori rimangono perplessi dalle diverse tensioni che vi sono in essa.

    Ma chi conosce il modo di agire dello Spirito Santo sa bene che Egli ama fare comunione tra le diversità, e creare l’armonia dalla confusione.

    La comunione non è mai uniformità, ma capacità di tenere insieme realtà molto diverse.

    Penso che dovremmo essere capaci di comunicare anche questa fatica senza avere la pretesa di risolverla o occultarla.

    Il dissenso non è necessariamente un atteggiamento di rottura, ma può essere uno degli ingredienti della comunione.

    La comunicazione deve rendere possibile anche la diversità di vedute, cercando però sempre di preservare l’unità e la verità, e combattendo calunnie, violenze verbali, personalismi e fondamentalismi che, con la scusa di essere fedeli alla verità, spargono solo divisione e discordia.

    Se cede a queste degenerazioni, la comunicazione, invece di fare tanto bene, finisce per fare molto male.

    Cari fratelli e care sorelle, il lavoro di questo Dicastero non è semplicemente tecnico.

    La vostra vocazione, come abbiamo visto, tocca il modo stesso di essere Chiesa.

    Grazie per quello che fate.

    Vi incoraggio ad andare avanti in maniera decisa e profetica.

    Servire la Chiesa significa essere affidabili e anche coraggiosi nell’osare strade nuove.

    In questo senso siate sempre affidabili e coraggiosi.

    Vi benedico tutti di cuore.

    E per favore non dimenticatevi di pregare per me.

    Ai Partecipanti all'Assemblea Generale dell'Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici (UMEC-WUCT) (12 Nov 2022)
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    Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

    Ringrazio il Presidente per le sue parole di saluto e tutti voi, appartenenti all’Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici (UMEC).

    Saluto e ringrazio il Cardinale Farrell, l’Arcivescovo Mons.

    Dollmann che è l’Assistente ecclesiastico e gli altri Vescovi presenti e il Segretario del Dicastero per la Cultura e l’Educazione.

    Siete riuniti qui in questi giorni a Roma per la vostra Assemblea Generale, che dovrà anche eleggere il nuovo Consiglio internazionale.

    Esprimo la mia gratitudine ai membri del Comitato di Presidenza uscente per il fedele e generoso servizio prestato per molti anni, nella certezza che il lavoro svolto – disinteressatamente e con grande passione – porterà frutti nel futuro: lavoro per dare frutti.

    Avete vissuto tempi non facili nella vostra storia recente, anche con momenti di dubbio e scoraggiamento.

    A volte sembrava quasi che non ci fossero più le condizioni per continuare, che si dovesse finire.

    Ma, grazie a Dio, anche in questi periodi di burrasca, avete perseverato! Avete confidato in Dio e nel sostegno della Chiesa, avete continuato a impegnarvi in uno spirito di fede e di speranza cristiana.

    Siatene certi: i semi gettati nella speranza mettono radici e crescono sempre!

    Anche l’UMEC, come molte altre associazioni cattoliche, si trova di fronte alla sfida del cambio generazionale, che riguarda in particolare i dirigenti.

    Vi invito a considerare questa esigenza con uno sguardo positivo.

    La realtà non è mai statica, è dinamica.

    E questo naturalmente vale anche per le aggregazioni ecclesiali: si evolvono e si sviluppano con il mutare dei tempi, e ogni cambio d’epoca le pone di fronte a una nuova missione.

    Perciò, il rinnovamento al vostro interno e nei ruoli di maggiore responsabilità va visto come l’inizio di una nuova missione, come un’opportunità per rilanciare con vigore le vostre attività di servizio e di sostegno alle nuove generazioni di insegnanti cattolici, sia quelli che lavorano nelle scuole cattoliche, sia quelli che operano in istituzioni interconfessionali o secolari.

    La vostra Unione si propone di incoraggiare e di motivare tutti questi insegnanti, perché siano pienamente consapevoli della loro importante missione di educatori e testimoni della fede, individualmente o all’interno di gruppi di colleghi.

    A tale scopo voi vi proponete di essere una rete di colleghi nella professione e di fratelli e sorelle nella fede che, in spirito e stile di amicizia, di accoglienza, di conoscenza reciproca e di comune crescita spirituale, si mettono al servizio di tutti gli insegnanti cattolici perché conservino la loro identità e portino avanti la loro missione.

    Direi che in questo compito siete “collaboratori del Papa”: infatti, la missione del Successore di Pietro è proprio quella di confermare e sostenere i fratelli nella fede (cfr Lc 22,32).

    E così voi, nel mondo della scuola, fate presente il servizio della Chiesa di sostenere nella fede gli insegnanti cattolici, perché possano svolgere al meglio il loro lavoro e la loro testimonianza, in situazioni spesso complesse sul piano relazionale e sul piano istituzionale.

    La presenza di educatori cristiani nel mondo della scuola è di vitale importanza.

    E decisivo lo stile che egli o ella assume.

    L’educatore cristiano infatti è chiamato ad essere nello stesso tempo pienamente umano e pienamente cristiano.

    Non c’è umanesimo senza cristianesimo.

    E non c’è cristianesimo senza umanesimo.

    Non dev’essere spiritualista, in orbita, “fuori dal mondo”.

    Dev’essere radicato nel presente, nel suo tempo, nella sua cultura.

    È importante che la sua personalità sia ricca, aperta, capace di stabilire relazioni sincere con gli studenti, di capire le loro esigenze più profonde, le loro domande, le loro paure, i loro sogni.

    E che sia anche capace di testimoniare – anzitutto con la vita e anche con le parole – che la fede cristiana abbraccia tutto l’umano, tutto, che porta luce e verità in ogni ambito dell’esistenza, senza escludere niente, senza tagliare le ali ai sogni dei giovani, senza impoverire le loro aspirazioni.

    Nella tradizione della Chiesa, infatti, l’educazione dei giovani ha sempre avuto come obiettivo la formazione completa della persona umana, non solo l’istruzione dei concetti, la formazione in tutte le dimensioni umane (cfr Conc.

    Vat.

    II, Cost.

    past.

    Gaudium et spes, 48).

    In ordine a questa missione educativa, voi dell’UMEC siete chiamati a sostenere insegnanti di ogni età , di ogni condizione lavorativa: sia quelli con una lunga esperienza – ricchi di soddisfazioni ma anche di fatiche –, sia le nuove generazioni, docenti animati da entusiasmo e voglia di fare, ma con le fragilità e le incertezze che spesso segnano i primi anni di insegnamento.

    Tutti questi insegnanti – se li guardiamo con ottica cristiana, di cui a volte loro stessi non sono pienamente consapevoli – sono in condizione di lasciare un segno, nel bene e nel male, nella vita di bambini, adolescenti e giovani, che sono loro affidati per lungo tempo.

    Quale responsabilità! E quale opportunità, per introdurli, con sapienza e rispetto, nei sentieri del mondo e della vita, accompagnando la loro mente ad aprirsi al vero, al bello, al bene.

    Sappiamo, per esperienza personale, come sia importante avere bravi insegnanti e saggi educatori negli anni della formazione!

    Cari amici, nel vostro apostolato voi giustamente tenete conto del fatto che l’arte di educare va coltivata e accresciuta continuamente.

    Non è qualcosa che si è acquisito una volta per tutte.

    E se questo vale per diverse professioni, che richiedono aggiornamento, quella di insegnante ha una particolarità unica: perché non si lavora con oggetti, ma con soggetti! L’educazione ha a che fare con esseri umani, per di più nell’età evolutiva.

    Sono persone che cambiano da un anno all’altro, anzi, a volte da un mese all’altro.

    E poi i giovani di una generazione sono diversi da quelli della generazione successiva.

    Gli educatori, perciò, devono continuamente rinnovarsi nelle motivazioni e nelle modalità di lavoro.

    Non possono essere rigidi.

    La rigidità distrugge l’educazione.

    Nell’approccio ai diversi gruppi di alunni e di studenti, sono chiamati ogni anno a ripartire, a ritrovare la capacità di empatia e di comunicazione.

    Il vostro compito, in tal senso, è quello di aiutarli a tener vivo il desiderio di crescere insieme ai loro studenti, a trovare i modi più efficaci per trasmettere la gioia della conoscenza e il desiderio di verità, adottando linguaggi e forme culturali adatti ai giovani di oggi.

    E su questo mi permetto di sottolineare una cosa.

    Ho detto: “I linguaggi adatti alle forme culturali di oggi”.

    Sì, ma state attenti alle colonizzazioni ideologiche.

    Una cosa è stare con la cultura del momento, parlare la lingua del momento, un’altra cosa è lasciarsi colonizzare ideologicamente.

    Per favore: state attenti a insegnare agli insegnanti a discernere cos’è una novità che fa crescere e cos’è una ideologizzazione, una colonizzazione ideologica.

    Oggi le colonizzazioni ideologiche distruggono la personalità umana e quando entrano nell’educazione fanno delle stragi.

    Vorrei farvi un ultimo invito che mi sta molto a cuore.

    La vostra Unione può contribuire a sensibilizzare gli insegnanti cattolici riguardo al Patto Globale sull’Educazione.

    Come sapete, questa iniziativa, che ha avuto l’adesione di molte istituzioni educative, si propone «di unire gli sforzi in un’ampia alleanza educativa per formare persone mature, capaci di superare frammentazioni e contrapposizioni e ricostruire il tessuto di relazioni per un’umanità più fraterna» (Messaggio per il lancio del Patto Educativo, 12 settembre 2019).

    Confido nel vostro impegno per coinvolgere gli insegnanti aderenti all’UMEC in questo progetto, che vuole mettere al centro la persona nella sua dignità, la sua bellezza, e le famiglie quali soggetti educativi primari.

    Cari fratelli e sorelle, vi incoraggio a guardare avanti con speranza e a dare nuovo impulso all’Unione degli Insegnanti Cattolici.

    C’è un grande lavoro e una missione importante che vi aspettano nel mondo della scuola.

    La Madonna e i Santi e le Sante educatori vi accompagnino e vi ispirino.

    Anch’io sono con voi in questa sfida – non come Santo o Santa, ma come compagno di lotta.

    Di cuore vi benedico, e per favore vi chiedo di pregare per me.

    Grazie!

     

    Ai Partecipanti al Corso per Rettori e Formatori di Seminari dell'America Latina (10 Nov 2022)
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    Parole a braccio del Santo Padre

    Discorso del Santo Padre consegnato

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    Discorso pronunciato a braccio dal Santo Padre, durante l’udienza

    Ringrazio il cardinale per la sua presentazione, ringrazio i membri del Dicastero, il segretario, il sottosegretario, e il resto della banda per essere venuti qui.

    Ora vi leggerò un discorso di 12 pagine, che è un campionato...

    Vediamo dopo la terza pagina chi si ricorda di quello che ho detto.

    Ma per evitare questo rischio, lo darò per iscritto al segretario, affinché lo faccia conoscere, esce oggi su «L’Osservatore Romano».

    È quello che io penso sulla formazione sacerdotale, ma è una cosa pesante, leggetelo con tranquillità.

    Io piuttosto qui dirò tre o quattro cose che ho nel cuore, che voglio dirvi da vicino, per la vostra vita sacerdotale e soprattutto per la vita dei formatori del seminario.

    Perché non è facile, vero? Al mio tempo ci mettevano tutti nella serie, e la formazione era per serie.

    “Oggi tocca questo, questo, questo...”.

    E chi sopportava fino alla fine si ordinava, gli altri cadevano lungo il cammino o abbandonavano.

    A quel tempo uscivano eccellenti sacerdoti così, eccellenti.

    Oggi non funziona più, perché è un’altra epoca, un’altra carne, un’altra materia prima.

    Altri giovani, altre preoccupazioni; allora, bene, dobbiamo formare questi giovani.

    E una delle tentazioni più serie che oggi vive la Chiesa, voi lo sapete meglio di me, è quando ti presentano schemi rigidi di formazione.

    Vero? Tutta rigidità...

    Sono nate congregazioni religiose che sono un disastro, e si è dovuto pian piano chiuderle, congregazioni di una rigidità incredibile...

    E in fondo, dietro questa rigidità, si nasconde vero marciume.

    Allora è importante discernere bene, nel corso della formazione, come accompagnare i ragazzi.

    E la parola discernere  credo sia una parola chiave.

    Se un formatore non ha la capacità di discernere, che dica al suo vescovo: “guarda, mandami a fare un’altra cosa, io per questo non sono tagliato”.

    Perché discernere presuppone silenzio, presuppone preghiera, presuppone pregare, presuppone accompagnare, presuppone capacità di soffrire, presuppone non avere la risposta fatta.

    Risposte fatte oggigiorno non servono ai ragazzi, anzi bisogna accompagnarli, con la dottrina chiara, questo sì, ma accompagnarli nelle diverse situazioni.

    In questo lavoro che svolgete, le cose necessarie ce le ha il segretario lì, lo vedrete tutto scritto, c’è questo che va fatto.

    Perché c’è il problema del numero dei seminaristi, non ci può essere un seminario con quattro persone, no.

    “Non ne abbiamo altri”: allora unitevi.

    Punto.

    E c’è una mania che io ho, che è di parlare della prossimità, perché credo che bisogna andare lì alla fonte di quello che è il nostro Dio.

    Il nostro Dio, lo stile di Dio è la prossimità.

    Questo lo dice Lui, non lo dico io.

    Nel Deuteronomio dice al Popolo di Dio: “Dimmi, quale popolo ha i suoi dei così vicini come tu hai me?”.

    La vicinanza.  E questo deve contagiarci, ossia, il sacerdote, il seminarista, il sacerdote deve essere “vicino”.

    Vicino a chi? Alle ragazze della parrocchia? Alcuni sì, sono vicini, poi si sposano, va bene.

    È il movimento familiare cristiano che opera lì...

    Ma vicino a chi? Vicino come? E ci sono due aggettivi di questa vicinanza di Dio: Dio è vicino con misericordia e con tenerezza.

    E queste tre cose dovete ottenere nei ragazzi.

    Che siano sacerdoti, buone persone, misericordiosi ma con tenerezza.

    Non possiamo avere come sacerdoti dirigenti d’impresa di una parrocchia che dirigono gridando, che massificano tutto, che vivono semplicemente di tre o quattro cose e non sanno dialogare, o che sono incapaci di accarezzare un bambino, baciare un anziano, o che semplicemente non vanno a “perdere tempo” a parlare con i malati, che è perdere tempo, ma che stanno nei piani parrocchiali e tutto il resto.

    No, così non va bene.

    Vicinanza, misericordia e tenerezza.

    A volte soffro quando incontro gente che piange perché è andata a confessarsi e le hanno detto di tutto.

    Se tu vieni a confessarti, perché hai fatto una, due, diecimila cavolate...

    ringrazia il Signore e perdonalo! Ma che l’altro provi ancora vergogna e tu insisti, insisti.

    “Non posso assolverti, perché sei in peccato mortale, devo chiedere il permesso al vescovo...”.

    Questo succede, per favore! Il nostro popolo non può stare nelle mani di delinquenti.

    E un parroco che opera così è un delinquente, nel vero senso della parola.  Volente o nolente.

    Ossia, pastore vicino con misericordia e tenerezza.  Vi è chiaro? Perché credo che questo vada sottolineato.

    E semplicemente mi ripeto, perché questo lo ripeto sempre, ma credo che sia importante che ve le dica: le quattro vicinanze del sacerdote.

    Ci sono quattro vicinanze  che devono essere, la prima la vicinanza con Dio.

    Sappiatelo, un sacerdote che non prega finisce nella spazzatura.

    Forse persevera fino alla vecchiaia ma nella spazzatura, ossia nella mediocrità.

    Non dico nel peccato mortale, no, nella mediocrità, che è peggio del peccato mortale.  Perché il peccato mortale ti fa paura e ti vai subito a confessare.

    La mediocrità è uno stile di vita, né tanto né poco.

    E trai vantaggio da tutto ciò che puoi e così perseveri fino alla fine.

    In questo cade il sacerdote che non prega.

    Per favore pregate, seriamente, e chiedete a chi vi accompagna spiritualmente che vi insegni a pregare.  Confidate nel modo di pregare dell’accompagnante o della accompagnante spirituale che avete.

    Per favore, in questo, non cedete.

    Una delle cose che io chiedevo ai sacerdoti a Buenos Aires, quando visitavo la parrocchia e li vedevo in giro, non a tutti, ma a quelli che vedevo che erano molto accelerati nel lavoro, dicevo: “Come finisci la giornata?” “Esausto!” “E come vai a dormire?” “Prendo due o tre cose e poi me ne vado a letto.

    Lì vedo un po’ di televisione, mi rilasso un po’”.

    “Va bene, e non passi per la cappella prima?”.

    Non si era reso conto che per lo meno devi dare la buonanotte al padrone.

    Ossia, la necessità pastorale ti porta a smettere di pregare.

    Ma non perché devi pregare, devi sentire il bisogno di pregare.

    “Guarda Signore, sto in questo guaio, ho questo problema parrocchiale, quest’altro, con il vescovo di qui, di lì...” Parlare con il Signore e perdere tempo nella preghiera.

    Quanto più occupato è un sacerdote, più deve perdere tempo nella preghiera.

    Ossia vicinanza al Signore, nella preghiera.

    Prima vicinanza.

    Seconda vicinanza: vicinanza al vescovo.

    In questo non negoziate mai.

    E trasmettete bene la dottrina ai ragazzi.

    Non c’è Chiesa senza vescovo.

    “Ma è un disgraziato”.

    Anche tu sei un disgraziato.

    Cioè, tra disgraziati vi capirete.

    Ma è tuo padre.

    E se non hai il coraggio di dire le cose in faccia, non dirle a un altro, te le tieni per te.

    O vai come un uomo dal tuo vescovo o gli chiedi al Signore di trovare una soluzione.

    Ma vicinanza a lui, cercalo.

    E il vescovo deve stare vicino ai sacerdoti, questo è certo.

    Ma cercarlo, stare vicino non per arruffianartelo perché ti dia quella parrocchia che ti piace o quell’altra che ti piace di più.

    No.

    Per sentire il padre, per discernere con il padre.

    E nel dire vicinanza dico rispetto.

    Una delle cose che voi non dovete mai permettervi di fare è fare quello che hanno fatto i due figli di Noè: morire dalle risate di fronte al padre ubriaco.

    Fate come il terzo: andate e copritelo.

    È vero che a volte ci sono vescovi che Dio me ne scampi e liberi!...

    Che puoi farci, figlio...

    C’è di tutto nella vigna del Signore.

    Coprilo, è tuo padre.

    Sii coraggioso, parla con lui, ma non usare la carne ferita e peccatrice di quel vescovo per divertirti con commenti con gli altri o per giustificare le tue cose.

    È tuo padre.  Vicinanza a Dio primo.

    Vicinanza al vescovo secondo.

    E cercarlo, non per arruffianartelo, ma per stargli vicino o almeno rispettarlo.

    Ma con il vescovo non si gioca, perché è Cristo per voi.

    Terzo, vicinanza tra i sacerdoti.

    Guardate, uno dei vizi più brutti che abbiamo noi, razza clericale, è il mormorare: quando passiamo in rassegna, guarda che....

    Parliamo male dei compagni.

    Sono tuoi fratelli! Se non hai i pantaloni per dire le cose in faccia, mandale giù.  Ma non andare a dirle a un altro come una vecchia pettegola! E a volte i pettegolezzi dei sacerdoti, dopo le riunioni del collegio presbiterale,  per esempio, escono fuori e “hai visto quello, hai visto quell’altro...”.

    È tuo fratello, sì è un disgraziato...

    ma pure tu.

    Ma per favore, siate uomini, virilità in questo, non siate vecchie pettegole, per favore.  Lo dico a voi perché lo insegniate ai ragazzi.  Se vedete un seminarista che ha la lingua lunga, mandatelo un po’ fuori che provi il lavoro duro, che capisca quanto è duro il lavoro, e poi vedete se riaccoglierlo o non riaccoglierlo.

    Ma di pettegoli ce ne sono pure troppi nella Chiesa, ce ne sono troppi ovunque.

    Non formiamo più pettegoli, che questo ci rovina la vita.

    E la quarta vicinanza è con il popolo di Dio.

    Mi dispiace davvero quando vedo sacerdoti tanto “tirati a lucido”, che si sono dimenticati del popolo dal quale sono stati presi.

    Quello che dice Paolo a Timoteo, no? “Ricordati di tua madre e di tua nonna”.

    Ossia pensa da dove sei uscito, che ti hanno preso dietro al gregge.

    Non ti dimenticare del tuo popolo.

    E insegna ai ragazzi a provare amore per il loro popolo, da dove sono usciti.

    Non devono tirarsela come fossero extraterrestri perché stanno studiando filosofia, teologia, o quello che è, perché diventeranno sacerdoti, separati.

    Che non si dimentichino dell’odore del popolo di Dio, che è il motivo per cui sono lì.

    Voi come formatori dovete formare i ragazzi in queste quattro vicinanze: vicinanza con Dio nella preghiera, vicinanza con il vescovo, non si negozia il vescovo.

    Terzo, vicinanza nel collegio presbiterale, formateli perché siano buoni fratelli.

    E quarto, vicinanza con il popolo di Dio, che non perdano l’odore all’appartenenza dalla quale vengono.

    Bene, è questo che volevo dirvi invece di leggere queste, quante erano, dodici pagine? Sono molto belle, certo, perché sono passate per varie mani, e sono state ben pensate.

    Vi serviranno.

    Ma questo è quello che ho nel cuore, e formateli così, per favore.  Che non escano fuori sacerdoti rachitici, spiritualmente o umanamente, o tipi che restano nel seminario perché non sanno che cosa fare della loro vita fuori.

    Bene, pregate per me, pregate tra di voi, aiutatevi, non perdete lo spirito di cameratismo tra voi.

    Parlate di cose serie insieme, ridete insieme, andate a mangiare una pizza insieme.

    Tutto ciò che sia fraternità che vi aiuti ad andare avanti.

    Ora vi do la benedizione e poi vi saluto uno per uno.

    ______________________________________

    L'Osservatore Romano, Anno CLXII n.

    258, venerdì 11 novembre 2022, p.

    7.

    _______________________________________________

    Discorso consegnato del Santo Padre

    Stimato signor Cardinale,
    cari fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
    Buongiorno!

    Sono lieto di salutare tutti voi, partecipanti al Corso per Rettori e Formatori dei Seminari Latinoamericani, venuti da quasi tutti i Paesi del Continente e dei Caraibi.

    Estendo il mio saluto ai collaboratori del Dicastero per il Clero, che ha organizzato il corso.

    Tutta la formazione sacerdotale, in particolare quella dei futuri pastori, è al centro dell’evangelizzazione, visto che nei prossimi decenni saranno loro, rispondendo a una genuina vocazione specifica, ad animare e guidare il santo Popolo di Dio, affinché sia “in Cristo sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”.

    Quanto è necessaria una formazione di qualità per coloro che saranno presenza sacramentale del Signore in mezzo al suo gregge, alimentandolo e curandolo con la Parola e con i Sacramenti!

    In tal senso, vorrei sottolineare che la Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, “Il dono della vocazione presbiterale”, conserva il grande apporto dato dall’Esortazione apostolica Pastores dabo vobis, di cui quest’anno ricorre il 30° anniversario della pubblicazione da parte di san Giovanni Paolo ii, dopo l’viii Assemblea generale ordinaria dei Vescovi, che affrontò il tema “La formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali”.

    Questa esortazione offre in modo esplicito una visione antropologica integrale, che tiene conto, in maniera simultanea ed equilibrata, delle quattro dimensioni presenti nella persona del seminarista: umana, intellettuale, spirituale e pastorale.

    D’altro canto, la stessa Ratio fundamentalis riafferma la prospettiva del mio stimato predecessore, Papa Benedetto XVI, il quale con il motu proprio Ministrorum institutio ha messo in evidenza che la formazione dei seminaristi prosegue, in modo naturale, nella formazione permanente dei sacerdoti, costituendo entrambe una sola realtà.

    Vorrei inoltre sottolineare che uno dei grandi apporti dell’attuale Ratio fundamentalis è che descrive il processo formativo dei sacerdoti, dagli anni del seminario, a partire dalle quattro note caratteristiche della formazione, che viene presentata come unica, integrale, comunitaria e missionaria.

    A tale proposito, vorrei fermarmi per enfatizzare che la formazione sacerdotale “ha un carattere eminentemente comunitario sin dalla sua origine; la vocazione al presbiterato, infatti, è un dono che Dio fa alla Chiesa e al mondo, una via per santificarsi e santificare gli altri che non va percorsa in maniera individualistica, ma sempre avendo come riferimento una porzione concreta del Popolo di Dio” (rfis, introduzione, n.

    3).

    In questo contesto, mi permetto di farvi notare che una delle sfide più importanti che oggi devono affrontare le case di formazione sacerdotale è di essere vere comunità cristiane, il che implica non soltanto un progetto formativo coerente, ma anche un numero adeguato di seminaristi e di formatori che assicuri un’esperienza realmente comunitaria in tutte le dimensioni della formazione.

    Questa sfida non di rado esige d’impegnarsi a creare o consolidare seminari interdiocesani, provinciali o regionali.

    Si tratta di un compito che i vescovi devono assumere sinodalmente, in particolare a livello di conferenze episcopali regionali o nazionali, compito a cui voi siete chiamati a collaborare con lealtà e proattività.

    A tal fine, cari sacerdoti formatori, è necessario rinunciare a inerzie e protagonismi e cominciare a sognare insieme, non rimpiangendo il passato, non da soli, ma uniti e aperti a ciò che il Signore oggi desidera come formazione per le prossime generazioni dei presbiteri ispirati dagli attuali orientamenti della Chiesa.

    Sono contento che, durante questi giorni, stiate riflettendo su diversi aspetti della formazione iniziale, soffermandovi sulla dimensione umana e su come questa si integri con le altre dimensioni, ossia spirituale, intellettuale e pastorale.

    Di fatto, in seno alla comunità cristiana, il Signore chiama alcuni dei suoi discepoli a essere sacerdoti, sceglie cioè alcune pecore del suo gregge e le invita a essere pastori dei loro fratelli e sorelle.

    Non dobbiamo dimenticare che noi sacerdoti siamo stati “presi fra gli uomini...

    per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio” (cfr.

    Eb 5, 1).

    Siamo “co-discepoli” degli altri fedeli cristiani e, proprio per questo, condividiamo gli stessi bisogni umani e spirituali, e al contempo siamo soggetti alle stesse fragilità, limiti ed errori.

    Nei seminaristi, come in ognuno di noi, interagiscono e coesistono due aspetti che devono completarsi reciprocamente: i doni della grazia e i tratti della natura ferita; il servizio che voi dovete svolgere è proprio di unire entrambe le realtà in un cammino di fede e di maturazione integrale (cfr.

    rfis, n.

    28).

    È necessario fare attenzione, poiché la vostra missione non è di formare “superuomini”, che pretendano di sapere e di controllare tutto ed essere autosufficienti; al contrario, è di formare uomini che con umiltà seguano il processo scelto dal Figlio di Dio, che è il cammino dell’incarnazione.

    Sì, in virtù dell’Incarnazione del Figlio di Dio, troviamo nel nostro Maestro, Dio e uomo vero, non solo esempi di umanità rinnovata da imitare, ma anche la possibilità di entrare in una comunione vitale con Lui a partire dalla quale la nostra esistenza viene guarita ed elevata a un’umanità nuova.

    Il Signore rende possibile che lo imitiamo e seguiamo le sue orme, poiché ci comunica il dono della sua grazia, che è capace di trasformare tutto ciò che siamo: “anima, corpo e spirito” (cfr.

    1 Ts 5, 23), secondo il suo piano di pienezza per ognuno di noi.

    La dimensione umana della formazione sacerdotale non è quindi una mera scuola di virtù, di crescita della propria personalità o di sviluppo personale, ma implica anche e soprattutto una maturazione integrale della persona potenziata dalla grazia di Dio che, pur tenendo conto dei condizionamenti biologici, psicologici e sociali di ognuno, è capace di trasformarli ed elevarli, specialmente quando la persona e le comunità si sforzano di collaborare con essa in modo trasparente e veritiero.

    In definitiva, le motivazioni vocazionali autentiche, ossia la sequela del Signore e l’instaurazione del Regno di Dio, sono alla base di un processo che è al tempo stesso umano e spirituale.

    In tal senso, uno dei compiti più importanti nel processo formativo di un sacerdote è la graduale lettura credente della propria storia.

    Questa visione provvidenziale del proprio cammino è la materia principale del discernimento personale ed ecclesiale della propria vocazione.

    In effetti, ogni seminarista prima, e ogni sacerdote dopo, con accenti e sfumature diversi, deve aggiornarla in continuazione, soprattutto nelle circostanze più significative del proprio cammino sacerdotale (cfr.

    rfis, nn.

    59 e 69).

    Il confronto con quanti lo accompagnano in questo processo, sia nel foro interno sia nel foro esterno, gli consentirà di vincere qualsiasi tentazione di autoinganno soggettivista e consentirà la valutazione di prospettive molto più ampie e obiettive.

    Dobbiamo essere anche consapevoli dell’impatto formativo che la vita e il ministero dei formatori hanno sui seminaristi.

    I formatori educano con la loro vita, più che con le loro parole.

    Naturalmente una sana maturazione umana coerente con il consolidamento della propria vocazione e missione, che include il normale superamento di difficoltà e di periodi di crisi, consente al sacerdote formatore di rinnovare costantemente la base su cui poggia la sua configurazione a Cristo, Servo e Buon Pastore, e inoltre gli conferisce gli strumenti più efficaci per l’esercizio del suo servizio nel seminario, sia con i candidati riguardo al loro processo di discernimento, sia con gli altri formatori del gruppo formativo e gli altri agenti di formazione.

    Di fatto, l’armonia umana e spirituale dei formatori, in particolare del rettore del seminario, è una delle mediazioni più importanti nell’accompagnamento formativo.

    Uno degli indicatori di maturazione umana e spirituale è lo sviluppo e il consolidamento della capacità di ascolto e dell’arte del dialogo, che sono naturalmente ancorati a una vita di preghiera, dove il sacerdote quotidianamente entra in dialogo con il Signore, persino nei momenti di aridità e di confusione.

    Per il servizio che un presbitero presta ai suoi fratelli e sorelle, in particolare per il lavoro di un formatore, la disposizione ad ascoltare e a empatizzare con gli altri, più che uno strumento di evangelizzazione, è proprio l’ambito in cui questa germina, fiorisce e dà frutti.

    In sintesi, la vita del formatore, la sua costante crescita umana e spirituale come discepolo-missionario di Cristo e come sacerdote, sostenuto e promosso dalla grazia di Dio, è senza dubbio il fattore fondamentale di cui dispone per conferire efficienza al suo servizio ai seminaristi e agli altri sacerdoti nella loro configurazione a Cristo, Servo e Buon Pastore.

    Di fatto, la sua stessa vita testimonia quello che le sue parole e i suoi gesti cercano di trasmettere nel dialogo e nell’interazione con i suoi interlocutori nella formazione.

    Cari sacerdoti, sono consapevole che il servizio che prestate alla Chiesa non è semplice e non di rado sfida la propria umanità, perché il formatore ha un cuore al cento per cento umano e non di rado può provare frustrazione, stanchezza, rabbia e impotenza; da qui l’importanza di ricorrere ogni giorno a Gesù, di inginocchiarsi e alla sua presenza imparare da Lui che è mite e umile di cuore, di modo che poco a poco il nostro cuore apprenda a battere al ritmo del cuore del Maestro.

    Le pagine del Vangelo, soprattutto quelle che ci offrono pennellate della vita di Gesù con i suoi discepoli, ci permettono di vedere come Gesù sapeva rendersi presente o assente, sapeva qual era il momento di correggere o quello di elogiare, il momento di accompagnare o l’occasione per inviare e lasciare che gli apostoli affrontassero la sfida missionaria.

    È in mezzo a questi, che potremmo chiamare, “interventi formativi” di Cristo che Pietro, Andrea, Giacomo, Giovanni e il resto dei chiamati, divennero veri discepoli e configurarono, poco a poco, il loro cuore a quello del Signore.

    Poco fa ho sottolineato il ruolo formativo del rettore del seminario rispetto ai suoi fratelli del gruppo formativo e nella corresponsabilità di tutti nella propria formazione sacerdotale.

    Il rettore deve mostrare una preoccupazione costante per ognuno dei formatori, mantenendo un dialogo aperto e sincero rispetto alla sua vita e al suo servizio, senza trascurare di farsi eco di quegli aspetti più personali dai quali molte volte dipende il superamento dei problemi che possono nascere all’interno del gruppo formativo.

    Tenete presente che i formatori sono per il rettore del seminario i suoi fratelli più prossimi, ai quali deve essere rivolto in modo privilegiato l’esercizio della carità pastorale.

    D’altro canto, la formazione sacerdotale ha come strumento privilegiato l’accompagnamento formativo e spirituale di tutti e ognuno dei formatori del seminario rispetto a tutti e ognuno dei seminaristi, in modo da assicurare che abbiano un vasto e variegato aiuto da parte della comunità dei formatori, senza esclusivismi né particolarismi, potendo essere sostenuti da sacerdoti di diverse età e sensibilità differenti, secondo le competenze specifiche di ognuno di loro, affinché ogni futuro pastore possa discernere e consolidare non solo una genuina vocazione al presbiterato, ma anche il modo personale e irripetibile che il Signore ha tracciato perché lo viva e lo eserciti.

    Contribuiscono con l’accompagnamento formativo altre persone che aiutano i seminaristi nella loro crescita umana e spirituale.

    Vanno ricordati gli agenti responsabili delle esperienze pastorali svolte nel corso della formazione iniziale, in modo particolare i parroci, come pure gli esperti che sono chiamati a collaborare quando è necessario (cfr.

    rfis, nn.

    145-147).

    Cari formatori, vi esprimo nuovamente la gratitudine della Chiesa perché dedicate la vostra vita e il vostro ministero ai futuri pastori, che saranno i vostri fratelli nel presbiterato e che, uniti e sotto la guida del vescovo, getteranno le reti del Vangelo come autentici pescatori di uomini.

    Che Maria Santissima, Madre dei sacerdoti, vi incoraggi e vi custodisca nella vostra missione.

    Buon pomeriggio e vi chiedo, per favore, di non dimenticarvi di pregare per me.

    Grazie.

    _______________________________________

    L'Osservatore Romano, Anno CLXII n.

    257, giovedì 10 novembre 2022, p.

    7.

    Alla Comunità del Pontificio Collegio Nepomuceno (10 Nov 2022)
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    Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

    Ringrazio il Rettore per le sue parole di presentazione; anche per questo programma di Rosario, grazie, perché mi dà forza.

    Vorrei condividere con voi alcune riflessioni a partire dalla testimonianza del vostro Patrono, San Giovanni Nepomuceno.

    Lì c’è una radice forte, una radice sempre viva, capace di alimentare il presente e il futuro della vostra comunità, come ha fatto nel suo passato.

    Sempre colpisce il fatto che egli fu ucciso perché volle rimanere fedele al segreto della Confessione.

    Questo è toccante.

    Disse “no” al re per confermare il suo “sì” a Cristo e alla Chiesa.

    E questo fa pensare a ciò che hanno dovuto subire tanti preti, tanti vescovi nel corso della storia sotto vari regimi autoritari o totalitari.

    Voi ne avete esperienza nella vostra storia.

    Per il vostro Collegio ciò è avvenuto durante i quarant’anni seguiti alla seconda guerra mondiale.

    E oggi rendo omaggio con voi alla memoria di tanti sacerdoti e vescovi, consacrate e consacrati, e anche tanti laici, che, con la grazia di Dio, hanno avuto il coraggio di dire “no” al regime per rimanere fedeli alla loro vocazione e missione.

    Questa moltitudine di martiri nascosti, che noi non conosciamo.

    Dietro alla vostra vita, alla vostra storia ci sono dei martiri.

    Questa radice di coraggio e di fermezza evangelica – che risale al vostro santo Patrono – non deve mai diventare per voi come una lapide da mettere sul muro, come un oggetto da museo, come un’immaginetta, no, deve rimanere una radice viva, perché anche oggi c’è bisogno della sua linfa! Anche oggi, in Europa e in ogni parte del mondo, essere cristiani, e in particolare essere ministri della Chiesa, consacrate e consacrati, richiede di dire dei “no” ai poteri di questo mondo per confermare il “sì” al Vangelo.

    A volte si tratta di poteri politici, a volte invece sono ideologici e culturali e il loro condizionamento è più sottile, passa attraverso i mezzi di comunicazione, che possono esercitare pressione, gettare discredito, ricattare, isolare e così via, o, peggio ancora, portarvi a vivere nella mondanità.

    State attenti alla mondanità spirituale, che è il peggio che può accadere alla Chiesa, il peggio che può accadere a un uomo, a una donna consacrati.

    State attenti al vivere mondanamente, con criteri mondani.

    La testimonianza di San Giovanni Nepomuceno ci ricorda, oggi più che mai, il primato della coscienza su qualunque potere mondano; il primato della persona umana, la sua dignità inalienabile, che ha il suo centro proprio nella coscienza, intesa non in senso meramente psicologico, ma nella sua pienezza, come apertura al trascendente.

    Auspico che il Collegio Pontificio che porta il nome del grande sacerdote e martire boemo sia sempre casa e scuola di libertà, libertà interiore, fondata sulla relazione con Cristo e con lo Spirito Santo.

    Una libertà che si manifesta anche nel senso dell’umorismo, come dimostrava ad esempio il padre Spidlik – che ho conosciuto tanto bene, l’ho conosciuto da vicino –, che per tanti anni ha svolto il suo ministero nel vostro Collegio, con quel senso dell’umorismo che era capace di ridere in ogni situazione, e anche di sé stesso.

    Un grande!

    Un altro spunto di riflessione lo ha offerto il Rettore, ricordando che San Giovanni Nepomuceno è protettore dei ponti, lui, che fu gettato nella Moldava dal Ponte Carlo di Praga e così coronò la sua testimonianza.

    Un modo appropriato di onorare la sua memoria è allora quello di cercare, nella vita concreta, di gettare ponti là dove ci sono divisioni, distanze, incomprensioni.

    Anzi, di essere noi stessi dei ponti, strumenti umili e coraggiosi di incontro, di dialogo tra persone e gruppi diversi e contrapposti.

    Questo è un tratto che appartiene all’identità del ministro di Cristo, come dimostrano le biografie di tanti santi preti e vescovi, che in situazioni di conflitto sono stati operatori di pace e di riconciliazione.

    Ma questo lo fanno anche meglio le donne: fare dei ponti, perché una donna sa meglio di noi maschi come fare dei ponti.

    E voi [rivolto alle donne presenti], insegnate loro come si fanno i ponti!

    Questo – lo sapete bene – non si fa senza preghiera.

    I ponti si costruiscono a partire da lì, dalla preghiera di intercessione: giorno per giorno, bussando con insistenza al cuore di Cristo, si gettano le basi perché due sponde distanti e nemiche possano tornare a comunicare.

    Vorrei ricordare a questo proposito una meditazione del Cardinale Martini, intitolata “Un grido di intercessione”, pronunciata nel gennaio 1991, al tempo della guerra del Golfo.

    Oggi, mentre infuria la guerra in Ucraina, quell’omelia è di grande attualità.

    In particolare, sottolineo un passaggio sulla preghiera di intercessione, là dove dice: «Intercessione vuol dire mettersi là dove il conflitto ha luogo, tra le due parti in conflitto.

    […] È il gesto di Gesù Cristo sulla croce».

    E qui tocchiamo il punto centrale: è Gesù Cristo il ponte ed è Lui il pontefice.

    È Lui la nostra pace, è Lui che ha abbattuto e abbatte i muri dell’inimicizia (cfr Ef 2,14).

    Ed è a Lui che noi dobbiamo sempre orientare e attirare le persone, le famiglie, le comunità.

    È quello che facciamo nel momento centrale di ogni nostra giornata, quando celebriamo la Messa.

    Non possiamo e non dobbiamo essere noi al centro, ma Lui! Fuggiamo la tentazione del protagonismo mondano.

    Per favore, il Signore ci vuole tutti servitori, fratelli e sorelle, non primedonne o primi attori, non protagonisti, e a volte protagonisti di storie tristi e di storie mediocri.

    No.

    Il Signore ci vuole lottatori.

    Fuggiamo la tentazione di questo protagonismo mondano, che spesso  ci  illude  rivestendosi  di  nobili  cause.

    Per ognuno di noi vale sempre il motto di Giovanni il Battista: «Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3,30).

    Cari fratelli e sorelle, oggi il Collegio Nepomuceno ospita, oltre a sacerdoti della Repubblica Ceca, altri provenienti da diversi Paesi, anche africani e asiatici.

    È un segno dei tempi che si riscontra in vari Collegi romani, sempre più formati da comunità miste, non più nazionali ma internazionali.

    E questa realtà, che dipende dalla diminuzione delle presenze europee, può diventare, se ben gestita, una ricchezza umana e formativa.

    In questa diversità potete meglio esercitarvi ad essere “ponti”, servitori della cultura dell’incontro, capaci di cogliere nell’altro l’originalità peculiare e nello stesso tempo la comune umanità.

    Vi ringrazio per questa visita.

    Il Signore benedica sempre la vostra comunità e la Madonna la accompagni.

    Di cuore benedico tutti voi.

    E grazie per questo dono del Rosario; ma, finito questo, continuate a pregare per me! Perché questo lavoro non è facile.

    Grazie!

    Udienza Generale del 9 Nov 2022 - Catechesi: Il Viaggio Apostolico in Bahrein
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    Catechesi: Il Viaggio Apostolico in Bahrein

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Prima di parlare su quello che ho preparato, vorrei attirare l’attenzione su questi due ragazzi che sono venuti qui.

    Loro non hanno chiesto permesso, loro non hanno detto: “Ah, ho paura”: sono venuti direttamente.

    Così noi dobbiamo essere con Dio: direttamente.

    Ci hanno dato esempio di come dobbiamo comportarci con Dio, con il Signore: andare avanti! Lui ci aspetta sempre.

    Mi ha fatto bene vedere la fiducia di questi due bambini: è stato un esempio per tutti noi.

    Così dobbiamo avvicinarci sempre al Signore: con libertà.

    Grazie.

    Tre giorni fa sono rientrato dal viaggio nel Regno del Bahrein, che io non conoscevo, davvero: non sapevo bene come fosse, quel regno.

    Desidero ringraziare tutti coloro che hanno accompagnato questa visita con il sostegno della preghiera, e rinnovare la mia riconoscenza a Sua Maestà il Re, alle altre Autorità, alla Chiesa locale e alla popolazione per la calorosa accoglienza.

    E anche, voglio ringraziare gli organizzatori dei viaggi: per fare questo viaggio c’è un movimento di gente, la Segreteria di Stato lavora tanto per preparare i discorsi, per preparare la logistica, tutto, si muovono in tanti … poi, i traduttori … e poi, il Corpo della Gendarmeria, il Corpo della Guardia svizzera, che sono bravissimi.

    È un lavoro enorme! Tutti, tutti quanti vorrei ringraziarvi pubblicamente per tutto quello che fate perché un viaggio del Papa vada bene.

    Grazie.

    Viene spontaneo chiedersi: perché il Papa ha voluto visitare questo piccolo Paese a grandissima maggioranza islamica? Ci sono tanti Paesi cristiani: perché non va prima da uno o dall’altro? Vorrei rispondere attraverso tre parole: dialogo, incontro e cammino.

    Dialogo: l’occasione del Viaggio, desiderato da tempo, è stata offerta dall’invito del Re a un Forum sul dialogo tra Oriente e Occidente.

    Dialogo che serve a scoprire la ricchezza di chi appartiene ad altre genti, ad altre tradizioni, ad altri credo.

    Il Bahrein, un arcipelago formato da tante isole, ci ha aiutato a capire che non si deve vivere isolandosi, ma avvicinandosi.

    Nel Bahrein, che sono isole, si sono avvicinati, si sfiorano.

    Lo esige la causa della pace, e il dialogo è “l’ossigeno della pace”.

    Non dimenticatevi questo: il dialogo è l’ossigeno della pace.

    Anche nella pace domestica.

    Se è stata fatta una guerra lì, fra marito e moglie, poi con il dialogo si va avanti con la pace.

    In famiglia, dialogare pure: dialogare, perché con il dialogo si custodisce la pace.

    Quasi sessant’anni fa il Concilio Vaticano II, parlando della costruzione dell’edificio della pace, affermava che «tale opera esige che [gli uomini] dilatino la loro mente e il loro cuore al di là dei confini della propria nazione, deponendo ogni egoismo nazionale ed ogni ambizione di supremazia su altre nazioni, e nutrendo invece un profondo rispetto verso tutta l’umanità, avviata ormai faticosamente verso una maggiore unità» (Gaudium et spes, 82).

    In Bahrein ho avvertito questa esigenza e ho auspicato che, in tutto il mondo, i responsabili religiosi e civili sappiano guardare al di fuori dei propri confini, delle proprie comunità, per prendersi cura dell’insieme.

    Solo così si possono affrontare certi temi universali, per esempio la dimenticanza di Dio, la tragedia della fame, la custodia del creato, la pace.

    Insieme, si pensa questo.

    In questo senso il Forum di dialogo, dal titolo “Est e Ovest per la coesistenza umana”, ha esortato a scegliere la via dell’incontro e a rifiutare quella dello scontro.

    Quanto bisogno ne abbiamo! Quanto bisogno abbiamo di incontrarci! Penso alla folle guerra – folle! – di cui è vittima la martoriata Ucraina, e a tanti altri conflitti, che non si risolveranno mai attraverso l’infantile logica delle armi, ma solo con la forza mite del dialogo.

    Ma oltre l’Ucraina, che è martoriata, pensiamo alle guerre che durano da anni, e pensiamo alla Siria – più di 10 anni! – pensiamo ad esempio alla Siria, pensiamo ai bambini dello Yemen, pensiamo al Myanmar: dappertutto! Adesso, più vicina è l’Ucraina, a cosa fanno le guerre? Distruggono, distruggono l’umanità, distruggono tutto.

    I conflitti non vanno risolti attraverso la guerra.

    Ma non ci può essere dialogo senza – seconda parola – incontro.

    In Bahrein ci siamo incontrati, e più volte ho sentito emergere il desiderio che tra cristiani e musulmani gli incontri aumentino, che si stringano rapporti più saldi, che ci si prenda maggiormente a cuore.

    In Bahrein – come si usa in oriente – le persone si portano la mano al cuore quando salutano qualcuno.

     L’ho fatto anch’io, per fare spazio dentro di me a chi incontravo.

    Perché, senza accoglienza, il dialogo resta vuoto, apparente, rimane questione di idee e non di realtà.

    Tra i tanti incontri, ripenso a quello con il caro Fratello, il Grande Imam di Al-Azhar – caro fratello!; e a quello con i giovani della Scuola del Sacro Cuore, studenti che ci hanno dato un grande insegnamento: studiano insieme, cristiani e musulmani.

    Da giovani, da ragazzi, da bambini occorre conoscersi, così che l’incontro fraterno prevenga le divisioni ideologiche.

    E qui voglio ringraziare la Scuola del Sacro Cuore, ringraziare suor Rosalyn che ha portato avanti questa scuola tanto bene, e i ragazzi che hanno partecipato con i discorsi, con le preghiere, il ballo, il canto: li ricordo bene! Grazie tante.

    Ma anche gli anziani hanno offerto una testimonianza di saggezza fraterna: ripenso all’incontro con il Muslim Council of Elders, un’organizzazione internazionale nata pochi anni fa, che promuove buoni rapporti tra le comunità islamiche, all’insegna del rispetto, della moderazione e della pace, opponendosi all’integralismo e alla violenza.

    Così andiamo verso la terza parola: cammino.

    Il viaggio in Bahrein non va visto come un episodio isolato, fa parte di un percorso, inaugurato da San Giovanni Paolo II quando si recò in Marocco.

    Così, la prima visita di un Papa in Bahrein ha rappresentato un nuovo passo nel cammino tra credenti cristiani e musulmani: non per confonderci o annacquare la fede, no: il dialogo non annacqua; ma per costruire alleanze fraterne nel nome del padre Abramo, che fu pellegrino sulla terra sotto lo sguardo misericordioso dell’unico Dio del Cielo, Dio della pace.

    Per questo il motto del viaggio era: “Pace in terra agli uomini di buona volontà”.

    E perché dico che il dialogo non annacqua? Perché per dialogare bisogna avere identità propria, si deve partire dalla propria identità.

    Se tu non hai identità, tu non puoi dialogare, perché non capisci neppure tu cosa sei.

    Perché un dialogo sia buono, si deve sempre partire dalla propria identità, essere consci della propria identità, e così si può dialogare.

    Dialogo, incontro e cammino in Bahrein si sono realizzati anche tra i cristiani: per esempio, il primo incontro, infatti, è stato ecumenico, di preghiera per la pace, con il caro Patriarca e Fratello Bartolomeo e con fratelli e sorelle di varie confessioni e riti.

    Ha avuto luogo nella Cattedrale, dedicata a Nostra Signora d’Arabia, la cui struttura evoca una tenda, quella in cui, secondo la Bibbia, Dio incontrava Mosè nel deserto, lungo il cammino.

    I fratelli e le sorelle nella fede, che ho incontrato in Bahrein, vivono davvero “in cammino”: sono per la maggior parte lavoratori immigrati che, lontani da casa, ritrovano le loro radici nel Popolo di Dio e la loro famiglia nella grande famiglia della Chiesa.

    È meraviglioso vedere questi migranti, filippini, indiani e di altre parti, cristiani che si radunano e si sostengono nella fede.

    E questi vanno avanti con gioia, nella certezza che la speranza di Dio non delude (cfr Rm 5,5). Incontrando i Pastori, i consacrati e le consacrate, gli operatori pastorali e, nella festosa e commovente Messa celebrata allo stadio, tanti fedeli, provenienti anche da altri Paesi del Golfo, ho portato loro l’affetto di tutta la Chiesa.

    Questo è stato il viaggio.

    E oggi vorrei trasmettere a voi la loro gioia genuina, semplice e bella.

    Incontrandoci e pregando insieme, ci siamo sentiti un cuore solo e un’anima sola.

    Pensando al loro cammino, alla loro esperienza quotidiana di dialogo, sentiamoci tutti chiamati a dilatare gli orizzonti: per favore, cuori dilatati, non cuori chiusi, duri.

    Aprite i cuori, perché siamo fratelli tutti e perché questa fratellanza umana vada più avanti.

    Dilatare gli orizzonti, aprire, allargare gli interessi e dedicarci alla conoscenza degli altri.

    Se tu ti dedichi alla conoscenza degli altri, mai sarai minacciato.

    Ma se tu hai paura degli altri, tu stesso sarai per loro una minaccia.

    Il cammino della fraternità e della pace, per procedere, ha bisogno di tutti e di ciascuno.

    Io do la mano, ma se dall’altra parte non c’è un’altra mano, non serve.

    La Madonna ci aiuti in questo cammino! Grazie!

    ___________________________________

    Saluti

    Je salue cordialement les personnes de langue française, en particulier les pèlerins du diocèse d’Auch et les jeunes de l’École des Francs Bourgeois-La Salle.

    Frères et sœurs, à l’exemple du peuple du Bahreïn, sentons-nous tous appelés à élargir nos horizons et nos intérêts, en nous ouvrant à la connaissance des autres.

    Car pour avancer sur le chemin de la fraternité et de la paix, nous avons besoin de tous et de chacun.

    Que Dieu vous bénisse !

    [Saluto cordialmente le persone di lingua francese, in particolare i pellegrini della Diocesi di Auch e i giovani di École des Francs Bourgeois-La Salle.

    Fratelli e sorelle, sull’esempio del popolo del Bahrein, sentiamoci tutti chiamati a allargare i nostri orizzonti e i nostri interessi, aprendoci alla conoscenza degli altri.

    Perché per procedere sul cammino della fraternità e della pace, abbiamo bisogno di tutti e di ciascuno.

    Dio vi benedica!]

    I greet the English-speaking pilgrims taking part in today’s Audience, especially those from Denmark, Finland, Canada and the United States of America.

    Upon all of you I invoke the joy and peace of Christ our Lord.  God bless you!

    [Do il benvenuto a tutti i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente quelli provenienti da Danimarca, Finlandia, Canada e Stati Uniti d’America.

    Su tutti voi invoco la gioia e la pace di Cristo nostro Signore.

    Dio vi benedica!]

    Herzlich grüße ich die Gläubigen deutscher Sprache.

    Im November, in dem wir in besonderer Weise für die Verstorbenen beten, erinnern wir uns daran, dass die christliche Nächstenliebe auch die umfasst, die uns im Glauben vorausgegangen sind.

    Christus, der Herr, lasse sie und jeden von uns teilhaben an der ewigen Gemeinschaft der Heiligen.

    [Saluto di cuore i fedeli di lingua tedesca.

    Il mese di novembre, particolarmente dedicato alla preghiera per i defunti, ci ricorda che la carità cristiana abbraccia anche coloro che ci hanno preceduto nella fede.

    Cristo Signore renda partecipi loro e ciascuno di noi dell’eterna Comunione dei Santi.]

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española —veo que hay un montón de mexicanos, bienvenidos—. Los animo a que sigamos avanzando por el camino de la fraternidad y de la paz, abiertos al diálogo y al encuentro con los demás.

    Que María nos acompañe en esta senda, y nos ayude especialmente a compartir nuestra vida con los pobres, cuya Jornada Mundial celebraremos el próximo domingo.

    Que Jesús los bendiga y la Virgen Santa los cuide.

    Muchas gracias.

    Dirijo uma cordial saudação aos peregrinos de língua portuguesa! Depois de amanhã começa em Recife, no Brasil, o décimo-oitavo Congresso Eucarístico Nacional.

    Faço votos de que este encontro com Jesus Eucarístico reforce nos fiéis o desejo de prosseguir no caminho do diálogo fraterno com todos.

    Que Deus vos abençoe e vos proteja de todo mal!

    [Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua portoghese! Dopo domani incomincia a Recife, in Brasile, il diciottesimo Congresso Eucaristico Nazionale.

    Auguro che quest’incontro con Gesù Eucaristico rafforzi nei fedeli il desiderio di proseguire nel cammino del dialogo fraterno con tutti.

    Dio vi benedica e vi protegga da ogni male!]

    أُحَيِّي المؤمِنينَ الناطِقينَ باللّغَةِ العربِيَّة.

    مسيرةُ الأخوَّةِ والسَّلامِ هي بحاجةٍ إلى الجميعِ وإلى كلِّ واحدٍ لكي تَتَقَدَّم.

    لذلك لِنلْتَزِمْ صادقينَ في كلِّ مكانٍ من أجلِ السَّلام! باركَكُم الرّبُّ جَميعًا وحَماكُم دائِمًا مِن كُلِّ شَرّ!

    [Saluto i fedeli di lingua araba.

    Il cammino della fraternità e della pace, per procedere, ha bisogno di tutti e di ciascuno.

    Per questo impegniamoci ovunque e davvero per la pace! Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

    Serdecznie pozdrawiam pielgrzymów polskich.

    Dziękuję wam za dar modlitwy, którą towarzyszyliście mi w podróży do Królestwa Bahrajnu.

    Pojutrze będziecie obchodzili rocznicę odzyskania przez Polskę niepodległości: niech ta znacząca rocznica wzbudzi we wszystkich wdzięczność wobec Boga i umocni zaangażowanie na rzecz braterstwa, ochrony życia i godności osoby ludzkiej w waszym kraju i na arenie międzynarodowej, zwłaszcza w sąsiedniej Ukrainie.

    Błogosławię was z całego serca.

    [Saluto cordialmente i pellegrini polacchi.

    Vi ringrazio per il dono della preghiera con cui mi avete accompagnato nel mio viaggio nel Regno del Bahrein.

    Dopodomani celebrerete l'anniversario dell'indipendenza della Polonia: questa ricorrenza significativa susciti in tutti gratitudine verso Dio e un rinnovato impegno per la fraternità, la protezione della vita e la dignità della persona umana nel vostro Paese e in campo internazionale, specialmente nella vicina Ucraina.

    Vi benedico di cuore.

    ]

    * * *

    Sabato scorso a Meru (Kenya) è stata beatificata Suor Maria Carola Cecchin, della Congregazione delle Suore di San Giuseppe Benedetto Cottolengo, morta nel 1925, all’età di 48 anni, dopo aver testimoniato il Vangelo della carità alle popolazioni africane.

    Il suo esempio di donna buona e saggia sostenga quanti si adoperano per la diffusione del Regno di Dio.

    Un applauso alla nuova beata!

    Il mio pensiero va ora al popolo cipriota, in lutto nazionale per la scomparsa di Sua Beatitudine Chrisostomos II.

    È stato pastore lungimirante, uomo di dialogo e amante della pace, che ha cercato di promuovere la riconciliazione fra le differenti comunità del Paese.

    Ricordo con affetto grato gli incontri fraterni che abbiamo condiviso a Cipro, durante la mia visita dell’anno scorso.

    Preghiamo per il riposo eterno della sua anima.

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

    In particolare, saluto la comunità vocazionale del Seminario di Pordenone con il Vescovo, le scuole-calcio di Bellante, l’Associazione Marinai di Taranto.

    Rinnovo il mio invito alla preghiera per la martoriata Ucraina: chiediamo al Signore la pace per questa gente così tribolata e che soffre tanta crudeltà, tanta crudeltà da parte dei mercenari che fanno la guerra.

    Il mio pensiero va infine, come di consueto, ai giovani, ai malati, agli anziani e agli sposi novelli.

    Oggi celebriamo la festa della Dedicazione della Basilica di San Giovanni in Laterano.

    Insieme con essa ricordiamo le chiese in cui si raccolgono le vostre comunità per celebrare i divini misteri.

    Il legame con la vostra chiesa accresca in ciascuno la gioia di camminare insieme nel servizio al Vangelo, nell’offerta della preghiera e nella condivisione della carità.

    A tutti la mia benedizione. 

     

    Alla Comunità dell’Istituto di Teologia della Vita Consacrata “Claretianum” (7 Nov 2022)
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    Cari fratelli!
    Caro Cardinale Aquilino Bocos Merino,
    Cari Vescovi e sacerdoti, buongiorno e benvenuti!

    Ringrazio il Padre Preside per le sue cortesi parole, grazie!

    Voi festeggiate il 50° anniversario della fondazione dell’Istituto di Teologia della Vita Religiosa Claretianum.

    In questo mezzo secolo, sono molti e preziosi i servizi che avete reso secondo lo spirito e la missione di Sant’Antonio Maria Claret, che tanto si impegnò per sostenere e promuovere la vita consacrata nelle sue varie forme.

    Le vostre pubblicazioni, i vostri lavori mi hanno aiutato tanto, nella vita, come formatore di giovani seminaristi.

    Avete portato avanti nella Chiesa il desiderio di stare vicino alle comunità di vita consacrata e di aiutarle.

    Il contributo dei Missionari Clarettiani alle famiglie religiose, attraverso l’accompagnamento spirituale, l’illuminazione dottrinale e soprattutto la consulenza giuridica è conosciuto in tutto il mondo.

    Ne sono prova le vostre pubblicazioni e le vostre riviste, alcune delle quali hanno più di cent’anni di vita.

    In quello che oggi è chiamato Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, i Cardinali Arcadio María Larraona e Arturo Tabera, come pure padre Jesús Torres – lo ricordo tanto, era bravo, sempre nascosto… – hanno lasciato il segno, mentre altri missionari sono stati e sono validi collaboratori in questo e in altri Dicasteri.

    A seguito del Concilio Vaticano II, ha avuto un esito molto positivo la fondazione dell’Istituto Claretianum e di quello di Madrid e, seguendo le loro orme, dei Centri Superiori di Manila, Bangalore, Bogotá e Abuja.

    In questi decenni tutti hanno reso, e continuano a rendere, un fruttuoso servizio alla comprensione e allo sviluppo della teologia della vita consacrata.

    Nei loro programmi vengono articolate le origini e le dinamiche carismatiche, cristologiche, storiche e canoniche.

    La loro attenzione ai contributi delle scienze umane ha contribuito ad offrire un volto più umano alla vita consacrata.

    Non esagero ma voi, con il vostro lavoro, avete umanizzato tanto la vita consacrata.

    Ringraziamo Dio per le molteplici espressioni dell’attività dei vostri Istituti, che hanno aiutato tante persone e comunità: le giornate di studio, le settimane e i congressi, l’accompagnamento fornito ai capitoli e ai governi di ogni genere di istituti, società di vita apostolica e nuove forme di vita consacrata.

    Grazie per la vita e il servizio dei sei Istituti, ma anche per le iniziative che avete promosso e continuate a promuovere in tanti altri luoghi: Messico, Polonia, Regno Unito, Indonesia...

    La vostra presenza è molto visibile nelle Chiese locali e nelle conferenze dei Superiori Maggiori del mondo intero.

    E ricordo anche la mia prima esperienza come vescovo nel Sinodo del 1994: quanto avete aiutato in quel Sinodo sulla vita consacrata! Il vostro influsso è stato positivo, sempre aperto, sempre togliendo dei timori che non avevano fondamento.

    Vi ringrazio in modo speciale per la cura riservata alla diffusione del Magistero della Chiesa, tanto dei Papi quanto dei Dicasteri più strettamente legati alla vita consacrata.

    In questo tempo in cui la Chiesa vuole vivere più intensamente la sua vocazione sinodale, mi piace notare che il vostro servizio alla vita consacrata è stato segnato dal desiderio di attuare ciò a cui Sant’Antonio Maria Claret dava tanto valore.

    Infatti, non solo avete mantenuto la comunione con la Sede Apostolica, con i Pastori delle Chiese particolari e con le Federazioni di Superiori maggiori, ma vi siete anche adoperati per condividere il vostro servizio di animazione e di rinnovamento con altre vocazioni e ministeri ecclesiali: religiosi con altri carismi, sacerdoti secolari e laici.

    Vi incoraggio a continuare a servire la vita consacrata con spirito clarettiano, vale a dire col vostro essere missionari.

    La vita consacrata non può mancare nella Chiesa e nel mondo.

    Padre Claret ripeteva anche quelle parole di Santa Teresa che San Giovanni Paolo II ricorda nell’Esortazione Vita consecrata: «Che cosa sarebbe il mondo se non fosse per i religiosi?» (n.

    105).

    Il vostro aiuto ai consacrati e alle consacrate, prima di essere intellettuale, è testimonianza, è confessione che Gesù è il Signore.

    Il primo servizio dei vostri Istituti Teologici dev’essere quello di offrirsi come case di accoglienza, di lode e di ringraziamento; come luoghi in cui si condividono i carismi e cresce il desiderio di vivere lo spirito delle Beatitudini e il discorso escatologico.

    In essi si deve manifestare la comunione e incoraggiare l’opzione per i poveri e la solidarietà, la fraternità senza frontiere e la missione in costante uscita.

    Con questa disposizione, il dono della vita consacrata e la sua missione nella Chiesa e nel mondo si faranno maggiormente apprezzare.

    Oggi la vita consacrata non può lasciarsi scoraggiare dalla mancanza delle vocazioni o dall’invecchiamento.

    Questa sarebbe una tentazione, uno scoraggiamento: “Ma cosa dobbiamo fare?”.

    Questa è la sfida.

    Quelli che si lasciano prendere dal pessimismo mettono da parte la fede.

    È il Signore della storia che ci sostiene e ci invita alla fedeltà e alla fecondità.

    Egli si prende cura del suo “resto”, guarda con misericordia e benevolenza alla sua opera e continua a mandare il suo Santo Spirito.

    Quanto più ci accostiamo alla vita religiosa attraverso la Parola di Dio e la storia e la creatività dei Fondatori, tanto più siamo capaci di vivere il futuro con speranza.

    La vita religiosa si comprende solo da ciò che lo Spirito fa in ciascuna delle persone chiamate.

    C’è chi si concentra troppo sull’esterno (le strutture, le attività...) e perde di vista la sovrabbondanza di grazia che c’è nelle persone e nelle comunità.

    Per questo, per favore, allontanare lo spirito di sconfitta, lo spirito di pessimismo: questo non è cristiano.

    Il Signore non farà mancare la sua vicinanza al popolo, lo farà in un modo o in un altro, ma è Lui che è importante.

    Pur sapendo che state già affrontando parecchie sfide proprie del nostro tempo, vorrei invitarvi a sottolineare il valore della fedeltà nella sequela di Gesù secondo lo spirito dei Fondatori, a curare con attenzione la vita comunitaria.

    In un’epoca nella quale l’individualismo è così diffuso, stare attenti alla vita comunitaria! Vi esorto a vivere l’interculturalità come cammino di fraternità e di missione, e a promuovere l’incontro tra le diverse generazioni nella vita consacrata, nella Chiesa e nella società.

    Voglio sottolineare questo: l’incontro tra le diverse generazioni.

    I giovani devono frequentare i vecchi, devono parlare, e i vecchi hanno bisogno di farlo con i giovani.

    Guardare avanti, secondo la profezia di Gioele (cfr 3,1-2), tanto bella! Con questo dialogo, con lo spirito, i vecchi sogneranno e i giovani faranno profezie.

    Saranno capaci di andare avanti, ma con il sogno dei vecchi.

    Per favore, non lasciate morire i vecchi senza sognare: è parte di una missione.

    L’incontro lo faranno i giovani.

    Che i vostri giovani frequentino i vecchi e che i vecchi frequentino i giovani.

    In un tempo, dopo il Concilio, c’era la mentalità di ristrutturare le cose: alcune congregazioni hanno allontanato i vecchi in una casa per i vecchi.

    Per favore, questo è criminale! È curioso: certe religiose – penso a un caso concreto – religiose anziane, che lavoravano bene, dopo due mesi nella casa dei vecchi sono andate all’altro mondo.

    Per la nostalgia, per la tristezza! I vecchi devono morire sognando, e quelli che fanno sognare i vecchi sono i giovani, che devono prendere il posto dei vecchi.

    Non dimenticate questo: che parlino…

    Cinque anni fa, con la Costituzione Apostolica Veritatis gaudium, ho precisato il contributo degli studi ecclesiastici e dei centri teologici alla nuova fase della missione della Chiesa in cui ci troviamo.

    Vi ringrazio molto per l’impegno con cui avete recepito questo mio appello, e vi esorto a cercare sempre nuove strade per servire il Signore e il santo popolo fedele di Dio.

    Come vi ho detto altre volte, non abbiate paura, coltivate sempre di più lo stile di Dio.

    E qual è lo stile di Dio? È semplice: la vicinanza, la compassione e la tenerezza.

    Lui stesso lo dice, nel Deuteronomio: “Pensa, quale popolo ha i suoi dei così vicini come tu hai me?”.

    La vicinanza, che è compassionevole ed è tenera.

    Vicinanza, compassione e tenerezza: questo è lo stile di Dio.

     Continuate ad aiutare tanti consacrati e tante consacrate ad essere «una specie di Vangelo dispiegato nei secoli» (CIVCSVA, Istr.

    Ripartire da Cristo, 2).

    Non stancatevi di andare alle frontiere, anche alle frontiere del pensiero; di aprire strade, di accompagnare, radicati nel Signore per essere audaci nella missione.

    Già San Giovanni Paolo II metteva in guardia dal pericolo che comporta per vita consacrata la diminuzione della considerazione per lo studio.

    Trascurare la teologia, la riflessione, lo studio, le scienze impoverisce l’apostolato e favorisce la superficialità e la leggerezza nella missione (cfr Vita consecrata, 98).

    Vi ringrazio perché continuate ad aiutare tanti a rimanere attenti; perché continuate a curare la qualità dello studio e della ricerca.

    I problemi del tempo attuale richiedono nuove analisi e nuove sintesi (cfr ibid.).

    I vostri Istituti, voi professori, voi studenti, avete un grande compito davanti a voi.

    Il Vangelo insegna che c’è una povertà che umilia e uccide e un’altra povertà, quella di Gesù, che libera e rende felici.

    Come persone consacrate, avete ricevuto l’immenso dono di partecipare alla povertà di Gesù.

    Non dimenticate, né nella vostra vita né nel vostro lavoro all’università, coloro che vivono le altre povertà.

    Possiate far sì che la vita vinca sulla morte e la dignità sull’ingiustizia (cfr Messaggio per la VI Giornata Mondiale dei Poveri [2022]).

    Per incontrare veramente Cristo, bisogna toccare, toccare il suo corpo nel corpo ferito dei poveri, non guardarli soltanto, toccare; a conferma della comunione sacramentale ricevuta nell’Eucaristia (cfr Messaggio per la Prima Giornata Mondiale dei Poveri [2017]).

    Quanti fondatori, fondatrici e persone consacrate hanno vissuto e vivono così!

    Parafrasando la preghiera che concludeva l’omelia per il 60° anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, vi invito a pregare con me: “Ti ringraziamo, Signore, per il dono del Concilio e per la benedizione che questi istituti di teologia della vita consacrata sono stati e sono per la Chiesa.

    Tu che ci ami, liberaci dalla presunzione di autosufficienza e dallo spirito di critica mondana.

    Tu che ci pasci con tenerezza, liberaci dall’autoreferenzialità, dall’inganno diabolico delle polarizzazioni, liberaci dagli “ismi”.

    E noi, tua Chiesa, con Pietro e come Pietro, ti diciamo: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amiamo» (cfr Gv 21,17)” (cfr Omelia, 11 ottobre 2022).

    Cari fratelli, care sorelle, per intercessione della Vergine Maria, lo Spirito Santo vi assista sempre nel servizio che svolgete al Claretianum.

    Di cuore vi benedico.

    E per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

    Grazie!

     

    Viaggio Apostolico nel Regno del Bahrein: Conferenza Stampa del Santo Padre durante il volo di ritorno (6 Nov 2022)
    Visita il link

    Papa Francesco

    Buongiorno, grazie tante per la compagnia di questi giorni, per il vostro lavoro.

    Grazie davvero.

    Adesso sono a disposizione delle vostre domande.

    Cercherò di rispondere tutto quello che so! Grazie.

    Matteo Bruni

    Bene, Santità, la prima domanda è di una giornalista bahreinita, Fatima Al Najem, dell’agenzia di stampa bahreinita.

    Fatima Al Najem (Bahrain News Agency)

    Your Holiness, this is Fatima Al Najem from Bahrain News Agency.

    I just need to say something before I start my question.

    You have a very special place in my heart, not just because you visited my Country but because when you were announced as the Pope of the Vatican, that was my birthday! So I have one question.

    How do you evaluate the results of your historical visit to the Kingdom of Bahrein and how do you find Bahrein efforts to consolidate and promote coexistence among all spectrum of society, of all religion, sexes and races?

    Papa Francesco

    È stato, direi, un viaggio di incontro.

    Perché la finalità era proprio trovarsi nel dialogo interreligioso con l’islam e nel dialogo ecumenico con Bartolomeo.

    Le idee che ha esposto il Grande Imam di Al-Azhar erano proprio in quella direzione di cercare unità, unità all’interno dell’islam rispettando le nuances, le differenze, ma con unità; unità con i cristiani e con le altre religioni.

    E per entrare nel dialogo interreligioso o nel dialogo ecumenico ci vuole identità propria.

    Non si può partire da un’identità diffusa.

    “Io sono islamico”, “Io sono cristiano”, ho questa identità e così posso parlare con identità.

    Quando non si ha una propria identità, o è un po’ “nell’aria”, è difficile il dialogo perché non c’è l’andata e il ritorno, per questo è importante.

    E questi due che sono venuti, sia il Grande Imam di Al-Azhar sia il Patriarca Bartolomeo, hanno una grossa identità.

    E questo fa bene.

    Dal punto di vista islamico ho ascoltato con attenzione i tre interventi del Grande Imam e mi ha colpito il modo in cui lui insisteva tanto sul dialogo intra-islamico, fra voi, non per cancellare le differenze ma per capirsi e lavorare insieme, non essere contro.

    Noi cristiani abbiamo una storia un po’ brutta delle differenze che ci ha portato a delle guerre di religione: cattolici contro ortodossi o contro luterani.

    Adesso, grazie a Dio, dopo il Concilio, c’è un avvicinamento, possiamo dialogare e lavorare insieme e questo è importante, dando testimonianza di far del bene agli altri.

    Poi gli specialisti, i teologi discuteranno le cose teologiche, ma noi dobbiamo camminare insieme come credenti, come amici, come fratelli, fare del bene.

    Sono rimasto colpito anche delle cose che sono state dette nel Consiglio Musulmano degli Anziani, sul creato e sulla salvaguardia del creato: questa è una preoccupazione comune a tutti, islamici, cristiani, tutti.

    Adesso, nello stesso aereo, vanno dal Bahrein al Cairo il Segretario di Stato del Vaticano e il Grande Imam di Al-Azhar, insieme, come fratelli.

    Questa è una cosa che commuove abbastanza…  È importante, questa è una cosa che ha fatto bene.

    Anche la presenza del Patriarca Bartolomeo, che è un’autorità nel campo ecumenico, ha fatto bene.

    Lo abbiamo visto nell’atto, nella funzione ecumenica che abbiamo fatto, e anche nelle parole che lui ha detto prima.

    Riassumendo: è stato un viaggio di incontro.

    Per me, poi, la novità di conoscere una cultura aperta a tutti.

    Nel vostro Paese c’è posto per tutti.

    Mi ha detto il Re: “Qui ognuno fa quello che vuole: se una donna vuole lavorare, che lavori.

    Apertura totale”.

    Così mi ha detto lui – tu lo sai, you work –.

    E anche la parte religiosa, anche qui l’apertura… Mi ha colpito la quantità di cristiani, filippini, indiani dal Kerala che sono qui, loro vivono nel Paese e lavorano nel Paese, sono tanti.

    Fatima Al Najem

    Tell him that they love him, they adore him actually!

    Matteo Bruni

    Le vogliono molto bene!

    Papa Francesco

    Questa è l’idea, ho trovato una novità e questo mi aiuta a capire e a interloquire di più con la gente.

    La parola chiave è dialogo, e per dialogare bisogna partire dalla propria identità, avere identità.

    Fatima Al Najem

    Thank you, Your Holiness, I pray to Allah The Almighty, to bless you with good health and happiness and long life!

    Papa Francesco

    Sì, sì, prega per me.

    A favore, non contro!

    Matteo Bruni

    Santità, la seconda domanda viene da Imad Atrach di Sky tv News Arabia.

    Imad Atrach (Sky Tv News Arabia)

    Santo Padre, dalla firma del «Documento sulla Fratellanza umana», tre anni fa, alla visita a Baghdad e poi anche recentemente in Kazakhstan: è un cammino che secondo Lei sta dando dei frutti tangibili? Possiamo pensare che possa culminare in un incontro in Vaticano? Poi vorrei ringraziarLa per avere citato il Libano oggi, perché da libanese le posso dire che abbiamo veramente bisogno di un suo urgente viaggio, anche e soprattutto perché adesso non abbiamo nemmeno un presidente, quindi va ad abbracciare il popolo direttamente.

    Grazie.

    Papa Francesco

    Grazie.

    Ho pensato tanto in questi giorni, e ne abbiamo parlato col Grande Imam, su come è venuta l’idea del Documento di Abu Dhabi, quel Documento che abbiamo fatto insieme, il primo.

    Lui era venuto in Vaticano per una visita di cortesia e abbiamo avuto la visita protocollare.

    Era quasi l’ora del pranzo e lui se ne andava e, mentre andavo a congedarlo, domandai: “Ma dove va a pranzare lei?”.

    Non so che cosa mi ha detto… “Venga, pranziamo insieme”.

    È stata una cosa da dentro.

    Poi, seduti a tavola, lui, il suo segretario, due consiglieri, io, il mio segretario, il mio consigliere, abbiamo preso il pane, lo abbiamo spezzato e lo abbiamo dato uno all’altro: un gesto di amicizia, offrire il pane.

    È stato un pranzo molto bello, molto fraterno.

    E verso la fine, non so a chi è venuta l’idea: “Perché non facciamo uno scritto su questo incontro?”.

    Così è nato il Documento di Abu Dhabi.

    Si sono messi a lavorare i due segretari, con una bozza che va, una bozza che torna, una che va e una che torna… E alla fine abbiamo approfittato dell’incontro ad Abu Dhabi per pubblicarlo.

    È stata una cosa di Dio, non si può capire altrimenti, perché nessuno di noi aveva in mente questo.

    È uscito durante un pranzo amichevole, e questa è una cosa grande.

    Poi ho continuato a pensare, e il Documento di Abu Dhabi è stata la base di Fratelli tutti.

    Anche quello che ho scritto dopo sull’amicizia umana nella Fratelli tutti, ha la sua base nel Documento di Abu Dhabi.

    Credo che non si può pensare una strada del genere senza pensare a una speciale benedizione del Signore su questo cammino.

    Voglio dirlo per giustizia, mi sembra giusto che voi sappiate come il Signore ha ispirato questa strada.

    Io non sapevo neppure come si chiamava il Grande Imam, e poi siamo diventati amici e abbiamo fatto una cosa come due amici.

    E adesso abbiamo parlato insieme, ogni volta che ci incontriamo.

    Questo riguardo al Documento, che è attuale, e si sta lavorando per farlo conoscere.

    Poi, sul Libano.

    Il Libano è un dolore per me, perché il Libano non è solo un Paese [da vedere] in sé stesso – lo ha detto un Papa prima di me – il Libano non è solo un Paese, è un messaggio.

    Il Libano ha una significanza molto grande per tutti noi.

    E il Libano in questo momento soffre.

    Io prego.

    E ne approfitto per fare un appello ai politici libanesi: lasciate da parte gli interessi personali, guardate il Paese e mettetevi d’accordo.

    Prima Dio e la patria, poi gli interessi.

    Ma prima Dio e la patria.

    In questo momento non voglio dire: “Salvate il Libano”, perché noi non siamo salvatori, ma per favore sostenete il Libano, aiutatelo, affinché il Libano si fermi in questa strada che va giù, che il Libano riprenda la sua grandezza.

    Ci sono dei mezzi… C’è la generosità del Libano: quanti rifugiati politici ha il Libano! È così generoso, e sta soffrendo.

    Ne approfitto per chiedervi una preghiera per il Libano.

    Anche la preghiera è un’amicizia.

    Voi siete giornalisti, guardate il Libano e parlate di questo per far crescere la coscienza.

    Questo voglio dirti.

    Grazie.

    Matteo Bruni

    Grazie Santità, la terza domanda viene da Carol Glatz, del Catholic News Service.

    Carol Glatz (CNS)

    Grazie, Santo Padre.

    Durante questo viaggio in Bahrein ha parlato dei diritti fondamentali, inclusi quelli della donna, della sua dignità, del diritto ad avere il suo spazio nella sfera sociale e pubblica e ha incoraggiato, come sempre, i giovani ad avere coraggio, a fare rumore; ad andare avanti per costruire un mondo più giusto.

    Data la situazione qui vicino in Iran, con le proteste scatenate da alcune donne e da tanti giovani che vogliono più libertà, lei appoggia questo impegno delle donne e degli uomini che chiedono di avere diritti fondamentali che si trovano anche nel documento della fraternità umana?

    Papa Francesco

    Dobbiamo dirci la verità: la lotta per i diritti della donna è una lotta continua.

    Perché in alcuni posti la donna arriva ad avere un’uguaglianza con gli uomini, ma in altri posti non si arriva.

    Non è così? Io ricordo negli anni ‘50 nel mio Paese, quando c’è stata la lotta per i diritti civili delle donne, perché le donne potessero votare – perché fino al ’50, più o meno, da noi solo gli uomini votavano.

    E penso a questa stessa lotta negli Stati Uniti, famosa, per il voto femminile.

    Ma perché – mi domando – la donna deve lottare così per mantenere i suoi diritti? C’è una… – non so se è una leggenda – una leggenda sull’origine dei gioielli nella donna, che ci spiega la crudeltà di tante situazioni contro la donna.

    Si dice che la donna porta tanti gioielli perché in qualche Paese – non ricordo, forse è storico – c’era l’abitudine che quando il marito si stufava della donna, le diceva “vattene!”, e lei non poteva rientrare a prendere niente.

    Doveva andarsene con quello che aveva addosso.

    E per questo accumulavano oro almeno per portarsi via qualcosa.

    Dicono che questa è l’origine dei gioielli.

    Non so se è vero o no, ma l’immagine ci aiuta.

    I diritti sono fondamentali.

    Come mai oggi, oggi!, nel mondo non possiamo fermare la tragedia della infibulazione alle ragazzine? Ma è terribile questo! Oggi! Che ci sia questa pratica, che l’umanità non riesca a fermare questo che è un crimine, un atto criminale!  Le donne, secondo due commenti che ho sentito, o sono materiale “usa e getta” – è brutto! –  o una “specie protetta”.

    Ma l’uguaglianza tra uomini e donne ancora non si trova universalmente.

    E ci sono questi episodi, in cui le donne sono di seconda classe o di meno.

    Dobbiamo continuare a lottare per questo, perché le donne sono un dono.

    Dio non ha creato l’uomo e poi gli ha dato un cagnolino per divertirsi.

    No! Li ha creati due, uguali: uomo e donna.

    E quello che Paolo ha scritto in una delle sue Lettere sul rapporto uomo-donna, che oggi ci sembra antiquato, in quel momento è stato così rivoluzionario da scandalizzare: la fedeltà dell’uomo alla donna, e che l’uomo “si prenda cura della donna come della propria carne” (cfr 2 Cor 5,28-29).

    E questo in quel momento è stata una cosa rivoluzionaria! Tutti i diritti della donna vengono da questa uguaglianza.

    E una società che non è capace di mettere la donna al suo posto non va avanti.

    Ne abbiamo l’esperienza.

    Nel libro che ho scritto, Torniamo a sognare, la parte sull’economia per esempio: ci sono donne economiste in questo momento nel mondo che hanno cambiato la visione economica e sono capaci di portarla avanti.

    Perché hanno un dono diverso.

    Sanno gestire le cose in un altro modo, che non è inferiore, è complementare.

    Una volta ho avuto un colloquio con una Capo di governo, una grande Capo di governo, una mamma di parecchi figli, che aveva avuto un successo molto grande per risolvere una situazione molto difficile.

    E io le domandai: “Mi dica Signora, come ha fatto Lei per risolvere una situazione così difficile?”.

    E lei ha cominciato a muovere le mani così, in silenzio, e mi ha detto: “Come facciamo noi mamme”.

    La donna per risolvere il problema ha una strada propria, che non è quella dell’uomo.

    E ambedue le strade devono lavorare insieme: la donna uguale all’uomo lavora per il bene comune con quella intuizione che hanno le donne.

    Ho visto che in Vaticano, ogni volta che una donna entra a fare un lavoro, le cose migliorano.

    Per esempio, la Vice Governatrice del Vaticano [Segretaria Generale del Governatorato] è una donna, e le cose sono cambiate bene.

    Nel Consiglio per l’Economia sono sei Cardinali e sei laici, tutti maschi: ho cambiato e come laici ho messo un maschio e cinque donne.

    E questa è una rivoluzione, perché le donne sanno trovare una strada giusta, sanno andare avanti.

    E adesso ho messo Marianna Mazzuccato nella Pontificia Accademia per la Vita, una grande economista degli Stati Uniti, per dare un po’ più di umanità.

    Le donne portano il proprio.

    Non devono diventare come i maschi, no, sono donne, noi ne abbiamo bisogno.

    E una società che cancella le donne dalla vita pubblica è una società che si impoverisce.

    Si impoverisce.

    Uguaglianza di diritti, sì, ma anche uguaglianza di opportunità, uguaglianza nell’andare avanti, perché al contrario ci si impoverisce.

    Credo che con questo ti ho detto globalmente quello che si deve fare.

    E ancora c’è strada da fare perché c’è questo maschilismo.

    Io vengo da un popolo maschilista.

    Noi argentini siamo maschilisti, sempre.

    E questo è brutto! E quando ci vuole, andiamo dalle mamme che sono quelle che risolvono i problemi.

    Ma questo maschilismo uccide l’umanità.  Grazie per avermi dato l’opportunità di dire questo, che porto tanto nel cuore.

    Lottiamo non solo per i diritti, ma perché c’è bisogno di avere donne nella società che ci aiutino, ci aiutino a cambiare.

    Grazie.

    Matteo Bruni

    Grazie, Santità.

    Un’altra domanda viene da Antonio Pelayo, di Vida Nueva

    Antonio Pelayo (Vida Nueva)

    Santo Padre, l’unica volta che in questo viaggio Lei ha parlato a braccio è stato per riferirsi alla “martoriata Ucraina” e ai “negoziati di pace”.

    Io vorrei domandarle se ci può dire qualche cosa su come stanno andando questi negoziati dalla parte vaticana; e un’altra domanda complementare: Lei ha parlato ultimamente con Putin o ha intenzione di farlo prossimamente?

    Papa Francesco

    Bene.

    Prima di tutto, il Vaticano è continuamente attento, la Segreteria di Stato lavora e lavora bene, lavora bene.

    So che il Segretario [per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali], Mons.

    Gallagher, si muove bene.

    Poi, un po’ di storia.

    Il giorno dopo l’inizio della guerra – ho pensato che questo non si potesse fare, una cosa insolita –, sono andato all’Ambasciata russa [presso la Santa Sede], a parlare con l’Ambasciatore, che è un bravo uomo, che conosco da sei anni, da quando è arrivato, un umanista.

    Ricordo un commento che mi fece allora: “Nous sommes tombés dans la dictature de l’argent” (Siamo caduti nella dittatura del denaro), parlando della civilizzazione.

    Un umanista, un uomo che lotta per l’uguaglianza.

    Gli ho detto che ero disposto ad andare a Mosca per parlare con Putin, se ce ne fosse bisogno.

    Mi ha risposto molto cortesemente [il Ministro degli Esteri] Lavrov: grazie, ha risposto, ma per il momento non era necessario.

    Ma da quel momento ci siamo interessati tanto.

    Ho parlato tre volte al telefono con il Presidente Zelensky; poi con l’Ambasciatore ucraino alcune volte in più.

    E si fa un lavoro di avvicinamento, per cercare soluzioni.

    La Santa Sede fa quello che deve fare anche nei confronti dei prigionieri… Sono cose che si fanno sempre, la Santa Sede sempre le ha fatte, sempre.

    E poi la predicazione per la pace.

    A me colpisce – per questo uso la parola “martoriata” per l’Ucraina – la crudeltà, che non è del popolo russo, perché il popolo russo è un popolo grande, ma è dei mercenari, dei soldati che vanno a fare la guerra come fare un’avventura: i mercenari.

    Preferisco pensarla così, perché ho un’alta stima del popolo russo, dell’umanesimo russo.

    Basta pensare a Dostoevskij che ancora oggi ci ispira, ispira i cristiani a pensare il cristianesimo.

    Ho un grande affetto per il popolo russo.

    E ho un grande affetto anche per il popolo ucraino.

    Quando avevo undici anni, c’era vicino un prete ucraino che celebrava e non aveva chierichetto, e ha insegnato a me a servire la Messa in ucraino.

    Tutti questi canti ucraini io li so nella lingua loro, perché li ho imparati da bambino, per cui ho un affetto molto grande per la liturgia ucraina.

    Sono in mezzo a due popoli a cui voglio bene.

    Ma non solo io, la Santa Sede ha fatto tanti incontri riservati, tante cose con buon esito.

    Perché non possiamo negare che una guerra, all’inizio, forse ci fa coraggiosi, ma poi stanca e fa male e si vede il male che fa una guerra.

    Questo riguardo alla parte più umana, più vicina.

    Poi, approfittando di questa domanda: vorrei esprimere questo lamento: in un secolo, in un secolo tre guerre mondiali! Quella 1914-1918, quella 1939-1945, e questa!  Perché questa è una guerra mondiale.

    Perché è vero che quando gli imperi, sia da una parte che dall’altra, si indeboliscono, hanno bisogno di fare una guerra per sentirsi forti e anche per vendere le armi! Perché oggi credo che la calamità più grande, la più grande che c’è nel mondo è l’industria delle armi.

    Mi hanno detto, non so se è vero o no, che se per un anno non si facessero le armi, potrebbe finire la fame nel mondo.

    L’industria delle armi è terribile.

    Alcuni anni fa, tre o quattro, è venuta da un Paese una nave piena di armi, a Genova, e si doveva passare le armi su una nave più grande per portarle allo Yemen.

    Gli operai di Genova non hanno voluto farlo… È stato un gesto.

    Lo Yemen: più di dieci anni di guerra.

    I bambini dello Yemen non hanno da mangiare! E i rohingya, “zingarando” da una parte all’altra perché sono stati espulsi, sempre in guerra, in Myanmar: è terribile quello che sta succedendo.

    Adesso, spero che oggi in Etiopia si fermi qualcosa, con un trattato… Stiamo in guerra dappertutto e noi non capiamo questo.

    Adesso ci tocca da vicino, in Europa, la guerra russo-ucraina.

    Ma dappertutto, da anni: in Siria dodici-tredici anni di guerra, e nessuno sa se ci sono prigionieri e che cosa succede lì dentro.

    Poi il Libano, abbiamo parlato di questa tragedia… Non so se questo l’ho detto qualche volta a voi: quando sono andato a Redipuglia, nel 2014 – e mio nonno aveva fatto il Piave e mi ha raccontato che cosa succedeva lì – ho visto quelle tombe, tutti giovani, io ho pianto, ho pianto, non ho vergogna a dirlo.

    Poi un 2 novembre – vado sempre in un cimitero il 2 novembre –  sono andato ad Anzio, alcuni anni dopo, e ho visto la tomba di quei ragazzi americani, nello sbarco di Anzio: 19, 20, 22, 23 anni, e ho pianto, davvero, mi è venuto dal cuore.

    E ho pensato alle mamme, quando bussano alla loro porta: “Signora, una busta per lei”.

    Apre la busta: “Signora ho l’onore di dirle che lei ha un figlio eroe della Patria”.

    Le tragedie della guerra.

    Poi, una cosa che, non voglio sparlare di nessuno, ma mi ha toccato il cuore: quando si è fatta la commemorazione dello sbarco in Normandia, c’erano i Capi di tanti Governi per commemorare questo.

    È vero, è stato l’inizio della caduta del nazismo, è vero.

    Ma quanti ragazzi sono rimasti sulla spiaggia della Normandia? Dicono trentamila.

    Chi pensa a quei ragazzi? La guerra semina tutto questo.

    Per questo, voi che siete giornalisti, per favore, siate pacifisti, parlate contro le guerre, lottate contro la guerra.

    Ve lo chiedo come un fratello.

    Grazie.

    Matteo Bruni

    Grazie, Santità, per queste Sue parole.

    Un’altra domanda viene da Hugues Lefèvre di I.Media, giornalista francese.

    Hugues Lefèvre (I.Media)

    Grazie, Santo Padre.

    Questa mattina nel suo discorso al clero del Bahrein, Lei ha parlato dell’importanza della gioia cristiana, ma nei giorni scorsi molti fedeli francesi hanno perso questa gioia quando hanno scoperto sulla stampa che la Chiesa aveva tenuto segreta la condanna nel 2021 di un Vescovo, ora in pensione, che aveva commesso abusi sessuali negli anni ‘90 mentre era sacerdote; quando questa storia è uscita sulla stampa, cinque nuove vittime si sono presentate.

    Oggi molti cattolici desiderano sapere se la cultura della segretezza della giustizia canonica debba cambiare e diventare trasparente, e vorrei sapere se Lei pensa che le sanzioni canoniche debbano essere rese pubbliche.

    Grazie.

    Papa Francesco

    Grazie a te per la domanda, grazie.

    Vorrei cominciare con un po’ di storia su questo.

    Il problema degli abusi c’è sempre stato, sempre, non solo nella Chiesa.

    Dappertutto.

    Voi sapete che il 42-46% degli abusi sessuali si fa in famiglia o nel quartiere: questo è gravissimo.

    Ma sempre l’abitudine è stata quella di coprire.

    In famiglia ancora oggi si copre tutto, e anche nel quartiere si copre tutto o almeno la maggior parte.

    È  un’abitudine brutta che nella Chiesa è cominciata a cambiare quando c’è stato lo scandalo di Boston, del Cardinale Law, che era Cardinale lì e ora è morto.

    Per quello scandalo il cardinale Law ha dato le dimissioni: è la prima volta che è uscito così, come scandalo.

    E da lì la Chiesa ha preso conoscenza di questo e ha cominciato a lavorare, mentre nella società normalmente si copre, normalmente, in altre istituzioni.

    Quando c’è stato l’incontro dei presidenti delle Conferenze episcopali, ho chiesto all’Unicef, alle Nazioni Unite, le statistiche e ho dato loro le percentuali: quale percentuale nelle famiglie, quale nei quartieri – la maggioranza –, quanto nelle scuole, nell’attività dello sport… È una cosa che hanno studiato bene, e anche nella Chiesa.

    Viene qualcuno a dire: “Siamo una minoranza”.

    Ma se fosse uno solo è tragico, è tragico, perché tu sacerdote hai la vocazione di far crescere la gente e con questo tu la distruggi.

    Per un sacerdote è come andare contro la propria natura sacerdotale, anche contro la propria natura sociale.

    Per questo è una cosa tragica e non dobbiamo fermarci, non dobbiamo fermarci.

    In questo svegliarsi per fare le indagini e le accuse, non sempre la cosa è stata uguale: alcune cose sono state nascoste.

    Prima dello scandalo Law di Boston si cambiavano le persone… Adesso è tutto chiaro e stiamo andando avanti su questo punto.

    Per questo non dobbiamo stupirci che vengano fuori casi come questo.

    O un altro vescovo mi viene in mente… Ce ne sono, sai? E non è facile dire “noi non lo sapevamo” o “era la cultura dell’epoca e continua ad essere la cultura sociale di tanti, nascondere”.

    Ti dico questo: la Chiesa su questo è decisa, e voglio ringraziare pubblicamente qui l’eroicità del Cardinale O’Malley: è un bravo Cappuccino, che ha visto il bisogno di istituzionalizzare questo lavoro con la Commissione per la tutela dei minori; lo sta portando avanti bene, e fa bene a tutti noi e ci dà coraggio.

    Stiamo lavorando con tutto quello che possiamo, ma sappi che ci sono persone dentro la Chiesa che ancora non la vedono chiara, non condividono così: “Aspettiamo un po’, vediamo...”.

    È un processo che stiamo facendo con coraggio e non tutti abbiamo coraggio.

    A volte, la tentazione dei compromessi ti viene, e siamo tutti schiavi dei nostri peccati.

    Ma la volontà della Chiesa è di chiarire tutto.

    Per esempio: ho ricevuto negli ultimi mesi due lamentele di abusi che erano stati coperti e non giudicati bene dalla Chiesa.

    Subito ho detto: si studi di nuovo, e si sta facendo un nuovo giudizi.

    Anche questo: revisione di giudizi vecchi, non ben fatti.

    Facciamo quello che possiamo, siamo peccatori.

    E la prima cosa che dobbiamo sentire è la vergogna, la profonda vergogna di questo.

    Credo che la vergogna è una grazia, sai? Possiamo lottare contro tutti i mali del mondo, ma senza vergogna non potremo.

    Per questo mi ha stupito quando Sant’Ignazio, negli Esercizi, ti fa chiedere perdono dei peccati che hai fatto, ti fa arrivare fino alla vergogna, e se tu non hai la grazia della vergogna non puoi andare avanti.

    Uno degli insulti che abbiamo nella mia terra è “tu sei uno senza vergogna”, e credo che la Chiesa non può essere “senza vergogna”, che debba vergognarsi delle cose brutte, come certo dare grazie a Dio per le cose buone che fa.

    Questo ti devo dire: tutta la buona volontà e andare avanti, anche con l’aiuto vostro.

    Matteo Bruni

    Grazie, Santità.

    L’altra domanda viene da Vania De Luca, della Rai.

    Vania De Luca (Rai-Tg3)

    Santità, i migranti: ne ha parlato Lei anche in questi giorni.

    Quattro navi al largo della Sicilia, con centinaia di donne, uomini, bambini in difficoltà, ma non tutti possono sbarcare.

    Lei teme che in Italia sia tornata una politica dei “porti chiusi” dal centrodestra? E come valuta su questo la posizione anche di alcuni Paesi del Nord Europa? E poi, Le volevo domandare anche in generale: che impressione, che giudizio ha sul nuovo Governo italiano, che per la prima volta è guidato da una donna?

    Papa Francesco

    È una sfida, è una sfida sui migranti.

    Il principio per i migranti: i migranti vanno accolti, accompagnati, promossi e integrati.

    Se non si possono fare questi quattro passi, il lavoro con i migranti non riesce ad essere buono.

    Accolti, accompagnati, promossi e integrati: arrivare fino all’integrazione.

    E la seconda cosa che dico: ogni Governo dell’Unione Europea deve mettersi d’accordo su quanti migranti può ricevere.

    Perché al contrario sono quattro i Paesi quelli che ricevono i migranti: Cipro, la Grecia, l’Italia e la Spagna, perché sono quelli del Mediterraneo più vicini.

    Nell’entroterra ce ne sono alcuni, come la Polonia, la Bielorussia… Ma la maggior parte dei migranti viene dal mare.

    La vita va salvata! Oggi, tu lo sai, il Mediterraneo è un cimitero, forse il cimitero più grande del mondo.

    Credo che l’ultima volta vi ho detto che ho letto un libro in spagnolo che si chiama Hermanito, è piccolino, si legge rapidamente, credo sia stato sicuramente tradotto in francese, in italiano pure.

    Si legge subito, in due ore.

    È la storia di un ragazzo dell’Africa, non so, della Tanzania o di dov’era, che seguendo le tracce del suo fratello è arrivato in Spagna.

    Cinque schiavitù ha subito, prima d’imbarcarsi! E molte persone, lui lo racconta, le portano di notte a quelle barche – non alle navi grandi che hanno un altro ruolo – e se non vogliono salire: pum, pum!, e li lasciano sulla spiaggia.

    È davvero una dittatura, le schiavitù, ciò che fa quella gente [i trafficanti].

    E poi, il rischio di morire in mare.

    Se hai tempo leggi questo, è importante.

    La politica dei migranti va concordata fra tutti i Paesi: non si può fare una politica senza consenso, e l’Unione Europea su questo deve prendere in mano una politica di collaborazione e di aiuto, non può lasciare a Cipro, alla Grecia, all’Italia, alla Spagna la responsabilità di tutti i migranti che arrivano alle spiagge.

    La politica dei Governi fino a questo momento è stata di salvare le vite, questo è vero.

    Fino a un certo punto si è fatto così; e credo che questo Governo [italiano] abbia la stessa politica, non è inumano… I dettagli non li conosco, ma non penso che voglia che vadano via.

    Credo che ha fatto sbarcare già i bambini, le mamme, i malati, credo che li abbia fatti sbarcare – credo, per quello che ho sentito.

    Almeno l’intenzione c’era.

    L’Italia, pensiamo qui, questo Governo, o pensiamo una sinistra, non può fare nulla senza l’accordo con l’Europa, la responsabilità è europea.

    E poi, vorrei citare una cosa, un’altra responsabilità europea: l’Africa.

    Credo che questo l’ha detto una delle grandi donne statiste che abbiamo avuto e abbiamo, la Merkel: ha detto che il problema dei migranti va risolto in Africa.

    Ma se pensiamo all’Africa con il motto “l’Africa va sfruttata”, è logico che i migranti, la gente scappi da quello sfruttamento.

    Dobbiamo, l’Europa deve cercare di fare dei piani di sviluppo per l’Africa.

    Pensare che alcuni Paesi in Africa non sono padroni del proprio sottosuolo, che ancora dipende dalle potenze colonialiste! È un’ipocrisia risolvere il problema dei migranti in Europa, no, andiamo a risolverli anche a casa loro.

    Lo sfruttamento della gente in Africa è terribile a causa di questa concezione.

    Il primo novembre, il giorno dei Santi, ho avuto un incontro con studenti universitari dell’Africa, lo stesso che ho avuto con gli studenti della Loyola University degli Stati Uniti.

    Quegli studenti hanno una capacità, un’intelligenza, una criticità, una voglia di portare avanti! Ma a volte non possono per la forza colonialista che ha l’Europa verso i loro Governi.

    Se vogliamo risolvere il problema dei migranti definitivamente, risolviamo l’Africa.

    I migranti che vengono da altre parti sono di meno; andiamo all’Africa, aiutiamo l’Africa, andiamo avanti.

    Il nuovo Governo incomincia adesso, e io sono qui ad augurargli il meglio.

    Sempre auguro il meglio a un governo perché il governo è per tutti.

    E gli auguro il meglio perché possa portare l’Italia avanti; e agli altri, che sono contrari al partito vincitore, che collaborino con la critica, con l’aiuto, ma un governo di collaborazione, non un governo dove ti voltano la faccia, ti fanno cadere se non ti piace una cosa o l’altra.

    Per favore, su questo chiamo alla responsabilità.

    Dimmi: è giusto che dall’inizio del secolo fino ad ora l’Italia abbia avuto venti governi? Finiamola con questi scherzi!

    Matteo Bruni

    Facciamo l’ultima domanda, di Ludwig Ring-Eifel, dall’Agenzia di stampa cattolica tedesca.

    Ludwig Ring-Eifel (Centrum informationis Catholicum)

    Anch’io voglio prima di tutto dire qualcosa di personale, perché mi sento molto emozionato, perché dopo una pausa di otto anni sono di nuovo sul volo papale.

    Sono molto grato di essere qui di nuovo.

    Papa Francesco

    Bentornato!

    Ludwig Ring-Eifel

    Grazie, ben trovato.

    Noi nel gruppo tedesco siamo pochi, solo tre in questo volo, abbiamo pensato: come si può fare una connessione tra quello che abbiamo visto nel Bahrein e la situazione in Germania? Perché in Bahrein abbiamo visto una Chiesa piccola, un piccolo gregge, una Chiesa povera, con tante tante restrizioni eccetera, però una Chiesa vivace, piena di speranza, che cresce.

    In Germania, invece, abbiamo una Chiesa grande, con grandi tradizioni, ricca, con teologia, soldi e tutto quanto, che però perde ogni anno trecentomila credenti che se ne vanno, che sta in crisi profonda.

    C’è qualcosa da imparare da questo piccolo gregge che abbiamo visto in Bahrein per la grande Germania?

    Papa Francesco

    La Germania ha una vecchia storia religiosa.

    Citando Hölderlin direi: “Vieles haben sie verlernt, vieles” (Molto hanno disimparato, molto).

    La vostra storia religiosa è grande e complicata, di lotte.

    Ai cattolici tedeschi dico: la Germania ha una grande e bella Chiesa Evangelica; io non ne vorrei un’altra, che non sarà tanto buona come quella; ma la voglio Cattolica, alla cattolica, in fratellanza con quella Evangelica.

    A volte si perde il senso religioso del popolo, del santo popolo fedele di Dio, e cadiamo nelle discussioni eticiste, nelle discussioni di congiuntura, nelle discussioni politiche ecclesiastiche, nelle discussioni che sono conseguenze teologiche, ma non sono il nocciolo della teologia.

    Cosa pensa il santo popolo fedele di Dio? Come sente il santo popolo di Dio? Andare lì a cercare cosa pensa, come sente, quella religiosità semplice, che trovi nei nonni.

    Non dico di tornare indietro, no, ma alla fonte di ispirazione, alle radici.

    Tutti noi abbiamo una storia di radici della fede, anche i popoli l’hanno: bisogna ritrovarla! Mi viene in mente quella frase di Hölderlin per la nostra età: “Dass dir halte der Mann, was er als Knabe gelobt” (Il vecchio mantenga quello che ha promesso da fanciullo”.

    Nella nostra fanciullezza, nella nostra speranza noi abbiamo promesso tante cose, tante cose.

    Adesso ci mettiamo in discussioni etiche, in discussioni congiunturalistiche… Ma la radice della religione è lo “schiaffo” che ti dà il Vangelo, l’incontro con Gesù Cristo vivo: e da lì le conseguenze, tutte; da lì il coraggio apostolico, da lì l’andare alle periferie, anche alle periferie morali della gente, per aiutarla; ma sempre dall’incontro con Gesù Cristo.

    Se non c’è l’incontro con Gesù Cristo ci sarà un eticismo travestito da cristianesimo.

    Questo volevo dire, dal cuore.

    Grazie.

    Vi auguro un buon pranzo e un buon arrivo a Roma.

    E vi chiedo di pregare per me.

    Io lo farò per voi.

    Grazie per la vostra collaborazione.

    Viaggio Apostolico nel Regno del Bahrein: Incontro di Preghiera con i Vescovi, i Sacerdoti, i Consacrati, i Seminaristi e gli Operatori Pastorali (Chiesa del Sacro Cuore a Manama, 6 Nov 2022)
    Visita il link

    Cari Vescovi, sacerdoti, consacrati e seminaristi, operatori pastorali, buongiorno! Good morning!

    Sono lieto di trovarmi in mezzo a voi, in questa comunità cristiana che ben manifesta il suo volto “cattolico”, cioè universale: una Chiesa abitata da persone provenienti da molte parti del mondo, che si ritrovano insieme a confessare l’unica fede in Cristo.

    Mons.

    Hinder, che ringrazio per il suo servizio e per le sue parole, ieri ha parlato di «un piccolo gregge composto da migranti»: salutando ciascuno di voi, allora, rivolgo anche un pensiero ai vostri popoli di appartenenza, alle vostre famiglie che portate nel cuore con un po’ di nostalgia, ai vostri Paesi di origine.

    In particolare, vedendo presenti i fedeli del Libano, assicuro la mia preghiera e vicinanza a quell’amato Paese, così stanco, così provato, e a tutti i popoli che soffrono in Medio Oriente.

    È bello appartenere a una Chiesa formata da storie e volti diversi, che trovano armonia nell’unico volto di Gesù.

    E tale varietà – l’ho visto in questi giorni – è lo specchio di questo Paese, delle genti che lo popolano ma anche del paesaggio che lo caratterizza e che, pur dominato dal deserto, vanta una ricca e variegata presenza di piante e di esseri viventi.

    Le parole di Gesù che abbiamo ascoltato parlano dell’acqua viva che sgorga dal Cristo e dai credenti (cfr Gv 7,37-39).

    Mi hanno fatto pensare proprio a questa terra: è vero, c’è tanto deserto, ma ci sono anche sorgenti di acqua dolce che scorrono silenziosamente nel sottosuolo, irrigandolo.

    È una bella immagine di quello che siete voi e soprattutto di ciò che la fede opera nella vita: in superficie emerge la nostra umanità, inaridita da tante fragilità, paure, sfide che deve affrontare, mali personali e sociali di vario genere; ma nel sottofondo dell’anima, proprio dentro, nell’intimo del cuore, scorre calma e silenziosa l’acqua dolce dello Spirito, che irriga i nostri deserti, ridona vigore a quanto rischia di seccare, lava ciò che ci abbruttisce, disseta la nostra sete di felicità.

    E sempre rinnova la vita.

    È di questa acqua viva che parla Gesù, è questa la sorgente di vita nuova che ci promette: il dono dello Spirito Santo, la presenza tenera, amorevole e rigenerante di Dio in noi.

    Ci fa bene allora soffermarci sulla scena che il Vangelo descrive.

    Gesù si trova nel tempio di Gerusalemme, dove si sta celebrando una delle feste più importanti, durante la quale il popolo benedice il Signore per il dono della terra e dei raccolti, facendo memoria dell’Alleanza.

    E in quel giorno di festa si svolgeva un rito importante: il sommo sacerdote si recava alla piscina di Siloe, attingeva acqua e poi, mentre il popolo cantava ed esultava, la versava fuori dalle mura della città per indicare che da Gerusalemme sarebbe fluita una grande benedizione per tutti.

    Di Gerusalemme, infatti, il salmista aveva detto: «Sono in te tutte le mie sorgenti» (Sal 87,7); e il profeta Ezechiele aveva parlato di una sorgente d’acqua che, sgorgando dal tempio, avrebbe irrigato e fecondato come un fiume tutta la terra (cfr Ez 47,1-12).

    Con tali premesse comprendiamo bene che cosa vuole dirci il Vangelo di Giovanni con questa scena: siamo all’ultimo giorno della festa, Gesù si erge «ritto in piedi» e ad alta voce proclama: «Chi ha sete, venga a me» (Gv 7,37), perché «fiumi di acqua viva» sgorgheranno dal suo grembo (v.

    38).

    Che bell’invito! E l’Evangelista spiega: «Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato» (v.

    39).

    Il richiamo è all’ora in cui Gesù muore in croce: in quel momento, non più dal tempio di pietre, ma dal costato aperto di Cristo uscirà l’acqua della vita nuova, l’acqua vivificante dello Spirito Santo, destinata a rigenerare tutta l’umanità liberandola dal peccato e dalla morte.

    Fratelli e sorelle, ricordiamoci sempre questo: la Chiesa nasce lì, nasce dal costato aperto di Cristo, da un bagno di rigenerazione nello Spirito Santo (cfr Tt 3,5).

    Non siamo cristiani per nostro merito o solo perché aderiamo ad un credo, ma perché nel Battesimo ci è stata donata l’acqua viva dello Spirito, che ci rende figli amati di Dio e fratelli tra di noi, facendoci creature nuove.

    Tutto sgorga dalla grazia, – tutto è grazia! –, tutto viene dallo Spirito Santo.

    E, allora, permettetemi di soffermarmi brevemente con voi su tre grandi doni che lo Spirito Santo ci consegna e ci chiede di accogliere e di vivere: la gioia, l’unità e la profezia.

    La gioia, l’unità e la profezia.

    Anzitutto lo Spirito è sorgente di gioia.

    L’acqua dolce che il Signore vuole far scorrere nei deserti della nostra umanità, impastata di terra e di fragilità, è la certezza di non essere mai soli nel cammino della vita.

    Lo Spirito è infatti Colui che non ci lascia soli, è il Consolatore; ci conforta con la sua presenza discreta e benefica, ci accompagna con amore, ci sostiene nelle lotte e nelle difficoltà, incoraggia i nostri sogni più belli e i nostri desideri più grandi, aprendoci allo stupore e alla bellezza della vita.

    La gioia dello Spirito, perciò, non è uno stato occasionale o un’emozione del momento; tanto meno è quella specie di «gioia consumista e individualista così presente in alcune esperienze culturali di oggi» (Esort.

    ap.

    Gaudete et exsultate, 128).

    Invece la gioia nello Spirito è quella che nasce dalla relazione con Dio, dal sapere che, pur nelle fatiche e nelle notti oscure che talvolta attraversiamo, non siamo soli, persi o sconfitti, perché Lui è con noi.

    E con Lui possiamo affrontare e superare tutto, persino gli abissi del dolore e della morte.

    A voi, che avete scoperto questa gioia e la vivete in comunità, vorrei dire: conservatela, anzi, moltiplicatela.

    E sapete qual è il metodo migliore per fare questo? Donarla.

    Sì, è così: la gioia cristiana è contagiosa, perché il Vangelo fa uscire da sé stessi per comunicare la bellezza dell’amore di Dio.

    Dunque è essenziale che nelle comunità cristiane la gioia non venga meno e sia condivisa; che non ci limitiamo a ripetere gesti per abitudine, senza entusiasmo, senza creatività.

    Altrimenti perderemo la fede e diventeremo una comunità noiosa, e questo è brutto! È importante che, oltre alla Liturgia, in particolare alla celebrazione della Messa, fonte e culmine della vita cristiana (cfr Sacrosanctum Concilium, 10), facciamo circolare la gioia del Vangelo anche in un’azione pastorale vivace, specialmente per i giovani, per le famiglie e per le vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa.

    La gioia cristiana non si può tenere per sé, e quando la mettiamo in circolo, si moltiplica.

    In secondo luogo, lo Spirito Santo è sorgente di unità.

    Quanti lo accolgonoricevono l’amore del Padre e diventano suoi figli (cfr Rm 8,15-16); e, se figli di Dio, sono anche fratelli e sorelle.

    Non può esserci spazio per le opere della carne, cioè dell’egoismo: per le divisioni, le liti, le maldicenze, le chiacchiere.

    State attenti al chiacchiericcio, per favore: le chiacchiere distruggono una comunità.

    Le divisioni del mondo, e anche le differenze etniche, culturali e rituali, non possono ferire o compromettere l’unità dello Spirito.

    Al contrario, il suo fuoco brucia i desideri mondani e accende la nostra vita di quell’amore accogliente e compassionevole con cui Gesù ci ama, perché anche noi possiamo amarci così tra di noi.

    Per questo, quando lo Spirito del Risorto discende sui discepoli, diventa sorgente di unità e di fratellanza contro ogni egoismo; inaugura l’unico linguaggio dell’amore, perché i diversi linguaggi umani non restino distanti e incomprensibili; abbatte le barriere della diffidenza e dell’odio, per creare spazi di accoglienza e di dialogo; libera dalla paura e infonde il coraggio di uscire incontro agli altri con la forza disarmata e disarmante della misericordia.

    Questo fa lo Spirito Santo, che così modella la Chiesa fin dalle origini: a partire dalla Pentecoste, le provenienze, le sensibilità e le visioni differenti vengono armonizzate nella comunione, forgiate in un’unità che non è uniformità, è armonia, perché lo Spirito Santo è l’armonia.

    Se abbiamo ricevuto lo Spirito, la nostra vocazione ecclesiale è anzitutto quella di custodire l’unità e coltivare l’insieme, cioè – come dice San Paolo – «conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace.

    Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale [siamo] stati chiamati» (Ef 4,3-4).

    Nella sua testimonianza, Chris ha detto che, quand’era molto giovane, ciò che l’aveva affascinata della Chiesa cattolica era «la comune devozione di tutti i fedeli», indipendentemente dal colore della pelle, dalla provenienza geografica, dalla lingua: tutti riuniti in una sola famiglia, tutti a cantare le lodi del Signore.

    Questa è la forza della comunità cristiana, la prima testimonianza che possiamo dare al mondo.

    Cerchiamo di essere custodi e costruttori di unità! Per essere credibili nel dialogo con gli altri, viviamo la fraternità tra di noi.

    Facciamolo nelle comunità, valorizzando i carismi di tutti senza mortificare nessuno; facciamolo nelle case religiose, come segni viventi di concordia e di pace; facciamolo nelle famiglie, così che il vincolo d’amore del sacramento si traduca in atteggiamenti quotidiani di servizio e di perdono; facciamolo anche nella società multireligiosa e multiculturale in cui viviamo: sempre a favore del dialogo, sempre, tessitori di comunione con i fratelli di altri credo e di altre confessioni.

    So che su questa strada voi offrite già un bell’esempio, ma la fraternità e la comunione sono doni che non dobbiamo stancarci di chiedere allo Spirito, per respingere le tentazioni del nemico, che sempre semina zizzania.

    Infine, lo Spirito è sorgente di profezia.

    La storia della salvezza, come sappiamo, è costellata da numerosi profeti che Dio chiama, consacra e manda in mezzo al popolo perché parlino a suo nome.

    I profeti ricevono dallo Spirito Santo la luce interiore che li rende interpreti attenti della realtà, capaci di cogliere dentro le trame, a volte oscure, della storia la presenza di Dio e di indicarla al popolo.

    Spesso le parole dei profeti sono sferzanti: essi chiamano per nome i progetti di male che si annidano nei cuori della gente, mettono in crisi le false sicurezze umane e religiose, invitano alla conversione.

    Anche noi abbiamo questa vocazione profetica: tutti i battezzati hanno ricevuto lo Spirito e tutti sono profeti.

    E in quanto tali non possiamo far finta di non vedere le opere del male, restare nel “quieto vivere” per non sporcarci le mani.

    Un cristiano prima o poi deve sporcarsi le mani per vivere la sua vita cristiana e dare testimonianza.

    Al contrario, abbiamo ricevuto uno Spirito di profezia per portare alla luce, con la nostra testimonianza di vita, il Vangelo.

    Per questo San Paolo esorta: «Desiderate intensamente i doni dello Spirito, soprattutto la profezia» (1 Cor 14,1).

    La profezia ci rende capaci di praticare le beatitudini evangeliche nelle situazioni di ogni giorno, cioè di edificare con ferma mitezza quel Regno di Dio nel quale l’amore, la giustizia e la pace si oppongono a ogni forma di egoismo, di violenza e di degrado.

    Ho apprezzato che Suor Rose abbia parlato del ministero tra le detenute, nelle carceri, è bello, questo! Una possibilità di cui essere grati.

    La profezia che edifica e conforta queste persone è condividere con loro il tempo, spezzare la Parola del Signore, pregare con loro.

    È prestare loro attenzione, perché là dove ci sono fratelli bisognosi, come i carcerati, c’è Gesù, Gesù ferito in ogni persona che soffre (cfr Mt 25,40).

    Sai cosa penso io, quando entro in un carcere? “Perché loro e non io?”.

    È la misericordia di Dio.

    Ma prendersi cura dei detenuti fa bene a tutti, come comunità umana, perché è da come si trattano gli ultimi che si misura la dignità e la speranza di una società.

    Cari fratelli e sorelle, in questi mesi stiamo pregando tanto per la pace.

    In tale contesto, costituisce una speranza l’accordo che è stato firmato e che riguarda la situazione in Etiopia.

    Incoraggio tutti a sostenere questo impegno per una pace duratura, affinché, con l’aiuto di Dio, si continuino a percorrere le vie del dialogo e il popolo ritrovi presto una vita serena e dignitosa.

    E inoltre non voglio dimenticare di pregare e di dire a voi di pregare per la martoriata Ucraina, perché quella guerra finisca.

    E adesso, cari fratelli e sorelle, siamo arrivati alla fine.

    Vorrei dirvi “grazie” per questi giorni vissuti insieme; ma non dimenticate la gioia, l’unità e la profezia, non dimenticatele! Con animo colmo di riconoscenza benedico tutti voi, specialmente quanti hanno lavorato per questo viaggio.

    E, visto che queste sono le ultime parole pubbliche che rivolgo, permettetemi di ringraziare Sua Maestà il Re e le Autorità di questo Paese – anche il Ministro della Giustizia, qui presente –per la squisita ospitalità.

    Vi incoraggio a continuare con costanza e letizia il vostro cammino spirituale ed ecclesiale.

    Ed ora invochiamo l'intercessione materna della Vergine Maria, che sono felice di venerare come Nostra Signora d'Arabia.

    Ella ci aiuti a lasciarci sempre guidare dallo Spirito Santo e ci mantenga gioiosi, uniti nell'affetto e nella preghiera.

    Ci conto: non dimenticatevi di pregare per me.

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